16 Aprile 2007

Anno III, Numero 8

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
ShoreLines - un servizio di vocazione.org
 
Cerca le Domande frequenti

Manda in regalo un'abbonamento
Manda un'abbonamento in regalo gratis a chiunque scrivendo qui il loro indirizzo email.


Agisci
 
 

questa settimana su ShoreLines

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 2 aprile 2007 (ZENIT.org).-  »

Veniva pubblicata 70 anni la Mit Brennender Sorge, una Enciclica profetica

ROMA, mercoledì, 4 aprile 2007 (ZENIT.org).-  »

La delusione ateistica

BOLOGNA, sabato, 17 marzo 2007 (ZENIT.org).- »

Cardinal Caffarra: “Chiamati a servire Gesù nel servizio ai poveri”

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 5 aprile 2007 (ZENIT.org).-  »

Benedetto XVI: non si può vedere Dio con gli occhi, ma vediamo come agisce

Approfondimenti - Vocazione.org  »

Mi stavo domandando se tu potessi darmi qualche dritta per aiutarmi ad aprirmi completamente col mio Direttore Spirituale, mi è difficile farlo, ma sò che dovrò eventualmente dirgli del discernimento della mia vocazione.

Approfondimenti - Vocazione.org  »

La religione è un incontro con Cristo

Approfondimenti - Vocazione.org  »

Puoi dirmi come posso sentire Dio?

Città del Vaticano (Agenzia Fides) »

Il sacerdote: innanzitutto figlio, poi padre di molti

Città del Vaticano (Agenzia Fides) »

Vita comune e silenzio: due punti che segnano una traiettoria

 

questa settimana nella Chiesa

aggiornamento notizie dal Vaticano »

Il 13 aprile verrà presentato il libro del Papa su Gesù (Zenit.org)

Annuncio del Primo Congresso Mondiale della Misericordia (Zenit.org)

aggiornamento notizie dall'Italia »

L'impegno della Santa Sede per la nuova Europa (Zenit.org)

L’alloggio del Papa è stato pensato per accogliere un uomo semplice e di preghiera,.senza lusso - La camera di Benedetto XVI ad Aparecida spicca per la semplice cappella annessaera (Zenit.org)

aggiornamento notizie dalla Chiesa in tutto il mondo »

Assassinato un giovane sacerdote verbita nel nord delle Filippine (Zenit.org)

Brasile: padre Gino “è l’incarnazione del missionario” (Zenit.org)

Muore l’ultimo missionario in Birmania del PIME, un intrepido evangelizzatore (Zenit.org)

cattolici russi ricordano Giovanni Paolo II e pregano per la sua beatificazione - “Se ne è andato ma non si è allontanato da noi” (Zenit.org)




CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 2 aprile 2007 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"Veniva pubblicata 70 anni la Mit Brennender Sorge, una Enciclica profetica "
padre gesuita Peter Gumpel
Cerca simili articoli sul web

Il 21 marzo del 1937, Domenica delle Palme, in tutte le chiese della Germania venne letta e diffusa l’Enciclica del Pontefice Pio XI, Mit Brennender Sorge (Con bruciante preoccupazione), la più dura critica che la Santa Sede abbia mai espresso nei confronti di un regime politico.

A distanza di settanta anni quell’Enciclica conferma quanto la Santa Sede aveva compreso sulla natura e sui pericoli rappresentati dal Nazismo. Profetica anche la parte in cui si spiega come la separazione della fede dalla morale porti inesorabilmente al decadimento e alla guerra.

Nell'approfondire con ZENIT la storia, la natura e gli insegnamenti della Mit Brennender Sorge, il padre gesuita Peter Gumpel ha spiegato che dopo la Prima Guerra Mondiale la Santa Sede ha più volte compiuto degli sforzi per avere un Concordato con la Germania, senza riuscirci. Ci furono, tuttavia, concordati con alcuni Stati tedeschi come la Baviera, la Prussia, il Baden ma non con la Germania come tale.

