23 Marzo 2008

Anno III, Numero 7

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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Papa: Seguiamo Gesù, il nuovo Tempio, con cuore giovane, libero da pregiudizi e interessi

ROMA, martedì, 18 marzo 2008 (ZENIT.org).- »

Cardinal Bertone: la vita di Chiara Lubich, "un canto all'amore di Dio"

ROMA, martedì, 18 marzo 2008 (ZENIT.org).- »

L'identikit del gesuita: disponibilità e mobilità

ROMA, lunedì, 17 marzo 2008 (ZENIT.org).-  »

Per spiegare fede e ragione bisogna ripartire da Gesù

ROMA, lunedì, 17 marzo 2008 (ZENIT.org).-  »

Una "casa del Papa" per i giovani a Roma

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Il Cardinal Rodé invita a "tornare all'autenticità della vita religiosa"

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Predicatore del Papa: non si è cristiani se non si crede che Gesù è risorto

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La feconda "solitudine" del sacerdote nella società di oggi

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Papa: lasciamo che la Croce metta in crisi le nostre umane certezze

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"Papa: Seguiamo Gesù, il nuovo Tempio, con cuore giovane, libero da pregiudizi e interessi"
Ai giovani radunati per la Giornata della gioventù, prima di Sydney 2008,
Papa Benedetto XVI
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“Per incontrare Dio bisogna divenire capaci di vedere col cuore. Dobbiamo imparare a vedere con un cuore da bambino, un cuore giovane, che non è ostacolato da pregiudizi e non è abbagliato da interessi. Così, nei piccoli che con un simile cuore libero ed aperto riconoscono Lui, la Chiesa ha visto l’immagine dei credenti di tutti i tempi, la propria immagine”. É questo l’invito che Benedetto XVI ha rivolto agli oltre 60 mila fedeli radunati in piazza san Pietro per celebrare la XXIII Giornata mondiale della gioventù a livello diocesano, in preparazione alla Gmg 2008 internazionale che si terrà a Sydney.

Alla messa della domenica delle Palme, che inizia i riti solenni della Settimana Santa, erano presenti decine di migliaia di giovani

Nella sua omelia, dopo la lettura della Passione secondo Matteo, il papa ha preso spunto dal ricordo che si fa oggi dell’arrivo di Gesù a Gerusalemme, accolto dalla folla in festa, per mettere in luce l’episodio in cui Gesù, entrando nel tempio, scaccia “commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera”. Lo spazio dove avveniva questo commercio era “l’atrio dei pagani”, il luogo destinato alla preghiera dei non israeliti. “Il Dio d’Israele – commenta il pontefice - era appunto l’unico Dio di tutti i popoli. E anche se i pagani non entravano, per così dire, nell’interno della Rivelazione, potevano tuttavia, nell’atrio della fede, associarsi alla preghiera all’unico Dio. Il Dio d’Israele, il Dio di tutti gli uomini, era in attesa sempre anche della loro preghiera, della loro ricerca, della loro invocazione. Ora, invece, vi dominavano gli affari”.

Benedetto XVI si domanda se anche i cristiani di oggi non sono soffocati così tanto da “avidità” e “idolatria” da rendere difficile per i non cristiani l’adesione alla fede: “É la nostra fede abbastanza pura ed aperta, così che a partire da essa anche i ‘pagani’, le persone che oggi sono in ricerca e hanno le loro domande, possano intuire la luce dell’unico Dio, associarsi negli atri della fede alla nostra preghiera e con il loro domandare diventare forse adoratori pure loro? La consapevolezza che l’avidità è idolatria raggiunge anche il nostro cuore e la nostra prassi di vita? Non lasciamo forse in vari modi entrare gli idoli anche nel mondo della nostra fede? Siamo disposti a lasciarci sempre di nuovo purificare dal Signore, permettendoGli di cacciare da noi e dalla Chiesa tutto ciò che Gli è contrario?”.

La “purificazione del tempio”, però, è più di una “lotta agli abusi”: essa significa “una nuova ora della storia”, in cui Gesù stesso si offre come Nuovo Tempio, il nuovo luogo in cui si incontra Dio.

“La purificazione del tempio – spiega il papa - come culmine dell’ingresso solenne di Gesù in Gerusalemme, è insieme il segno della incombente rovina dell’edificio e della promessa del nuovo Tempio; promessa del regno della riconciliazione e dell’amore che, nella comunione con Cristo, viene instaurato oltre ogni frontiera”.

“Immediatamente dopo la parola di Gesù sulla casa di preghiera di tutti i popoli, l’evangelista [Matteo] continua così: ‘Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio ed Egli li guarì’. Inoltre, Matteo ci dice che dei fanciulli ripeterono nel tempio l’acclamazione che i pellegrini avevano fatto all’ingresso della città: ‘Osanna al figlio di Davide’ (Mt 21, 14s). Al commercio di animali e agli affari col denaro Gesù contrappone la sua bontà risanatrice. Essa è la vera purificazione del tempio. Egli non viene come distruttore; non viene con la spada del rivoluzionario. Viene col dono della guarigione. Si dedica a coloro che a causa della loro infermità vengono spinti agli estremi della loro vita e al margine della società. Gesù mostra Dio come Colui che ama, e il suo potere come il potere dell’amore. E così dice a noi che cosa per sempre farà parte del giusto culto di Dio: il guarire, il servire, la bontà che risana”.

