| 28 Aprile 2008 |
Anno III, Numero 10 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| ROMA, lunedì, 14 aprile 2008 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Centoventi teologhe di diverse Nazioni e Chiese europee si sono riunite a Roma nell'aprile 2006 per interrogarsi sul significato della ricerca teologica delle donne per il futuro dell'Europa. Due anni dopo, questi testi vengono raccolti in un libro, "Teologhe: in quale Europa?", Effatà Editrice, 2008, www.effata.it. Il libro è coedito da Marinella Perroni, docente di Nuovo Testamento al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo di Roma e alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum di Roma, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane (www.teologhe.org), e da Sandra Mazzolini, docente di Ecclesiologia presso la Pontificia Università Urbaniana e presso il Pontificio Ateneo Sant'Anselmo di Roma. L'Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, apre il volume con una riflessione sull'alterità: "Farsi testimoni e umili custodi dell'Altro, che si affaccia nello straniero, nell'ospite, nel diverso, è quanto mi sembra venga chiesto oggi ai cristiani nell'Europa di inizio millennio". Monsignor Forte, presidente della Commissione episcopale italiana per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi, afferma che "è proprio qui che può situarsi in maniera significativa il contributo di una teologia di genere, pensata da teologhe al servizio di tutti". Riferendosi a una teologia di genere, sostiene che "essa non è soltanto un'educazione - pur sempre necessaria - a liberarci dall'indifferenza per l'altro, ma può offrire, oggi più di prima, il dono di un pensiero che sia veramente custode dell'Altro, apologia della reciprocità di cui tutti abbiamo bisogno per vivere". Per questo Vescovo e teologo, "è la teologia che questo libro, scritto con il contributo di teologhe provenienti da varie parti d'Europa, potrà stimolare sempre più al servizio della comune casa europea: una teologia che educhi a resistere all'oblio dell'umano che è in noi, e che ci ricordi che potremo veramente ritrovarci soltanto riconoscendoci nell'altro, nello straniero, nell'ospite, nella donna, nell'uomo". Marinella Perroni, interpellata da ZENIT, rivela che "la qualità degli spunti offerti dai ventuno relatori, la ricchezza dei punti di vista espressi nel serrato e, al contempo, disteso dibattito che ha corredato ogni sessione di lavoro non potevano andare perduti", e da qui è nato il volume. La teologa romana afferma che "la consapevolezza che i processi di differenziazione sociale, politica e religiosa che hanno dato vita, spesso con molto dolore, a un''Europa plurale' sono un'eredità straordinaria ma anche molto impegnativa è il punto di partenza per una riflessione lucida e coraggiosa su un'alternativa, quella tra post-secolare e post-cristiano, che rischia di imprigionare l'Europa nel suo passato e di distoglierla dall'impegno di guardare con lungimiranza al suo futuro". Secondo Perroni, "anche la ricerca teologica delle donne, il loro impegno professionale nella società e il loro impegno pastorale nelle Chiese hanno da dire un parola autorevole e significativa nel lento processo di costruzione dell'Europa". Il libro raccoglie anche l'apporto dell'Islam e dell'ecumenismo. Barbara Hallensleben si è riferito all'Europa come "sfida" sia "ecumenica, spirituale che politica". Nel libro figurano interventi di Cettina Militello, docente al Marianum e direttrice della Cattedra Donna e Cristianesimo (www.marianum.it), Katerina Karkala-Zorba, teologa ortodossa della Grecia, Kari Elisabeth Børresen, teologa cattolica dalla Norvegia, e Mercedes Navarro Puerto, teologa cattolica spagnola. | ||||
| CITTA' DEL VATICANO, domenica, 13 aprile 2008 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate da benedetto XVI questa domenica in occasione della recita del Regina Caeli con i fedeli e i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro in Vaticano. * * *
Cari fratelli e sorelle, in questa quarta domenica di Pasqua, in cui la liturgia ci presenta Gesù come Buon Pastore, si celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. In ogni continente, le comunità ecclesiali invocano concordi dal Signore numerose e sante vocazioni al sacerdozio, alla vita consacrata e missionaria e al matrimonio cristiano e meditano sul tema: "Le vocazioni al servizio della Chiesa-missione". Quest'anno la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni si colloca nella prospettiva dell'"Anno Paolino", che avrà inizio il 28 giugno prossimo per celebrare il bimillenario della nascita dell'apostolo Paolo, il missionario per eccellenza. Nell'esperienza dell'Apostolo delle genti, che il Signore chiamò per essere "ministro del Vangelo", vocazione e missione sono inseparabili. Egli rappresenta pertanto un modello per ogni cristiano, in maniera particolare per i missionari ad vitam, cioè per quegli uomini e quelle donne che si dedicano totalmente ad annunciare Cristo a quanti ancora non l'hanno conosciuto: una vocazione, questa, che conserva tuttora la sua piena validità. Questo servizio missionario svolgono, in primo luogo, i sacerdoti, dispensando la Parola di Dio e i Sacramenti, e manifestando con la loro carità pastorale a tutti, soprattutto ai malati, ai piccoli, ai poveri, la presenza risanatrice di Gesù Cristo. Rendiamo grazie a Dio per questi nostri fratelli che si spendono senza riserve nel ministero pastorale, suggellando talora la fedeltà a Cristo con il sacrificio della vita, come è avvenuto anche ieri per i due religiosi uccisi in Guinea e Kenya. A loro va la nostra grata ammirazione insieme con la preghiera di suffragio. Preghiamo pure perché sia sempre più nutrita la schiera di quanti decidono di vivere radicalmente il Vangelo mediante i voti di castità, povertà e obbedienza: sono uomini e donne che hanno un ruolo primario nell'evangelizzazione. Di essi, alcuni si dedicano alla