| 30 Aprile 2007 |
Anno III, Numero 9 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| Dal Vaticano, 10 Febbraio 2007 | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Venerati Fratelli nell'Episcopato, cari fratelli e sorelle!
L'annuale Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni è un'opportuna occasione per porre in luce l'importanza delle vocazioni nella vita e nella missione della Chiesa, ed intensificare la nostra preghiera perché crescano in numero e qualità. Per la prossima ricorrenza vorrei proporre all'attenzione dell'intero popolo di Dio il seguente tema, quanto mai attuale: la vocazione al servizio della Chiesa comunione.
Lo scorso anno, dando inizio a un nuovo ciclo di catechesi nelle Udienze generali del mercoledì, dedicato al rapporto tra Cristo e la Chiesa, feci notare che la prima comunità cristiana ebbe a costituirsi, nel suo nucleo originario, quando alcuni pescatori di Galilea, incontrato Gesù, si lasciarono conquistare dal suo sguardo, dalla sua voce ed accolsero questo pressante suo invito: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini!» (Mc l, 17; cfr Mt 4,19). In verità, Dio ha sempre scelto alcune persone per collaborare in maniera più diretta con Lui alla realizzazione del suo disegno salvifico. Nell'Antico Testamento all'inizio chiamò Abramo per formare «un grande popolo» (Gn 12,2), e in seguito Mosè per liberare Israele dalla schiavitù d'Egitto (cfr Es 3, 10). Designò poi altri personaggi, specialmente i profeti, per difendere e tener viva l'alleanza con il suo popolo. Nel Nuovo Testamento, Gesù, il Messia promesso, invitò singolarmente gli Apostoli a stare con Lui (cfr Mc 3,14) e a condividere la sua missione. Nell'Ultima Cena, affidando loro il compito di perpetuare il memoriale della sua morte e risurrezione sino al suo glorioso ritorno alla fine dei tempi, rivolse per essi al Padre questa accorata invocazione: «Io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il qua1e mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,26). La missione della Chiesa si fonda pertanto su un'intima e fedele comunione con Dio.
La Costituzione Lumen gentium del Concilio Vaticano II descrive la Chiesa come «un popolo radunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (n. 4), nel quale si rispecchia il mistero stesso di Dio. Ciò comporta che in esso si rifletta l'amore trinitario e, grazie all'opera dello Spirito Santo, tutti i suoi membri formino «un solo corpo ed un solo spirito» in Cristo. Soprattutto quando si raduna per l'Eucaristia questo popolo, organicamente strutturato sotto la guida dei suoi Pastori, vive il mistero della comunione con Dio e con i fratelli. L'Eucaristia è la sorgente di quell'unità ecclesiale per la quale Gesù ha pregato alla vigilia della sua passione: «Padre ... siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,2 1). Questa intensa comunione favorisce il fiorire di generose vocazioni al servizio della Chiesa: il cuore del credente, ripieno di amore divino, è spinto a dedicarsi totalmente alla causa del Regno. Per promuovere le vocazioni è dunque importante una pastorale attenta al mistero della Chiesa-comunione, perché chi vive in una comunità ecclesiale concorde, corresponsabile, premurosa, impara certamente più facilmente a discernere la chiamata del Signore. La cura delle vocazioni esige pertanto una costante "educazione" ad ascoltare la voce di Dio, come fece Eli che aiutò il giovane Samuele a capire quel che Dio gli chiedeva e a realizzarlo prontamente (cfr 1 Sam 3,9). Ora l'ascolto docile e fedele non può avvenire che in un clima di intima comunione con Dio. E questo si realizza innanzitutto nella preghiera. Secondo l'esplicito comando del Signore, noi dobbiamo implorare il dono delle vocazioni in primo luogo pregando instancabilmente e insieme il «padrone della messe». L'invito è al plurale: «Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,38). Questo invito del Signore ben corrisponde allo stile del «Padre nostro" (Mt 6,9), preghiera che Egli ci ha insegnato e che costituisce una «sintesi di tutto il Vangelo», secondo la nota espressione di Tertulliano (cfr De Oratione, 1,6: CCL 1, 258). In questa chiave è illuminante anche un'altra espressione di Gesù: «Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà» (Mt 18,19). Il buon Pastore ci invita dunque a pregare il Padre celeste, a pregare uniti e con insistenza, perché Egli mandi vocazioni al servizio della Chiesa-comunione.