Il 30 gennaio 1933, Adolf Hitler prese il potere, e già in aprile offrì di sua spontanea volontà un Concordato alla Santa Sede. A Roma la Santa Sede non credeva e non si fidava di Hitler, ma si trovava nella difficile situazione di non poter rifiutare, perché si trattava di un Concordato estremamente favorevole.

La Santa Sede firmò quindi il Concordato, anche se nella Curia romana tutti sapevano che Hitler non avrebbe osservato e rispettato gli accordi.

Poche settimane dopo la conclusione del Concordato il Cardinale Eugenio Pacelli, allora Segretario di Stato, alla domanda del diplomatico britannico “Hitler rispetterà il Concordato?”, rispose: “Assolutamente no, possiamo solo sperare che non violi tutte le clausole contemporaneamente”.

E infatti subito dopo la firma del Concordato iniziò la persecuzione dei cattolici in tutti i campi di attività, tanto che la Santa Sede inviò al governo più di 50 proteste, i cui testi si trovano in “Der Notenwechsel zwischen dem Heiligen Stuhl und der deutschen Reichsregierung. Volume I, Von der Ratifizierung des Reichskonkordats bis zur Enzyklika 'Mit Brennender Sorge'”, di Dieter Albrecht (Matthias-Grunewald-Verlag – Mainz 1965).

Nonostante le proteste ufficiali della Santa Sede, le angherie naziste divennero sempre più incessanti, nell’educazione, nella stampa, con l’imprigionamento di sacerdoti ecc. al punto che nel 1936 la Conferenza Episcopale Tedesca chiese un intervento pubblico.

I Vescovi tedeschi erano attesi per la visita ad limina Apostolorum nel 1938, ma la data venne anticipata di un anno e vennero convocati a Roma nel 1937. In quell’occasione tutti i presuli furono d’accordo nel chiedere che la Santa Sede pubblicasse un documento pubblico di condanna del nazismo.

Padre Gumpel ha rivelato a ZENIT che “il Cardinale di Monaco Michael von Faulhaber scrisse in tutta segretezza il testo dell’Enciclica. Lo scrisse tutto a mano per non dettarlo a nessuno e mantenere il segreto”.

“A questo testo che fu da base dell’Enciclica, si aggiunsero gli interventi del Segretario di Stato Eugenio Pacelli, e in sette settimane venne preparato un testo con passaggi ancora più forti ed espliciti di quelli indicati da von Faulhaber”, ha aggiunto il padre gesuita.

Il testo definitivo dell’Enciclica venne firmato dal Pontefice Pio XI il 14 marzo 1937. Attraverso la valigia diplomatica alcuni esemplari stampati vennero inviati al Nunzio di Berlino, il quale a sua volta li passò al Vescovo di Berlino e da lì corrieri segreti li consegnarono a tutti i presuli tedeschi.

Ad insaputa della Gestapo il testo venne stampato in dodici tipografie. Parecchi Vescovi lo fecero stampare per un numero di alcune centinaia di migliaia. Dopodiché, in tutta segretezza, i testi vennero distribuiti a tutti i parroci, ai cappellani, ai conventi e l’Enciclica venne letta in tutte le chiese tedesche il 21 marzo 1937, Domenica delle Palme.

“Io avevo 14 anni ed ero presente nella cattedrale di Berlino quando nell’omelia venne letto il testo dell’Enciclica – ha rivelato padre Gumpel a ZENIT –. La chiesa era gremita e la reazione generale fu di convinta approvazione”.

Il linguaggio era chiaro ed esplicito, Hitler stava ingannando i tedeschi e la comunità internazionale. L’Enciclica affermava che il capo nazista era perfido, inaffidabile, pericoloso e intenzionato a sostituirsi a Dio.

Il padre gesuita ha rivelato che “la reazione dei cattolici fu entusiasta” mentre “la reazione di Hitler fu furente”. Si racconta, infatti, che Hitler uscì così fuori di sé che per tre giorni non volle vedere né ricevere nessuno.