“E ci sono poi i fanciulli che rendono omaggio a Gesù come figlio di Davide ed acclamano l’Osanna. Gesù aveva detto ai suoi discepoli che, per entrare nel Regno di Dio, avrebbero dovuto ridiventare come i bambini. Egli stesso, che abbraccia il mondo intero, si è fatto piccolo per venirci incontro, per avviarci verso Dio”.

Per questo, il pontefice sottolinea ancora, “nei piccoli che con un simile cuore libero ed aperto riconoscono Lui, la Chiesa ha visto l’immagine dei credenti di tutti i tempi, la propria immagine”.

E conclude: “Cari amici, in questa ora ci associamo alla processione dei giovani di allora – una processione che attraversa l’intera storia. Insieme ai giovani di tutto il mondo andiamo incontro a Gesù. Da Lui lasciamoci guidare verso Dio, per imparare da Dio stesso il retto modo di essere uomini. Con Lui ringraziamo Dio, perché con Gesù, il Figlio di Davide, ci ha donato uno spazio di pace e di riconciliazione che abbraccia nella Santa Eucaristia il mondo. PreghiamoLo, affinché diventiamo anche noi con Lui e a partire da Lui messaggeri della sua pace, affinché in noi ed intorno a noi cresca il suo Regno”.

Prima di terminare la messa con l’Angelus, dopo aver ricordato il sacrificio di mons. Paulos Faraj Rahho, arcivescovo di Mosul, morto mentre era tenuto in cattività da alcuni rapitori (ne parliamo in un altro articolo), Benedetto XVI ha salutato tutti i giovani che si preparano alla Gmg di Sydney:

“Ed ora, cari fratelli e sorelle – ha detto - rinnovo a tutti voi il mio cordiale saluto. Lo rivolgo in modo speciale ai giovani, venuti da molti Paesi del mondo in occasione della Giornata della Gioventù, che l’amato Servo di Dio Giovanni Paolo II volle legare alla Domenica delle Palme. Il mio pensiero va in questo momento a Sydney, in Australia, dove fervono i preparativi per il grande incontro che avrò là con i giovani di tutto il mondo dal 15 al 20 luglio prossimo. Ringrazio la Conferenza Episcopale Australiana, in particolare il Cardinale Pell Arcivescovo di Sydney e i suoi collaboratori, per tutto il lavoro che stanno compiendo con tanto impegno; come pure sono grato alle Autorità australiane, sia federali sia statali, per il generoso sostegno offerto a questa importante iniziativa. Arrivederci a Sydney!”.

Alla Gmg in Australia sono attesi giovani da tutto il mondo. È anche sicura la partecipazione di alcuni giovani della Chiesa cinese. Quasi a ricordare il forte legame fra la Chiesa universale e quella cinese, alla messa delle Palme oggi in piazza san Pietro, la prima preghiera nelle invocazioni universali, è stata ffidata proprio a un giovane cinese, che ha pregato per il papa e per la missione della Chiesa nel mondo.





ROMA, martedì, 18 marzo 2008 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Cardinal Bertone: la vita di Chiara Lubich, "un canto all'amore di Dio""
Celebrato a Roma il funerale della fondatrice dei Focolari
Roberta Sciamplicotti
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"Un canto all'amore di Dio": così il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, ha definito la vita di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, morta il 14 marzo all'età di 88 anni.

Nell'omelia della cerimonia funebre che ha presieduto questo martedì nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura, il Cardinale ha ricordato l'"ardente desiderio dell'incontro con Cristo" che ha segnato tutta l'esistenza della Lubich, "ed ancor più intensamente gli ultimi mesi e giorni provati dall'aggravarsi del male che l'ha spogliata di ogni energia fisica, in una graduale ascesa del Calvario culminata nel dolce ritorno nel seno del Padre".

"Ora tutto è veramente compiuto - ha affermato il Segretario di Stato -: il sogno degli inizi si è fatto verità, l'anelito appassionato è appagato. Chiara incontra Colui che ha amato senza vedere e, piena di gioia, può esclamare: 'Sì, il mio redentore è vivo!'".

"La vita di Chiara Lubich è un canto all'amore di Dio, a Dio che è Amore", ha ricordato.

"Non c'è altra via per conoscere Dio e per dare senso e valore all'umana esistenza. Solo l'Amore, l'Amore divino ci rende capaci di 'generare' amore, di amare persino i nemici. Questa è la novità cristiana, qui sta tutto il Vangelo".

"Come vivere l'Amore?", ha chiesto il porporato.

Dopo l'Ultima Cena, Gesù prega "perché tutti siano una sola cosa"; "è dunque la preghiera di Cristo a sorreggere il cammino dei suoi amici di ogni epoca", ha risposto.

