14 Aprile 2008

Anno III, Numero 9

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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"L'autorità nella vita religiosa: servizio, non comando"
Una Giornata accademica analizza i modelli di autorità nella Chiesa
Roberta Sciamplicotti
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L'autorità intesa non come comando, ma come servizio è stata al centro di una Giornata accademica svoltasi questo mercoledì presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino – Angelicum di Roma.

Il tema della riflessione, organizzata dalla Facoltà di Diritto Canonico, è stato “Diversi modelli di Autorità presenti nella vita religiosa della Chiesa latina. Riflessioni e prospettive in occasione del XXV Anniversario di Promulgazione del Codice di Diritto Canonico”.

Introducendo l'evento, il Decano della Facoltà, padre Bruno Esposito, O.P., ha osservato che l'incontro ha rappresentato un'occasione per “fare un bilancio e valorizzare quello strumento che il Codice è nel contesto della dimensione sociale del Popolo di Dio”.

Riflettere sui diversi modelli di autorità religiosa, ha spiegato, “significa prendere prima di tutto coscienza dell’importanza della questione per tutta la vita della Chiesa, ma anche della rilevanza della dimensione giuridica in genere”.

Accanto a questo, l'evento si è posto come opportunità per “far superare a molti le tante, infondate precomprensioni sul diritto canonico e sulla funzione dell’autorità stessa nella Chiesa e nella vita religiosa”.

A questo proposito, ha commentato, non è stata casuale la scelta del termine “Autorità”, anche se il Codice usa quasi sempre il termine “Superiore”.

L'interesse per l'argomento si riscontra a vari livelli, in primo luogo all'interno della realtà in questione, “dove una chiara comprensione della natura dell’autorità ed il suo corretto esercizio sono di vitale importanza per l’esistenza stessa della vita religiosa”.

“Oggi non a caso si parla più di 'crisi dell’autorità' che di crisi del voto di obbedienza”, e la situazione è il “risultato di una confusione che è sotto gli occhi di tutti, ma che trova la sua origine anche in una mancanza di coscienza dei doveri e dei diritti propri di chi è costituito in autorità”, ha constatato.

“I pericoli dell’autoritarismo arbitrario, da una parte, o dell’assenza o della latitanza dell’autorità dall’altra, sono molte volte proprio il prodotto di una fede povera/rachitica, di una lacunosa preparazione teologica e di una colpevole ignoranza giuridica”.

Secondo padre Esposito, l’assunzione del servizio dell’autorità “comporta per il religioso interessato il dovere morale di acquisire secondo le sue possibilità, se non l’ha già, tutto ciò che l’aiuterà a svolgere nel modo migliore il suo servizio”.

Accanto a questo, c'è “il livello di collocazione e di rapporto dell’autorità religiosa con coloro che nella Chiesa hanno la pienezza della sacra potestas, il Romano Pontefice ed i Vescovi”.

In questo ambito, “la legittima autonomia degli Istituti non può essere intesa come indipendenza nei confronti di coloro ai quali Cristo ha affidato la Sua Chiesa”, e “non va dimenticato il ruolo particolare dei Superiori Maggiori degli Istituti religiosi e delle Società di vita apostolica, clericali di diritto pontificio, che in quanto tali godono della potestà ecclesiastica di governo e sono quindi a pieno titolo 'Ordinari', partecipando così, in un modo proprio, a detta potestà ecclesiastica”.

Ad ogni modo, ha constatato padre Esposito, è proprio l'autorità la prima a dover obbedire a Dio e alla fraternità. Governare non vuol dire quindi comandare, ma servire la salvezza perché raggiunga il più alto numero possibile di fratelli.

L’auspicio, ha concluso, è che dalla Giornata di studio “possano emergere suggerimenti concreti per meglio cogliere la natura dell’autorità nella vita religiosa al fine di individuare i migliori strumenti giuridici per rendere il suo ruolo il più incisivo possibile”.

La questione si rivela “quanto mai opportuna per superare le sempre pericolose polarizzazioni tra Chiesa dello spirito e Chiesa del diritto, tra carisma ed istituzione, tra giusta autonomia degli Istituti e gli interventi degli Ordinari del luogo”.

Sono intervenuti alla Giornata, tra gli altri, il Cardinale Franc Rodé, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, e monsignor Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.

Le relazioni dell'incontro verranno pubblicate nell’ultimo numero del 2008 della rivista “Angelicum”.





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"Ubi primum"
esalta il valore e la funzione degli Ordini Regolari
Papa Pio IX
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Quando, per arcana decisione della divina Provvidenza, fummo elevati al governo di tutta la Chiesa, fra le precipue cure e sollecitudini del Nostro Ministero Apostolico nulla avemmo più a cuore che abbracciare con singolare affetto della Nostra paterna carità le vostre Religiose Famiglie, seguirle, proteggerle e difenderle con la massima attenzione, interessati a provvedere al loro sempre maggior bene e splendore. Esse, infatti, istituite – per la maggior gloria di Dio Onnipotente e per procurare la salvezza delle anime – ad opera di santissimi uomini sotto l’afflato dello Spirito Santo, e confermate da questa Sede Apostolica, con le loro molteplici caratteristiche formano quella bellissima varietà che mirabilmente abbellisce la Chiesa, e costituiscono quelle scelte milizie ausiliarie che furono sempre di grandissimo ornamento e di aiuto sia alla comunità cristiana, sia alla società civile.