La Gestapo era stata informata il sabato sera da un dipendente di una tipografia che l’Enciclica era stata stampata, ma ormai era troppo tardi per fermare la cosa, e non osarono entrare nelle Chiese, perché questo avrebbe suscitato una rivolta.

La domenica mattina davanti alle chiese c’erano guardie della Gestapo per vedere se la gente aveva un testo stampato in mano. Chi veniva trovato in possesso di un testo stampato veniva denunciato e arrestato. Le 12 tipografie furono confiscate senza nessun rimborso ed alcune persone finirono in prigione.

La comunità internazionale reagì entusiasticamente. Le comunità ebraiche erano contentissime perché quell’Enciclica rappresentava la più dura condanna del razzismo. Tutti i giornali ebraici nel mondo manifestarono entusiasmo per quanto la Santa Sede aveva fatto.

“Ciò nonostante – ha ricordato Gumpel con rammarico – nel 1938, nonostante il Pontefice avesse dichiarato Hitler inaffidabile, nella conferenza di Monaco, Inghilterra, Francia e Italia si accordarono con il regime nazista”.

Secondo Padre Gumpel, l'Enciclica è “un documento il cui valore va oltre la contingenza storica, ci sono parti che assumono un significato profetico e di grande attualità”.

“La Mit Brennendere Sorge – ha continuato il padre gesuita – ha un valore non solo simbolico; è basata sui principi della legge naturale e della fede; è profetica anche per la situazione di oggi ed ha un valore permanente”.

“Se uno non si attiene né alla legge naturale né alla fede allora cade nella decadenza e la storia ha ampiamente provato che questo crea disturbi continui nell’ordine internazionale”, ha continuato.

Nella prima parte dell’Enciclica si traccia una storia del Concordato e si sottolineano le continue violazioni nei confronti della Chiesa cattolica e dei suoi fedeli.

C’è una parte in cui la Mit Brenneder Sorge denuncia il neopaganesimo nazista: “Chi con indeterminatezza panteistica identifica Dio con l’universo, materializzando Dio nel mondo e deificando il mondo in Dio, non appartiene ai veri credenti”.

L’Enciclica condanna la concezione razziale del nazismo, che “divinizza con culto idolatrico” la terra e il sangue e “perverte e falsifica l’ordine da Dio creato e imposto”.

Il documento pontificio sottolinea “l’errore di parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale ed il tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nella ristrettezza etnica di una sola razza, Dio creatore del mondo davanti alla cui grandezza le nazioni sono piccole come gocce di un catino d’acqua”.

La Mit Brennender Sorge difende strenuamente l’Antico Testamento sostenendo che “chi vuole bandire dalla Chiesa e dalla scuola la storia biblica e i saggi insegnamenti dell’Antico Testamento, bestemmia la parola di Dio, bestemmia il piano della salute dell’Onnipotente”.

L’Enciclica commemora inoltre chi per difendere la religione cattolica “sta subendo violenza tanto illegale quanto inumana”, e parla chiaramente di “tentazioni sataniche per far uscire dalla chiesa i fedeli”. Esplicita anche la condanna di chi tenta di costruire “una chiesa tedesca nazionale”.

Sul piano morale la Mit Brennender Sorge si contrappone fortemente a “tutti i tentativi di staccare la dottrina dall’ordine morale”, una strada che “porta al decadimento morale individui e nazioni”.

Molto chiara la denuncia del principio nazista secondo cui “diritto è ciò che è utile alla nazione”. Infatti, in maniera profetica si dice che: “Quel principio staccato dalla legge etica, significherebbe, per quanto riguarda la vita internazionale, un eterno stato di guerra tra le nazioni”

Padre Gumpel ha sottolineato ancora a ZENIT che “le formule più dure contro il nazismo sono di Pacelli, e Hitler lo sapeva”, tanto da considerarlo il suo nemico numero uno e da temerne il potere morale.