contemplazione e alla preghiera, altri ad una multiforme azione educativa e caritativa, tutti però sono accomunati da un medesimo scopo: quello di testimoniare il primato di Dio su tutto e diffondere il suo Regno in ogni ambito della società. Non pochi tra loro - ebbe a scrivere il Servo di Dio Paolo VI - "sono intraprendenti e il loro apostolato è spesso contrassegnato da un'originalità, da una genialità che costringono all'ammirazione. Sono generosi: li si trova agli avamposti della missione, ed assumono i più grandi rischi per la loro salute e la loro stessa vita" (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 69). Non va infine dimenticato che anche quella al matrimonio cristiano è una vocazione missionaria: gli sposi, infatti, sono chiamati a vivere il Vangelo nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle comunità parrocchiali e civili. In certi casi, inoltre, offrono la loro preziosa collaborazione nella missione ad gentes. Cari fratelli e sorelle, invochiamo la materna protezione di Maria sulle molteplici vocazioni esistenti nella Chiesa, perché si sviluppino con una forte impronta missionaria. Affido a Lei, Madre della Chiesa e Regina della Pace, anche la speciale esperienza missionaria che vivrò nei prossimi giorni con il viaggio apostolico negli Stati Uniti d'America e la visita all'ONU, mentre chiedo a voi tutti di accompagnarmi con la vostra preghiera. [Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. Queste le sue parole in italiano :] Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai ragazzi di Thiene che hanno ricevuto la Cresima e a quelli di Parma che si preparano a riceverla, al gruppo di ministranti di Como, ai giovani di Rosegaferro presso Verona e ai fedeli provenienti da Altamura e dalla provincia di Bergamo. A tutti auguro una buona domenica | ||||
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Di fronte alla certezza che il ministero sacerdotale e la missione della Chiesa dipendono dal rapporto personale con Gesù, i sacerdoti sono chiamati a dare priorità alla preghiera rispetto all'azione, sottolinea la Congregazione vaticana per il Clero. In una lettera a tutti i presbiteri del mondo, il dicastero prepara la Giornata mondiale di preghiera per la santificazione dei sacerdoti, che si celebra nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, il 30 maggio prossimo. Firmato dal Cardinale prefetto Cláudio Hummes e dal segretario della Congregazione, l'Arcivescovo Mauro Piacenza, il messaggio esorta a contemplare la "perfetta e affascinante umanità di Gesù Cristo, vivo ed operante adesso", certi della sua Misericordia. Per questo il dicastero rivolge un appello "alla priorità della preghiera rispetto all'azione", perché da questo dipende un'azione incisiva. La missione deve quindi alimentarsi della preghiera, "dal rapporto personale di ciascuno con il Signore Gesù". Si riafferma dunque l'importanza della preghiera di fronte all'attivismo e al secolarismo, come ha segnalato Benedetto XVI nella sua Enciclica "Deus caritas est". Il passo successivo, per i sacerdoti, è essere "esperti della Misericordia di Dio", sottolinea il Cardinale Hummes nella Lettera, pubblicata integralmente in italiano nell'edizione de "L'Osservatore Romano" del 13 aprile. Lancia quindi un allerta: il sacerdozio non si può contemplare come una sorta di incarico inevitabile "cui si possa 'meccanicamente' adempiere, magari con un articolato e coerente programma pastorale". E' invece "la vocazione, la strada, il modo attraverso il quale Cristo ci salva, con cui ci ha chiamato, e ci chiama adesso, a vivere con Lui". Questa "santa vocazione" ha un'unica "misura adeguata", ricorda la Lettera: "la radicalità", la "totale dedizione", che "Cristo realizza giorno per giorno" nel sacerdote attraverso la sua "rinnovata e orante decisione". "Lo stesso dono del celibato sacerdotale è da accogliere e vivere in questa dimensione di radicalità e di piena configurazione a Cristo - avverte il porporato -. Qualsiasi altra posizione, rispetto alla realtà del rapporto con Lui, rischia di divenire ideologica". "Anche la mole, talora straordinariamente grande, di lavoro che le contemporanee condizioni del ministero ci chiedono di sostenere, lungi dallo scoraggiarci, deve spingerci a curare, con ancora maggiore attenzione, la nostra identità sacerdotale, la quale ha una radice irriducibilmente divina", esorta la Lettera. "In tal senso, in una logica opposta a quella del mondo, proprio le particolari condizioni del ministero, ci devono spingere ad 'alzare il tono' della nostra vita spirituale, testimoniando con maggiore convinzione ed efficacia, la nostra appartenenza esclusiva al Signore". "Il luogo della totalità per eccellenza è l'Eucaristica", aggiunge il Cardinale Hummes, ricordando che è il sacramento in cui Gesù offre il suo Corpo e il suo Sangue, "la totalità della propria esistenza". Per questo, esorta i sacerdoti del mondo alla fedeltà "alla celebrazione quotidiana della Santissima Eucaristia" e all'adorazione di Gesù sacramentato. Anche in questo caso, constata, non si tratta del mero compimento di un dovere, ma dell'"assoluto bisogno personale che ne avvertiamo, come del respiro, come della luce per la nostra vita, come l'unica ragione adeguata per una compiuta esistenza presbiterale". Dal rapporto con Gesù, "sempre alimentato nella continua orazione", deriva "la necessità di renderne partecipi quanti ci circondano", ovvero la missione, "intrinseca alla natura stessa della Chiesa" e "insita nell'identità sacerdotale". "La santità che domandiamo quotidianamente, infatti, non può essere concepita secondo una sterile ed astratta accezione individualistica, ma è, necessariamente, la santità di Cristo, la quale è contagiosa, per tutti". Ciò si concretizza nel popolo affidato al sacerdote e nella responsabilità di assisterlo. Bisogna cedere all'amore di Gesù, "affinché agisca Lui attraverso di noi, poiché o lasciamo che Cristo salvi il