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Che fai qui?

"Che fai qui?"

John C. Hopkins, L. C.

 

E John Hopkins è nato a Syracuse, New York, Stati Uniti, il 10 dicembre 1960. È entrato a far parte della Legione di Cristo nel settembre 1979. È stato direttore dei gruppi giovanili a Monterrey, Messico, dove ha inoltre prestato servizio come orientatore vo-cazionale. Ha avuto quest'incarico anche negli Stati Uniti. Ha diretto gruppi giovanili universitari a Roma. Attualmente è orientatore vocaziona-le e direttore di gruppi laici negli Stati Uniti.

 

Chi può capire un fratello maggiore che vuole abbandonare tutto per essere sacerdote? Mi è costato non poco immaginare sa­cerdote mio fratello. La mia unica consolazione fu che non mi a-vrebbe più dato fastidio a casa. Mi colpiva molto pensare che non avremmo più litigato, giocato a hockey su ghiaccio o partecipato in­sieme alle feste. Sentii l'obbligo morale di divertirmi per tutti e due mentre lui avrebbe potuto dedicarsi all'ufficio di preghiera. L'unica cosa che non sapevo era che Dio aveva altri progetti per me e la mia famiglia.

L'idea della vocazione religiosa sembrava qualcosa di molto strano alla nostra famiglia. I miei genitori non affrontarono mai questo tema direttamente. Potevamo immaginare che Peter riuscisse a diventare un buon venditore; Edward un giocatore di hockey su ghiaccio o un uomo d'affari; Mimi (Marian) un'attivista; Stephen un avvocato sulle orme di nostro padre. Io volevo essere un politi­co. Sapevamo di poter contare sull'appoggio totale dei nostri geni­tori qualunque carriera avessimo scelto. La cosa più importante non era tanto la nostra professione, ma la nostra vita come autentici cattolici in mezzo ad un mondo più o meno ostile ai nostri valori.

 

I nostri genitori ci trasmisero due valori che sarebbero stati fondamentali nelle nostre vite future. In primo luogo lottare sem­pre per un ideale, cercando di essere uomini di principi. Per loro essere cattolici o cristiani significava sempre aspirare ad una vita differente da quella dei più. Non avremmo potuto conformarci ad una vita facile. Essere buoni non era sufficiente. La Chiesa ed il mondo si trovavano in una situazione che richiedeva la lotta dei propri figli. Lottare non nel senso di polemizzare, ma in quello di la­vorare positivamente e costruttivamente. I miei genitori hanno vis­suto questo ideale in prima persona, insegnando catechismo. Mio padre offre i suoi servigi di avvocato al movimento Pro-Life e mia madre è la responsabile di un centro, che si chiama Birthright, che appoggia donne incinte che non vogliono abortire.

Ci proponevano come esempi, giganti della fede come il car­dinale Mindszenty, primate di Ungheria, Monsignor Walsh, ex­prigioniero nella Cina comunista e padre Miguel Pro, martire mes­sicano. Ogni giorno li ricordavamo nelle nostre preghiere serali.

 

Il secondo valore che ci insegnarono fu il sacrificio. Per esse­re felici nella vita bisogna sacrificarsi. Sapevamo di poter contare sui nostri genitori in tutto senza che importasse quanto questo sa­rebbe costato. La loro vita era dedicata alla famiglia. Con un simile esempio non ci sembrò strana l'idea di offrire la vita intera a Dio.

Gli anni della mia adolescenza furono pieni di contrasti. Gli sports, soprattutto hockey su ghiaccio, sci e motocross, dominaro­no i miei interessi quasi quanto la vita di società. Tutto ciò esercita­va un notevole influsso sulla mia vita, ma, nello stesso tempo, speri­mentavo una sensazione di vuoto che soltanto Dio poteva colmare.

Cominciai ad assistere alla messa e a ricevere la comunione ogni giorno.

 

Il ruolo svolto dai miei fratelli durante questo periodo fu vita­le. Frequentemente pensavo che se i miei fratelli riuscivano a vive­re la fede in mezzo ad un ambiente ostile, anch'io lo potevo. Mi die­dero l'esempio validissimo di come godere del mondo senza mai contrastare i principi cattolici. Non volevo essere un individuo di quelli rari che hanno paura ad andare alle feste o a ballare, ma nemmeno volevo comportarmi come i miei amici.

Nel penultimo anno di liceo mio fratello maggiore Peter de­cise di entrare a far parte della Legione di Cristo. Provai una sensa­zione di orgoglio per la sua generosità e, nello stesso tempo, mi sentivo confuso per la mia ignoranza perché non sapevo con chiarezza cosa fosse la vocazione. Prima di entrare nella Legione mi regalò il suo rosario con la condizione che recitassi per lo meno un mistero al giorno. La sua vocazione era qualcosa che gli appar­teneva, un aspetto che mai avrei compreso (per lo meno così pensai in quei momenti) e qualcosa che, allora, non solo non costi­tuiva una possibilità per me, ma neppure qualcosa a cui potessi ad­dirittura pensare.