Il sacerdote gesuita ha quindi commentato le notizie apparse sul quotidiano “La Repubblica” il 29 marzo scorso, secondo cui i documenti di archivio della ex Germania Est rivelerebbero che Pacelli era il peggior nemico dei nazisti e che a montare la campagne di calunnie contro Pio XII sia stata l’Unione Sovietica.

A tal proposito, padre Gumpel ha detto a ZENIT che “queste rivelazioni non aggiungono niente a quello che la Santa Sede conosce già, ma va bene per quelli che hanno pensato e scritto che Pacelli fosse addirittura il Papa di Hitler”.

“Adesso ci sono anche altri documenti che provano quante falsità siano state dette su Pio XII. Evidente anche la responsabilità dei sovietici nella campagna di calunnie su Papa Pacelli”, ha sottolineato.





ROMA, mercoledì, 4 aprile 2007 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"La delusione ateistica"
Critiche alla religione puntualmente confutate
Padre John Flynn
Cerca simili articoli sul web

La recente ondata di attacchi contro Dio e la religione non è rimasta senza replica. Tra le risposte al libro dello scorso anno intitolato “The God Delusion”, del professore di Oxford Richard Dawkins, è stato di recente pubblicato il libro dal titolo “The Dawkins Delusion?” (ed. SPCK), scritto da Alister McGrath, professore di Teologia storica ad Oxford.

Nell’introduzione al libro, McGrath ammette che negli anni ’60 egli stesso era stato ateo come lo è ora Dawkins. Dawkins è esperto in biologia evolutiva e, similmente, McGrath aveva esordito nel settore delle scienze, ottenendo un dottorato in biofisica molecolare.

Tuttavia, egli è poi passato alla teologia e, come spiega: “Successivamente mi sono accorto che il Cristianesimo proponeva una visione del mondo molto più interessante e intellettualmente stimolante rispetto all’ateismo”.

McGrath si è detto deluso della capacità argomentativa del libro di Dawkins, che egli descrive come “l’equivalente ateista di una predica che minaccia le fiamme dell’inferno, in cui la retorica aggressiva e l’attenta manipolazione dei fatti si sostituisce al ragionamento basato sui fatti”. Ed aggiunge: “Dawkins si inserisce nel coro di odio contro Dio”, affidandosi a speculazioni pseudoscientifiche e aggregando opportunamente pseudofatti.

Delusione?

McGrath dedica un capitolo a spiegare perché Dio non è una delusione come ha sostenuto Dawkins. Egli osserva che le definizioni usate da Dawkins per descrivere la fede, secondo le quali sarebbe un “processo in assenza di ragionamento”, sono estranee ad un’impostazione cristiana della fede.

Dawkins ha ragione nel sostenere che dobbiamo esaminare le nostre convinzioni, riconosce McGrath. A tal fine i bambini devono ricevere un autentico e accurato insegnamento al Cristianesimo. Sarebbe molto più nocivo per loro, sostiene McGrath, avere un pensiero imbevuto delle erronee e superficiali argomentazioni proposte da Dawkins.

Molte cose che noi sosteniamo, sottolinea McGrath, sono convinzioni la cui veridicità non siamo in grado di dimostrare. Ciò nonostante si tratta di convinzioni del tutto ragionevoli, che proprio per questo si rendono legittime, pur non essendo dimostrabili in senso empirico. Questo avviene non solo nell’ambito della religione, ma anche in quello della scienza, in cui vi sono molte teorie che non hanno raggiunto il livello della dimostrazione definitiva.

McGrath cita anche ciò che alcuni eminenti scienziati, come Stephen Jay Gould, un biologo degli Stati Uniti e Sir Martin Rees, Presidente della British Royal Society, hanno detto sulla religione. Entrambi hanno ammesso i limiti della scienza e accettato che scienza e religione non sono, per loro natura, reciprocamente escludenti.