Raccogliendo l'esperienza pastorale dei secoli passati, il Concilio Vaticano II ha posto in evidenza l'importanza di educare i futuri presbiteri a un'autentica comunione ecclesiale. Leggiamo in proposito nella Presbyterorum ordinis: «Esercitando l'ufficio di Cristo Capo e Pastore per la parte di autorità che spetta loro, i presbiteri, in nome del Vescovo, riuniscono la famiglia di Dio come fraternità animata nell'unità, e per mezzo di Cristo la conducono al Padre nello Spirito Santo» (n. 6). A questa affermazione del Concilio fa eco l'Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis, la quale sottolinea che il sacerdote «è servitore della Chiesa comunione perché - unito al Vescovo e in stretto rapporto con il presbiterio - costruisce l'unità della comunità ecclesiale nell'armonia delle diverse vocazioni, carismi e servizi" (n. 16). E' indispensabile che all'interno del popolo cristiano ogni ministero e carisma sia orientato alla piena comunione, ed è compito del Vescovo e dei presbiteri favorirla in armonia con ogni altra vocazione e servizio ecclesiali. Anche la vita consacrata, ad esempio, nel suo proprium è al servizio di questa comunione, come viene posto in luce nell'Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata dal mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II: «La vita consacrata ha sicuramente il merito di aver efficacemente contribuito a tener viva nella Chiesa l'esigenza della fraternità come confessione della Trinità. Con la costante promozione dell'amore fraterno anche nella forma della vita comune, essa ha rivelato che la partecipazione alla comunione trinitaria può cambiare i rapporti umani, creando un nuovo tipo di solidarietà" (n. 41).
Al centro di ogni comunità cristiana c'è l'Eucaristia, fonte e culmine della vita della Chiesa. Chi si pone al servizio del Vangelo, se vive dell'Eucaristia, avanza nell'amore verso Dio e verso il prossimo e contribuisce così a costruire la Chiesa come comunione. Potremmo affermare che «l'amore eucaristico» motiva e fonda l'attività vocazionale di tutta la Chiesa, perché, come ho scritto nell'Enciclica Deus caritas est, le vocazioni al sacerdozio e agli altri ministeri e servizi fioriscono all'interno del popolo di Dio laddove ci sono uomini nei quali Cristo traspare attraverso la sua Parola, nei sacramenti e specialmente nell'Eucaristia. E questo perché «nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera, nella comunità viva dei credenti, noi sperimentiamo l'amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel quotidiano. Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore» (n. 17).
Ci rivolgiamo, infine, a Maria, che ha sorretto la prima comunità dove - «tutti erano concordi, e tutti si riunivano regolarmente per la preghiera» (cfr At 1, 14), perché aiuti la Chiesa ad essere nel mondo di oggi icona della Trinità, segno eloquente dell'amore divino per tutti gli uomini. La Vergine, che ha prontamente risposto alla chiamata del Padre dicendo: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38), interceda perché non manchino all'interno del popolo cristiano i servitori della gioia divina: sacerdoti che, in comunione con i loro Vescovi, annunzino fedelmente il Vangelo e celebrino i sacramenti, si prendano cura del popolo di Dio, e siano pronti ad evangelizzare l'intera umanità. Faccia sì che anche in questo nostro tempo aumenti il numero delle persone consacrate, le quali vadano contro corrente, vivendo i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, e testimonino in modo profetico Cristo e il suo liberante messaggio di salvezza. Cari fratelli e sorelle che il Signore chiama a vocazioni particolari nella Chiesa, vorrei affidarvi in modo speciale a Maria, perché Lei, che più di tutti ha compreso il senso delle parole di Gesù: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,2 1), vi insegni ad ascoltare il suo divin Figlio. Vi aiuti a dire con la vita: «Eccomi, o Dio, io vengo a fare la tua volontà (cfr Eb 10,7). Con questi auspici assicuro per ciascuno uno speciale ricordo nella preghiera e tutti di cuore vi benedico. | ||||