"E' il suo Spirito a suscitare nella Chiesa testimoni di Vangelo vivo; è ancora Lui, il Dio vivente, a guidarci nelle ore della tristezza e del dubbio, della difficoltà e del dolore. Chi si affida a Lui nulla teme, né la fatica della traversata di mari tempestosi, né gli ostacoli e le avversità di ogni genere. Chi costruisce la sua casa su Cristo, costruisce sulla roccia dell'Amore che tutto sopporta, tutto supera, tutto vince".

La fondatrice del Movimento dei Focolari, "con stile silenzioso ed umile", non ha creato "istituzioni di assistenza e di promozione umana", ma si è dedicata "ad accendere il fuoco dell'amore di Dio nei cuori".

"Suscita persone che siano esse stesse amore, che vivano il carisma dell'unità e della comunione con Dio e con il prossimo; persone che diffondano 'l'amore - unità' facendo di se stessi, delle loro case, del loro lavoro un 'focolare' dove ardendo l'amore diventa contagioso e incendia quanto sta accanto".

Questa missione, ha osservato il Cardinale, è possibile a tutti perché il Vangelo "è alla portata di ognuno".

"La preziosissima chiave per entrare nel Vangelo", per Chiara, era la Madonna, ed è proprio a Maria che decise di affidare la sua opera, chiamandola appunto Opera di Maria. "Rimarrà sulla terra come altra Maria - affermò -: tutto Vangelo, nient'altro che Vangelo e, poiché Vangelo, non morirà".

Il porporato ha concluso la sua omelia ringraziando il Signore per la testimonianza di Chiara Lubich, "per le sue intuizioni profetiche che hanno preceduto e preparato i grandi mutamenti della storia e gli eventi straordinari che ha vissuto la Chiesa nel secolo XX".

Il Cardinal Bertone ha anche ricordato la "coraggiosa apertura ecumenica e la ricerca del dialogo con le religioni" del Movimento dei Focolari.

Papa Giovanni Paolo II, in occasione del 60° anniversario della nascita del Movimento, in una lettera a Chiara definì infatti le focolarine e i focolarini "apostoli del dialogo" come via privilegiata per promuovere l'unità: dialogo all'interno della Chiesa cattolica, dialogo ecumenico, dialogo interreligioso, dialogo con i non credenti.

La preziosa opera di promozione del dialogo svolta da Chiara Lubich è stata testimoniata dalle tante realtà presenti al suo funerale, al quale hanno partecipato anche decine di migliaia di fedeli provenienti da tutto il mondo.

Erano infatti presenti il rev. Martin Robra, del Consiglio Ecumenico delle Chiese; il metropolita Gennadios Zervos, della Chiesa ortodossa; il Vescovo della Chiesa luterana Christian Krause; Christophe d'Aloisio, ortodosso (Syndesmos); Werner Hubner, luterano (Cvjm - Ymca, Monaco), Gerhard Pross, luterano (Convegno dei Responsabili di movimenti e comunità evangeliche della Germania).

Hanno inoltre partecipato Lisa Palmieri, rappresentante in Italia e presso la Santa Sede dell'American Jewish Committee e vice-presidente del WCRP Europa; l'Imam El Pasha della Moschea di Harlem (USA); il direttore del Centro Islamico culturale di Roma Dr. Redouane; il Presidente della comunità Islamica di Firenze, l'Imam Elzir Ezzedine; l'Imam della Moschea di Perugia, Abel Qader.

Il mondo buddista è stato rappresentato dal Presidente del Consiglio Direttivo della Rissho Kosei Kai, Watanabe Yasutaka, capo-delegazione del Movimento laico giapponese, e dal monaco tailandese buddista Phara-Maha Thongratana.

Tra i rappresentanti di movimenti e nuove comunità, i fondatori Andrea Riccardi (Comunità di Sant'Egidio), Ernesto Olivero (Sermig), p. Laurent Fabre (Chemin Neuf), e i presidenti don Julián Carrón, (CL), Salvatore Martinez (Rinnovamento nello Spirito) e don Luis Fide Suarez Puerto





ROMA, martedì, 18 marzo 2008 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"L'identikit del gesuita: disponibilità e mobilità"
Il nuovo Preposito generale parla del futuro della Compagnia di Gesù
Padre Adolfo Nicolás, Preposito generale della Compagnia di Gesù
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Uno dei compiti della 35ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù è stato quello di delineare l'identikit del Gesuita, che ha fatto emergere la figura di un uomo pronto a offrire “totale disponibilità” e “nuova e impegnativa mobilità”.

Lo ha reso noto padre Adolfo Nicolás, Preposito generale della Compagnia, in un'intervista rilasciata a “L'Osservatore Romano”, alla “Radio Vaticana” e al Centro Televisivo Vaticano.

Tracciando un bilancio della Congregazione Generale – svoltasi a Roma dal 7 gennaio al 6 marzo – che lo ha eletto alla guida dei Gesuiti, padre Nicolás ha affermato che è stata caratterizzata da una grande unità anche se si è sperimentata “la diversità più grande nella storia della Compagnia”, perché “erano rappresentati praticamente tutti i Paesi dove ci sono i Gesuiti”.

Nonostante questo, “vi è stata l'esperienza di aver trovato una profonda comunicazione degli uni con gli altri” e “il senso di formare insieme un unico corpo è stato molto grande”.

