| 31 Marzo 2008 |
Anno III, Numero 8 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| OMELIA DEL SANTO PADRE SANTA MESSA DEL CRISMA 20.03.2008 | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Cari fratelli e sorelle, ogni anno la Messa del Crisma ci esorta a rientrare in quel „sì" alla chiamata di Dio, che abbiamo pronunciato nel giorno della nostra Ordinazione sacerdotale. "Adsum – eccomi!", abbiamo detto come Isaia, quando sentì la voce di Dio che domandava: "Chi manderò e chi andrà per noi?" "Eccomi, manda me!", rispose Isaia (Is 6, 8). Poi il Signore stesso, mediante le mani del Vescovo, ci impose le mani e noi ci siamo donati alla sua missione. Successivamente abbiamo percorso parecchie vie nell’ambito della sua chiamata. Possiamo noi sempre affermare ciò che Paolo, dopo anni di un servizio al Vangelo spesso faticoso e segnato da sofferenze di ogni genere, scrisse ai Corinzi: "Il nostro zelo non vien meno in quel ministero che, per la misericordia di Dio, ci è stato affidato" (cfr 2 Cor 4, 1)? "Il nostro zelo non vien meno". Preghiamo in questo giorno, affinché esso venga sempre riacceso, affinché venga sempre nuovamente nutrito dalla fiamma viva del Vangelo. Allo stesso tempo, il Giovedì Santo è per noi un’occasione per chiederci sempre di nuovo: A che cosa abbiamo detto "sì"? Che cosa è questo "essere sacerdote di Gesù Cristo"? Il Canone II del nostro Messale, che probabilmente fu redatto già alla fine del II secolo a Roma, descrive l’essenza del ministero sacerdotale con le parole con cui, nel Libro del Deuteronomio (18, 5. 7), veniva descritta l’essenza del sacerdozio veterotestamentario: astare coram te et tibi ministrare. Sono quindi due i compiti che definiscono l’essenza del ministero sacerdotale: in primo luogo lo "stare davanti al Signore". Nel Libro del Deuteronomio ciò va letto nel contesto della disposizione precedente, secondo cui i sacerdoti non ricevevano alcuna porzione di terreno nella Terra Santa – essi vivevano di Dio e per Dio. Non attendevano ai soliti lavori necessari per il sostentamento della vita quotidiana. La loro professione era "stare davanti al Signore" – guardare a Lui, esserci per Lui. Così, in definitiva, la parola indicava una vita alla presenza di Dio e con ciò anche un ministero in rappresentanza degli altri. Come gli altri coltivavano la terra, della quale viveva anche il sacerdote, così egli manteneva il mondo aperto verso Dio, doveva vivere con lo sguardo rivolto a Lui. Se questa parola ora si trova nel Canone della Messa immediatamente dopo la consacrazione dei doni, dopo l’entrata del Signore nell’assemblea in preghiera, allora ciò indica per noi lo stare davanti al Signore presente, indica cioè l’Eucaristia come centro della vita sacerdotale. Ma anche qui la portata va oltre. Nell’inno della Liturgia delle Ore che durante la quaresima introduce l’Ufficio delle Letture – l’Ufficio che una volta presso i monaci era recitato durante l’ora della veglia notturna davanti a Dio e per gli uomini – uno dei compiti della quaresima è descritto con l’imperativo: arctius perstemus in custodia – stiamo di guardia in modo più intenso. Nella tradizione del monachesimo siriaco, i monaci erano qualificati come "coloro che stanno in piedi"; lo stare in piedi era l’espressione della vigilanza. Ciò che qui era considerato compito dei monaci, possiamo con ragione vederlo anche come espressione della missione sacerdotale e come giusta interpretazione della parola del Deuteronomio: il sacerdote deve essere uno che vigila. Deve stare in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male. Deve tener sveglio il mondo per Dio. Deve essere uno che sta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell’impegno per il bene. Lo stare davanti al Signore deve essere sempre, nel più profondo, anche un farsi carico degli uomini presso il Signore che, a sua volta, si fa carico di tutti noi presso il Padre. E deve essere un farsi carico di Lui, di Cristo, della sua parola, della sua verità, del suo amore. Retto deve essere il sacerdote, impavido e disposto ad incassare per il Signore anche oltraggi, come riferiscono gli Atti degli Apostoli: essi erano "lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù" (5, 