mondo, agendo in noi oppure rischiamo di tradire la natura stessa della nostra vocazione". Elemento di aiuto in questa chiamata è il "fondamento imprescindibile dell'intera vita sacerdotale": la Vergine Maria, ricorda il dicastero, perché riconduce continuamente "sotto la Croce del suo Figlio" "per contemplare, con Lei, l'Amore infinito di Dio". Come ha fatto pochi mesi fa, ora, in vista della Giornata mondiale di preghiera per la santificazione dei sacerdoti, il dicastero reitera l'importanza che i presbiteri si affidino alla preghiera di tutta la Chiesa. E' urgente "l'Adorazione eucaristica continuata, nell'arco delle ventiquattro ore, in modo che da ogni angolo della terra, sempre si elevi a Dio, una preghiera di adorazione, ringraziamento, lode, domanda e riparazione". L'obiettivo è "suscitare un numero sufficiente di sante vocazioni allo stato sacerdotale e, insieme, di accompagnare spiritualmente - al livello di Corpo Mistico - con una sorta di maternità spirituale quanti sono già stati chiamati al sacerdozio ministeriale", perché servano sempre meglio Gesù e i fratelli. | ||||
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"Costruire la pace è anzitutto sottrarre il terreno alle ingiustizie e alle oppressioni che provocano la guerra", ma "educare alla pace è anzitutto essere testimoni di pace, significa averla realizzata in se stessi e a partire da sé". Così il Cardinale Renato Raffaele Martino ha concluso il Seminario Internazionale su "Disarmo, Sviluppo e Pace. Prospettive per un disarmo internazionale", promosso dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e svoltosi in Vaticano l'11 e 12 aprile. "Finché sarà presente il rischio di una illegittima offesa, saranno purtroppo necessari i mezzi per la legittima difesa degli innocenti", ha spiegato il Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. "Concepire la legittimità di una difesa armata", tuttavia, "non implica, e anzi esclude, qualsiasi uso arbitrario della violenza, o qualsiasi livello di armamento", ha aggiunto il porporato. Il presidente del dicastero vaticano ha ribadito che "la difesa è legittima, sul piano morale e giuridico, sotto determinate condizioni, di natura soggettiva e oggettiva". "Di natura soggettiva, in quanto legittimato all'uso della forza armata, come reazione di una ingiusta offesa, è solo l'autorità pubblica responsabile della sicurezza e della difesa dei popoli". "Di natura oggettiva, in quanto non qualsiasi offesa illegittima, legittima una difesa armata, ma solo quella che provoca danni gravi, ai quali non è possibile rimediare se non con una difesa armata, che abbia speranza di successo e che non provochi un danno maggiore di quello che si vuole evitare o limitare". Analizzando la situazione attuale, il Cardinale Martino ha rilevato che "nella incertezza provocata dalla globalizzazione e da fenomeni come il terrorismo su scala globale" alcuni Stati "hanno ripreso una sinistra corsa agli armamenti e sembrano perdere fiducia nel dialogo, nel multilateralismo e nella cooperazione internazionale a tutti i livelli e in particolare nel settore del disarmo". Per questo motivo, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha organizzato questo Seminario allo scopo di impegnare le istituzioni internazionali e le grandi religioni nel "ribadire l'importanza del dialogo, del multilateralismo, della cooperazione internazionale come base per un autentico processo di disarmo, per l'affermazione dei diritti umani, del bene comune e della pace nella comunità internazionale". In merito allo sviluppo che potrebbe essere un forte catalizzatore di pace, il Cardinale Martino ha affermato che "la globalizzazione è quello che gli uomini ne faranno"; per questo "dobbiamo mettere in evidenza le opportunità positive che essa pone nelle nostre mani per promuovere la pace anche attraverso il disarmo". "Se la fine dei blocchi ha prodotto e tuttora tende a produrre una fase di instabilità internazionale, apre anche a nuove possibilità di intervento che in precedenza erano precluse", ha sottolineato il porporato. "Ogni epoca porta con sé rischi ed opportunità", ha aggiunto, rilevando che "se la guerra si fa diffusa e decentrata, quotidiana e smaterializzata ... ebbene, anche la pace lo può essere, e lo deve essere. Ciò che vale per il negativo vale anche e prima di tutto per il positivo". I cristiani, ha concluso il Presidente di Giustizia e Pace, "non sono chiamati solo a prendere posizione nei confronti della guerra, ma soprattutto a farsi costruttori di pace". "La pace si costruisce a partire dalle proprie responsabilità nei confronti della giustizia, nei confronti del bene degli altri", e inizia con "l'educazione alla pace". | ||||
| ROMA, martedì, 15 aprile 2008 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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In vista dell'Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, in programma per l'ottobre prossimo sul tema "La parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa", un Convegno di Studi ha deciso di approfondire gli aspetti giuridici collegati a questa realtà. L'iniziativa, dal titolo "Parola di Dio e Missione della Chiesa. Aspetti giuridici", è stata organizzata dalla Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università della Santa Croce il 10 e l'11 aprile. Il Convegno, hanno spiegato gli organizzatori, si è proposto di riflettere sulla dimensione giuridica della Parola e di ripercorrere alcuni aspetti pratici e applicativi dei settori che nel contesto giuridico sono tradizionalmente oggetto del munus docendi della Chiesa, come la predicazione e la catechesi. Nella Chiesa, ha osservato il professor José A. Fuentes, della Facoltà di Diritto Canonico dell'Università di Navarra, la predicazione è estremamente necessaria per diffondere la Parola di Dio ed è un compito che spetta a ogni membro, configurandosi quindi come vero e proprio dovere. La Parola è dunque "un diritto, un bene