Inoltre, molte delle grandi questioni della vita, sottolinea McGrath, possono trovare spiegazione nell’ambito delle teorie, ma non vi è alcuna prova scientifica che le possa dimostrare. Vi sono alcune questioni che vanno oltre il raggio del metodo scientifico, come quella di capire se vi è un senso intrinseco nella natura.

Un altro eminente scienziato, Sir Peter Medawar, a cui nel 1960 è stato conferito il Premio Nobel per la medicina, per il suo lavoro sull’immunologia, ha trattato lo stesso argomento nel suo libro “The Limits of Science”. McGrath spiega che Medawar distingueva tra questioni trascendenti, che è meglio lasciare alla religione e alla metafisica, e questioni relative all’organizzazione e alla struttura dell’universo materiale.

Un’ulteriore dimostrazione del fatto che Dawkins non è rappresentativo del pensiero scientifico sta nel fatto che nel 2006, l’anno in cui è apparso “The God Delusion”, tre ricercatori illustri hanno pubblicato libri in cui ammettono la validità di uno spazio per il divino nell’universo. Essi sono: Owen Gingerich, “God’s Universe”; Francis Collins, “The Language of God”; e Paul Davies, “The Goldilocks Enigma”.

“Dawkins è costretto”, conclude McGrath, “a prendere atto del fatto estremamente significativo che il suo pensiero, secondo cui le scienze naturali sono una sorta di autostrada intellettuale per l’ateismo, viene rigettato dalla maggior parte degli scienziati, a prescindere dalle loro idee religiose”.

Religione e violenza

Un altro argomento utilizzato da Dawkins è che Dio e la religione sarebbero un male, essendo responsabili di ogni sorta di violenze e abusi nella storia dell’umanità. McGrath ammette subito che la violenza ispirata alla religione è chiaramente qualcosa che deve essere rifiutata.

McGrath, che è cresciuto nell’Irlanda del Nord, ha avuto un’esperienza notevole in quanto a violenza religiosa. Tuttavia, egli sostiene che è una proposizione totalmente diversa quella di ritenere che la violenza sia un elemento intrinseco alla religione stessa.

Dawkins sbaglia anche nel considerare l’ateismo come un’impostazione da cui derivi una influenza universalmente positiva. Basti ricordare la storia del XX secolo per trovare numerosi esempi di violenza motivata dalla politica, non da ultimo quella derivante dal regime ateistico dell’Unione Sovietica.

Evidentemente, le persone sono capaci sia di violenze inaudite, sia di una condotta morale irreprensibile, sottolinea McGrath. E entrambi gli estremi possono essere generati da visioni globali sia religiose che di altra natura. È vero che la religione può trasformare i conflitti umani in battaglie tra il bene e il male. Ma allo stesso tempo, una società che rifiuta Dio tende a porre come assoluto altre realtà o concetti. In questo senso, la Rivoluzione francese, al fine di sostituire il Cristianesimo con i suoi ideali e principi laici, si è resa responsabile di repressioni violente.

Lo stesso tema del rapporto tra violenza e religione è trattato in un altro libro del 2006, dal titolo “Is Religion Dangerous?” (ed. Lion Hudson), in cui l’autore, Keith Ward, professore di religione presso il Gresham College, replica alle critiche indirizzate alla religione, sostenendo che senza di essa il mondo si troverebbe in condizioni assai peggiori.

Ward ammette che esistono esempi di violenza ispirata alla religione, ma afferma che anche la mancanza di fede può portare ad azioni distruttive e al male. È vero che testi religiosi come quelli biblici possono essere utilizzati in modo non corretto per finalità sbagliate. Ma questo avviene solo quando i precetti essenziali, come quello dell’amore a Dio e al prossimo vengono ignorati e quando alcuni brani vengono estratti dal loro contesto.

Cercare il bene

Tutti gli esseri umani, sostiene Ward, sono esposti alla tentazione del male, sia le persone religiose, sia quelle che non lo sono. Come tutelarsi da questo fenomeno? Uno dei migliori modi, sostiene, è quello di adottare un insieme di credenze che insegnino a discernere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e che ci spronino al pentimento e alla ricerca del bene.