Infatti i loro membri, chiamati per singolare dono divino a professare i precetti della sapienza evangelica, stimando che per loro nulla vale a confronto dell’eminente scienza di Cristo Gesù, disprezzando con animo eccelso e invitto tutti i beni della terra e guardando unicamente a quelli celesti, furono sempre visti intenti ad opere egregie e a compiere gloriose imprese con le quali hanno così grandemente meritato, sia per la Chiesa Cattolica che per la società civile. Nessuno infatti ignora né può ignorare che le Famiglie Religiose fin dalla loro prima istituzione furono celebri per la presenza di innumerevoli uomini egregi che, insigni per tante opere di dottrina e di cultura, con l’ornamento di tutte le virtù, risplendenti della gloria della santità, illustri anche per altissime cariche e ardenti di grandissimo amore verso Dio e verso gli uomini; fatti spettacolo al mondo, agli Angeli e agli uomini, non trovarono nulla di più delizioso che dedicarsi giorno e notte con ogni cura e costanza alla meditazione delle cose divine, portare sempre nel proprio corpo la mortificazione di Gesù, propagare la fede e la dottrina cristiana dal sorgere al tramontar del sole, combattere decisamente per esse, sopportando validamente amarezze, tormenti e supplizi, e dando anche la vita, per condurre popoli rudi e barbari dalle tenebre dell’errore, da costumi selvaggi e dalla abiezione del vizio alla luce della verità evangelica e alla cultura di una società civile, coltivando le lettere, le varie discipline e le arti, salvandoli dalla rovina; plasmando le tenere menti dei giovanetti e i loro ingenui cuori alla pietà e alla onestà, arricchendoli di sane dottrine e richiamando gli erranti alla salvezza. E questo non basta; infatti, rivestiti di intima misericordia, non c’è alcun genere di eroica carità che essi non abbiano esercitato, come prestare ogni genere di aiuto della cristiana beneficenza e provvidenza ai prigionieri rinchiusi nelle carceri, ai malati, ai moribondi e a tutti i miseri, ai poveri, ai colpiti da calamità per lenire il loro dolore, tergere le lacrime e provvedere alle loro necessità con ogni opera e possibile aiuto.

Da qui consegue che i Padri e i Dottori della Chiesa meritatamente e a pieno titolo hanno sempre esaltato con grandi lodi questi amanti della perfezione evangelica e hanno sempre combattuto contro i loro oppositori che temerariamente osano denunciare queste Sacre Istituzioni come inutili ed esiziali per la società.

I Pontefici Romani Nostri Predecessori, dimostrando sempre un benevolo affetto verso gli Ordini Regolari, non hanno mai desistito dal proteggerli con il patrocinio dell’Autorità Apostolica, dal difenderli e dal gratificarli con privilegi ed onori sempre maggiori, ben sapendo quali e quanti vantaggi ed utilità da questi Ordini si sono riversati in ogni tempo sull’intera Cristianità. Anzi, i Nostri Predecessori furono sempre tanto solleciti per questa così eletta porzione del gregge del Signore, che, appena sono venuti a sapere che il nemico di nascosto seminava zizzania in mezzo al buon grano e che le piccole volpi demolivano i fiorenti tralci, immediatamente si sono adoperati con ogni cura a svellere dalle radici e a distruggere qualsiasi cosa che potesse impedire i frutti copiosi e lieti della buona semente. Per questa ragione specialmente Clemente VIII, e pure Urbano VIII, Innocenzo X, Alessandro VII, Clemente IX, Innocenzo XI, e così pure Innocenzo XII, Clemente XI, Pio VII, Leone XII, Nostri Predecessori, sia prendendo salutari deliberazioni, sia emanando sapientissimi Decreti e Costituzioni non cessarono di usare tutti i mezzi della vigilanza Pontificia per rimuovere radicalmente i mali che in circostanze tristissime di eventi e di tempi si erano insinuati nelle Famiglie Religiose, onde difendere o restaurare in esse la regolare disciplina.

Noi, pertanto, per il grande amore che nutriamo per questi Ordini, emulando gli esempi illustri dei Nostri Predecessori e ispirandoci soprattutto alle sapientissime decisioni dei Padri del Concilio Tridentino , per il Nostro supremo ufficio di Apostolato abbiamo deciso di rivolgere tutte le nostre cure e i Nostri pensieri, con tutto l’affetto del cuore, alle vostre Famiglie Religiose, con lo speciale intento di consolidare ciò che fosse malfermo, di risanare ciò che fosse malato, di riannodare ciò che fosse sciolto, di recuperare ciò che fosse perduto, di rialzare ciò che fosse caduto, affinché rifioriscano l’integrità dei costumi, la santità della vita, l’osservanza della regolare disciplina, gli studi delle lettere, delle scienze, specialmente di quelle sacre, e le regole proprie di ciascun Ordine siano sempre più vigorose e fiorenti. Sebbene Ci rallegriamo nel Signore che vi siano molti membri di queste sante Famiglie che, memori della loro santa vocazione e distinguendosi nell’esempio di tutte le virtù e per la larghezza del sapere, si sforzano – seguendo santamente le vestigia dei loro Padri fondatori – di lavorare nel ministero della salvezza e di diffondere ovunque il buon profumo di Cristo, tuttavia Ci rattristiamo di trovare alcuni che, dimentichi della loro professione religiosa e della loro dignità, si sono talmente allontanati dalle Regole assunte che, non senza un grandissimo danno degli stessi Ordini e dei Fedeli, mettono in mostra soltanto una parvenza e un atteggiamento di pietà, mentre poi contraddicono con la vita e i loro costumi la santità, il nome e l’abito degli stessi Istituti che hanno abbracciato.