umano (oltre che divino) di cui è titolare ogni persona", ha ricordato Fernando Puig, della Pontificia Università della Santa Croce. "Siccome l'esistenza di un diritto postula un debitore, è ovvio che questo debitore è la Chiesa stessa", che "'deve' la parola di Dio ad ogni uomo, indipendentemente dal fatto che si sia o no verificata una richiesta di adempimento". Se la Chiesa deve "consegnare la Parola come condizione assoluta per qualsiasi avvicinamento visibile a Gesù", ha aggiunto, il singolo che la riceve deve dare una risposta "altrettanto visibile ed esterna". "Indipendentemente dalla molteplicità delle espressioni storiche dei primi tempi", ha chiarito, "in sostanza l'accesso alla Chiesa si materializza nella ricezione del battesimo unita alla professione di fede". Uno degli elementi caratteristici del rapporto tra Parola di Dio e diritto, ha commentato Puig, "si condensa nell'uso neotestamentario del concetto di 'deposito' (1 Tim 6, 20; 2 Tim 1, 12, 14)". Il deposito "può essere ritenuto oggettivo, e quindi essere posseduto, identificato con precisione e trasmesso, solo nella misura in cui fa riferimento a soggetti concreti che hanno la funzione di insegnare autenticamente: di fare sì che non soltanto arrivi la voce del Signore a tutte le genti, ma anche che arrivi autenticata da una voce umana, viva, adatta a generare l'adesione personale sulla quale si basa l'atto di fede". "La giuridicità della parola si rende evidente nel ministero apostolico e nei rapporti sociali tra tutti i fedeli relativi alla parola di Dio, fondati non già su una convergenza di opinioni soggettive", "ma su dei beni certi". L'annunzio di Gesù come Signore, ha sottolineato l'esperto, "è un diritto d'ogni cristiano che non può essere limitato dall'autorità". L'annuncio, ha ricordato la prof.ssa Angela Maria Punzi Nicolò, dell'Università degli Studi "Roma Tre", avviene anche in famiglia. La costituzione Lumen gentium, ha osservato, "parla di specifico apostolato dei laici, dei coniugi cristiani, che nell'ambito familiare esercitano una funzione profetica, come testimoni della fede e dell'amore di Cristo". Del dovere di educare i figli alla fede, sottolinea, parlano anche il Decreto Apostolicam actuositatem, la Dichiarazione Gravissimum educationis e la Costituzione Gaudium et spes. L'azione educativa, ha aggiunto, "è dialogica e necessariamente 'circolare'. Nella piccola Chiesa familiare i genitori educano i figli, ma i figli - lo ricordano numerosi testi del Magistero - educano, a loro volta, gli adulti". Diego Contreras, della Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce, ha spiegato dal canto suo che la fede cristiana ha una dimensione missionaria assente in altre religioni, e il cristiano sa che è anche tramite i media che le persone si possono avvicinare o allontanare da Dio. Sull'informazione religiosa, ha osservato, incidono alcuni condizionamenti generali dell'informazione giornalistica. Tra questi, ha menzionato gli atteggiamenti personali del giornalista, forse in questo campo più rilevanti che in altri, e i formati giornalistici, che condizionano i contenuti e rendono difficile la trattazione di temi particolarmente complessi. | ||||
| Washington (AsiaNews) | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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La democrazia, la libertà, i diritti dell’uomo e la stessa solidarietà che deve unire tutti gli esseri umani sono, alla fine, tutti collegati con il principio che esiste un “ordine morale basato sulla signoria di Dio” e che va rispettato. Temi cari alla storia degli Stati Uniti nel primo discorso pubblico pronunciato da Benedetto XVI nella sua visita negli Usa, ma anche questioni legate all’intera umanità, sia nella prospettiva del suo intervento alle Nazioni Unite, sia in quella del ruolo mondiale del Paese che lo ospita.
Cerimonia ufficiale di benvenuto e visita privata al presidente George Bush, entrambe ala Casa Bianca, sono il primo appuntamento del Papa, arrivato ieri in tarda serata a Washington. Accolto da una salva di 21 colpi di cannone e con 10mila invitati raccolti nel giardino, Benedetto XVI ha toccato quelli che saranno due dei temi centrali della visita, lasciando fuori solo le questioni interne alla vita della Chiesa cattolica in questo Paese, naturalmente fuori tema in un discorso rivolto al presidente degli Stati Uniti.
Fuori programma, ma prevedibili, gli auguri rivolti al Papa per gli 81 anni che compie proprio oggi.
Democrazia, libertà e diritti umani, dunque, ma visti con quel legame con la fede che peraltro è espressamente indicato nella Costituzione americana. “Sin dagli albori della Repubblica – ha detto infatti - la ricerca di libertà dell’America è stata guidata dal convincimento che i principi che governano la vita politica e sociale sono intimamente collegati con un ordine morale, basato sulla signoria di Dio Creatore. Gli estensori dei documenti costitutivi di questa Nazione si basarono su tale convinzione, quando proclamarono la ‘verità evidente per se stessa’ che tutti gli uomini sono creati eguali e dotati di inalienabili diritti, fondati sulla legge di natura e sul Dio di questa natura”. E’ il fondamento stesso della democrazia.
E la libertà, così cara alla tradizione americana “non è solo un dono, ma anche un appello alla responsabilità personale”. “La difesa della libertà chiama a coltivare la virtù, l’autodisciplina, il sacrificio per il bene comune ed un senso di responsabilità nei confronti dei meno fortunati. Esige inoltre il coraggio di impegnarsi nella vita civile, portando nel pubblico ragionevole dibattito le proprie credenze religiose e i propri valori più profondi. In una parola, la libertà è sempre nuova. Si tratta di una sfida posta ad ogni generazione, e deve essere costantemente vinta a favore della causa del bene”. Il riferimento al superiore ordine morale, nelle parole del Papa, si è fatto ancora più esplicito a proposito della democrazia.