Piuttosto che muovere accuse generiche sulla “pericolosità della religione”, sarebbe meglio se ci chiedessimo se una particolare religione, in uno specifico contesto, possa essere pericolosa, sostiene Ward. La risposta a questa domanda può variare a seconda delle circostanze. In generale, prosegue, la religione ha dato prova di essere tra quelle forze in grado di generare stabilità sociale e dibattiti con riforme moralmente fondate.

Certamente la minaccia del terrorismo islamico ha generato molte preoccupazioni per le violenze ispirate alla religione. Ma questo è solo uno dei modi di interpretare l’Islam. Altri fattori sociali e politici, e non di natura religiosa, giocano un ruolo fondamentale nella creazione di questa violenza. E mentre i mezzi di comunicazione danno molto risalto alla violenza religiosa, buona parte dei conflitti nel mondo di oggi hanno poco a che fare con la religione.

Inoltre, nei casi in cui sia proprio la religione a promuovere la violenza, si tratta spesso di situazioni in cui è il potere politico che usa la religione in modo strumentale per giustificare l’uso della forza.

Non si possono dimenticare tutti i contributi positivi dati dalla religione, spiega Ward in un altro capitolo. L’esempio della carità che ci ha dato Gesù ha ispirato la gente nel corso dei secoli a seguire una vita di amore per gli altri. Il Cristianesimo è stato la fonte ispiratrice anche di innumerevoli istituzioni come ospedali, scuole e università, oltre a grandi opere d’arte, di letteratura e di musica.

La fede cristiana ha stimolato anche lo studio razionale del mondo materiale, che ha dato vita alla scienza moderna. L’importanza data dalla fede cristiana alla dignità della vita umana ha svolto un ruolo cruciale nell’evoluzione degli ideali dei diritti umani. La religione, conclude Ward, può costituire una delle forze più positive per il bene della vita umana.





BOLOGNA, sabato, 17 marzo 2007 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"Cardinal Caffarra: “Chiamati a servire Gesù nel servizio ai poveri”"
Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna
Cerca simili articoli sul web

Pubblichiamo la relazione pronunciata il 10 marzo scorso dal Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, dal titolo “Chiamati a servire Gesù nel servizio ai poveri: chi nel matrimonio, chi nella vita religiosa, chi nel sacerdozio”, in occasione del 30° anniversario della fondazione della Caritas Diocesana e in preparazione al Congresso Eucaristico Diocesano.

* * *

Il trentesimo anniversario della Caritas Diocesana è occasione propizia per riflettere sul tema della carità. Abbiamo voluto dare un tema a questa riflessione: «chiamati a servire Gesù nel servizio ai poveri: chi nel matrimonio, chi nella vita religiosa, chi nel sacerdozio». La formulazione in sostanza individua due grandi tematiche: la presenza di Gesù nel povero; il coinvolgimento dell’intero corpo ecclesiale, qui denotato nei suoi tre fondamentali stati cristiani di vita, coniugale, consacrato, sacerdotale. Non a caso sono state individuate queste due tematiche. Celebrando il trentesimo anniversario della nostra Caritas diocesana era opportuno riprendere coscienza più robusta della sua radice teologica e riflettere sul coinvolgimento di tutta la comunità cristiana.

Procederò dunque nel modo seguente. Dedicherò il primo punto ad una tesi insegnata da Benedetto XVI e che costituisce la base teologica di tutta la riflessione seguente. Nel secondo punto presenterò alcuni orientamenti fondamentali per l’esercizio della carità nella nostra Chiesa per il futuro prossimo. Nel terzo ed ultimo punto darò alcune indicazioni pratiche per attuare meglio gli orientamenti fondamentali.