Inviamo quindi a Voi, Diletti Figli, che siete alla guida di codesti Ordini, questa Lettera che vi annuncia la Nostra sollecita e premurosa volontà, riguardo a Voi e ai Vostri Ordini Religiosi, e la Nostra intenzione di restaurare la regolare disciplina. Questa decisione intende soltanto raggiungere, stabilire e portare a termine, con l’aiuto di Dio, tutto quello che può contribuire a difendere l’incolumità e la prosperità di ciascuna Famiglia Religiosa, per procurare il vantaggio dei popoli, estendere il culto di Dio e accrescere sempre più la Gloria di Dio. Infatti nell’opera di rinnovamento della disciplina dei vostri Ordini, il Nostro intento e il Nostro desiderio sono di poter avere dagli stessi Ordini operai attivi e diligenti, che si distinguano non soltanto per la pietà, ma anche per la sapienza, perfetti uomini di Dio, preparati ad ogni iniziativa buona, in modo che possiamo usare della loro opera nel coltivare la vigna del Signore, nel propagare la fede cattolica, specialmente fra i popoli infedeli, e nel curare i gravissimi problemi della Chiesa e di questa Sede Apostolica. Affinché poi si realizzi prosperamente e felicemente un’impresa di tanta importanza per la religione e per gli stessi Ordini Regolari, come è grandissimo desiderio di tutti, e si raggiunga l’effetto auspicato, ripercorrendo le vestigia dei Nostri Predecessori abbiamo istituito una speciale Congregazione dei Nostri Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa, che abbiamo denominata "Dello Stato degli Ordini Regolari", affinché questi Nostri Venerabili Fratelli con la loro singolare sapienza, con la loro prudenza, con il loro consiglio e con la loro esperienza nell’operare Ci diano una mano in un’impresa tanto importante.

Ma a compartecipare a quest’opera chiamiamo anche Voi, Figli Diletti, e ardentemente Vi ammoniamo, esortiamo e scongiuriamo nel Signore di voler collaborare attivamente in questo Nostro lavoro, affinché il Vostro Ordine Religioso rifulga della pristina dignità e del primitivo splendore. Pertanto, per il posto che occupate, per l’ufficio di cui siete stati insigniti, non lasciate nulla di intentato affinché i Religiosi a Voi soggetti, meditando seriamente sulla vocazione alla quale sono stati chiamati, degnamente camminino in essa e si adoperino ad osservare sempre religiosamente quei voti che un tempo hanno fatto a Dio.

Provvedete con ogni vigilanza che essi, seguendo le vestigia insigni dei loro Maggiori, custodendo la santa disciplina, avversando completamente gli allettamenti del mondo, gli spettacoli e le occupazioni cui hanno rinunciato, si dedichino incessantemente alla preghiera, alla meditazione delle cose celesti, allo studio e alla lettura; si occupino della salvezza delle anime secondo le norme del proprio Istituto e, mortificati nella carne, ma vivificati nello spirito, si mostrino al Popolo di Dio modesti, umili, sobrii, benigni, pazienti, giusti, irreprensibili nell’integrità e nella castità, ferventi nella carità, degni di essere onorati per la sapienza, per non essere di offesa a chicchessia, ma in grado di mostrare a tutti l’esempio di buone opere, affinché chi è contrario si vergogni, non avendo nulla da dire contro di essi. Voi ben sapete di quale santità di vita e di quale ornamento di tutte le virtù devono risplendere coloro che, avendo rigettato radicalmente tutte le blandizie, le voluttà, gl’inganni e le vanità delle cose umane, hanno promesso e si sono consacrati a Dio soltanto e al culto di Dio, affinché il popolo cristiano, guardando a loro come in un nitidissimo specchio, ne tragga argomenti di pietà, di fede e di ogni virtù, onde percorrere le vie del Signore con passo sicuro.