41). Passiamo ora alla seconda parola, che il Canone II riprende dal testo dell’Antico Testamento – "stare davanti a te e a te servire". Il sacerdote deve essere una persona retta, vigilante, una persona che sta dritta. A tutto ciò si aggiunge poi il servire. Nel testo veterotestamentario questa parola ha un significato essenzialmente rituale: ai sacerdoti spettavano tutte le azioni di culto previste dalla Legge. Ma questo agire secondo il rito veniva poi classificato come servizio, come un incarico di servizio, e così si spiega in quale spirito quelle attività dovevano essere svolte. Con l’assunzione della parola "servire" nel Canone, questo significato liturgico del termine viene in un certo modo adottato – conformemente alla novità del culto cristiano. Ciò che il sacerdote fa in quel momento, nella celebrazione dell’Eucaristia, è servire, compiere un servizio a Dio e un servizio agli uomini. Il culto che Cristo ha reso al Padre è stato il donarsi sino alla fine per gli uomini. In questo culto, in questo servizio il sacerdote deve inserirsi. Così la parola "servire" comporta molte dimensioni. Certamente ne fa parte innanzitutto la retta celebrazione della Liturgia e dei Sacramenti in genere, compiuta con partecipazione interiore. Dobbiamo imparare a comprendere sempre di più la sacra Liturgia in tutta la sua essenza, sviluppare una viva familiarità con essa, cosicché diventi l’anima della nostra vita quotidiana. È allora che celebriamo in modo giusto, allora emerge da sé l’ars celebrandi, l’arte del celebrare. In quest’arte non deve esserci niente di artefatto. Se la Liturgia è un compito centrale del sacerdote, ciò significa anche che la preghiera deve essere una realtà prioritaria da imparare sempre di nuovo e sempre più profondamente alla scuola di Cristo e dei santi di tutti i tempi. Poiché la Liturgia cristiana, per sua natura, è sempre anche annuncio, dobbiamo essere persone che con la Parola di Dio hanno familiarità, la amano e la vivono: solo allora potremo spiegarla in modo adeguato. "Servire il Signore" – il servizio sacerdotale significa proprio anche imparare a conoscere il Signore nella sua Parola e a farLo conoscere a tutti coloro che Egli ci affida. Fanno parte del servire, infine, ancora due altri aspetti. Nessuno è così vicino al suo signore come il servo che ha accesso alla dimensione più privata della sua vita. In questo senso "servire" significa vicinanza, richiede familiarità. Questa familiarità comporta anche un pericolo: quello che il sacro da noi continuamente incontrato divenga per noi abitudine. Si spegne così il timor riverenziale. Condizionati da tutte le abitudini, non percepiamo più il fatto grande, nuovo, sorprendente, che Egli stesso sia presente, ci parli, si doni a noi. Contro questa assuefazione alla realtà straordinaria, contro l’indifferenza del cuore dobbiamo lottare senza tregua, riconoscendo sempre di nuovo la nostra insufficienza e la grazia che vi è nel fatto che Egli si consegni così nelle nostre mani. Servire significa vicinanza, ma significa soprattutto anche obbedienza. Il servo sta sotto la parola: "Non sia fatta la mia, ma la tua volontà!" (Lc 22, 42). Con questa parola, Gesù nell’Orto degli ulivi ha risolto la battaglia decisiva contro il peccato, contro la ribellione del cuore caduto. Il peccato di Adamo consisteva, appunto, nel fatto che egli voleva realizzare la sua volontà e non quella di Dio. La tentazione dell’umanità è sempre quella di voler essere totalmente autonoma, di seguire soltanto la propria volontà e di ritenere che solo così noi saremmo liberi; che solo grazie ad una simile libertà senza limiti l’uomo sarebbe completamente uomo. Ma proprio così ci poniamo contro la verità. Poiché la verità è che noi dobbiamo condividere la nostra libertà con gli altri e possiamo essere liberi soltanto in comunione con loro. Questa libertà condivisa può essere libertà vera solo se con essa entriamo in ciò che costituisce la misura stessa della libertà, se entriamo nella volontà di Dio. Questa obbedienza fondamentale che fa parte dell’essere uomini: un essere non da sé e solo per se stessi, diventa ancora più concreta nel sacerdote: noi non annunciamo noi stessi, ma Lui