| 17 Marzo 2008 |
Anno III, Numero 6 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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Si è aperta questo giovedì l'Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura sul tema “La chiesa davanti alla sfida della secolarizzazione”, che si svolgerà a Roma fino all'8 marzo. In apertura, monsignor Gianfranco Ravasi, Presidente del Dicastero vaticano, rivolgendosi ai circa 45 membri e consultori, ha sottolineato la necessità di uno sguardo positivo sul mondo e sulle culture. Questo perché “il grande rischio è quello dell’indifferenza che non pone domande che trascendano il proprio orizzonte”, si legge in una nota diffusa dal Pontificio Consiglio della Cultura. Tuttavia, “nell’uomo, sazio e apparentemente incapace di porsi gli interrogativi importanti, c’è spazio per far entrare Dio attraverso le brecce prodotte dal secolarismo", ha detto monsignor Ravasi. "Infatti - ha ricordato -, Dio non è morto, l’età secolare gli sta solo chiedendo i documenti”. L’Arcivescovo Gianfranco Ravasi ha poi indicato alcuni itinerari, come quello riguardante il rapporto tra fede e scienza. A questo proposito ha annunciato un Convegno internazionale su “Le teorie dell’evoluzione per incontrare e per fare incontrare scienza, teologia e filosofia”. “Sarà questo un percorso molto importante, perché vedrà convergere qui a Roma, all’Università Gregoriana e sotto il nostro patrocinio, da un lato figure altissime della scienza, ci sono anche dei Premi Nobel, e dall’altra parte dei grandi teologici e dei grandi filosofi", ha commentato il presule ai microfoni della "Radio Vaticana". "Così da poter finalmente guardare ciascuno di noi al di là della nostra frontiera – ha detto – : lo scienziato che si interroga anche e che ascolta anche l’interrogazione della teologia e il teologo e il filosofo che ascoltano e che vedono i percorsi della scienza". "Lo sforzo nostro sarà, perciò, quello di comprendere veramente i volti dei popoli e delle culture, a partire per esempio dalle grandi culture asiatiche, da quelle africane e da quelle dell’America Latina", ha spiegato l'Arcivescovo Ravasi. Nel suo intervento, monsignor Joseph Doré, Arcivescovo emerito di Strasburgo, ha messo a fuoco la secolarizzazione come sfida teologica, culturale e pastorale. Dal canto loro, invece, monsignor Donal Brendan Murray – Vescovo di Limerick –, il Cardinale Francis George – Arcivescovo di Chicago – e il Cardinale Wilfrid Fox Napier – Arcivescovo di Durban –, hanno affrontato il tema del rapporto della Chiesa con la secolarizzazione della società civile, proponendo dei percorsi per interpretare il binomio democrazia e secolarismo. Quello che si è sottolineato è l'urgenza di "affrontare la prova di una crisi di fiducia nei confronti della Chiesa, nei cui riguardi si respira delusione perché non è stata all’altezza della sua missione e non coerente con le richieste rivolte al popolo di Dio". Nel quadro delineato si è parlato delle "grandi possibilità" dell’ "esperienza della dimensione religiosa nei processi di riconciliazione e di pace in Africa, in particolare in Sudafrica, dove è risultato fondamentale recuperare il senso della comunità umana come famiglia di Dio". Il Cardinale José da Cruz Policarpo – Patriarca di Lisbona – , monsignor Anselme Titianma Sanon – Arcivescovo di Bobo-Dioulasso – e il Cardinale Ivan Dias – Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli – , hanno chiuso la giornata con una riflessione da una triplice prospettiva (Europa, Africa e Asia) sul tema della secolarizzazione delle società tradizionali. Le domande emerse sono state: come essere popolo di missionari alle prese con la secolarizzazione? Come sostenere le culture dell’Africa di fronte alla sfida delle migrazioni e quali priorità pastorali per la Chiesa nell’Asia tradizionale e quale funzione può espletare un autentico dialogo interreligioso? Ciò che è stato ribadito, si legge nella nota, è che "l'inculturazione e il dialogo interreligioso appaiono scelte irrinunciabili, a condizione che si parta da un’identità chiara". | ||||
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Benedetto XVI ha presentato una vita di fede e di partecipazione ai sacramenti come antidoto contro l'espansione delle sette, soprattutto in America Latina. E' la consegna che ha lasciato questo giovedì ricevendo i Vescovi del Guatemala, che hanno compiuto la loro visita quinquennale ad Limina Apostolorum al Papa e ai suoi collaboratori. Dopo aver ricevuto personalmente i presuli e aver letto i loro rapporti, il Santo Padre ha constatato che “Dio ha benedetto il popolo guatemalteco con un profondo sentimento religioso, ricco di espressioni popolari, che devono maturare in comunità cristiane solide, celebrando con gioia la loro fede come membra vive del Corpo di Cristo e fedeli al fondamento degli apostoli”. “Sapete molto bene che la fermezza della fede e la partecipazione ai sacramenti rendono forti i vostri fedeli di fronte al rischio delle sette o di gruppi presuntamente carismatici, che provocano disorientamento e arrivano a mettere in pericolo la comunione