E poiché lo stato e il decoro di ogni Religiosa Famiglia dipendono dalla oculata ammissione dei postulanti e dalla loro migliore formazione, Vi esortiamo caldamente di esaminare prima con cura l’indole, l’intelligenza, i costumi di coloro che vogliono entrare nella vostra Religiosa Famiglia e di investigare per quale deliberazione, con quale spirito e per quale ragione si sentano portati ad iniziare la vita religiosa. E allorché avrete conosciuto che essi nel disegno di abbracciare la vita religiosa non aspirano ad altro che alla gloria di Dio, all’utilità della Chiesa, alla salvezza propria ed altrui, dedicatevi con ogni cura e diligenza a quest’opera; cioè che nel tempo del probandato e noviziato siano educati piamente e santamente da ottimi Maestri, secondo le regole del proprio Ordine, e siano formati all’esercizio di ogni virtù e a vivere perfettamente la Regola di vita dell’Istituto che hanno abbracciato. E poiché fu sempre un particolare e illustre titolo di lode degli Ordini Regolari il favorire e coltivare lo studio delle lettere e illustrare la scienza delle cose divine e umane con tante opere dotte e laboriose, per questo Noi grandemente Vi invitiamo e Vi esortiamo a promuovere con la massima cura e solerzia la gestione degli studi e con ogni sforzo far sì che i vostri alunni si dedichino costantemente all’apprendimento delle lettere umanistiche e delle più severe discipline, specialmente quelle sacre, affinché essi per primi preparati nelle più sane e acute dottrine, sappiano affrontare le mansioni del proprio ufficio ed esercitare i sacri ministeri con fede e sapienza. Poiché grandemente desideriamo che tutti coloro che militano nel campo del Signore, tutti ad una sola voce rendano gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo e, perfetti nel medesimo sentimento e nel pensiero, siano solleciti nell’osservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace, Venerabili Fratelli, Noi Vi chiediamo che, uniti ai Vescovi ed al Clero secolare con strettissimo vincolo e patto di concordia e di carità, con somma unione di animi, niente Vi stia più a cuore che usare tutte le Vostre forze per l’opera del ministero, per l’edificazione del Corpo di Cristo, emulando sempre i migliori carismi. "Esistendo infatti un’unica Chiesa di Prelati Regolari e Secolari e di sudditi, sia esenti o non esenti, al di fuori della quale nessuno può salvarsi, e che hanno tutti lo stesso Signore, la stessa fede ed un unico Battesimo, è necessario che tutti coloro che appartengono allo stesso Corpo abbiano anche la stessa volontà e, come fratelli, siano sempre stretti dal vincolo della carità" .

Queste sono le esortazioni e gli ammonimenti che abbiamo voluto esprimere con questa Nostra Lettera, affinché comprendiate quanta benevolenza nutriamo per Voi e le Vostre Religiose Famiglie e con quanta sollecitudine vorremmo provvedere alla conduzione, all’utilità, alla dignità e allo splendore delle Vostre comunità. Non dubitiamo che anche Voi, per la Vostra esimia pietà, virtù, prudenza e per il grandissimo amore verso il Vostro Ordine, sarete santamente orgogliosi di rispondere pienamente ai Nostri desideri, alle Nostre cure e ai Nostri consigli.

Con questa fiducia e con questa speranza, e come testimonianza della Nostra particolarissima benevolenza e carità verso Voi e tutti i Religiosi Vostri Confratelli, impartiamo a Voi, Diletti Figli Religiosi, e ad essi, con tutto il cuore, l’Apostolica Benedizione





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"Celibato: un volume chiarificatore "
Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici
Card. Alfons M. Stickler,- Pietro Cantoni
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Vi sono argomenti che hanno solo l’apparenza della particolarità. Si potrebbe avere, infatti, l’impressione che un tema come il "celibato ecclesiastico" riguardi solamente la figura del sacerdote e del sacerdote della Chiesa latina, posto che in Oriente — anche nell’Oriente cattolico — vige una disciplina diversa.

Sarebbe solo un’impressione superficiale.

Certamente per un cattolico quanto riguarda il sacerdozio non può mai essere qualcosa di secondario. Un cristiano non può correttamente pensare sé stesso senza la Chiesa e di questa Chiesa sacerdozio e clero sono elementi strutturali indispensabili. È stato osservato molto bene che, "fra tutte le "grandi religioni" il cristianesimo dell’Occidente medioevale (come il cattolicesimo moderno che ne è scaturito) ebbe come propria caratteristica uno stretto legame con l’esistenza di una Chiesa, di un clero, di un dogma. Questi tratti principali lo distinguono in modo speciale dalle altre religioni precedenti, contemporanee e successive" (Jean-Claude Schmitt, Medioevo "superstizioso", trad. it., Laterza, Roma-Bari 1992, p. 3).

Ma vi è di più: il celibato ecclesiastico è al centro di una discussione che va ben al di là dell’ambito strettamente ecclesiale. La posta in gioco non è solo un problema di disciplina ecclesiastica, ma tutta la concezione dell’amore umano. Attraverso questo problema vengono alla luce modi diversi e antitetici di guardare all’amore umano e alla questione della sessualità. È chiaro che il celibato sacerdotale — assieme al voto religioso di castità — è anche un’importante testimonianza sul senso vero e ultimo dell’amore umano, che non si identifica con la genitalità e, lungi dallo sminuire la vocazione matrimoniale, aiuta a comprenderne il significato più profondo.