e la sua Parola, che non potevamo ideare da soli. Annunciamo la Parola di Cristo in modo giusto solo nella comunione del suo Corpo. La nostra obbedienza è un credere con la Chiesa, un pensare e parlare con la Chiesa, un servire con essa. Rientra in questo sempre anche ciò che Gesù ha predetto a Pietro: "Sarai portato dove non volevi". Questo farsi guidare dove non vogliamo è una dimensione essenziale del nostro servire, ed è proprio ciò che ci rende liberi. In un tale essere guidati, che può essere contrario alle nostre idee e progetti, sperimentiamo la cosa nuova – la ricchezza dell’amore di Dio. "Stare davanti a Lui e servirLo": Gesù Cristo come il vero Sommo Sacerdote del mondo ha conferito a queste parole una profondità prima inimmaginabile. Egli, che come Figlio era ed è il Signore, ha voluto diventare quel servo di Dio che la visione del Libro del profeta Isaia aveva previsto. Ha voluto essere il servo di tutti. Ha raffigurato l’insieme del suo sommo sacerdozio nel gesto della lavanda dei piedi. Con il gesto dell’amore sino alla fine Egli lava i nostri piedi sporchi, con l’umiltà del suo servire ci purifica dalla malattia della nostra superbia. Così ci rende capaci di diventare commensali di Dio. Egli è disceso, e la vera ascesa dell’uomo si realizza ora nel nostro scendere con Lui e verso di Lui. La sua elevazione è la Croce. È la discesa più profonda e, come amore spinto sino alla fine, è al contempo il culmine dell’ascesa, la vera "elevazione" dell’uomo. "Stare davanti a Lui e servirLo" – ciò significa ora entrare nella sua chiamata di servo di Dio. L’Eucaristia come presenza della discesa e dell’ascesa di Cristo rimanda così sempre, al di là di se stessa, ai molteplici modi del servizio dell’amore del prossimo. Chiediamo al Signore, in questo giorno, il dono di poter dire in tal senso nuovamente il nostro "sì" alla sua chiamata: "Eccomi. Manda me, Signore" (Is 6, 8). Amen. | ||||
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Esiste un aspetto precipuo della vita di coloro che Cristo ha scelto per la vocazione di sacerdoti, aspetto che passa inosservato per la maggiore parte delle persone. La vocazione sacerdotale riempie la vita di responsabilità, nel senso etimologico del termine: il prete è chiamato a rispondere all’attesa degli uomini. Cristo sceglie alcuni uomini come terminali e tramiti della domanda dell’uomo. Domanda di aiuto, di comprensione, di pietà, di preghiera, di senso. Imparare a scoprire questo compito per cui Dio ci ha scelti aiuta a identificare l’urgenza più grande della nostra vita, di uomini e di preti: stare davanti alla presenza di Gesù. L’aiutare la gente, l’andare incontro ai bisogni delle persone, alle loro richieste, o semplicemente l’ascoltare le loro parole, ha senso, è veramente sacerdotale, è autenticamente cristiano, solo se non si riduce a un «fare per gli altri». La nostra opera - che non è mai in contraddizione con il silenzio e la preghiera che sono anzi l’humus da cui essa trae sostanza -, il nostro aiuto e la nostra disponibilità, debbono invece tradursi nel «fare agli altri». Ma dove si trova il punto sorgivo di questa differenza, che può sembrare solo linguistica, ma che in verità sintetizza una rivoluzione nel nostro agire da uomini e da sacerdoti? Appunto: nello stare davanti alla presenza di Gesù. Se la posizione della nostra vita davanti a Gesù è un «per Lui» e non un «a Lui», il nostro agire si pone ad una distanza da Gesù, ad una distanza dall’altro. Il fare per un altro esprime un legame intriso di nostalgia, di lontananza, per la semplice ragione che solo Gesù ha «fatto per gli altri»; solo Gesù è nato, è vissuto, è morto ed è risuscitato per noi. Affinché la nostra esistenza e la nostra opera siano un aiuto autentico a chi ci è affidato, è necessario dunque giungere al «fare a Gesù», cioè comprendere la carità, che è abbraccio di una realtà presente. Questo ci indicano le parole del Salvatore, che egli stesse chiama definitive: «L’avete fatto a me» (cfr Mt 25, 40). Il sacerdote è chiamato a stare davanti a Gesù, perché è chiamato ad essere vicario di Gesù in mezzo alla gente. Il mistero dell’Incarnazione permette agli uomini di stare con Cristo, ma affinché lo stare