ecclesiale”, ha aggiunto il Papa. Negli ultimi 35 anni, secondo alcuni esperti, gruppi protestanti e altre sette religiose sarebbero riusciti ad attirare quasi il 30% della popolazione, anche se le cifre esatte sono difficili da confermare, perché c'è anche gente che in seguito abbandona queste congregazioni. José Elías, segretario del Movimento Internazionale della Chiesa di Dio e di Pentecoste, denominazione evangelica, stima che in Guatemala esistano attualmente circa 10.000 gruppi fondamentalisti. Vari rappresentanti della Santa Sede hanno denunciato negli ultimi anni il fatto che il Paese sia diventato una sorta di esperimento per questi gruppi degli Stati Uniti per penetrare in tutta l'America Latina. Il Cardinale messicano Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, in alcune dichiarazioni pubblicate dall'agenzia “Notimex” il 3 gennaio 1999 rivelava che una delle cause di questa invasione si trova nel rapporto redatto da Nelson A. Rockefeller per il Presidente Richard Nixon nell'agosto 1969. Il documento sosteneva che dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha smesso di essere un alleato di fiducia per gli Stati Uniti e la garanzia di stabilità sociale nel continente (sudamericano), per cui insisteva sulla necessità di sostituire i cattolici con altri cristiani in America Latina. Rockefeller chiedeva nel documento di sostenere i gruppi fondamentalisti cristiani e raggruppamenti come Moon e Hare Krishna. Il Cardinal Lozano rivelava che le sette avevano proposto per il 2000 di avere tra le loro fila il 50% della popolazione guatemalteca, obiettivo che non è stato raggiunto. | ||||
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Nel mondo attuale, caratterizzato da una sempre maggiore secolarizzazione, bisogna far sì che risuoni “la voce dello spirito”, ha affermato l’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Il presule ha parlato alla “Radio Vaticana” di come affrontare le sfide della secolarizzazione alla vigilia dell'Assemblea Plenaria del dicastero che presiede, che si svolgerà dal 6 all'8 marzo alla presenza di Cardinali, Vescovi, sacerdoti e laici in rappresentanza dei cinque continenti. “Le sfide della secolarizzazione per la Chiesa e nella Chiesa” è il tema che verrà affrontato nell'incontro, tre giorni di dialogo e confronto interculturale per cercare di rispondere alle domande della cosiddetta cultura globalizzata e postmoderna. “Nell’ambito della secolarizzazione si tende sostanzialmente ad allontanare qualsiasi istanza e urgenza che si rivolga verso la trascendenza, verso l’Oltre e l’Altro – ha detto il presule all'emittente pontificia –. Ci si accontenta quindi semplicemente di cogliere i valori concreti, immediati, diretti”. In questo contesto, “bisogna ritornare ancora negli spazi che sono propri dell’uomo il quale – come diceva Pascal – supera sempre infinitamente se stesso, ha sempre delle domande ulteriori; inserirsi e riproporre ancora i grandi valori, quei valori costitutivi dell’Uomo nella sua autenticità e questi valori, anche, si aprono verso il mistero, verso la trascendenza, verso il divino”. Se “la secolarità, per molti versi, è sinonimo di una laicità sana”, al giorno d'oggi c'è la tentazione di “espungere da questo mondo, da questa città qualsiasi segno, qualsiasi vessillo, qualsiasi emblema, qualsiasi simbolo ma soprattutto qualsiasi valore che appartenga alla dimensione spirituale, alla dimensione profonda, religiosa, ma anche etica in senso lato, riconducendoci invece ad etiche più semplici e più immediate”. “Ecco, allora, la necessità di far sì che questa città abbia ancora la voce dello spirito che risuoni, e questa voce dello spirito deve risuonare nella piazza, nelle strade, cioè nel groviglio delle vicende quotidiane e non soltanto nel silenzio aureolato di incenso, nella pacata serenità del tempio, dove pure ha il suo ambito privilegiato”, ha osservato. La comunità cristiana, ha ammesso monsignor Ravasi, può essere tentata di “ritirarsi in se stessa e di costituire come una sorta di oasi serena e pacata, in cui poter celebrare i propri riti e poter compiere anche un’esistenza che sia secondo lo spirito”. In virtù del Vangelo, tuttavia, “la realtà del cristiano è quella di essere nel mondo senza essere del mondo”. “Ecco, quindi, la necessità di entrare nel mondo, di entrare però con la propria identità, senza stingersi, senza perdere il proprio colore, la propria personalità, portando anzi la fiaccola alta dei propri valori, che sono valori penultimi e ultimi, cioè valori certamente di solidarietà, di impegno sociale, ma sono anche i grandi valori del bene e del male, della vita e della morte, dell’oltrevita, dell’amore, della giustizia, del senso stesso dell’esistenza”. Comunicare il Vangelo oggi, confessa il presule, non è facile. In “un mondo che non è più abituato alle grandi parole, alle parole fondamentali, che non è più abituato alle grandi domande che artigliano la coscienza, che non è più abituato anche a giudicare in maniera rigorosamente etica i propri comportamenti”, far risuonare la “parola forte” evangelica diventa “indispensabile