Queste considerazioni sono indispensabili premesse per accostare Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici, di S. Em. il card. Alfons M. Stickler. La prima cosa da sottolineare è la non comune competenza dell’autore. Alfons Maria Stickler è nato a Neunkirchen, in Austria, il 23 agosto 1910. Entrato nella Congregazione Salesiana fondata da san Giovanni Bosco, ha dedicato la vita alla storia del Diritto Canonico, disciplina nella quale si è affermato come autorità universalmente riconosciuta. È stato rettore magnifico dell’Università Salesiana, ha collaborato come perito ai lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II e alla preparazione del nuovo Codice di Diritto Canonico ed è — fra l’altro — uno dei tre vicepresidenti del Bureau dell’Associazione Internazionale di Storia del Diritto e delle Istituzioni. Nel 1985 Papa Giovanni Paolo II lo ha creato cardinale. I suoi studi sono caratterizzati dalla fedeltà a un principio metodologico fondamentale: non è possibile comprendere le istituzioni della Chiesa senza sforzarsi di penetrare i presupposti teologici che le sorreggono. Ecco perché la sua riflessione accomuna la precisione e l’acribia dello storico con la profondità del teologo speculativo.

La mano sicura dello studioso maturo guida il lettore all’interno di problematiche complesse, anche di natura metodologica, senza indulgere a nessun pressappochismo. Ciononostante — o forse proprio per questo — l’opera è di lettura eccezionalmente piana e scorrevole.

La tesi di fondo è innovativa, almeno per il profano, perché l’autore fa stato di "[...] risultati importanti, maturati proprio in questi ultimi tempi, i quali o non sono ancora entrati nella coscienza generale o vengono taciuti se sono atti a influenzare questa coscienza in una maniera non desiderata" (pp. 5-6). Si può riassumere così: la legge del celibato ecclesiastico consiste nell’obbligo della "continenza da ogni uso del matrimonio dopo l’ordinazione" (p. 8); poiché non siamo a conoscenza di nessuna decisione ecclesiastica che l’abbia introdotta come innovazione, deve essere ricondotta a una tradizione non scritta, forse addirittura di origine divino-apostolica. Questo non sarebbe d’altronde che il caso particolare di una legge generale secondo cui "[...] l’origine di ogni ordinamento giuridico consiste nelle tradizioni orali e nella trasmissione di norme consuetudinarie le quali soltanto lentamente ricevono una forma fissata per iscritto" (p. 11). La tesi corrente, secondo cui si può delineare una storia dell’introduzione della legge del celibato ecclesiastico in Occidente, è dunque assolutamente falsa, come afferma pure, alla voce corrispondente, il noto Wörterbuch der Kirchengeschichte, a cura di Carl Andresen e di Georg Denzler (Deutscher Taschenbuch Verlag, Monaco di Baviera 1982). È vero invece che si può scrivere la storia del processo inverso nella Chiesa Orientale. Capita sempre di leggere, qua e là, che il Concilio di Nicea, celebrato nel 325, respinse la proposta di obbligare i chierici al celibato o, addirittura, che a sancire questa legge fu il Concilio Lateranense II, svoltosi nel 1139. Affermazioni del genere, oggi, possono essere solo frutto di ignoranza.

Il senso del celibato è dunque tutto nella continenza sessuale. Questa, secondo la definizione di Uguccio di Pisa, consiste "nel non contrarre matrimonio e nel non usare di quello contratto" (p. 7). Non è dunque — di per sé — affare di matrimonio o di non matrimonio, quanto piuttosto di uso del matrimonio stesso. Questo chiarimento di apertura è fondamentale per cogliere il nocciolo di tutta la problematica. La prassi di ordinare uomini sposati ha una lunga tradizione nella Chiesa. Essa era ancora vigente ai tempi di Uguccio, nel secolo XII. L’ordinazione però comportava sempre l’obbligo di astenersi dai rapporti coniugali: "In questo obbligo consiste realmente il senso del celibato che oggi è quasi comunemente dimenticato ma che in tutto il primo millennio, e anche oltre, era noto a tutti: la completa continenza da ogni generazione di figli anche da quella permessa, anzi doverosa nel matrimonio.

"[...] il divieto di sposarsi era all’inizio piuttosto di importanza secondaria ed emerse solamente da quando e quanto più la Chiesa preferì, e poi impose i candidati celibi, da cui venivano reclutati quasi o del tutto esclusivamente i candidati agli ordini sacri" (p. 8). Ecco come questa prassi è illustrata, nel 456, da Papa san Leone Magno: "Affinché [...] il matrimonio carnale diventasse un matrimonio spirituale è necessario che le spose di prima non già si mandassero via ma che si avessero come se non le avessero, affinché così rimanesse salvo l’amore coniugale ma cessasse allo stesso tempo anche l’uso del matrimonio" (p. 23).

Risultano così chiari quei passi scritturistici che parrebbero contraddire l’attuale disciplina del celibato: "Bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta" (1 Tim 3, 2; cfr. 3, 12; Tt 1, 6). La norma che escludeva dall’ordinazione chi aveva contratto un doppio matrimonio era fondata proprio sul pensiero che una tale persona non dava affidamento riguardo all’obbligo della continenza da osservarsi in futuro.