Nella Congregazione, ha spiegato, “abbiamo trovato che l'immagine, l'identikit dei Gesuiti, che noi pensiamo e desideriamo, è l'immagine di uomini consapevoli di essere chiamati a una missione difficile” “per la quale c'è bisogno di una totale disponibilità e poi di una nuova e impegnativa mobilità”.

Padre Nicolás ha rivelato di aver chiesto a Provinciali e Superiori “di rendere questa mobilità normale nella Compagnia, che non riguardi soltanto un gruppetto di missionari, che vanno fuori dei loro Paesi, ma tutti”.

“Dovrebbe essere normale per noi andare in un altro Paese almeno per un certo periodo di servizio o per essere formati meglio in una visione internazionale della Chiesa, del mondo e di noi stessi”, ha osservato.

Circa i temi trattati nella Congregazione, il Preposito ha ricordato in primo luogo quello del governo dell'Ordine.

“Se siamo in un mondo globalizzato – ha commentato –, un mondo così pluralista e così interconnesso”, “allora abbiamo bisogno di un sistema di governo che sia adatto a questo tempo”.

Altri temi sono stati la missione e il suo aggiornamento e l'obbedienza, per due ragioni principali: “una che lo stesso Benedetto XVI ci aveva invitato a riflettere sull'obbedienza, e l'altra che nelle Congregazioni recenti, da venti anni a questa parte, abbiamo riflettuto con una certa profondità sulla povertà, sulla castità, ma non avevamo aggiornato le nostre riflessioni sull'obbedienza nel contesto di oggi”.

Circa le vocazioni, il Preposito ha riconosciuto una loro diminuzione, ma ha esortato a considerare il problema nel suo complesso.

In primo luogo, sostiene, è in atto un cambiamento sociologico, perché ora nei Paesi tradizionalmente cattolici “le famiglie non hanno figli, ne hanno uno, due e con grandi difficoltà”, e per questo “è molto più difficile lasciare che l'unico figlio vada a farsi religioso, si faccia prete, gesuita!”.

Accanto a questo, c'è un cambiamento ecclesiologico: “dopo il Vaticano II, ci sono molte vocazioni laiche. La vocazione laica, oggi, viene considerata come una vera vocazione, una vocazione profonda, una vocazione in cui la persona può impegnarsi completamente, per tutta la vita”.

“Per essere un buon cristiano – ha osservato – non è necessario essere prete, religioso”.

Il problema, ha aggiunto, “non è moltiplicarsi o sopravvivere, il problema è vivere: come vivere coerentemente con la nostra vocazione. Credo che sia meglio 'pochi e buoni' piuttosto che molti che diventano turba, 'massa', come diceva Sant'Ignazio”.

Quanto al contributo che possono apportare gli altri continenti alla Chiesa universale, il Preposito generale ha sottolineato come l'Asia possa insegnare molto perché “è meno teorica, è più pratica, è più 'di crescita'”.

Per la Cina, padre Nicolás ha ammesso che “si può fare molto, ma si può definire poco. Tutto dipende dalle possibilità che ci saranno aperte nel tempo”.

L'Africa, ha ammesso, non è stata oggetto di un'approfondita discussione nell'ambito della Congregazione Generale, ma è emersa chiaramente la volontà di aiutare il continente.

“Dall'Africa è stato già chiesto ai Gesuiti di formare un'università, e questo progetto è allo studio da due anni”, ha ricordato, ma ad ogni modo la Compagnia di Gesù pensa che “l'iniziativa deve partire dall'Africa”.

Le sfide e le proposte che si pongono davanti ai Gesuiti sono quindi numerose.

“Il nostro carisma è un carisma di servizio nella Chiesa”, ha ribadito padre Nicolás. “Non siamo una Chiesa parallela e non siamo una Chiesa nella Chiesa: siamo parte della Chiesa, un piccolo gruppo che cerca di servire”.

Tra le necessità che emergono dalla Congregazione Generale, ha concluso, c'è anche la revisione delle strutture della Compagnia, “in modo che possiamo 'servire' con maggiore flessibilità, più facilmente e rispondere meglio alle istanze dei nostri tempi”.





ROMA, lunedì, 17 marzo 2008 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Per spiegare fede e ragione bisogna ripartire da Gesù"
Lezione magistrale di monsignor Lambiasi agli universitari di Rimini
Antonio Gaspari
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In occasione della tradizionale Pasqua Universitaria, il Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi, ha tenuto l’8 marzo una lezione nell’Aula Magna dell’Università di Rimini sul tema “L’incontro tra fede e ragione: luce di speranza?”.

Monsignor Lambiasi, che è stato per sei anni assistente ecclesiastico generale dell'Azione Cattolica Italiana (ACI), ha spiegato che l’incontro con Cristo fornisce le ragioni per la ricerca della verità che è amore.

Secondo il presule, non è affatto vero che “credere” è l’esatto contrario di “pensare”, anzi è vero il contrario e cioè che “la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”.

A questo proposito il Vescovo di Rimini ha ricordato tutta la letteratura sapienziale dell’Antico Testamento dove si trova “l’esortazione al credente a coltivare l’amicizia dell’intelligenza”.