con Cristo e davanti a Cristo acquisti uno spessore autentico, deve permeare tutto il dramma della nostra vita e delle vite che ci sono affidate. Nella misura in cui diventiamo vicari di Cristo, cioè ci identifichiamo a lui, acquistiamo la capacità di entrare nei problemi della vita, diventiamo capaci di relazionarci con la gente e di stare di fronte alla nostra stessa umanità. È l’unica strada, perché lui solo è il Salvatore. Soltanto nell’imitazione di Gesù, nella identificazione a lui, nello stare con verità davanti a lui, risiede la possibilità di essere veri con la gente. Allora la domanda centrale diventa: come possiamo essere identificati a Cristo? Proprio questo è l’identificazione a Gesù: non possiamo decidere di amarlo, ma soltanto domandare di essere amati, riconoscere che Egli ci ama. | ||||
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La vita comune nella sua verità coincide con la verginità, perché questo è il metodo con cui Dio ha deciso di comunicarsi agli uomini: legandoli ad un popolo. Nella sua forma essenziale questa realtà è la famiglia. La seconda modalità è la vita comune vista come vocazione di persone scelte a vivere assieme nel suo nome. Il punto da comprendere è però che la verginità e la possibilità di una vita comune (o fraternità) possono esistere soltanto in presenza di uno sguardo sull’altro in quanto segno di Cristo. Se non c’è questo, la vita comune è impossibile, perché diventa una contiguità di uomini che prima o poi rischiano di entrare in rivalità l’uno con l’altro. Se la verginità è vissuta, invece, la vita comune diventa esperienza di una grande libertà e anche di una grande facilitazione di vita. Realmente la verginità vissuta è l’alba del mondo nuovo. Tra l’altro, c’è da aggiungere che nella nostra società assistiamo ad un paradosso: con i tempi che corrono diventa più difficile allevare dei figli, evitare che crescendo si smarriscano, piuttosto che vivere la responsabilità del sacerdozio. La storia ci insegna che nei secoli passati - in particolare nel ‘500, nel ‘600 e nel ‘700 - la vita da prete affascinava più per le facilitazioni materiali che offriva e non per la possibilità di essere portatori di Cristo. Oggi la principale minaccia è rappresentata dalla comodità di una vita facile, libera dalle incombenze della vita quotidiana familiare. Il secondo aspetto su cui riflettere è il nesso esistente fra silenzio e vita comune. Il silenzio è la radice della vita comune, ma la vita comune è a sua volta è la radice del silenzio. E questo non è solo un gioco di parole. Se la vita comune è una vita dialettica anziché di ascolto, una vita piena di rumore anziché di pazienza, una vita di prevaricazioni anziché di perdono, il silenzio farà fatica ad attecchire. Anzi potrebbe diventare il tempo peggiore: quello in cui la vita ci aggredisce con una serie di domande che sembrano non avere risposta. Il silenzio veramente vissuto accompagnato dalla meditazione e dalla preghiera, al contrario, fanno rinascere la vita comune. E con essa una vita nuova. Questi piccoli ma essenziali passi da compiere se vissuti nella loro verità sono in grado di generare grandi cose: creano la capacità di carità, ridimensionano la vanagloria, rendendo capaci di vedere il bene rappresentato dal fratello. | ||||
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Da ventidue anni mi occupo della formazione di giovani verso il sacerdozio e ho potuto conoscere fin nei particolari l’itinerario di più di cento vocazioni sacerdotali, autentiche o solo presunte, e compiere molte scoperte sull’origine e il progredire di una vocazione nel cuore e nella mente di un ragazzo e di un giovane. La prima cosa che ho scoperto è che, nonostante quasi tutti i miei ragazzi siano entrati in seminario dopo la laurea o quando già lavoravano, in loro i primi segni della vocazione si erano manifestati molto presto: tra i 10 e i 15 anni. Quel che accadeva, però, era che una serie di altri interessi, passioni e incontri tipici dell’adolescenza finissero per soffocare quell’intuizione iniziale. Comunque nemmeno quello che sembra contraddire non necessariamente basta a spegnere un seme messo da Dio. Conosciamo tutti quei ruscelli che, percorsi