Il riferimento a temi come l’ordine morale, la libertà e la democrazia che, pur legati alla storia ed alla cultura statunitense, ne superano le dimensioni si è infine allargato, nel discorso del Papa, quando ha fatto riferimento ala visita che, venerdì 18, compirà alla sede dell’Onu. In tale occasione, ha detto, “spero di incoraggiare gli sforzi in atto per rendere quella istituzione una voce ancor più efficace per le legittime aspettative di tutti i popoli del mondo. A questo riguardo, nel 60mo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, l’esigenza di una solidarietà globale è più urgente che mai, se si vuole che tutti possano vivere in modo adeguato alla loro dignità, come fratelli e sorelle che abitano in una stessa casa, attorno alla mensa che la bontà di Dio ha preparato per tutti i suoi figli”. | ||||
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A differenza del celibato dei laici, quello dei sacerdoti è determinato da una scelta libera e consapevole dell'uomo psichicamente maturo (è una delle principali condizioni poste a chi desidera accedere agli Ordini sacri) e come tale non provoca frustrazioni, che sono invece una reazione psicologica molto frequente tra quei laici che, desiderando un altro stato di vita, si sentono "condannati" a una vita di solitudine. Tale tipo di reazione si manifesta più spesso nelle donne che negli uomini e in molti casi il desiderio non appagato della vita coniugale e della maternità diviene causa di depressioni psichiche. Fare una scelta significa sempre rinunciare ad altre possibilità, ad altri valori, ma una scelta libera, fatta di propria volontà è anche testimonianza della convinzione che il valore scelto è superiore a tutti gli altri. Il sacerdozio è talmente carico di possibilità di autorealizzazione da dare alla vita dell'uomo che l'ha scelto quel senso di pienezza che tanto spesso manca nella vita della gente comune. Paternità spirituale, potestà" di sciogliere e di legare, gioia di portare agli altri, con le proprie mani, quel dono supremo che è Dio stesso, pongono la dignità sacerdotale su un piano cosi alto nella gerarchia delle possibilità umane che non è' possibile paragonarla a qualsiasi altro valore, e non lascia spazio alle frustrazioni. Nella mentalità comune, il sacerdozio è stato sempre legato all'obbligo del celibato e tale disposizione della Chiesa non ha in genere trovato, nei secoli passati, una vera contestazione. Sia la vocazione al sacerdozio sia quella al matrimonio richiedono la stessa totale dedizione e quindi si escludo no a vicenda, anche se il tipo di personalità richiesto in entrambi i casi è in fondo identico. Nel Novecento, invece, si ha non tanto la negazione dell'idea stessa di celibato, quanto piuttosto il dubbio sulla reale possibilità di mantenere decisioni a esso legate. Giovanni Paolo II, parlando del celibato sacerdotale, lo definisce spesso "sacro" - "il sacro celibato sacerdotale" - sottolineando che non si tratta di una semplice rinuncia alla vita coniugale, poiché il suo senso profondo consiste nella castità e nella verginità, nell'unione suprema con Dio.
Il celibato rispetto al sesto comandamento Il mondo moderno, a causa della crescente tendenza al permissivismo e all'esaltazione della dimensione biologica dell'uomo, tende a negare la sua capacità di vivere la castità per, tutta la vita. La rinuncia all'attività sessuale viene percepita da alcuni come castigo, da altri come ideale irraggiungibile, da altri ancora come un modo di vivere "contrario alla natura umana ". Dimenticando la particolare grazia del sacramento, che dà" il sostegno e la forza necessaria per realizzare tale vocazione, si confonde spesso il celibato sacerdotale con quello dei laici i quali, non avendo una motivazione profonda, non osservano il sesto comandamento, anche se si ritengono cattolici credenti. La legge costituita da Dio e destinata a tutti " non fornicare " viene contestata anche basandosi su quanto quotidianamente si osserva: tante sono nei nostri tempi le persone che trasgrediscono questo comandamento che esso può addirittura sembrare "inadeguato" alle capacità umane, quasi fosse impossibile rispettarlo. Questa etica permissiva, sempre più diffusa, ha determinato un atteggiamento di attesa di una svolta definitiva nella dottrina della Chiesa, non solo per quanto concerne il celibato sacerdotale, ma piuttosto per tutte le norme etiche e, tra l'altro, anche per gli obblighi del sesto comandamento. La Chiesa, cercando con intenti esclusivamente pastorali di aiutare gli uomini di questo tempo il cui specifico modello di vita è peraltro incline alla comodità, ha già reso meno rigorose diverse regole di comportamento, e questo ha provocato l'aspettativa di ulteriori cambiamenti, soprattutto nelle questioni la cui definizione appartiene alle autorità ecclesiastiche e non deriva direttamente dalla Rivelazione divina. Poiché il celibato sacerdotale, introdotto in base all'esperienza, ha in sé il carattere di decisione umana e non divina, l'uomo del ventesimo secolo sembra essere in attesa che "qualcosa cambi". Tale atteggiamento di dubbio, della "porta, aperta", rende ancora più difficile il rispetto della castità, anche da parte dei sacerdoti. Ora, la decisione definitiva e univoca - "scelgo il celibato una volta per sempre, senza possibilità di revoca" - come tutte le decisioni univoche e definitive, è più facile da realizzare di una decisione incerta - "forse si, ma vedremo dopo" - che favorisce il peccato di fornicazione, indebolendo il meccanismo di autocontrollo necessario per osservare il sesto comandamento. E' assai frequente la convinzione che l'unico rimedio ai problemi legati al celibato stia nel concedere al clero la facoltà di contrarre matrimonio. Infatti, la frequenza con cui viene commessa la fornicazione mette in crisi la convinzione sulla reale possibilità di vivere secondo altri modelli. L'uomo moderno dimentica spesso che il sesto comandamento riguarda tutti, senza eccezioni, e che non esistono circostanze in grado di sospendere la validità di questa legge divina. Sorge allora l'interrogativo se l'abolizione del celibato costituirebbe solo un consenso al matrimonio indissolubile o piuttosto la richiesta di introdurre il diritto a una vita sessuale indipendente dal matrimonio, cioè, in fondo, il tentativo di sanzionare la fornicazione in generale, anche quella dei sacerdoti. La crescente tendenza a riconoscere "i diritti" dei giovani all'attività sessuale spesso fa si che la preparazione al sacramento del matrimonio, come pure al sacerdozio, venga preceduta da una fornicazione "presacramentale", sia di carattere etero che omosessuale. Esperienze di questo genere condizionano in qualche modo il