Monsignor Lambiasi ha però constatato con amarezza che “mai come in questo tempo, l’uomo ha scisso l’intelligenza dall’amore, la ragione dalla fede e dalla passione, la mente dal cuore”.

Per questo, ha osservato, Papa Benedetto XVI ha insistito sul fatto che l’intera comunità ecclesiale si premuri affinché “la ragione riconquisti un maggiore slancio di fiducia nella ricerca della verità”.

In merito a come i credenti guardano alle ragioni del credere, il Vescovo di Rimini ha respinto le concezioni “nozionistiche della Rivelazione e didattiche della fede” ed ha spiegato che “credere è l’atteggiamento con cui l’uomo si consegna a Dio liberamente e totalmente”.

“In questo contesto – ha aggiunto – la fede: è accoglienza umile e stupita di un dono incalcolabile, immeritato, semplicemente in-credibile, ossia talmente grande da risultare in-pensabile, inimmaginabile, imprevedibile”.

Per monsignor Lambiasi il segreto della fede è quello di “fidarsi e affidarsi”, è abbandonarsi “all’amore e all’attenzione di chi ci ha fatto”: solo così “si abbandona il proprio piccolo progetto e ci si lascia condurre”.

“Credere per i cristiani – ha continuato – è imparare a guardare e a vivere il mondo, la propria umanità e Dio secondo Gesù”.

“Credere significa accettare che l’unica cosa che vale nella vita, perché resta dopo e oltre la morte, è l’amore che sappiamo offrire”.

Riprendendo le parole del Cardinale Newman, secondo cui “il cristiano crede, perché ama”, il Vescovo di Rimini ha affermato che “Credere è voce del verbo amare”, perché significa “arrendersi all’amore del Dio di Gesù di Nazaret” e “permettere a Dio di amarci”.

Circa il mistero della morte, che contrasterebbe con il disegno di amore, monsignor Lambiasi ha spiegato che per il vero credente si tratta del “totale e definitivo fidarsi del Padre e affidarsi al suo amore”.

Per questo motivo – ha continuato – San Francesco d’Assisi parla della “morte” come “nostra sorella” in cui “avviene l’ultima consegna, l’estremo lasciarsi prendere dalle braccia del Padre-Abbà”.

Facendo riferimento ai nostri giorni, il Vescovo di Rimini ha osservato che “non è più la dea Ragione a dominare; al suo posto troviamo la pulsione, l’istinto, l’emozione”; da Prometeo si è passati a Narciso e per dirla con Marilyn Manson, il satanista seguito da migliaia di giovani nei suoi mega-concerti trasgressivi: “Non devi adorare niente e nessuno, tranne te stesso”.

Il già assistente dell’Azione Cattolica ha sottolineato che domina “la religione narcisista, con il nuovo pantheon dei suoi idoli seducenti: il piacere, il successo, in una parola l’autogratificazione”, a cui si accompagna una “autoaffermazione inospitale incapace di accogliere l’Altro”.

“Viviamo in tempi di pensiero debole – ha rilevato il presule – nella 'società dell’incertezza': il valore supremo non è la verità, ma la veracità, la sincerità, l’autenticità, la falsa benevolenza l’insulso buonismo”.

Per far fronte alla crisi dei tempi moderni, il Vescovo di Rimini ha affermato che “bisogna ripartire da Gesù Cristo” ed ha aggiunto che “non si tratta di annunciare un vangelo diverso, bensì di annunciare diversamente il vangelo”.

Di fronte alla pretesa dell’illuminismo di trasformare la fede cristiana in semplice morale, monsignor Lambiasi ha concluso che “il cristianesimo non è una morale, e neppure una filosofia, è un’alleanza; non è un ideale astratto, ma una comunione; non è un’ideologia, è una storia, anzi una persona”.





ROMA, lunedì, 17 marzo 2008 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Una "casa del Papa" per i giovani a Roma"
Il Centro Internazionale San Lorenzo offre aiuto per organizzare pellegrinaggi
Gisèle Plantec
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Numerosi Vescovi e molti giovani ignorano ancora l'esistenza del Centro San Lorenzo, che può "fornire grandi servizi a gruppi o pellegrini individuali" di passaggio a Roma, così come ai giovani giunti in città per motivi di lavoro o di studio.

Lo constata monsignor Francis Kohn, responsabile della sezione per i giovani del Pontificio Consiglio per i Laici e sacerdote della Comunità dell'Emmanuele, parlando a ZENIT in occasione dei 25 anni del Centro San Lorenzo. Il dicastero per i Laici ha la responsabilità pastorale del Centro.

Monsignor Kohn è stato molto felice della visita di Benedetto XVI alla struttura. Il Papa ha celebrato domenica 9 marzo la Messa nella piccola cappella del Centro San Lorenzo alla presenza di 200 giovani di tutto il mondo che hanno collaborato alle attività della struttura in questi 25 anni di vita.

Monsignor Kohn ha ricordato che il Centro San Lorenzo è nato dalla "grande sollecitudine di Papa Giovanni Paolo II per i giovani", proprio prima dell'anno santo della Redenzione nel 1983, precedente all'invio della croce dell'anno santo ai giovani e all'istituzione della Giornata Mondiale della Gioventù.