alcuni chilometri dopo la sorgente, si nascondono tra le rocce e sembrano scomparire per sempre. In realtà proprio in questo itinerario sotterraneo le acque si arricchiscono di preziosi sali minerali. Quei corsi d’acqua spesso riappaiono tra le rocce di alta montagna e scendono infine a valle per proseguire il loro percorso di fiumi maturi e solenni. Così una vocazione che sembrava sepolta riappare per la grazia di un nuovo incontro. Nell’infanzia, adolescenza e giovinezza spesso l’incontro decisivo è quello con un prete. Dio normalmente non suscita in un ragazzo l’idea di sacerdozio, suscita invece l’incontro con un sacerdote. In altre parole l’ipotesi del sacerdozio nasce in un ragazzo per il fascino di totalità che vede in un prete. Egli non è tanto impressionato da qualcosa che il sacerdote fa, quanto piuttosto da ciò che il sacerdote è. E chi è il sacerdote per un ragazzo? È un padre. Nel prete il ragazzo vede un uomo che attraverso ciò che fa mostra un interesse speciale per le persone che ha davanti, un interesse che non si limita ad aspetti particolari o settoriali della loro vita, ma che è interesse disinteressato alla persona, al destino personale. Questo è ciò di cui Dio si serve per far nascere in lui l’ipotesi della vocazione sacerdotale. Viviamo in una società in cui sta scomparendo la figura del padre, la figura di colui che con autorevolezza accompagna il figlio ad affrontare la battaglia dell’esistenza con spirito positivo, costruttivo. E i frutti di questa assenza della figura paterna si vedono purtroppo nella crescente insicurezza dei giovani, nel loro continuo ritardare l’uscita dall’adolescenza. Il ragazzo è affascinato dalla maturità del sacerdote, dall’autorevolezza della sua proposta, dal fatto che egli affronta la vita. Pur vivendo accanto a lui, il prete ha qualcosa che lui, il ragazzo, non ha e vorrebbe avere, non è e vorrebbe essere. La maggior parte dei ragazzi del mio seminario è stata segnata dalla presenza di sacerdoti che non li astraeva dalla loro vita normale, ma li accompagnava, mostrando come lo studio, gli affetti, le difficoltà, i progetti per il futuro, come tutto sia vero, più bello e vero, più grande seguendo Cristo. È dall’interno di una vita normale che si capisce la straordinarietà di Gesù. Proprio questo impressiona un giovane: vedere nel prete non uno specialista della preghiera, della liturgia, e neppure solo un organizzatore di giochi o di gite, ma un uomo vero che in Cristo ha trovato lo sviluppo più autentico della sua intelligenza e la pienezza della sua vita affettiva. Resta poi in tutta la sua verità il fascino della celebrazione dei sacramenti, visti all’inizio come qualcosa di assolutamente misterioso e strano eppure attraente. Perché vedendo una nuova figura di padre un giovane riconosce la propria vocazione? Perché intuisce che la verginità è essere padre di molte persone, è una possibilità reale per la sua vita, una possibilità di bellezza, di utilità, di letizia. Per un ragazzo è molto importante vedere il sacerdote all’opera nella comunità di cui egli stesso fa parte. La sua paternità si rivela infatti nell’opera di guida che il sacerdote vive, nella carità con cui accompagna le persone giorno dopo giorno verso il compimento della propria esistenza. Osservando questo padre, questa guida mentre svolge il suo compito, un giovane prepara il terreno al seme di vocazione che lo Spirito può riporre nel suo cuore, al desiderio di essere padre, guida e testimone come lo è quel sacerdote. | ||||
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La nostra società ha perso completamente l’idea di persona e perciò non può esservi esperienza del popolo. Un popolo infatti sono persone mosse da una comune esperienza. Il popolo è l’insieme delle persone testimoni dell’incontro con Cristo, capace realmente di cambiare la nostra umanità, di incidere nella vita concreta; di creare un uomo nuovo. E di conseguenza un popolo nuovo: il popolo di Dio. Qual è, dunque, la sfida di ogni cristiano e quale il compito del sacerdote in questa avventura? Il prete, alla stregua di ogni cristiano, è chiamato a condividere e a sostenere l’avventura della ricostruzione di un popolo. Un’avventura che