comportamento della persona, lasciano un'impronta, un ricordo che renderà poi ancora più difficile il controllo delle proprie reazioni. Il concetto errato di sessualità Le tendenze permissive dell'etica moderna traggono origine da un errato concetto della sessualità umana in generale. Il fatto stesso di essere dotato di sesso, dal quale deriva la possibilità di generare, non impone l'atto sessuale come necessario. L'uomo non è determinato nella sua attività sessuale, non esistono nell'organismo umano meccanismi che lo costringono a tale attività. Determinato è solo il sesso, quel dono del Creatore trasmesso dai genitori nel primo istante di vita. L'intera struttura somatica e la formazione psichica dell'essere umano sono nel loro sviluppo strettamente connesse con il sesso; l'esistenza umana, in ogni suo aspetto, porta i tratti della sessualità, tutto quello che l'uomo compie nella sua vita è da essa segnato. La sessualità è quindi un modo di esistere nel mondo ed è perciò assolutamente sbagliato parlarne separandola dall'uomo stesso: il sesso in quanto tale, come concetto astratto separato dall'uomo, non esiste. Esiste solo l'essere umano, dotato di sessualità; l'essere umano, che dalla propria sessualità non si può mai liberare, è maschio o femmina in ogni fase della sua vita. L'intero corpo umano porta i tratti di questa sessualità innata ed è sottoposto a un complicato sistema nervoso e di funzioni biologiche indipendenti dalla sua volontà. L'organismo umano, opera suprema del Creatore, è nella sua complessità un insieme molto armonioso, ordinato con una precisione affascinante e indipendente dal soggetto stesso. Il corpo segue da solo, senza essere comandato dalla volontà umana, le leggi della propria natura: tutte le reazioni che avvengono nell'organismo durante l'intero ciclo della vita derivano da Dio e sono suo dono. Il corpo umano, dotato di tutti gli organi necessari per vivere, possiede anche quelli che, chiamati impropriamente "sessuali", sono invece organi essenzialmente procreativi, la cui funzione consiste nel trasmettere il dono della vita. Il Creatore, dotando l'uomo di questi organi, gli ha concesso la possibilità di essere suo collaboratore nella grande opera della creazione. A tale collaborazione la persona umana viene chiamata da Dio nel sacramento del matrimonio, il quale unisce i coniugi secondo il progetto divino - "saranno due in un unico corpo" - cui e subordinata la struttura fisiologica dell'organismo umano. Non tutti sono però chiamati a essere genitori: alcuni hanno altri compiti da realizzare. Il richiamo alla procreazione, anche se frequente, non è comune a tutti. La sessualità, in quanto modo di essere dell'individuo, è data a ognuno; la procreazione, invece, è compito solo di coloro che a essa sono stati chiamati dal Creatore.
Il mito dell'orgasmo L'atto sessuale che unisce i coniugi richiede una sollecitazione degli organi genitali che normalmente rimangono inattivi. Una persona con reazioni normali non sente una particolare eccitazione di carattere sessuale senza esservi indotta. il concetto di istinto sessuale riferito all'uomo è quindi poco preciso: simile istinto, nel senso letterale del termine, non esiste, esistono solo certe reazioni sessuali che l'uomo può seguire, ma può anche controllare e dominare. Per essere compiuto, l'atto sessuale necessita di uno stato di eccitazione iniziale, come è facile osservare soprattutto nell'organismo maschile. Questa eccitazione, che può essere causata da un impulso di carattere fisiologico, emotivo o volitivo, non solo è facile da raggiungere, ma viene anche avvertita come una sensazione piacevole. Il punto culminante, chiamato orgasmo, non è altro che il meccanismo finalizzato a realizzare la procreazione. Esso facilita la fecondazione anche se, ovviamente, non la determina. Ma l'orgasmo, essendo una sensazione particolarmente intensa e profonda, diventa spesso l'unico obiettivo, viene cioè separato dalla sua funzione procreativa tanto più che è considerato "segno" dell'amore con il quale lo stesso atto sessuale è spesso erroneamente identificato. L'uomo moderno desidera il piacere e lo cerca in ogni modo. La sessuologia moderna descrive con precisione diversi metodi per raggiungere l'orgasmo e le tecniche per provocarlo, dimenticando spesso che questo stato di massima eccitazione è solo mezzo e non scopo, e che può dar luogo al concepimento e a tutti i problemi connessi con il ruolo di genitori. L'atteggiamento edonistico pone l'orgasmo tra gli obiettivi più desiderati cui l'uomo mira. Per il solo fatto di essere dotato di un sesso, l'uomo si sente in qualche modo autorizzato all'attività sessuale, talvolta dichiara addirittura di esservi costretto dalle proprie reazioni somatiche. Si crea in questo modo una precisa forma di dominio sull'uomo da parte dei suoi meccanismi fisiologici.
Errato concetto di virilità La facilità con cui è possibile stimolare l'eccitazione sessuale determina in molti uomini una particolare tendenza alla ricerca del piacere e della successiva distensione. Ma tale eccitazione, soprattutto quella non volontariamente determinata, è abbastanza facile da dominare con la volontà. Infatti, ciò che differenzia l'essere umano dagli animali è la capacità di controllare le proprie reazioni. La secrezione dei gameti è indipendente dalla volontà umana; al contrario l'attività sessuale è sempre il risultato della libera decisione dell'uomo. Spesso l'uomo non dice solo "voglio", ma anche "devo farlo", e questo "devo" non è una reale necessità fisiologica, ma solo un rafforzamento del "voglio". Ma se il solo atteggiamento permissivo, il "voglio", è già sufficiente per provocare l'eccitazione, il divieto, il "non posso", non basta per dominare la reazione. Ed è proprio questo il problema più difficile: il divieto non solo è poco efficace, ma in molti casi provoca l'effetto contrario; facendo scattare i meccanismi trasgressivi, aumenta l'eccitazione. I ragazzi che tentano di rinunciare alla masturbazione, per esempio, commettono spesso l'errore di ripetere più volte a se stessi il divieto "non posso farlo perché è peccato". Il semplice divieto non è quindi l'atteggiamento giusto, perché provoca tensione ed è difficile da attuare; importante invece è la consapevole libera scelta: non commetto il peccato, non perché è vietato farlo, ma perché sono consapevole del fatto che è male e vi rinuncio di mia spontanea volontà. Identiche considerazioni possono essere fatte per il celibato sacerdotale: se il candidato al sacerdozio non possiede una profonda motivazione nel fare la sua scelta e nel rinunciare al matrimonio, non apprezzerà mai il valore della castità e l'immergersi con totalità nell'amore divino.