Durante il periodo in cui Peter rimase nel noviziato di Orange, Connecticut, tutti insieme andammo a visitarlo. Così co­nobbi la Legione ed i suoi membri; e cominciai a pensare che quel gruppo di uomini si preparava davvero ad esercitare un'influenza profonda e concreta sul mondo. Finalmente giunsi alla conclusione che non c'era nulla di più degno nella vita che essere legionario. Ma, certo, questo andava bene per i legionari. La possibilità di una chiamata da parte di Dio mi avrebbe causato allora una combina­zione di incredulità e risate.

 

Nel gennaio del mio ultimo anno di studi pre-universitari, du­rante una visita al noviziato, Peter mi guardò pieno di convinzione e mi chiese: "Quando entrerai nel noviziato?". Mi sentii come se qual­cuno mi avesse scaricato addosso una tonnellata di pietre. "Io legio­nario? Si, forse quando avrò ottant'anni e mia moglie sarà morta!" gli risposi. Ma qualcosa al mio interno mi diceva: "E perché no, se è la cosa più degna che si può fare con la propria vita?". Durante i seguenti cinque mesi cercai di fuggire, di scappare. Non persi ne u-na festa ne un ballo. Visitai varie università, da New York alla California, cercando di convincermi che lì avrei potuto maturare sufficientemente. Ma mentre il tempo passava cresceva la convin­zione che sarebbe stato troppo facile perdere la vocazione in am­bienti come quelli. Se realmente avevo una vocazione sacerdotale, tanto valeva scoprirlo subito. Così decisi di recarmi al centro di for­mazione dei candidati della Legione di Cristo per assicurarmi del fatto che non avevo affatto la vocazione.

Era necessario comunicare ai miei genitori questa decisione. Che cosa avrebbero detto sulla mia intenzione di entrare a diciotto anni? Un giorno dissi loro che forse avrei aspettato un anno prima di iniziare gli studi universitari. Prima che potessero rispondere qualcosa, aprii la porta e me ne andai. Quando finalmente dissi loro chiaramente ciò che avevo intenzione di fare, mi dissero che mi a-vrebbero appoggiato incondizionatamente, ma mi accorsi di quanto questo costasse loro.

Durante il periodo trascorso come candidato non riuscii a convincermi del fatto che non avevo una vocazione. Di fatto mi sen­tivo molto a mio agio in quel genere di vita. Anche se sapevo di star perdendo la battaglia, non mi arresi nello sforzo di convincermi che non avevo vocazione. Finalmente mi decisi ad entrare nel novi­ziato per "un anno". Prima di entrarvi ritornai alcuni giorni a casa e repentinamente mi resi conto che non sarei potuto essere felice se non nella Legione. Da quel momento non ho più dubitato dell'esi­stenza della mia vocazione. Non tutto è stato sempre facile, ma non ho mai perso l'intima convinzione che Dio mi avesse chiamato.

Seguire il noviziato di Orange in condizioni difficili ha creato un ambiente di "fondazione". Ci piacque molto poter offrire al Signore le nostre carenze materiali. In realtà non davamo loro mol­ta importanza. L'unica cosa importante di fronte alle generazioni future era la nostra fedeltà. Prima di rendermene conto mi trovai a Salamanca cercando di parlare con le mani mentre la lingua si abi­tuava agli strani suoni dello spagnolo. Anche se gli studi sono stati difficili, l'esperienza del carattere internazionale della Legione mi ha aiutato ad aprire gli orizzonti. Forse è stato l'anno più difficile per gli studi a causa della lingua, ma, a parte ciò, penso che sia sta­to anche uno dei momenti di maggior crescita nella mia vocazione. Giungere a Roma significò un ulteriore ampliamento d'orizzonte. Trovarmi tanto vicino al Santo Padre, contemplare la Chiesa nella sua universalità e vivere nella stessa casa del nostro Padre Fonda­tore, tutto ciò mi diede ancor più stimoli per una buona formazione.

 

Molta gente mi ha chiesto come sia possibile che nella mia famiglia vi siano state quattro vocazioni. Io sempre dico che ve ne sono sette. Oltre ai miei due fratelli legionari e ad una sorella do­menicana, mio fratello Stephen ha una vocazione forte e concreta come laico convinto che lavora in molte forme per la Chiesa. Dico anche che i miei genitori sono stati chiamati da Dio per una missio­ne altrettanto degna della vocazione religiosa. Perché in una fami­glia di cinque figli quattro si sono consacrati a Dio? È un mistero a cui solo Dio può rispondere. Già molto tempo fa capii quanto fosse inutile cercare ragioni puramente umane.

 

                                                                                                                                                                                                       
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