proprio come scotimento, come una sorta quasi di provocazione”. Per far questo, bisogna affrontare “un percorso molto arduo”, che in primo luogo consiste nel “ritrovare il linguaggio, un linguaggio che sia adatto a questo mondo secolare”. Accanto a questo, è necessario “far sì che queste parole siano pronunciate nell’interno dei problemi dell’Uomo, non siano cioè considerate semplicemente come un messaggio trascendentale, non nel senso di trascendente, cioè che ci supera, ma semplicemente nel senso di astratto, che ci invita a decollare dalla realtà verso cieli mitici e mistici”. Solo in questo modo, ha concluso monsignor Ravasi, potrà agire la Parola di Dio, che, come dice la stessa Bibbia, è “un seme, è come pioggia che può fecondare tante volte i deserti della banalità, della superficialità, del secolarismo contemporaneo”. | ||||
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Da ventidue anni mi occupo della formazione di giovani verso il sacerdozio e ho potuto conoscere fin nei particolari l’itinerario di più di cento vocazioni sacerdotali, autentiche o solo presunte, e compiere molte scoperte sull’origine e il progredire di una vocazione nel cuore e nella mente di un ragazzo e di un giovane. La prima cosa che ho scoperto è che, nonostante quasi tutti i miei ragazzi siano entrati in seminario dopo la laurea o quando già lavoravano, in loro i primi segni della vocazione si erano manifestati molto presto: tra i 10 e i 15 anni. Quel che accadeva, però, era che una serie di altri interessi, passioni e incontri tipici dell’adolescenza finissero per soffocare quell’intuizione iniziale. Comunque nemmeno quello che sembra contraddire non necessariamente basta a spegnere un seme messo da Dio. Conosciamo tutti quei ruscelli che, percorsi alcuni chilometri dopo la sorgente, si nascondono tra le rocce e sembrano scomparire per sempre. In realtà proprio in questo itinerario sotterraneo le acque si arricchiscono di preziosi sali minerali. Quei corsi d’acqua spesso riappaiono tra le rocce di alta montagna e scendono infine a valle per proseguire il loro percorso di fiumi maturi e solenni. Così una vocazione che sembrava sepolta riappare per la grazia di un nuovo incontro. Nell’infanzia, adolescenza e giovinezza spesso l’incontro decisivo è quello con un prete. Dio normalmente non suscita in un ragazzo l’idea di sacerdozio, suscita invece l’incontro con un sacerdote. In altre parole l’ipotesi del sacerdozio nasce in un ragazzo per il fascino di totalità che vede in un prete. Egli non è tanto impressionato da qualcosa che il sacerdote fa, quanto piuttosto da ciò che il sacerdote è. E chi è il sacerdote per un ragazzo? È un padre. Nel prete il ragazzo vede un uomo che attraverso ciò che fa mostra un interesse speciale per le persone che ha davanti, un interesse che non si limita ad aspetti particolari o settoriali della loro vita, ma che è interesse disinteressato alla persona, al destino personale. Questo è ciò di cui Dio si serve per far nascere in lui l’ipotesi della vocazione sacerdotale. Viviamo in una società in cui sta scomparendo la figura del padre, la figura di colui che con autorevolezza accompagna il figlio ad affrontare la battaglia dell’esistenza con spirito positivo, costruttivo. E i frutti di questa assenza della figura paterna si vedono purtroppo nella crescente insicurezza dei giovani, nel loro continuo ritardare l’uscita dall’adolescenza. Il ragazzo è affascinato dalla maturità del sacerdote, dall’autorevolezza della sua proposta, dal fatto che egli affronta la vita. Pur vivendo accanto a lui, il prete ha qualcosa che lui, il ragazzo, non ha e vorrebbe avere, non è e vorrebbe essere. La maggior parte dei ragazzi del mio seminario è stata segnata dalla presenza di sacerdoti che non li astraeva dalla loro vita normale, ma li accompagnava, mostrando come lo studio, gli affetti, le difficoltà, i progetti per il futuro, come tutto sia vero, più bello e vero, più grande seguendo Cristo. È dall’interno di una vita normale che si capisce la straordinarietà di Gesù. Proprio questo impressiona un giovane: vedere nel prete non uno specialista della preghiera, della liturgia, e neppure solo un organizzatore di giochi o di gite, ma un uomo vero che in Cristo ha trovato lo sviluppo più autentico della sua intelligenza e la pienezza della sua vita affettiva. Resta poi in tutta la sua verità il fascino della celebrazione dei sacramenti, visti all’inizio come qualcosa di assolutamente misterioso e strano eppure attraente. Perché vedendo una nuova figura di padre un giovane riconosce la propria vocazione? Perché intuisce che la verginità è essere padre di molte persone, è una possibilità reale per la sua vita, una possibilità di bellezza, di utilità, di letizia. Per un ragazzo è molto importante vedere il sacerdote all’opera nella comunità di cui egli stesso fa parte. La sua paternità si rivela infatti nell’opera di guida che il sacerdote vive, nella carità con cui accompagna le persone giorno dopo giorno verso il compimento della propria esistenza. Osservando questo padre, questa guida mentre svolge il suo compito, un giovane prepara il terreno al seme di vocazione che lo Spirito può riporre nel suo cuore, al desiderio di essere padre, guida e testimone come lo è quel sacerdote. (Agenzia Fides 15/12/2006; righe 47, parole 716) | ||||