ci spinge direttamente a duemila anni fa, a quell’avvenimento che ha cambiato la storia e ha generato la Chiesa. Se la comunità ecclesiale vuole essere realmente costruttrice del popolo di Dio non può che ripercorrere quella strada; arrivare fino all’inizio. La percezione che la comunità cristiana ha oggi di se stessa non può essere diversa dalla percezione che poteva avere la piccola comunità di Roma o la più grande comunità di Corinto ai tempi di San Paolo. Per arrivare a questa consapevolezza, cioè al fatto che qeull’uomo che vive tra noi è il significato della storia e del mondo, è indispensabile educare, innanzitutto il prete, ad avere di fronte proprio la Madonna. La Vergine Maria, il cui cuore ha custodito, quello che anche noi siamo chiamati a custodire: il fatto che Cristo ci salva. I cristiani spesso non hanno la consapevolezza di essere il “resto d’Israele”. La fretta di porsi dentro il mondo ha fatto perdere il senso di essere “di fronte” al mondo con la responsabilità di portare qualcosa che gli altri non hanno e non sanno. Per poter essere educatori, occorre essere consapevoli del dono ricevuto, della responsabilità di fronte a Dio e di fronte agli uomini costituita dalla vocazione cristiana. Questa consapevolezza nasce e rinasce continuamente di fronte ai miracoli che accadono e che Cristo non fa mai mancare nella Sua Chiesa. Questi fatti che ci riportano direttamente all’origine della nostra felicità, a quel fatto in grado realmente di cambiare la nostra umanità. Ed è proprio in forza dell’annuncio e con la rigenerazione operata dai sacramenti che questo uomo nuovo, e in particolare il sacerdote, è in grado di aggregare intorno a sé un popolo. Liturgia, silenzio, esperienza della gratuità, studio come approfondimento della fede mi sembrano le tappe fondamentali in un’educazione del giovane seminarista verso questo suo compito di guida della comunità. | ||||
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L’abbandono fiducioso a Dio ci permette di andare incontro a tutte le povertà del mondo con uno sguardo pieno di esultanza. Non solo per cercare la luce, ma per portarla, «per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte» (Lc 1, 79). A ciò siamo chiamati in questi tempi di grande solitudine: Gesù ci manda all’uomo concreto, all’uomo reale, all’uomo pieno di ferite e di problemi. Viene in mente il libro di Gilbert Cesbron: I santi vanno all’Inferno. Dove potremo trovare la forza e il calore necessari ? «Gloria filiae regis ab intus» dice il Salmo, «tutta la gloria della figlia del re sta in ciò che ella ha dentro di sé» (Sal 44, 14 volg.). Se saremo vuoti non riempiremo nessuno, se saremo spenti non porteremo nessuna luce, se saremo aridi non feconderemo alcun terreno. Tutto ciò che possiamo fare intorno a noi dipende da ciò che portiamo. Come ha scritto Antonio Rosmini: «Solo dei grandi uomini possono formare altri grandi uomini». A volte ci prende la paura che il male stia vincendo in noi, e può capitare che amplifichiamo questo giudizio fino a estenderlo al mondo intero. Non dobbiamo cedere a questa tentazione! Piuttosto, nei momenti di maggior sconforto, dobbiamo riprendere il cammino verso il Signore della storia, riscoprire la nostra appartenenza a Lui. La dipendenza è all’origine della positività della vita, il primo riverbero positivo dell’esistenza dell’essere in noi. Ecco dunque il nostro compito: riconoscere la nostra relatività a Colui che ci salva, a colui che è stato crocifisso per liberarci dalla schiavitù (cfr. Rm 6, 6). Il dono di noi stessi ai nostri fratelli uomini è possibile solo come risposta al dono totale di Dio che ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4, 10). Nel secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno, dedicato alla vita di San Benedetto, quanto detto finora sulla dipendenza a Dio che salva si comprende con chiarezza. Gregorio Magno racconta che San Benedetto, negli ultimi anni della propria vita, si era ritirato nella parte più alta di una Torre per riposare e lì ebbe una visione. «All’improvviso - racconta Gregorio Magno - il mondo intero, come raccolto in un raggio di sole, fu posto davanti ai suoi occhi». L’autore immagina anche la possibile