"Credo che la maggiore ricchezza del Centro San Lorenzo, ed è la sua missione, sia aiutare i giovani a scoprire l'universalità e il volto giovane della Chiesa", ha sottolineato, spiegando che i giovani che animano la struttura (quelli permanenti della Comunità dell'Emmanuele e anche i giovani di altri movimenti e comunità che hanno partecipato in un modo o nell'altro alle attività del centro nel corso di questi 25 anni) e quelli che lo frequentano vengono dal mondo intero e riflettono l'universalità della Chiesa.

Concretamente, per compiere la sua missione di aiutare i giovani di passaggio a Roma a realizzare un pellegrinaggio, il Centro ha ricevuto tre priorità da Giovanni Paolo II: accoglienza, preghiera e formazione, ha spiegato il responsabile della sezione per giovani del dicastero per i Laici.

Il Centro accoglie tutti i giovani pellegrini che arrivano a Roma, a volte li aiuta anche a trovare un alloggio e propone servizi per organizzare soggiorni e itinerari di pellegrinaggio a Roma, ha spiegato monsignor Kohn.

"C'è anche una dimensione di accoglienza che non ha potuto essere prevista in partenza ma si è sviluppata in questi 25 anni - ha precisato -. Il Centro, in effetti, è anche una famiglia per molti dei giovani stranieri che vivono a Roma per alcuni anni".

La seconda priorità del Centro è la preghiera.

Il Centro San Lorenzo è "prima di tutto un centro di preghiera. Il Santissimo Sacramento è esposto tutti i giorni in questa piccola chiesa magnifica, e la Messa viene celebrata ogni giorno".

"Molti dei giovani hanno potuto testimoniare da 25 anni che qui si fa, da soli o incontrando altri giovani, l'esperienza dell'incontro con Dio", ha aggiunto monsignor Kohn.

Il presule ha precisato che da alcuni anni la Messa del venerdì pomeriggio viene "celebrata da un Cardinale o un Vescovo della Curia romana o di passaggio, ad esempio in visita ad limina".

"Ciò permette ai giovani di scoprire Chiese diverse, dell'America Latina, dell'Asia, attraverso la testimonianza dei presuli, ma è anche un'occasione per questi Vescovi di conoscere il Centro e incontrare i giovani che vengono qui", ha spiegato.

La terza dimensione è infine la formazione, cioè "permettere ai giovani di approfondire ciò che è la Chiesa, la fede, le basi della vita spirituale".

"Questa dimensione della formazione è stata concretizzata 25 anni fa in numerosi cicli di conferenze", ha osservato il presule.

Sottolineando l'unicità del Centro San Lorenzo, perché è il "centro del Papa per i giovani", situato molto vicino a Piazza San Pietro, monsignor Kohn ha riconosciuto che questo modello potrebbe essere riprodotto in altri luoghi del mondo e che "esiste già in santuari o diocesi", come a Lourdes.

Monsignor Kohn ha concluso auspicando che il Centro sia "prima di tutto conosciuto, a Roma e all'estero", e che si stabiliscano "legami più stretti, più profondi con varie diocesi nei Paesi del mondo, per approfittare dell'esperienza degli uni e degli altri".

Per ulteriori informazioni, centrosanlorenzo@laity.va





CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 17 marzo 2008 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Il Cardinal Rodé invita a "tornare all'autenticità della vita religiosa""
"Tornare all'autenticità della vita religiosa"
Cardinale France Rodé, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Religiosa e le Società di Vita Apostolica
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Tornare all'autenticità della vita religiosa" è la proposta del Cardinale France Rodé, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Religiosa e le Società di Vita Apostolica, commentando la situazione della vita religiosa in Francia.

"La Francia fa parte certamente della realtà dell'Europa occidentale e lì la secolarizzazione è andata abbastanza forte in questi 40 anni, dopo il Concilio", ha riconosciuto il porporato alla "Radio Vaticana".

"Si può dire che certe Congregazioni tradizionali soffrano a causa di questa mentalità secolarizzante, che è penetrata in loro".

Benedetto XVI, ha sottolineato il Cardinale, "mette in guardia continuamente contro il pericolo di quella che lui chiama la secolarizzazione interna".

"Fuggire da questo spirito mondano, dunque, e mettere l'accento sulla vita in comunità, sulla vita fraterna, sulla preghiera, sulla povertà, sull'obbedienza, sulla castità vissuta nella gioia del cuore e nella libertà interiore. Ecco quello che dobbiamo riprendere, quello che dobbiamo vivere intensamente", ha proposto.

"Vivere intensamente il carisma, tornare all'autenticità della vita religiosa" è quella che il porporato definisce "l'unica via per uscire da questa situazione di crisi nella quale si trova la vita religiosa".

Nonostante gli aspetti difficili, ha ammesso, ci sono anche "delle reazioni sorprendenti".

A questo proposito, ha riconosciuto di provare "una grande ammirazione e gioia quando trovi giovani monaci, giovani padri carmelitani, domenicani, le suore benedettine, e li vedi pieni di gioia, trasparenti, con una grande libertà interiore".