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La nostra società ha perso completamente l’idea di persona e perciò non può esservi esperienza del popolo. Un popolo infatti sono persone mosse da una comune esperienza. Il popolo è l’insieme delle persone testimoni dell’incontro con Cristo, capace realmente di cambiare la nostra umanità, di incidere nella vita concreta; di creare un uomo nuovo. E di conseguenza un popolo nuovo: il popolo di Dio. Qual è, dunque, la sfida di ogni cristiano e quale il compito del sacerdote in questa avventura? Il prete, alla stregua di ogni cristiano, è chiamato a condividere e a sostenere l’avventura della ricostruzione di un popolo. Un’avventura che ci spinge direttamente a duemila anni fa, a quell’avvenimento che ha cambiato la storia e ha generato la Chiesa. Se la comunità ecclesiale vuole essere realmente costruttrice del popolo di Dio non può che ripercorrere quella strada; arrivare fino all’inizio. La percezione che la comunità cristiana ha oggi di se stessa non può essere diversa dalla percezione che poteva avere la piccola comunità di Roma o la più grande comunità di Corinto ai tempi di San Paolo. Per arrivare a questa consapevolezza, cioè al fatto che qeull’uomo che vive tra noi è il significato della storia e del mondo, è indispensabile educare, innanzitutto il prete, ad avere di fronte proprio la Madonna. La Vergine Maria, il cui cuore ha custodito, quello che anche noi siamo chiamati a custodire: il fatto che Cristo ci salva. I cristiani spesso non hanno la consapevolezza di essere il “resto d’Israele”. La fretta di porsi dentro il mondo ha fatto perdere il senso di essere “di fronte” al mondo con la responsabilità di portare qualcosa che gli altri non hanno e non sanno. Per poter essere educatori, occorre essere consapevoli del dono ricevuto, della responsabilità di fronte a Dio e di fronte agli uomini costituita dalla vocazione cristiana. Questa consapevolezza nasce e rinasce continuamente di fronte ai miracoli che accadono e che Cristo non fa mai mancare nella Sua Chiesa. Questi fatti che ci riportano direttamente all’origine della nostra felicità, a quel fatto in grado realmente di cambiare la nostra umanità. Ed è proprio in forza dell’annuncio e con la rigenerazione operata dai sacramenti che questo uomo nuovo, e in particolare il sacerdote, è in grado di aggregare intorno a sé un popolo. Liturgia, silenzio, esperienza della gratuità, studio come approfondimento della fede mi sembrano le tappe fondamentali in un’educazione del giovane seminarista verso questo suo compito di guida della comunità. (Agenzia Fides 1/12/2006 - righe 29, parole 420) | ||||
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Il sacerdote deve saper rendere conto della propria fede più degli altri, documentando nella propria esperienza il cambiamento di vita prodotto dalla sequela di Cristo. Il compito dell’annuncio del sacerdote, come notava l’allora Cardinale Ratzinger nel libro “La Chiesa: una comunità sempre in cammino”, non richiede un telegrafista, bensì un testimone. Qual è, infatti, la sua missione se non riferire la parola di un Altro, in prima persona, in modo del tutto personale fino a farla diventare propria? Ecco le parole con cui Ratzinger spiegava questo cammino: «La formazione sacerdotale consiste in un processo per cui, nel tempo, ci si introduce, si comprende, si penetra e si vive dentro questa Parola». Lo studio, il percorso di formazione che conduce a diventare sacerdote non ha nulla a che vedere con un mero accumulo di conoscenze. Non a caso la parola latina “studium” implica, prima dell’idea di una conoscenza, quella di un lavoro, di un’applicazione di tutta la persona affinché ciò che si è incontrato nello studio si possa dilatare da tutto il suo essere. Come dice l’apostolo Giovanni, lo studio ha come scopo «che conoscano Te, unico vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv 17, 3). Esso nella vita di un giovane chiamato al sacerdozio, non parte da nulla, parte dall’Avvenimento della Fede che gli è accaduto anzitutto diventando cristiano. Nell’educazione allo studio di un giovane sacerdote è necessario che, pian piano, la fede diventi punto di partenza e punto di arrivo anche della formazione intellettuale dei giovani, perché il loro sapere sbocchi nell’unità della fede, nella visione unitaria della vita che la fede comporta. Per comprendere questo aspetto, riprendiamo ancora il testo del Cardinale Ratzinger: «Oggi, in un’epoca di crescente specializzazione, mi sembra che l’unità interna della teologia, e la sua costruzione concentrica a partire dall’essenziale, abbiano una priorità urgente. Un teologo deve sì possedere una vasta cultura, ma la teologia deve essere in grado di alleggerirsi dai pesi e concentrarsi sull’essenziale. Deve essere in grado di distinguere tra conoscenza specifica e conoscenza fondamentale: deve offrire una visione organica del tutto in cui è integrato l’essenziale. Se non si impara a giudicare dal tutto, rimane disarmato, in balia delle mode mutevoli». Il sacerdote per essere un comunicatore di verità, non la deve possedere come un bagaglio analitico, bensì come qualcosa che ha rinnovato profondamente la propria vita. Egli è propriamente il testimone della verità di cui vive. Infatti, la comunicazione di verità nella Chiesa è sempre comunicazione di grazia, da persona a persona, da cuore a cuore. (Agenzia Fides 24/11/2006 - righe 29, parole 432) | ||||