obiezione di un ipotetico interlocutore: «Com’è possibile che il mondo fosse diventato tanto piccolo da essere contemplato nella sua totalità?». E prontamente risponde: «Non si era rimpicciolito il mondo, era diventato grande l’animo di Benedetto». Questo affascinante brano dei Dialoghi è stato commentato dal Cardinale Joseph Ratzinger nel suo libro “Fede, verità, tolleranza”. Ha scritto Ratzinger: «San Benedetto può vedere meglio perché scorge tutto dall’alto e sa trovare questa postazione perché è divenuto interiormente grande. L’uomo deve imparare a salire, deve divenire grande, e allora la luce di Dio può toccarlo, egli la può conoscere e in virtù di essa acquisire uno sguardo d’insieme. I grandi uomini, che, nella paziente salita e sopportando le purificazioni della vita, sono diventati capaci di vedere e perciò pietre miliari, segnavia di secoli, possono dirci qualcosa oggi. Ci mostrano come pure nella notte si possa trovare la luce e come possiamo far fronte alle minacce montanti degli abissi dell’esistenza umana, come si possa andare incontro al futuro capaci di Speranza». | ||||
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Il sacerdote deve saper rendere conto della propria fede più degli altri, documentando nella propria esperienza il cambiamento di vita prodotto dalla sequela di Cristo. Il compito dell’annuncio del sacerdote, come notava l’allora Cardinale Ratzinger nel libro “La Chiesa: una comunità sempre in cammino”, non richiede un telegrafista, bensì un testimone. Qual è, infatti, la sua missione se non riferire la parola di un Altro, in prima persona, in modo del tutto personale fino a farla diventare propria? Ecco le parole con cui Ratzinger spiegava questo cammino: «La formazione sacerdotale consiste in un processo per cui, nel tempo, ci si introduce, si comprende, si penetra e si vive dentro questa Parola». Lo studio, il percorso di formazione che conduce a diventare sacerdote non ha nulla a che vedere con un mero accumulo di conoscenze. Non a caso la parola latina “studium” implica, prima dell’idea di una conoscenza, quella di un lavoro, di un’applicazione di tutta la persona affinché ciò che si è incontrato nello studio si possa dilatare da tutto il suo essere. Come dice l’apostolo Giovanni, lo studio ha come scopo «che conoscano Te, unico vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17, 3). Esso nella vita di un giovane chiamato al sacerdozio, non parte da nulla, parte dall’Avvenimento della Fede che gli è accaduto anzitutto diventando cristiano. Nell’educazione allo studio di un giovane sacerdote è necessario che, pian piano, la fede diventi punto di partenza e punto di arrivo anche della formazione intellettuale dei giovani, perché il loro sapere sbocchi nell’unità della fede, nella visione unitaria della vita che la fede comporta. Per comprendere questo aspetto, riprendiamo ancora il testo del Cardinale Ratzinger: «Oggi, in un’epoca di crescente specializzazione, mi sembra che l’unità interna della teologia, e la sua costruzione concentrica a partire dall’essenziale, abbiano una priorità urgente. Un teologo deve sì possedere una vasta cultura, ma la teologia deve essere in grado di alleggerirsi dai pesi e concentrarsi sull’essenziale. Deve essere in grado di distinguere tra conoscenza specifica e conoscenza fondamentale: deve offrire una visione organica del tutto in cui è integrato l’essenziale. Se non si impara a giudicare dal tutto, rimane disarmato, in balia delle mode mutevoli». Il sacerdote per essere un comunicatore di verità, non la deve possedere come un bagaglio analitico, bensì come qualcosa che ha rinnovato profondamente la propria vita. Egli è propriamente il testimone della verità di cui vive. Infatti, la comunicazione di verità nella Chiesa è sempre comunicazione di grazia, da persona a persona, da cuore a cuore. | ||||