Il celibato come stile di vita L'uomo psichicamente maturo, nello scegliere il proprio modo di vivere, dovrebbe aver ben chiaro anche il modo in cui realizzare la sua decisione, ed essere consapevole delle conseguenze e delle responsabilità assunte. Alla maturità psichica ed emozionale contribuiscono, in misura diversa, molti fattori, ma anzitutto il ripetuto e costante lavoro su se stesso. L'uomo, essendo un'entità complessa, ha come compito la propria realizzazione, ma solo attraverso uno sforzo ininterrotto potrà raggiungere quella maturità che Karol Wojtyla chiama "autopossesso" e che è indispensabile alla realizzazione di ogni vocazione. Il sacerdozio esclude il matrimonio non tanto perché la Chiesa l'ha deciso, ma piuttosto perché, richiedendo una dedizione assoluta, non lascia spazio all'impegno, altrettanto totale, esigito dal matrimonio e dalla paternità. Purtroppo spesso il futuro sacerdote vive in un ambiente che non accetta l'idea della dedizione totale perché vi domina l'atteggiamento edonistico.
L'ascetismo nella vita del cristiano Nel mondo attuale anche le persone credenti spesso riescono a comprendere razionalmente il senso più profondo del cristianesimo. L'amore del prossimo comporta la necessità della rinuncia, l'aiuto alla persona amata richiede talvolta un vero sacrificio. La vita in Cristo esige una continua disponibilità al sacrificio, tanto più la vita di chi intende accedere agli Ordini sacri. Tra i vari valori cui si deve rinunciare per realizzare il sacerdozio c'è anche la possibilità di esercitare la propria attività sessuale. Ma poiché nella mentalità comune l'attività sessuale viene identificata solo con il piacere, l'esigenza del celibato appare come la privazione di quel piacere. Dal punto di vista della fisiologia del corpo umano, la rinuncia all'attività sessuale non costituisce la mortificazione di una particolare esigenza, poiché il corpo non possiede meccanismi che lo costringano a tale attività. Gli organi genitali maschili, nonostante la continua attività delle gonadi in quanto ghiandole endocrine, non reagiscono senza essere stimolati. La castità non apporta quindi all'organismo alcun effetto negativo, anzi si può persino dire che "risparmia l'energia" dell'uomo, permettendogli di concentrarsi su altre attività. Ora, per raggiungere tale stato di armonioso equilibrio, oltre un atteggiamento deciso della volontà, è necessario vivere in modo ordinato, mantenendo una certa "igiene" fisica e psichica e una disciplina interiore. E' inoltre necessario capire il proprio corpo, conoscere le sue reazioni e i meccanismi che le provocano. Conoscendo il modo di reagire del proprio corpo, si potranno evitare gli stimoli che provocano reazioni indesiderate, perché il corpo umano è obbediente alla volontà dell'uomo se questo impara a dominarlo. Le reazioni somatiche sono sempre condizionate da un impulso esterno e quindi, come è possibile renderlo più sensibile agli stimoli esterni, cosi è anche possibile dominarlo in modo che non risponda a tali stimoli. Il ragazzo, maturando, impara a capire il meccanismo delle proprie reazioni e a controllarle. In pratica ogni uomo è costretto ad acquisire tale capacità di dominare le proprie reazioni, perché obbligato dalle stesse esigenze della vita sociale. L'atto sessuale, infatti, appartenendo alla sfera più intima dell'uomo, non è mai compiuto in modo spontaneo, sotto l'impulso del momento, ma richiede sempre un contesto e un tempo adatti, il che comporta la necessità di controllare le reazioni somatiche. La spontaneità, nel senso letterale del termine, non esiste nell'attività sessuale . Ora, il sacerdote, per la vocazione dell'uomo che ha scelto, deve rendersi conto che non esiste per lui la possibilità di attivare i meccanismi e a reazione sessuale e che, facendolo, entra in collisione con se stesso e il voto pronunciato. E' da tale situazione che può nascere la nevrosi: non il celibato crea lo stress, ma la mancata fermezza nella sua realizzazione a causa di immaturità psichica, di semplice debolezza umana o di insufficiente accettazione della stessa idea del celibato. Al contrario, se il candidato al sacerdozio impara a evitare gli stimoli e se considera gli altri una grande famiglia, come Gesù insegna, non risentirà dell'astinenza in modo particolare, e non avrà nostalgia di un altro modo di vivere, poiché la propria scelta gli dà gioia e pienezza.
Maturità e realismo della fede Ogni uomo acquista, nel processo di maturazione psicofisica, la coscienza dello scopo della propria esistenza e il senso della vita come tale. Per il credente maturità significa rendersi conto del limite della vita terrena e della eternità della vita in Dio. La prospettiva dell'eternità aiuta a sopportare con pazienza le eventuali difficoltà della vita, grazie alla consapevolezza del loro carattere passeggero. Compito del sacerdote è non solo indicare ai credenti la vera dimensione dell'esistenza umana, ma anche testimoniarla nella propria vita. Le parole di Gesù sul giudizio finale fanno riferimento in modo particolare alle persone cui "è stato dato di più". Il sacerdozio costituisce, per sua natura, l'apogeo delle possibilità umane: non esiste dignità più grande, ma anche responsabilità più grande. Ora, la consapevolezza della responsabilità, che il dono di Dio comporta, costringe a una profonda riflessione. Il dono della sessualità non è semplicemente dono, ma, come tutta la vita, è anche compito posto dinanzi all'uomo. La castità non costituisce in realtà un vuoto di esperienze positive, ma al contrario,, attraverso lo sforzo della volontà, è anch'essa mezzo per giungere a uno stato di equilibrio, fonte inesauribile di soddisfazione e di gioia. L'atto sessuale offre solo un attimo di piacere e lascia spesso un senso di vergogna e di imbarazzo di fronte alle reazioni del proprio corpo. La coscienza di avere pieno potere sulle proprie reazioni istintive, invece, dà all'uomo non solo una vera gioia, ma soprattutto un senso di libertà, poiché solo nel momento in cui diviene capace di vivere in conformità con il sistema di valori scelto, l'uomo può dirsi veramente libero. La gioia che ne deriva è pura e durevole e aiuta a raggiungere uno stato di equilibrio psichico. La persona che riesce a realizzare questi principi nella quotidianità della vita comunica la propria pace e armonia interiore anche agli altri. L'influenza che i sacerdoti dotati di questa particolare capacità hanno sulla gente è enorme, perché il bisogno di pace è comune a tutti. Il peccato dà sempre inquietudine, la virtù, anche se pagata a caro prezzo, dà gioia. Inoltre la coscienza della grazia di cui è depositario, il privilegio di offrire Dio alla gente nei sacramenti, deve riempire il sacerdote di gioia ancora più grande e di riconoscenza per il dono della vocazione. In tale situazione il celibato non può. costituire una vera difficoltà, perché l'uomo è talmente piena nella grazia e dell'amore divino da dimenticare in qualche modo la propria persona. Le vite di molti santi sacerdoti ne sono testimonianza.