Qual è il motivo di un tale impegno? In 1 Cor 7, 5 san Paolo mette in relazione l’astensione dall’uso del matrimonio con l’intensità e l’efficacia della preghiera. Si tratta di un consiglio, vincolato al "comune accordo" dei coniugi e alla temporaneità, che non implica nessuna condanna della legittima e doverosa attività sessuale nell’ambito del matrimonio. Pone però un chiaro rapporto fra castità e preghiera che getta luce sul celibato sacerdotale. Così, nel 384, Papa Siricio spiega al vescovo Himerio di Tarragona che "san Paolo ha scritto ai Corinzi di astenersi per dedicarsi alla preghiera. Se ai laici si impone la continenza affinché vengano esauditi nella loro preghiera, quanto più il sacerdote deve essere pronto in ogni momento ad offrire in castità sicura il sacrificio e ad amministrare il battesimo" (p. 21). Anche nell’Antico Testamento si richiedeva dal sacerdote che si mantenesse "mondo" durante il tempo del servizio all’altare. Purità che comportava anche l’astensione da rapporti sessuali (cfr. Lv 22, 1-6; 15, 16-18). Solo che questa astensione era temporanea, perché temporaneo era il servizio. Lo stesso si esige anche dal sacerdote del Nuovo Testamento, con un cambiamento però che testimonia anche la profondità del passaggio dalla vecchia alla nuova economia: l’"[...] immagine del sacerdote del NT modellata sulla volontà di Cristo [...] si distingue sostanzialmente da quella dell’AT: quest’ultima è configurata solo come una funzione, per di più limitata nel tempo e puramente esteriore. Quella invece coinvolge la natura e perciò tutto l’uomo in quanto sacerdote, il suo interno ed esterno e perciò il suo servizio. Cristo dal suo sacerdote vuole anima, cuore e corpo e in tutto il suo ministero la purezza e la continenza quale testimonianza che non vive più secondo la carne ma secondo lo spirito (Rm 8, 8). Il sacerdozio levitico funzionale dell’AT non può perciò mai essere un modello di quello ontologico del NT, configurato a Cristo. Questo supera quello in tutta la sua essenza" (p. 63).

Si potrebbe dire in sintesi: il sacerdote del Nuovo Testamento non è un uomo che svolge un servizio — da cui si potrebbe poi in qualche modo distaccare —, ma è una persona intera che si fa servizio. È tutto preso per il servizio. Ecco perché non smette mai di essere prete, anche se dovesse smettere di fare il prete. Il fondamento teologico di questa concezione è la configurazione a Cristo. Dopo l’incarnazione del Verbo e la sua Passione non vi è più che un sacerdote e un sacrificio. Così come la Messa non moltiplica il sacrificio del Calvario offerto "una volta per tutte" (Eb 7, 27), ma ne moltiplica solo la presenza, così il sacerdozio della Nuova Alleanza non moltiplica il sacerdozio di Cristo ma ne moltiplica la presenza. È sacramento del sacerdozio di Cristo e in questo legame ontologico consuma tutta la sua essenza e la sua identità. Di converso una concezione funzionalistica del sacerdozio finisce per instaurare un rapporto contrattuale con Cristo. Mentre il rapporto è totale e totalizzante.

L’autore cita con particolare enfasi l’esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis circa la formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali, del 25 marzo 1992, da lui definita la "[...] "Magna Charta" della teologia del sacerdozio che rimarrà norma autorevole per tutto l’avvenire della Chiesa" (p. 65): "È particolarmente importante che il sacerdote comprenda la motivazione teologica della legge ecclesiastica sul celibato. In quanto legge, esprime la volontà della Chiesa, prima ancora che la volontà del soggetto espressa dalla sua disponibilità. Ma la volontà della Chiesa trova la sua ultima motivazione nel legame che il celibato ha con l’Ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l’ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono di sé in e con Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore" (n. 29 verso la fine).

Certamente si possono addurre altre ragioni di carattere sociologico e pratico che rendono conveniente il celibato sacerdotale, ma fermarsi a esse significherebbe non affrontare la questione. In queste parole di Papa Giovanni Paolo II, che riassumono bene il nucleo teologico di tutto lo studio, è espresso il fondo della questione stessa ed è tratteggiato insieme l’intramontabile fascino di un ideale.





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"La dispensa dal celibato sacerdotale"
SACRA CONGREGATIO PRO DOCTRINA FIDEI
Papa Giovanni Paolo II
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I. LETTERA CIRCOLARE

1. Nella lettera rivolta a tutti i sacerdoti della chiesa il giovedì santo 1979, il sommo pontefice Giovanni Paolo II, riferendosi ‑ come egli stesso diceva ‑ alla dottrina esposta dal Concilio Vaticano II, successivamente da Paolo VI nell'enciclica Sacerdotalis caelibatus e poi dal sinodo dei vescovi del 1971, ha nuovamente illustrato con chiarezza la grande stima che si deve avere del celibato sacerdotale nella chiesa latina.

Il santo padre ricorda che si tratta di cosa di grande importanza che è particolarmente connessa con la dottrina del vangelo. Dietro l'esempio di Cristo Signore e in conformità con la dottrina apostolica e la sua propria tradizione, la chiesa latina ha voluto e vuole tuttora che tutti coloro che ricevono il sacramento dell'ordine abbraccino anche questa rinuncia, non solo come un segno escatologico, ma anche come “segno d'una libertà che è a sua volta ordinata al ministero”.