| CASTEL GANDOLFO, domenica, 30 marzo 2008 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questa domenica da Benedetto XVI in occasione della recita del Regina Caeli con i fedeli e i pellegrini convenuti nel Cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. * * * Cari fratelli e sorelle! Durante il Giubileo del 2000, l'amato Servo di Dio Giovanni Paolo II stabilì che in tutta la Chiesa la Domenica dopo Pasqua, oltre che Domenica in Albis, fosse denominata anche Domenica della Divina Misericordia. Questo avvenne in concomitanza con la canonizzazione di Faustina Kowalska, umile Suora polacca, nata nel 1905 e morta nel 1938, zelante messaggera di Gesù Misericordioso. La misericordia è in realtà il nucleo centrale del messaggio evangelico, è il nome stesso di Dio, il volto con il quale Egli si è rivelato nell'antica Alleanza e pienamente in Gesù Cristo, incarnazione dell'Amore creatore e redentore. Questo amore di misericordia illumina anche il volto della Chiesa, e si manifesta sia mediante i Sacramenti, in particolare quello della Riconciliazione, sia con le opere di carità, comunitarie e individuali. Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l'uomo. Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall'amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l'abbiano in abbondanza (cfr Gv 10,10). Dalla misericordia divina, che pacifica i cuori, scaturisce poi l'autentica pace nel mondo, la pace tra popoli, culture e religioni diverse. Come Suor Faustina, Giovanni Paolo II si è fatto a sua volta apostolo della Divina Misericordia. La sera dell'indimenticabile sabato 2 aprile 2005, quando chiuse gli occhi a questo mondo, era proprio la vigilia della seconda Domenica di Pasqua, e molti notarono la singolare coincidenza, che univa in sé la dimensione mariana - il primo sabato del mese - e quella della Divina Misericordia. In effetti, il suo lungo e multiforme pontificato ha qui il suo nucleo centrale; tutta la sua missione a servizio della verità su Dio e sull'uomo e della pace nel mondo si riassume in quest'annuncio, come egli stesso ebbe a dire a Cracovia-Łagiewniki nel 2002, inaugurando il grande Santuario della Divina Misericordia: "Al di fuori della misericordia di Dio non c'è nessun'altra fonte di speranza per gli esseri umani". Il suo messaggio, come quello di Santa Faustina, riconduce dunque al volto di Cristo, suprema rivelazione della misericordia di Dio. Contemplare costantemente quel Volto: questa è l'eredità che egli ci ha lasciato, e che noi con gioia accogliamo e facciamo nostra. Sulla Divina Misericordia si rifletterà in modo speciale nei prossimi giorni, in occasione del primo Congresso Apostolico Mondiale della Divina Misericordia, che avrà luogo a Roma e si aprirà con la Santa Messa che, a Dio piacendo, presiederò la mattina di mercoledì 2 aprile, nel terzo anniversario della pia morte del servo di Dio Giovanni Paolo II. Poniamo il Congresso sotto la celeste protezione di Maria santissima Mater Misericordiae. A Lei affidiamo la grande causa della pace nel mondo, perché la misericordia di Dio compia ciò che è impossibile alle sole forze umane, e infonda nei cuori il coraggio del dialogo e della riconciliazione. [Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:] Rivolgo anzitutto un cordiale saluto ai numerosi pellegrini che in questo momento sono radunati in Piazza San Pietro, in modo speciale a quanti hanno preso parte alla Santa Messa celebrata nella chiesa di Santo Spirito in Sassia dal Cardinale Tarcisio Bertone, in occasione della festa della Divina Misericordia. Cari fratelli e sorelle, l'intercessione di santa Faustina e del servo di Dio Giovanni Paolo II vi aiutino ad essere autentici testimoni dell'amore misericordioso. Quale esempio da imitare mi piace oggi indicare Madre Celestina Donati, fondatrice della Congregazione delle Figlie Povere di San Giuseppe Calasanzio, che oggi, a Firenze, sarà proclamata Beata. Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare le Figlie di Maria Ausiliatrice venute dall'India per un corso di formazione, i missionari e volontari laici dell'associazione "Italia Solidale" e i partecipanti al Congresso su sport e fraternità del Movimento dei Focolari. Saluto inoltre il gruppo di fidanzati di Altamura, gli alunni degli Istituti "Mons. Gagliano" di Altavilla Milicia, "Santa Caterina di Alessandria" di Pavia e "Scaglioni" di Lodi e i fedeli di Azzano - Pordenone, e infine i cari amici di Castel Gandolfo. A tutti auguro una buona domenica. | ||||
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