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L’abbandono fiducioso a Dio ci permette di andare incontro a tutte le povertà del mondo con uno sguardo pieno di esultanza. Non solo per cercare la luce, ma per portarla, «per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte» (Lc 1, 79). A ciò siamo chiamati in questi tempi di grande solitudine: Gesù ci manda all’uomo concreto, all’uomo reale, all’uomo pieno di ferite e di problemi. Viene in mente il libro di Gilbert Cesbron: I santi vanno all’Inferno. Dove potremo trovare la forza e il calore necessari ? «Gloria filiae regis ab intus» dice il Salmo, «tutta la gloria della figlia del re sta in ciò che ella ha dentro di sé» (Sal 44, 14 volg.). Se saremo vuoti non riempiremo nessuno, se saremo spenti non porteremo nessuna luce, se saremo aridi non feconderemo alcun terreno. Tutto ciò che possiamo fare intorno a noi dipende da ciò che portiamo. Come ha scritto Antonio Rosmini: «Solo dei grandi uomini possono formare altri grandi uomini». A volte ci prende la paura che il male stia vincendo in noi, e può capitare che amplifichiamo questo giudizio fino a estenderlo al mondo intero. Non dobbiamo cedere a questa tentazione! Piuttosto, nei momenti di maggior sconforto, dobbiamo riprendere il cammino verso il Signore della storia, riscoprire la nostra appartenenza a Lui. La dipendenza è all’origine della positività della vita, il primo riverbero positivo dell’esistenza dell’essere in noi. Ecco dunque il nostro compito: riconoscere la nostra relatività a Colui che ci salva, a colui che è stato crocifisso per liberarci dalla schiavitù (cfr. Rm 6, 6). Il dono di noi stessi ai nostri fratelli uomini è possibile solo come risposta al dono totale di Dio che ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4, 10). Nel secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno, dedicato alla vita di San Benedetto, quanto detto finora sulla dipendenza a Dio che salva si comprende con chiarezza. Gregorio Magno racconta che San Benedetto, negli ultimi anni della propria vita, si era ritirato nella parte più alta di una Torre per riposare e lì ebbe una visione. «All’improvviso - racconta Gregorio Magno - il mondo intero, come raccolto in un raggio di sole, fu posto davanti ai suoi occhi». L’autore immagina anche la possibile obiezione di un ipotetico interlocutore: «Com’è possibile che il mondo fosse diventato tanto piccolo da essere contemplato nella sua totalità?». E prontamente risponde: «Non si era rimpicciolito il mondo, era diventato grande l’animo di Benedetto». Questo affascinante brano dei Dialoghi è stato commentato dal Cardinale Joseph Ratzinger nel suo libro “Fede, verità, tolleranza”. Ha scritto Ratzinger: «San Benedetto può vedere meglio perché scorge tutto dall’alto e sa trovare questa postazione perché è divenuto interiormente grande. L’uomo deve imparare a salire, deve divenire grande, e allora la luce di Dio può toccarlo, egli la può conoscere e in virtù di essa acquisire uno sguardo d’insieme. I grandi uomini, che, nella paziente salita e sopportando le purificazioni della vita, sono diventati capaci di vedere e perciò pietre miliari, segnavia di secoli, possono dirci qualcosa oggi. Ci mostrano come pure nella notte si possa trovare la luce e come possiamo far fronte alle minacce montanti degli abissi dell’esistenza umana, come si possa andare incontro al futuro capaci di Speranza». (Agenzia Fides 17/11/2006 - righe 38, parole 550) | ||||
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La vocazione è innanzitutto un’iniziativa di Dio verso la nostra vita. Ciò vuol dire che il sacerdote è, sopra ogni altra cosa, un “Uomo di Dio”: un uomo che Dio sceglie. Un’affermazione questa che, però, può essere sottoposta a diversi fraintendimenti. Dire che il sacerdote è un uomo scelto da Dio non significa che è una persona che vive chiuso nel suo Mistero. Insomma, uno “con la testa fra le nuvole”, che non ha nulla da dire al mondo e agli uomini del mondo, perché - partecipando di un altro mondo - non è interessato a questo mondo e non ha niente di rilevante da comunicargli. Evidentemente non è questo il significato di “Uomo di Dio”. Il sacerdote, invece, è una persona che impara a guardare il mondo così come Dio guarda il mondo e gli uomini. Ma questo è un processo di lungo periodo. Non a caso Gesù, per educare i suoi discepoli ad entrare nello sguardo di Dio, ha dovuto convivere anni con loro: non sono certo bastate una o due lezioni. E questa convivenza non è stata comunque sufficiente. Se non ci fosse stato lo Spirito di Dio