Osserva infatti il sommo pontefice: “Ogni cristiano che riceve il sacramento dell'ordine s'impegna al celibato con piena coscienza e ­libertà, dopo una preparazione pluriennale, una profonda riflessione e una assidua preghiera. Egli prende la decisione per la vita nel celibato solo dopo essere giunto alla ferma convinzione che Cristo gli concede questo dono per il bene della chiesa e per il servizio degli altri... E' ovvio che una tale decisione obbliga non soltanto in virtù della legge stabilita dalla chiesa, ma anche in virtù della responsabilità personale. Si tratta qui di mantenere la parola data a Cristo e alla chiesa”. Del resto, i cristiani uniti nel matrimonio hanno il diritto ‑ aggiunge il santo padre ‑ di aspettarsi dai sacerdoti “il buon esempio e la testimonianza della fedeltà alla vocazione fino. alla morte”.

2. Tuttavia; le difficoltà che, specialmente nel corso di questi ultimi anni, i sacerdoti hanno sperimentato, sono state la causa per cui un non piccolo numero di essi ha chiesto la dispensa dagli obblighi derivanti dalla loro ordinazione sacerdotale, in special modo la dispensa dal celibato. A causa della vasta diffusione di questo fatto - cosa che ha inferto una dolorosa ferita alla chiesa, colpita in questo modo nella fonte della sua vita e che provoca un continuo dolore ai pastori e a tutta la comunità cristiana ‑ il sommo pontefice Giovanni Paolo II, fin dall'inizio del suo supremo ministero apostolico, si è convinto della necessità di stabilire una ricerca sulla situazione sulle cause e i rimedi da prendere.

3. in realtà si deve evitare che, in un problema tanto grave, la dispensa dal celibato, sia considerata come un diritto che la chiesa debba riconoscere in modo indiscriminato per tutti i suoi sacerdoti. Al contrario, vero diritto dev'essere ritenuto quello che il sacerdote con l'offerta di se stesso ha conferito a Cristo e a tutto il popolo di Dio, il quale quindi attende da lui che sia fedele alla sua promessa, nonostante le gravi difficoltà che può incontrare nella sua vita. Inoltre, si deve evitare anche che la dispensa dal celibato venga considerata, con il passare del tempo, come un effetto quasi automatico di un processo sommario amministrativo (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti di tutta la chiesa in occasione del giovedì santo, n. 9). Beni troppo preziosi qui sono messi in causa: anzitutto, quello del sacerdote che chiede la dispensa, convinto che questa sia l'unica soluzione del suo problema esistenziale e di non riuscire più a portarne il peso; poi il bene generale della chiesa che non può sopportare che un poco alla volta venga dissolto l'organico dei sacerdoti che è assolutamente necessario per l'adempimento della sua missione; infine anche il bene particolare delle chiese locali, ossia dei vescovi con il loro presbiterio, che si preoccupano di conservare, per quanto è possibile, le necessarie forze apostoliche, e contemporaneamente anche il bene di tutte le categorie di fedeli, per il servizio dei quali il ministero sacerdotale dev'essere ritenuto un diritto e una necessità. Perciò occorre fare attenzione ai molteplici aspetti che vanno raccordati tra loro, salvaguardando la giustizia e la carità: nessuno di essi può essere trascurato o peggio ancora rifiutato

4. Pertanto, consapevole dei molti e complessi aspetti di questo problema, che comportano tristi situazioni personali, e insieme tenendo conto della necessità di considerare ogni cosa nello spirito di Cristo, il santo padre ‑ al quale molti vescovi hanno dato informazioni e consigli ‑ ha deciso di prendersi un sufficiente spazio di tempo per poter arrivare, con l'aiuto dei suoi collaboratori, ad una decisione prudente e fondata su argomenti sicuri, circa l'accettazione, l'esame e la soluzione delle domande riguardanti la dispensa dal celibato. Il frutto di questa matura riflessione sono le decisioni che ora vengono brevemente esposte. L'accurata preoccupazione, di prendere in esame tutti gli aspetti che entrano in gioco ha suggerito e ispirato le norme. secondo le quali d'ora in poi dovrà essere impostato l'esame delle domande che verranno rivolte alla sede apostolica. Come è evidente, è assolutamente necessario che queste norme non siano separate dallo spirito pastorale da cui sono animate.

5. Nell'esame delle domande rivolte alla sede apostolica, oltre i casi dei sacerdoti che, avendo abbandonato già da molto tempo la vita sacerdotale, desiderano sanare una situazione dalla quale non possono ritirarsi, la Congregazione per la dottrina della fede prenderà in considerazione il caso di coloro che non avrebbero dovuto ricevere l'ordinazione sacerdotale, perché è mancata la necessaria attenzione o alla libertà o alla responsabilità, oppure perché i superiori competenti al momento opportuno, non sono stati in grado di valutare prudentemente e sufficientemente se il candidato fosse realmente idoneo a condurre perpetuamente la vita nel celibato consacrato a Dio.

In questa materia dev'essere evitata ogni leggerezza che diminuendo il significato del sacerdozio, il carattere sacro dell'ordinazione e la gravità degli obblighi precedentemente assunti, può certamente provocare un gravissimo danno e costituirà certamente anche una triste sorpresa e uno scandalo per molti fedeli. Perciò la causa della dispensa va dimostrata con argomenti efficaci per numero e solidità. Affinché le cose procedano con serietà e sia tutelato il bene dei fedeli, la stessa attenzione suggerirà che non vengano prese in considerazione quelle domande che si presentassero con sentimenti diversi dall'umiltà.