"Sono visibilmente al loro posto, dove Dio li vuole e vivono la loro vocazione nella gioia e nella pace del cuore".

"Questa penso sia la prima testimonianza che questi religiosi danno ed è una testimonianza molto convincente, molto credibile - ha concluso -. Come diceva, in altri tempi, il filosofo Bergson la loro esistenza è un appello, non hanno bisogno di parlare".





ROMA, giovedì, 20 marzo 2008 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Predicatore del Papa: non si è cristiani se non si crede che Gesù è risorto"
Commento al Vangelo della domenica di Pasqua
Padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap.
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Domenica di Pasqua

Atti 10,34a.37-43; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20, 1-9

È RISORTO!

Alle donne recatesi al sepolcro, il mattino di Pasqua, l'angelo disse: "Non abbiate paura. Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto!". Ma è veramente risorto, Gesù? Quali garanzie abbiamo che si tratta di un fatto realmente accaduto, e non di una invenzione o di una suggestione? San Paolo, scrivendo a non più di venticinque anni di distanza dai fatti, elenca tutte le persone che lo hanno visto dopo la sua risurrezione, la maggioranza dei quali era ancora in vita (1 Cor 15,8). Di quale fatto dell'antichità abbiamo testimonianze così forti come di questo?

Ma a convincerci della verità del fatto è anche un'osservazione generale. Al momento della morte di Gesù i discepoli si sono dispersi; il suo caso è dato per chiuso: "Noi speravamo che fosse lui...", dicono i discepoli di Emmaus. Evidentemente, non lo sperano più. Ed ecco che, improvvisamente, vediamo questi stessi uomini proclamare unanimi che Gesù è vivo, affrontare, per questa testimonianza, processi, persecuzioni e infine, uno dopo l'altro, il martirio e la morte. Che cosa ha potuto determinare un cambiamento così totale, se non la certezza che egli era veramente risorto?

Non possono essersi ingannati, perché hanno parlato e mangiato con lui dopo la sua risurrezione; e poi erano uomini pratici, tutt'altro che facili a esaltarsi. Essi stessi sulle prime dubitano e oppongono non poca resistenza a credere. Neppure possono aver voluto ingannare gli altri, perché, se Gesù non era risorto, i primi ad essere stati traditi e a rimetterci (la stessa vita!) erano proprio loro. Senza il fatto della risurrezione, la nascita del cristianesimo e della Chiesa diventa un mistero ancora più difficile da spiegare che la risurrezione stessa.

Questi sono alcuni argomenti storici, oggettivi, ma la prova più forte che Cristo è risorto, è che è vivo! Vivo, non perché noi lo teniamo in vita parlandone, ma perché lui tiene in vita noi, ci comunica il senso della sua presenza, ci fa sperare. "Tocca Cristo chi crede in Cristo", diceva sant'Agostino e i veri credenti fanno l'esperienza della verità di questa affermazione.

Quelli che non credono nella realtà della risurrezione hanno sempre avanzato l'ipotesi che si sia trattato di fenomeni di autosuggestione; gli apostoli hanno creduto di vedere. Ma questo, se fosse vero, costituirebbe, alla fine, un miracolo non meno grande di quello che si vuole evitare di ammettere. Suppone infatti che persone diverse, in situazioni e luoghi diversi, abbiano avuto tutte la stessa allucinazione. Le visioni immaginarie arrivano di solito a chi le aspetta e le desidera intensamente, ma gli apostoli, dopo i fatti del venerdì santo, non aspettavano più nulla.

La risurrezione di Cristo è, per l'universo spirituale, quello che fu per l'universo fisico, secondo una teoria moderna, il Big-bang iniziale: un'esplosione tale di energia da imprimere al cosmo quel movimento di espansione che dura ancora oggi, a distanza di miliardi di anni. Togli alla Chiesa la fede nella risurrezione e tutto si ferma e si spegne, come quando in una casa cade la corrente elettrica. San Paolo scrive: "Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo" (Rom 10,9). "La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo", diceva sant'Agostino. Tutti credono che Gesù sia morto, anche i pagani, gli agnostici lo credono. Ma solo i cristiani credono che è anche risorto e non si è cristiani se non lo si crede. Risuscitandolo da morte, è come se Dio avallasse l'operato di Cristo, vi imprimesse il suo sigillo. "Dio ha dato a tutti gli uomini una prova sicura su Gesú, risuscitandolo da morte" (Atti 17,31).





ROMA, giovedì, 20 marzo 2008 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"La feconda "solitudine" del sacerdote nella società di oggi"
Parla il Segretario della Congregazione per il Clero
l'Arcivescovo Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero,
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Il sacerdote “non è un impiegato”, “è un consacrato, un 'Cristo' di Dio”, celibe, che si nutre dell'Eucaristia, lontano dalle mode di questo mondo e al servizio della gente.

Così ha detto in una intervista a L'Osservatore Romano (20-21 marzo 2008) l'Arcivescovo Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero, nel ribadire i tratti salienti del sacerdote e il suo ruolo nella missione della Chiesa nel mondo.