che avrebbe detto loro a poco a poco tutto quanto, quest’immedesimazione con lo sguardo di Dio, vissuta nel tempo della predicazione degli apostoli non sarebbe stata sufficiente. Quest’entrare nello sguardo di Dio è certamente un’opera dello Spirito nella nostra vita, che ci apparenta lentamente, ma in modo reale con il pensiero di Dio. Ma qual è la, lenta e faticosa, strada da percorrere? Bisogna partire con la lettura e la meditazione della Scrittura in quanto letta dalla Chiesa, la scrittura che ci viene presentata dal messale e dal breviario. Attraverso la Scrittura impariamo a comprendere cosa interessa a Dio in ciò che accade. E di conseguenza impariamo anche noi a vedere quello che è portatore di pace, di gioia, di comunione nelle cose che accadono e non di divisione, di lacerazione, di negazione, di violenza e di tristezza. La seconda strada sono gli scritti dei Santi. E’ lì che vediamo l’itinerario che hanno compiuto per entrare nello sguardo di Dio. La terza via è la conversazione con gli amici che mi aiutano in questa direzione. In questo modo si sperimenta che io sono stato scelto: che Dio ci ha amati per primo. Ecco perché Egli ha mandato il suo Figlio per me. Se non c’è questa esperienza personale dell’amore, la vita sacerdotale non è possibile. Il sacerdozio è propriamente l’esperienza dell’amore ricevuto, dell’amore personale, ricevuto da Cristo che si dilata in esperienza della Chiesa come propria sorte personale. “Questa è la mia eredità, il mio calice”, dice il salmo: il sacerdote come un uomo di Dio sente la vita della Chiesa come propria sorte personale. Ma il sacerdote è anche un uomo per gli altri uomini. Vale a dire è donazione. Chi vuol trattenere qualcosa per sé è meglio che non diventi sacerdote. La vita sacerdotale che cos’è se non la partecipazione alla vita di Gesù? E la Sua vita è stata donazione. Egli ha dato se stesso senza misura. La sua unica misura è stata quella di non aver avuto misura. Qui si comprende come il fondamento della vita sacerdotale sia nei sacramenti, perché i sacramenti sono proprio l’espressione della donazione senza misura che Gesù vive: Gesù continua a donare se stesso. Per tutte queste ragioni il sacerdote può essere uomo di Dio per gli altri uomini solo se se attinge continuamente da Gesù, cioè dai sacramenti, la forza e la misura della propria donazione. Sappiamo che la donazione di Gesù realizza uno scambio: Egli dà a noi tutto se stesso e prende su di sé tutto il nostro male. Questa è anche la vita sacerdotale, che consiste nel portare i pesi degli altri. Ma ciò non sarebbe mai possibile se ciascuno di noi non si affidasse completamente nelle braccia di Gesù. (Agenzia Fides 10/11/2006; righe 41, parole 650) | ||||
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Esiste un aspetto precipuo della vita di coloro che Cristo ha scelto per la vocazione di sacerdoti, aspetto che passa inosservato per la maggiore parte delle persone. La vocazione sacerdotale riempie la vita di responsabilità, nel senso etimologico del termine: il prete è chiamato a rispondere all’attesa degli uomini. Cristo sceglie alcuni uomini come terminali e tramiti della domanda dell’uomo. Domanda di aiuto, di comprensione, di pietà, di preghiera, di senso. Imparare a scoprire questo compito per cui Dio ci ha scelti aiuta a identificare l’urgenza più grande della nostra vita, di uomini e di preti: stare davanti alla presenza di Gesù. L’aiutare la gente, l’andare incontro ai bisogni delle persone, alle loro richieste, o semplicemente l’ascoltare le loro parole, ha senso, è veramente sacerdotale, è autenticamente cristiano, solo se non si riduce a un «fare per gli altri». La nostra opera - che non è mai in contraddizione con il silenzio e la preghiera che sono anzi l’humus da cui essa trae sostanza -, il nostro aiuto e la nostra disponibilità, debbono invece tradursi nel «fare agli altri». Ma dove si trova il punto sorgivo di questa differenza, che può sembrare solo linguistica, ma che in verità sintetizza una rivoluzione nel nostro agire da uomini e da sacerdoti? Appunto: nello stare davanti alla presenza di Gesù. Se la posizione della nostra vita davanti a Gesù è un «per Lui» e non un «a Lui», il nostro agire si pone ad una distanza da Gesù, ad una distanza dall’altro. Il fare per un altro esprime un legame intriso di nostalgia, di lontananza, per la semplice ragione che solo Gesù ha «fatto per gli altri»; solo Gesù è nato, è vissuto, è morto ed è risuscitato per noi. Affinché la nostra esistenza e la nostra opera siano un aiuto autentico a chi ci è affidato, è necessario dunque giungere al «fare a Gesù», cioè comprendere la carità, che è abbraccio di una realtà presente. Questo ci indicano le parole del Salvatore, che egli stesse chiama definitive: «L’avete fatto a me» (cfr Mt 25, 40). Il sacerdote è chiamato a stare davanti a Gesù, perché è chiamato ad essere vicario di Gesù in mezzo alla gente. Il mistero dell’Incarnazione permette agli uomini di stare con Cristo, ma affinché lo stare con Cristo e davanti a Cristo acquisti uno spessore autentico, deve permeare tutto il dramma della nostra vita e delle vite che ci sono affidate. Nella misura in cui diventiamo vicari di Cristo, cioè ci identifichiamo a lui, acquistiamo la capacità di entrare nei problemi della vita, diventiamo capaci di relazionarci con la gente e di stare di fronte alla nostra stessa umanità. È l’unica strada, perché lui solo è il Salvatore. Soltanto nell’imitazione di Gesù, nella identificazione a lui, nello stare con verità davanti a lui, risiede la possibilità di essere veri con la gente. Allora la domanda centrale diventa: come possiamo essere identificati a Cristo? Proprio questo è l’identificazione a Gesù: non possiamo decidere di amarlo, ma soltanto domandare di essere amati, riconoscere che Egli ci ama. (Agenzia Fides 27/10/2006; righe 33, parole 517) | ||||