6. Nell'adempimento di questo gravoso compito che le è affidato dal romano pontefice, la Congregazione per la dottrina della fede è ben convinta di poter contare sulla piena e fiduciosa collaborazione di tutti gli ordinari interessati. Per quanto la riguarda, essa è pronta a offrire tutti quegli aiuti di cui avessero bisogno. Confida similmente che essi osserveranno prudentemente le norme proposte, perché essa ben conosce la loro preoccupazione pastorale di realizzare in questo campo condizioni necessarie per servire il bene della chiesa e del sacerdozio, e per provvedere alla vita spirituale dei presbiteri e delle comunità dei fedeli. Infine questo dicastero sa che essi non possono dimenticare i doveri della loro paternità spirituale verso tutti i loro, sacerdoti, special­mente verso quanti si trovano in gravi difficoltà spirituali, senza offrire loro un saldissimo e necessario aiuto, affinché più facilmente e con più gioia possano adempiere i doveri assunti nel giorno dell'ordinazione verso il Signore Gesù Cristo e la sua santa chiesa, senza far tutto il possibile nel Signore per riportare il fratello vacillante alla tranquillità dello spirito, alla fiducia, alla penitenza e a riprendere il primitivo fervore, offrendo aiuto, secondo i casi, con i confratelli, gli amici, i parenti, i medici e gli psicologi (cfr. Lett. enc. Sacerdotalis caeIibatus, n. 87 e 91).

7. A questa lettera vengono allegate le norme procedurali, che si devono osservare nella preparazione della documentazione riguardante la domanda di dispensa dal celibato.

Mentre, come di dovere, comunichiamo queste cose, esprimiamo volentieri ì sentimenti profondi del nostro ossequio e ci professiamo affezionatissimi nel Signore





Città del Vaticano (AsiaNews) «« Ritorna all'inizio
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"Papa: Preghiera per le vocazioni missionarie e per il viaggio negli Stati Uniti"
Nella domenica del Buon Pastore
Papa Benedetto XVI
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Una preghiera per le vocazioni, soprattutto quelle missionarie, e una per il suo viaggio negli Stati Uniti: sono queste le due preoccupazioni espresse da Benedetto XVI nella riflessione prima del Regina Caeli, davanti a decine di migliaia di fedeli riuniti in piazza san Pietro.

La prima preoccupazione nasce dal fatto che la quarta domenica di Pasqua è detta “del Buon Pastore”. In tale domenica si celebra anche la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Ricordando che il 28 giugno comincerà l’anno Paolino, per celebrare i 2000 anni dalla nascita dell’apostolo Paolo, “missionario per eccellenza”, fra le vocazioni il papa ha anzitutto citato “i missionari ad vitam, cioè per quegli uomini e quelle donne che si dedicano totalmente ad annunciare Cristo a quanti ancora non l’hanno conosciuto: una vocazione, questa, che conserva tuttora la sua piena validità”. Benedetto XVI ha sottolineato che c’è bisogno soprattutto di sacerdoti missionari, che dispensano “Parola di Dio e i Sacramenti, e manifestando con la loro carità pastorale a tutti, soprattutto ai malati, ai piccoli, ai poveri, la presenza risanatrice di Gesù Cristo”.

Nella donazione della propria vita ai fratelli, essi trovano spesso il martirio. Il pontefice ha ricordato che ieri in Kenya e in Guinea sono morti due religiosi.

“Preghiamo pure – ha aggiunto il papa - perché sia sempre più nutrita la schiera di quanti decidono di vivere radicalmente il Vangelo mediante i voti di castità, povertà e obbedienza: sono uomini e donne che hanno un ruolo primario nell’evangelizzazione. Di essi, alcuni si dedicano alla contemplazione e alla preghiera, altri ad una multiforme azione educativa e caritativa, tutti però sono accomunati da un medesimo scopo: quello di testimoniare il primato di Dio su tutto e diffondere il suo Regno in ogni ambito della società”.

La missione è il cuore non solo delle vocazioni consacrate, ma anche di quelle al matrimonio: “:Gli sposi, infatti, sono chiamati a vivere il Vangelo nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle comunità parrocchiali e civili. In certi casi, inoltre, offrono la loro preziosa collaborazione nella missione ad gentes.

L’altra preoccupazione del papa è quella di una richiesta di preghiera per il suo imminente viaggio begli Stati Uniti, dal 15 al 20 di aprile.

Invocando “la materna protezione di Maria sulle molteplici vocazioni esistenti nella Chiesa, perché si sviluppino con una forte impronta missionaria”, Benedetto XVI ha affidato a Maria anche “la speciale esperienza missionaria” che vivrà nei prossimi giorni “con il viaggio apostolico negli Stati Uniti d’America e la visita all’ONU”. “Chiedo a voi tutti - ha concluso - di accompagnarmi con la vostra preghiera”.

Dopo la preghiera mariana, nei saluti in diverse lingue, egli ha esortato i giovani ad “ascoltare la chiamata del Buon Pastore” e a seguirlo in modo radicale, per essere “davvero felici”. A tutti ha chiesto di pregare per il suo “pellegrinaggio apostolico” negli Stati Uniti.





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