Laura chiede: Laura chiede:
Pace e bene!
Ho 28 anni e verso i 23, durante un ritiro vocazionale con la mia guida spirituale, per la prima volta l'idea che il Signore stesse chiamando anche me ha attraversato la mia mente. All'inizio ho combattutto una lotta estenuante con Lui perchè non ne volevo sapere (detto schiettamente); poi mi sono "arresa" e ho iniziato a vivere un discernimento più profondo nella mia vita quotidiana. Dopo qualche mese conobbi un ragazzo e mi innamorai. Il discorso vocazione fu completamente abbandonato. Poco più di due anni fa lui è morto in un incidente stradale. Sono passati alcuni mesi e ho approfondito la conoscenza con una comunità di consacrati, con il quale passavo molti giorni di vacanza. Sono stata subito messa "al lavoro", in tutti i sensi, e ho vissuto molte giornate della loro vita. La prima volta che ho fatto questa esperienza, tornata a casa quell'antica domanda sulla mia vocazione si è rifatta viva. In un certo senso ero pronta ad entrare, ma volevo che non fosse l'entusiasmo del momento e perciò ho atteso e pregato, iniziando di nuovo un periodo di doloroso discernimento: un momento prima pronta a lasciare tutto, un momento dopo no. Intanto continuavo a trascorrere brevi periodi con loro. Mi ricordo che, quando incontravo la Madre generale, dentro di me chiedevo: "Madre, che devo fare? Tu hai la risposta per me." Ma non ho mai detto nulla con lei. Un giorno, dopo la S.Messa, la Madre generale è venuta da me in cucina e mi ha detto: "Ma ti sei ascoltata mentre leggevi il salmo? Sei sicura che la tua vocazione sia il matrimonio?".
Apriti cielo! Non ho più avuto pace! Anche perchè molti, qui, nel mio ambiente, lo pensano anche loro e si aspettano che da un momento all'altro io entri in convento.
Io, però, tentenno ancora. E, oltre ai soliti dubbi che credono vengano a tutti, ce ne sono altri che riguardano il mio paese, la mia parrocchia. In parrocchia molto poggia su di me perchè sono l'unica giovane tra i 18 e i 30 anni: il catechismo e l'attività dei bambini e dei giovani, il coro, i pellegrinaggi, la preghiera... Io ci sono sempre. Tutto ciò, dopo tre anni, sta solo ora incominciando a dare qualche grosso frutto, specie tra i giovani che, quando sono arrivata io (prima abitavo in un altro paese), stavano abbandonando l'oratorio. Di questo ne rendo grazie al Signore. Ho paura, perciò, che a lasciare tutto, tutto torni indietro com'era prima del mio arrivo, perchè non c'è per ora nessuno che mi possa sostituire, specie con i giovani (pazienza per il coro...). Spero nelle ragazze più grandi, ma ancora ogni tanto devo dare loro delle vigorose raddrizzate...
Però io a volte mi sento come se non avessi ancora scelto. Tutta la mia vita, dal mattino alla sera, è di lavoro per il Signore, perchè anche la comunità (dei consacrati) mi sta incominciando ad affidare qualche "missione" esterna. Non c'è nulla di retribuito, e io mi sento un peso per i miei genitori che invece sono contentissimi di tutto quello che faccio per la parrocchia, i ragazzi e la comunità. "Continua così!", mi dicono; ma io mi chiedo se è giusto. Molto spesso soffro perchè mi sento inutile, ma poi mi fermo a pensarci e mi accorgo che non è vero, che al contrario sto facendo tanto qui; ma se il Signore volesse altro? Cosa mi sta dicendo: "Vieni e seguimi"; o "Va a casa tua, dai tuoi, e di loro la misericordia che ti è stata fatta" ? Ma non c'è un modo per donarsi interamente al Signore senza entrare in un convento, senza dover abbandonare il proprio paese?
In più c'è la mia guida spirituale: in tanti anni, lui non si è ancora pronunciato e io vorrei tanto sapere la sua opinione. A volte penso che anche lui abbia paura di "perdermi" perchè è il parroco della mia parrocchia, e quindi tutto questo mio "lavoro" coinvolge direttamente anche lui (non per altro!).
Che cosa ne dice? |