| ROMA, mercoledì, 18 aprile 2007 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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A oltre dieci anni dall’Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II, la vita consacrata continua a vivere un momento assai critico. La riscoperta del carisma dei fondatori, una migliore formazione dottrinale e una comprensione più profonda del significato di questa vocazione sono soltanto alcune delle possibili vie di uscita ad una “malattia” grave ma ancora guaribile. Il tema è stato trattato in modo sistematico il 20 maggio 2006 durante il convegno “Vita Consecrata: il primo decennio” tenutosi presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”. Gli atti della tavola rotonda sono stati recentemente raccolti in un volume pubblicato dalle Edizioni Art, parte del cui ricavato sarà devoluto alla scuola Mano Amiga di Guadalajara (Messico). La prefazione del libro è di German Sanchez Griese, Direttore operativo dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Upra e coordinatore della tavola rotonda dello scorso maggio. “Il nostro obiettivo – spiega German Sanchez – era quello di analizzare lo stato di salute attuale della vita consacrata, e segnatamente della vita consacrata femminile, anche alla luce della gran mole di documenti che il magistero ha prodotto dal Concilio Vaticano II a oggi”. “Purtroppo le direttive del magistero rimangono spesso lettera morta, con il risultato che la vita consacrata è in crisi d’identità – continua – . Molti carismi, congregazioni e ordini religiosi, negli ultimi quarant’anni, hanno di fatto operato una rottura nei confronti della tradizione”. “Mancando una buona preparazione dottrinale, molti di essi si sono lasciati ammaliare dalle sirene della cosiddetta ‘teologia del dissenso’, con il risultato che la vita consacrata non è più il ‘sale della terra’ ma si è ridotta ad un’agenzia di volontariato e promozione umana, trascurando l’evangelizzazione”, aggiunge poi. “Ulteriore conseguenza di ciò sono il crollo delle vocazioni, i conventi vuoti e la chiusura di molte scuole cattoliche”, sottolinea. “Duc in altum”, riporta gli interventi di numerosi illustri esponenti della vita consacrata a livello mondiale: tra questi il Cardinale Franc Rodé, Prefetto per la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; padre Paolo Scarafoni, LC, Rettore dell’UPRA; monsignor Jesus Sanz Montez, OFM, Presidente della Commissione Episcopale Spagnola per la Vita Consacrata. Nel capitolo introduttivo, dedicato alle aspettative sul Sinodo e sull’Esortazione “Vita Consecrata”, monsignor Piergiorgio Silvano Nesti, CP – Segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e la Società di vita apostolica – ha inteso tale vocazione come un “dono di Dio” cui il consacrato deve rispondere con piena ed autentica gratitudine. Tale dono è però “ricevuto in vasi d’argilla, fragile materiale che occorre proteggere; solo sorretto dalla Grazia chi lo ha ricevuto lo conserverà fino alla fine, porterà l’opera al suo compimento”. In altre parole il dono della vita religiosa “non risulterebbe sempre apprezzato a sufficienza da coloro che lo dovrebbero fare” e le persone consacrate finiscono per trascurare la vita spirituale intesa come rapporto vero e profondo con Cristo. “Il consacrato, infatti – spiega Sanchez – è tenuto a seguire Cristo più ‘da vicino’. Rispetto ai laici e ai sacerdoti egli dispone di mezzi spirituali differenti rispetto ad un punto di arrivo analogo. Tali strumenti sono rappresentati in modo particolare dai voti e dalla vita di comunità”. La vera ‘punta di diamante’ della vita consacrata, il suo tratto distintivo, risiede tuttavia nella fedeltà, elemento richiamato più volte da alcuni dei relatori del convegno. In “Vita Consecrata” la fedeltà è intesa da Giovanni Paolo II come sguardo rivolto a Cristo “Testimone fedele” in special modo nell’accettazione della sofferenza della croce. In tal senso la vita consacrata si connota per una speciale “fedeltà creativa” o “dinamica”, necessarie per affrontare le nuove situazioni attraverso la lettura critica dei ‘segni dei tempi’. “Lo stesso Vaticano II – osserva Sanchez – aveva auspicato un ritorno alle origini, inteso non tanto come riscoperta delle glorie del passato di una congregazione, quanto come applicazione alle sfide attuali dell’intraprendenza e dell’inventiva del fondatore. La bellezza del carisma fondazionale deve essere, dunque un faro che guida tutta la congregazione”. La seconda parte della tavola rotonda è esplicitamente dedicata alle