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La paternità è l’imitazione di Dio. Da quando Gesù Cristo ha rivelato la parola definitiva della storia, che Dio è Padre e che perciò l’essenza dell’Essere è la paternità, l’orma di Dio nell’uomo è il costituirsi di questa paternità. Paternità significa prendersi cura dell’altro, perché Dio è colui che genera e non abbandona: «Anche se tuo padre e tua madre ti abbandonassero, io non ti lascerò» (cfr. Sal. 27, 10; Is. 49, 15). Perciò la paternità e la maternità carnale e spirituale sono la suprema imitazione della presenza di Dio. Sono la suprema partecipazione allo scopo per cui esistiamo. Paternità e maternità si differenziano per ragioni fisiologiche, psicologiche, storiche. In senso primigenio però si equivalgono, perché sono accomunate dallo stesso compito generativo ed educativo. Dio è colui che ammette all’essere ed educa all’essere. Da qui deriva il compito del Padre. Perciò paternità spirituale significa educazione. Ora, questo compito Cristo lo ha lasciato alla santa madre Chiesa. Perciò la nostra paternità e maternità è relativa alla Chiesa: essa genera i figli nel fonte battesimale, li alimenta, li educa e li sostiene attraverso i sacramenti, attraverso la catechesi, attraverso una appartenenza degli uni agli altri, nella quale si sviluppa una vita quotidiana vera che è la fonte della educazione. I sacerdoti sono i servitori della maternità e paternità di Dio e della Chiesa, sono servitori del corpo di Cristo. E questo aspetto rivela una dimensione decisiva della paternità spirituale di cui il prete è investito: non è riferimento a se stessi, ma alla Chiesa. La paternità è condurre i figli alla Chiesa, al corpo di Cristo. Nella paternità spirituale è però insito il rischio che la nostra persona diventi schermo tra chi incontriamo e la vita della Chiesa. Vi è il pericolo che le nostre qualità, i nostri pregi e difetti, ciò che siamo o possiamo sembrare, occulti ciò che autenticamente dobbiamo essere; è quindi importante un chiaro rapporto tra la Chiesa e la persona. Non dobbiamo inventare niente, ma servire qualcosa che esiste già; che si rinnova, certo, ma che nel tempo mantiene una sua continuità. Siamo chiamati ad arricchire la Chiesa di una nuova forma: nella Chiesa c’è qualcosa di nuovo ad ogni nascita in essa, ma questa nascita è più propriamente una nuova manifestazione dell’antico. Ciascuno di noi deve coltivare con grande rispetto la tradizione della Chiesa, il fiume che è giunto a noi e ci ha permesso di innestarci in esso. . (Agenzia Fides 3/11/2006; righe 29, parole 409) | ||||
| Citta del Vaticano 16.03.2008 (Asia News) | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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“Per incontrare Dio bisogna divenire capaci di vedere col cuore. Dobbiamo imparare a vedere con un cuore da bambino, un cuore giovane, che non è ostacolato da pregiudizi e non è abbagliato da interessi. Così, nei piccoli che con un simile cuore libero ed aperto riconoscono Lui, la Chiesa ha visto l’immagine dei credenti di tutti i tempi, la propria immagine”. É questo l’invito che Benedetto XVI ha rivolto agli oltre 60 mila fedeli radunati in piazza san Pietro per celebrare la XXIII Giornata mondiale della gioventù a livello diocesano, in preparazione alla Gmg 2008 internazionale che si terrà a Sydney.
Alla messa della domenica delle Palme, che inizia i riti solenni della Settimana Santa, erano presenti decine di migliaia di giovani
Nella sua omelia, dopo la lettura della Passione secondo Matteo, il papa ha preso spunto dal ricordo che si fa oggi dell’arrivo di Gesù a Gerusalemme, accolto dalla folla in festa, per mettere in luce l’episodio in cui Gesù, entrando nel tempio, scaccia “commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera”. Lo spazio dove avveniva questo commercio era “l’atrio dei pagani”, il luogo destinato alla preghiera dei non israeliti. “Il Dio d’Israele – commenta il pontefice - era appunto l’unico Dio di tutti i popoli. E anche se i pagani non entravano, per così dire, nell’interno della Rivelazione, potevano tuttavia, nell’atrio della fede, associarsi alla preghiera all’unico Dio. Il Dio d’Israele, il Dio di tutti gli uomini, era in attesa sempre anche della loro preghiera, della loro ricerca, della loro invocazione. Ora, invece, vi dominavano gli affari”.