Innanzitutto, ha spiegato il presule, “il sacerdote non può realizzarsi pienamente se l'Eucaristia non costituisce davvero il centro e la radice della sua vita”, se la sua “fatica quotidiana” non è “irraggiamento della celebrazione eucaristica”.

Come ricorda il racconto evangelico sulla “lavanda dei piedi” degli apostoli da parte di Gesù, ha continuato monsignor Piacenza, il compito del sacerdote sta nel dono incondizionato: “il sacerdote non si appartiene! È al servizio del Popolo di Dio senza limiti di orario e di calendario”.

“Non è la gente per il sacerdote, bensì il sacerdote per la gente, nella sua globalità, senza mai restringere il proprio servizio a un piccolo gruppo”, ha detto.

“Il sacerdote non può scegliersi il posto che gli piace, i metodi di lavoro che ritiene maggiormente congeniali, le persone ritenute più simpatiche, gli orari più comodi, le distrazioni – seppur legittime – quando sottraggono tempo ed energie alla propria specifica missione pastorale”.

Inoltre, pur operando nel mondo, il sacerdote non è tuttavia “così assimilato al mondo da diventare mimetizzato e non più fermento trasformante”.

“Di fronte a un mondo anemico di preghiera e di adorazione, di verità e di giustizia – ha continuato –, il sacerdote è anzitutto l'uomo della preghiera, dell'adorazione, del culto, della celebrazione dei santi Misteri 'davanti agli uomini, in nome di Cristo'”.

Il suo impegno è la “testimonianza, intesa etimologicamente come martirio [...] nella consapevolezza rinnovata che Cristo, ordinariamente, viene a noi soltanto 'nella' e 'dalla' Chiesa, che prolunga la sua Presenza nel tempo”.

Perché la Chiesa è “trascendente e mistero” e “solo non rinunciando alla propria identità soprannaturale [...] potrà autenticamente evangelizzare le realtà 'naturali'”.

Infatti, ha spiegato, “la Chiesa ha il compito 'negativo' di liberare il mondo dall'ateismo e quello 'positivo' di soddisfare il bisogno insopprimibile che l'uomo, consciamente o inconsciamente, ha di realizzarsi, ovvero della santità”.

Perciò, il sacerdote deve “rispondere alla sete bruciante di una umanità sempre alla ricerca” e seminare quella “inquietudine” che è “il santo timore di Dio”.

In questo senso, la “totalità dell'oblazione a Dio” è il solo metro su cui si misura la dignità di un sacerdote e la garanzia della “totalità del servizio ai fratelli”.

Allo stesso tempo, ha continuato l'Arcivescovo Piacenza, l'apertura ai giovani dei “vasti orizzonti dell'integralità della sequela di Cristo” può contribuire a contrastare la crisi delle vocazioni nella società attuale.

Al contrario, ha osservato, “laddove si operano tentativi riduzionisti dell'identità e del ministero pastorale, tutto languisce sulla via della progressiva desertificazione”.

Ma alla luce della “configurazione del sacerdote a Gesù Cristo” si comprendeno meglio anche le “promesse di obbedienza, di castità vissuta nel celibato, nell'impegno di un cammino nel distacco dalle cose, dalle situazioni, da se stessi”.

L'Arcivescovo ha perciò sottolineato che “la castità garantisce la sponsalità e la grande paternità” e ha ricordato che “in tutto ciò non ci sono dei no, ma un grande, liberante sì”, “un amore più grande” che si esprime “nella logica gioiosa del dono”.

“Il sacerdote non entrerà mai in crisi né di identità, né di solitudine, né di frustrazione culturale se, resistendo alla tentazione di disperdersi nella folla anonima, non scenderà mai – quanto ad intenzione, dirittura morale e stile – dalla predella dell'altare del sacrificio del Corpo e del Sangue di Cristo”.

Tuttavia, ha ammesso, di fronte “a una frantumazione sempre più accentuata dei legami tra le persone, in ogni ambito sociale [...] non possiamo pensare che la figura del prete celibe non subisca il contraccolpo di queste innumerevoli solitudini”.

Per questo, ha concluso, c'è “bisogno di sacerdoti che sappiano mostrare la fecondità comunionale e comunitaria della loro 'solitudine' verginale”.





CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 20 marzo 2008 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Benedetto XVI: il ministero sacerdotale significa servizio"
Nella Messa Crismale del Giovedì Santo
Papa Benedetto XVI
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L'essenza del ministero sacerdotale è il servizio, ha affermato Benedetto XVI questo giovedì mattina presiedendo nella Basilica di San Pietro in Vaticano la Santa Messa Crismale.

La Messa del Crisma, ha spiegato il Papa nella sua omelia rivolgendosi ai Cardinali, ai Vescovi e ai presbiteri - diocesani e religiosi - presenti a Roma, "esorta a rientrare in quel 'sì' alla chiamata di Dio, che abbiamo pronunciato nel giorno della nostra Ordinazione sacerdotale".

L'essenza del sacerdozio veterotestamentario, ha osservato il Pontefice, è astare coram te et tibi ministrare.

I compiti che definiscono l'essenza del ministero sacerdotale sono quindi due: "stare davanti al Signore" e "servire".

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