sfide attuali della vita consacrata. “La sfida più grande – prosegue Sanchez – è essenzialmente quella di far conoscere Cristo, attraverso il mezzo privilegiato del carisma che va vissuto e trasmesso”. In tal senso, come ha rilevato Papa Benedetto XVI (vedi capitolo 8), nel “Discorso ai religiosi, alle religiose e ai membri di istituti secolari e di società di vita apostolica della diocesi di Roma” (10 dicembre 2005), la vita consacrata lancia oggi una triplice sfida alla modernità, in tre componenti essenziali di quest’ultima: 1) l’edonismo; 2) la sete di denaro; 3) l’individualismo e il relativismo. Ad esse fa da contraltare la “benedizione” della vita consacrata che vi contrappone la “castità, come espressione di un cuore che conosce la bellezza ed il prezzo dell’amore di Dio”, “la vita sobria e pronta al servizio dei più bisognosi” che ricorda che “Dio è la vera ricchezza che non perisce” e infine la “vita fraterna, capace di lasciarsi coordinare e quindi capace di obbedienza, conferma che poniamo in Dio la nostra realizzazione”. | ||||
| ROMA, lunedì, 23 aprile 2007 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Sin dalle prime righe della Premessa al suo Gesù di Nazaret, Joseph Ratzinger (come preferisce essere indicato, scrivendo qui come studioso privato) spiega perchè, con una sorta di urgenza, ha dedicato al libro «ogni momento libero» anche dopo «l’elezione alla sede episcopale di Roma». E spiega pure perchè, «non sapendo quanto tempo e quanta forza saranno ancora concessi», ha deciso di anticipare i capitoli centrali del testo progettato, quelli sulla vita pubblica del Nazareno, rinviando al futuro la riflessione sui “vangeli dell’infanzia“ e sul “mistero pasquale“, cioè i racconti di passione, morte, risurrezione. Ratzinger, dunque, spiega questa fretta usando un’espressione significativa, che sembra in contrasto con i suoi toni sempre pacati ed equilibrati. Se ha deciso di andare alle radici stesse, al Fondatore medesimo, è perchè c’è oggi «una situazione drammatica per la fede». Fede che sta dissolvendosi, se non si contrasta l’ aggressione – che viene anche da certa intellighenzia cattolica – alla verità storica dei racconti evangelici. Il Cristo, il Messia, il Figlio di Dio annunciato e adorato dalla Chiesa non sarebbe che una costruzione tardiva, che poco o nulla avrebbe a che fare con il «Gesù della storia», oscuro predicatore come tanti altri all’interno della tradizione ebraica. «E’ penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità» scrive colui che ora è papa «l’impressione che sappiamo ben poco di certo su Gesù e che solo in seguito la fede nella sua divinità avrebbe plasmato la sua immagine». Questo libro, dunque, vuole essere uno strumento per “ricominciare da capo“, per procedere a quella rievangelizzazione già auspicata pressantemente da Giovanni Paolo II. Pagine, queste, pensate e volute per rivisitare, riaffermare, salvaguardare il fondamento dell’intero edificio cristiano. Soltanto alla luce di una certezza di fede ritrovata è possibile darsi ad elevazioni spirituali e trarre conseguenze morali. Ma se Gesù non è l’Unto annunciato dai profeti ed è solo uno Yeoshua, un predicatore vagante dagli incerti contorni dell’era tra Augusto e Tiberio, sono abusive e grottesche le elucubrazioni che si ricavano da un insegnamento frutto di chissà quali oscure manipolazioni e interpolazioni. Pur allergico alle iperboli giornalistiche, questa volta aggettivi come “ prezioso”, se non “decisivo” (per i credenti, ma forse non solo) mi sembrano applicabili al Gesù del teologo bavarese che proprio oggi compie il suo ottantesimo anno e da due è Vicario di quel Cristo di cui qui parla. Mentre le attuali classifiche dei best seller librari nereggiano di titoli che compatiscono l’innocenza o denunciano l’ignoranza di coloro che si ostinano a dirsi credenti, ecco un papa-professore che spiazza piccoli e grandi “maestri del sospetto“, mostrandosi più aggiornato di loro. In effetti, vanno oggi per librerie dei libelli che vorrebbero dimostrare che “non possiamo più essere cristiani“ riesumando la propaganda dei polemisti ottocenteschi, ripetendo le trite grossolanità dei farmacisti e dei notai della provincia massonica. Si presentano cioè, come rivelazioni devastanti per la fede argomenti che entusiasmavano anche un giovane