Benedetto XVI si domanda se anche i cristiani di oggi non sono soffocati così tanto da “avidità” e “idolatria” da rendere difficile per i non cristiani l’adesione alla fede: “É la nostra fede abbastanza pura ed aperta, così che a partire da essa anche i ‘pagani’, le persone che oggi sono in ricerca e hanno le loro domande, possano intuire la luce dell’unico Dio, associarsi negli atri della fede alla nostra preghiera e con il loro domandare diventare forse adoratori pure loro? La consapevolezza che l’avidità è idolatria raggiunge anche il nostro cuore e la nostra prassi di vita? Non lasciamo forse in vari modi entrare gli idoli anche nel mondo della nostra fede? Siamo disposti a lasciarci sempre di nuovo purificare dal Signore, permettendoGli di cacciare da noi e dalla Chiesa tutto ciò che Gli è contrario?”.
La “purificazione del tempio”, però, è più di una “lotta agli abusi”: essa significa “una nuova ora della storia”, in cui Gesù stesso si offre come Nuovo Tempio, il nuovo luogo in cui si incontra Dio.
“La purificazione del tempio – spiega il papa - come culmine dell’ingresso solenne di Gesù in Gerusalemme, è insieme il segno della incombente rovina dell’edificio e della promessa del nuovo Tempio; promessa del regno della riconciliazione e dell’amore che, nella comunione con Cristo, viene instaurato oltre ogni frontiera”.
“Immediatamente dopo la parola di Gesù sulla casa di preghiera di tutti i popoli, l’evangelista [Matteo] continua così: ‘Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio ed Egli li guarì’. Inoltre, Matteo ci dice che dei fanciulli ripeterono nel tempio l’acclamazione che i pellegrini avevano fatto all’ingresso della città: ‘Osanna al figlio di Davide’ (Mt 21, 14s). Al commercio di animali e agli affari col denaro Gesù contrappone la sua bontà risanatrice. Essa è la vera purificazione del tempio. Egli non viene come distruttore; non viene con la spada del rivoluzionario. Viene col dono della guarigione. Si dedica a coloro che a causa della loro infermità vengono spinti agli estremi della loro vita e al margine della società. Gesù mostra Dio come Colui che ama, e il suo potere come il potere dell’amore. E così dice a noi che cosa per sempre farà parte del giusto culto di Dio: il guarire, il servire, la bontà che risana”.
“E ci sono poi i fanciulli che rendono omaggio a Gesù come figlio di Davide ed acclamano l’Osanna. Gesù aveva detto ai suoi discepoli che, per entrare nel Regno di Dio, avrebbero dovuto ridiventare come i bambini. Egli stesso, che abbraccia il mondo intero, si è fatto piccolo per venirci incontro, per avviarci verso Dio”.
Per questo, il pontefice sottolinea ancora, “nei piccoli che con un simile cuore libero ed aperto riconoscono Lui, la Chiesa ha visto l’immagine dei credenti di tutti i tempi, la propria immagine”.
E conclude: “Cari amici, in questa ora ci associamo alla processione dei giovani di allora – una processione che attraversa l’intera storia. Insieme ai giovani di tutto il mondo andiamo incontro a Gesù. Da Lui lasciamoci guidare verso Dio, per imparare da Dio stesso il retto modo di essere uomini. Con Lui ringraziamo Dio, perché con Gesù, il Figlio di Davide, ci ha donato uno spazio di pace e di riconciliazione che abbraccia nella Santa Eucaristia il mondo. PreghiamoLo, affinché diventiamo anche noi con Lui e a partire da Lui messaggeri della sua pace, affinché in noi ed intorno a noi cresca il suo Regno”.
Prima di terminare la messa con l’Angelus, dopo aver ricordato il sacrificio di mons. Paulos Faraj Rahho, arcivescovo di Mosul, morto mentre era tenuto in cattività da alcuni rapitori (ne parliamo in un altro articolo), Benedetto XVI ha salutato tutti i giovani che si preparano alla Gmg di Sydney:
“Ed ora, cari fratelli e sorelle – ha detto - rinnovo a tutti voi il mio cordiale saluto. Lo rivolgo in modo speciale ai giovani, venuti da molti Paesi del mondo in occasione della Giornata della Gioventù, che l’amato Servo di Dio Giovanni Paolo II volle legare alla Domenica delle Palme. Il mio pensiero va in questo momento a Sydney, in Australia, dove fervono i preparativi per il grande incontro che avrò là con i giovani di tutto il mondo dal 15 al 20 luglio prossimo. Ringrazio la Conferenza Episcopale Australiana, in particolare il Cardinale Pell Arcivescovo di Sydney e i suoi collaboratori, per tutto il lavoro che stanno compiendo con tanto impegno; come pure sono grato alle Autorità australiane, sia federali sia statali, per il generoso sostegno offerto a questa importante iniziativa. Arrivederci a Sydney!”.
Alla Gmg in Australia sono attesi giovani da tutto il mondo. È anche sicura la partecipazione di alcuni giovani della Chiesa cinese. Quasi a ricordare il forte legame fra la Chiesa universale e quella cinese, alla messa delle Palme oggi in piazza san Pietro, la prima preghiera nelle invocazioni universali, è stata ffidata proprio a un giovane cinese, che ha pregato per il papa e per la missione della Chiesa nel mondo. | ||||
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