Difficoltà nella realizzazione del celibato La mentalità attuale costituisce un ostacolo per l'idea del sacerdozio come ricerca di santità personale e di santificazione del mondo. Le difficoltà che il sacerdote incontra se seguendo la sua vocazione sono di vario genere, ma quelle legate all'osservanza del celibato sono particolarmente gravi dal momento che trasgredire questo obbligo significa di solito peccare contro il sesto comandamento. Infatti un religioso non chiede mai la dispensa e il permesso di contrarre matrimonio prima di aver commesso il peccato. Ma non si può dimenticare che nella vita del sacerdote non esiste più la facoltà di scegliere tra sacerdozio e matrimonio: la scelta è già stata fatta ed è praticamente irrevocabile, perché venir meno al proprio impegno significa degradarsi moralmente. a) Errato concetto di sessualità. Le difficoltà possono sorgere nel momento in cui il sacerdote cede alla convinzione ampiamente diffusa che l'uomo è sottoposto al determinismo biologico. t infatti sempre più forte l'errata convinzione che il maschio è, in certo senso, costretto all'attività sessuale per il fatto stesso di essere maschio. Esiste persino l'opinione che l'atto sessuale "verifica" la virilità, che senza di esso l'uomo è, in qualche modo, invalido, non realizzato. Concetti di questo genere, soprattutto se ripetuti, come spesso accade, dalle autorità mediche nel campo della sessuologia, possono facilmente servire per giustificare il proprio comportamento. La persona, dominata ormai dal proprio corpo, si giustifica dicendo che "non è possibile" fare altrimenti. b) L'altro fattore che rende più difficile il dominio della propria sessualità è costituito dalla stanchezza fisica e psichica, accompagnata da un eccesso di stimoli, soprattutto di carattere visivo (gli uomini reagiscono con particolare intensità alle impressioni visive e Gesù stesso ammonisce contro le tentazioni della vista). Se allo stress, accresciuto dall'abuso di nicotina, caffeina e simili, si sovrappongono immagini di carattere erotico, il meccanismo di autocontrollo, soprattutto nei giovani, può essere indebolito. La castità richiede una disciplina e un'igiene continua nel modo di vivere. Cedendo allo stimolo, non ci si può aspettare che il corpo resista con facilità alle reazioni somatiche; il corpo', di per sé, non ha la facoltà di controllare le proprie reazioni. Gli stimoli che possono provocare reazioni sessuali sono di diversi tipi. Quelli più semplici, di tipo meccanico, per esempio, sono generalmente facili da evitare e anche i ragazzi molto giovani sono di solito in grado di dominarli. Più pericolosi, invece, sono quelli che derivano dall'uomo stesso, dalla sua immaginazione. E' quindi estremamente importante per ogni sacerdote saper mantenere la disciplina dei pensieri e della fantasia. Si può peccare anche solo con il pensiero: guardando un'altra persona con desiderio, trattandola come un oggetto, si commette nel profondo del cuore il peccato di fornicazione. Se tale atteggiamento domina il cuore, si manifesterà anche esternamente; al contrario, se la persona interiormente pulita, nessuna situazione esterna potrà provocare reazioni somatiche contrarie alla sua volontà. L'eccitazione sessuale dipende in primo luogo dalle intenzioni con cui si va incontro all'altra persona, come la si guarda e cosa in essa si vede. Il sacerdote è obbligato a scorgere nell'altro lo stesso Cristo, la finalità dell'incontro può essere soltanto di avvicinare quella persona a Dio. Tutto il corpo umano partecipa alla vocazione specifica di ogni uomo, poiché non è possibile esistere al di fuori della propria corporeità. Anche il corpo deve quindi coadiuvare il sacerdote nel suo compito di pastore delle anime. La maturità porta a vivere il ruolo di padre, specialmente nel sacerdote, cui compito è generare le anime (cfr. san Paolo). L'atteggiamento concupiscente si impadronisce dell'altra persona, tende a sottometterla e a umiliarla, trattandola come un oggetto. L'amore paterno invece si offre senza nulla chiedere. Ma per giungere a questo è necessario insegnare al corpo l'autocontrollo. La castità è quindi un continuo sforzo per sottomettere pienamente il corpo alle aspirazioni dell'anima. Il corpo di ogni essere umano è sempre soggetto allo spirito: allo Spirito Santo oppure allo spirito " di questo mondo ". c) Il peso del passato. Non senza motivo, nei tempi passati, la Chiesa esigeva dai candidati al sacerdozio la verginità, poiché una delle condizioni che rendono particolarmente difficile la realizzazione del celibato è la memoria che il corpo conserva delle proprie esperienze passate. E sempre possibile un ritorno a Dio e un rinnovamento dell'anima, poiché il corpo conserva il ricordo del passato e, anche se il peccato e stato assolto, i suoi effetti perdurano. Il corpo abituato ad arrendersi a un dato tipo di reazioni difficilmente si sottometterà alla nuova disciplina, e di conseguenza più difficilmente potranno osservare l'obbligo del celibato coloro che commettevano peccato di fornicazione o masturbazione. Identico discorso deve essere fatto per le immagini pornografiche: il ricordo che rimane negli occhi, se da una parte rende odiosa tutta la sfera della sessualità, dall'altra provoca eccitazione e situazioni conflittuali. ovviamente non si tratta di isolare il sacerdote dal mondo che lo circonda, ma di proteggere quel grande dono che è la castità. Impor | ||||