socialista, un autodidatta, tal Benito Mussolini che – sul palco dei comizi, avvolto in una bandiera rossa – dava un minuto d’orologio all’inesistente Dio per fulminarlo. Si diffondono, poi, libri certamente più insidiosi perché più sofisticati, ma dove su Gesù discettano professori formatisi sugli schemi novecenteschi, secondo i quali le incerte, spesso arbitrarie, metodologie dette “storico-critiche” sarebbero “scienza” e, dunque, oggettive, indiscutibili. Dimenticando, però, di avvertire il lettore che quegli schemi sono tanto poco “storici“ e tanto poco “critici“ che ogni generazione di esegeti confuta quella precedente, dando per sicura un’altra verità, destinata ovviamente ad essere essa pure ribaltata. Anche perchè, come ricorda con ironia ma con verità Ratzinger, «chi legge queste ricostruzioni del “vero” Gesù può subito constatare che esse sono soprattutto fotografie degli autori e dei loro ideali», ciascuno spacciando per “scienza“ il suo temperamento e lo spirito del suo tempo. Difficile prendere sul tragico biblisti come questi, che per decenni hanno venerato come principe tra loro o, almeno, hanno rispettato un Rudolf Bultmann (al quale Ratzinger dedica qualche battuta ironica) che sentenziò che non esiste, che non può e che non deve esistere alcun rapporto tra ciò che i vangeli raccontano e ciò che davvero è successo, ma che al contempo rifiutò sempre di andare in Palestina: se i luoghi e l’archeologia confutavano la teoria libresca, tanto peggio per loro, non per la teoria. A chi è rimasto al XIX o al XX secolo, ecco ora far controcanto non un papa che si appella al principio di autorità o formato a quella che Hans Küng chiama, con lo sprezzo del clericale “adulto“, la «arcaica teologia romana», ma uno studioso tra i più apprezzati al mondo che ha attraversato tutta la modernità per affacciarsi, alla fine, al post-moderno. L’epoca, cioè, in cui, dopo aver triturato in ogni modo i versetti evangelici per piazzarne i detriti nel cestino del mitico, del didascalico, dell’edificante, dell’interpolato, ci si è accorti che, in realtà, in questo modo l’enigma di Gesù non si dissolveva ma diventava più fitto. E che, forse, la lettura semplice dei vangeli “così come stanno“ può essere più chiarificatrice di quella di un accademico tedesco. Dico tedesco non a caso perché in Germania – dove ogni università anche pubblica ha due facoltà di teologia e di esegesi, una protestante l’altra cattolica – è nato e si è via via ampliato, sino a divenire ipertrofico, quel metodo “storico-critico“ accettato poi ovunque dai biblisti, intimiditi da nomi teutonici che si richiamano alla severa, inappellabile Wissenschaft, la Scienza con la maiuscola. Formgeschichte, Redaktiongeschichte, Wirkunggeschichte, Entmithologisierung, Ur-Quelle ed infinite altre teorie e sistemi che il professor Ratzinger conosce benissimo, che sono nati e coltivati nelle università in cui è stato docente, che nella sua giovinezza hanno affascinato anche lui. E che ora non condanna né rinnega, sia chiaro. «Spero» scrive «che il lettore comprenda che questo libro non è stato scritto contro la moderna esegesi ma con riconoscenza per il molto che ci ha dato e continua a darci». Nulla rifiuta di quanto di valido venga dagli accademici sui colleghi. Non vuole andare contro ma oltre, consapevole che proprio la ricerca –purché concreta, sensata e, dunque, pronta a ogni possibilità, persino a quella di aprirsi al Mistero- può mostrarci che ci sono ben più cose nella Scrittura di quanto non scorga la critica positivista, il razionalismo esegetico. Così, alla fine lo specialista come lui, consapevole di ogni obiezione, rotto a ogni teoria, sistema, metodo può concludere che, se si vuol raggiungere Gesù , «ci si può fidare dei vangeli», che non è vero che la ricerca storica sia in contrasto insanabile con la fede. Al contrario, alla fine può confermarla. In questo senso, il libro che il nostro docente ha iniziato da cardinale e ha completato da pontefice, sembra nella linea del grido di colui che sempre chiama «il mio venerato e amato Predecessore». Ma sì, il «non abbiate paura!» di Giovanni Paolo II risuona anche in queste pagine che non temono la critica dei sapienti, che la rispettano, che ne colgono quanto vi è di positivo ma la sorpassano | ||||
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