1. La tesi fondamentale.

La tesi fondamentale è enunciata da Benedetto XVI nel modo seguente: «praticare l’amore appartiene all’essenza della Chiesa tanto quanto il servizio dei sacramenti e l’annuncio del Vangelo» [cfr. Lett. Enc. Deus caritas est 22]. Prima di spiegare il significato profondo e la portata di questa proposizione teologica, faccio alcune necessarie premesse.

Il s. Padre non sta parlando dell’amore verso il prossimo in quanto compito e prassi di ogni singolo fedele: non è un affermazione etica. Sta parlando dell’amore verso il prossimo in quanto compito e prassi della Chiesa come tale: è un affermazione ecclesiologica. Essa riguarda la comunità ecclesiale a tutti i suoi livelli: dalle comunità locali [= parrocchie] alla Chiesa particolare, dalla Chiesa particolare alla Chiesa universale. Anche noi questa mattina non parleremo dei singoli fedeli ma della nostra Chiesa particolare come tale: della Chiesa di Dio che è in Bologna.

L’equiparazione di «pratica della carità», «servizio dei Sacramenti», «annuncio del Vangelo» viene compiuta dal s. Padre in rapporto all’essenza della Chiesa. Ciò che definisce la Chiesa è «tanto quanto» l’esercizio della carità, la celebrazione dei sacramenti, la predicazione del Vangelo. Le essenze, insegnava Aristotele, sono come i numeri: togli da un numero anche una sola unità e hai un altro numero. Togli dalla Chiesa una di queste tre attività e non hai più la Chiesa nella sua intera realtà. Voi dunque comprendete che noi questa mattina stiamo parlando di “qualcosa” che nella Chiesa ha la stessa dignità della liturgia e della predicazione della Parola di Dio.

Fatte queste opportune premesse proviamo a scoprire la ragione per cui «praticare l’amore appartiene all’essenza della Chiesa tanto quanto il servizio dei sacramenti e l’annuncio del Vangelo». Percorriamo la strada che mi sembra percorra il s. Padre nella sua Enciclica.

Inizio da uno stupendo testo di S. Agostino, che dice: «Abbraccia il Dio amore e abbraccia Dio con l’amore. È quello stesso amore che associa tutti gli Angeli buoni e tutti i servi di Dio con il vincolo della santità e che ci unisce scambievolmente insieme, essi e noi, unendoci a lui che è al di sopra di noi. Quanto più dunque siamo esenti dal gonfiore della superbia, tanto più siamo pieni di amore» [De Trinitate VIII, 8, 12; NBA IV, pag. 353].

Si dà in questo testo una “definizione” della Chiesa in tutta la sua verità più profonda: la Chiesa è un “vincolo”, è una “unione” posti in essere dall’amore che è Dio e dall’amore che ama [Agostino usa un termine molto forte: amplesso – “amplectere”]. Vi prego di fare attenzione. Non si definisce la Chiesa come una comunità posta in essere da una prassi umana, l’esercizio della carità; e quindi soggetta all’incerta perseveranza dell’uomo in esso. Si definisce la Chiesa come partecipazione alla vita di Dio. Amore: una partecipazione che ci può essere solo donata. Da questo punto di vista la Chiesa non è soggetta all’infedeltà umana poiché è fondata sulla fedeltà divina. Potrei anche esprimere questo pensiero nel modo seguente.

Esiste una realtà, è accaduto un fatto: Dio ha messo a disposizione Se stesso dell’uomo [e degli angeli]; questa disponibilità divina è la Chiesa, nella quale la vita del Dio-Amore diventa storia umana. Ogni uomo vi partecipa o rifiuta di parteciparvi senza che questo intacchi la misura della disponibilità divina. In ordine ad essere illuminato, dipende da me pormi nello spazio luminoso, o in un luogo non illuminato, ma la mia posizione né aumenta né diminuisce la luminosità della sorgente luminosa. Detto questo, tuttavia, se l’intima essenza della Chiesa è «quello stesso amore che associa tutti gli Angeli buoni e tutti i servi di Dio», ne deriva che l’espressione più alta della Chiesa è l’esercizio della carità. Una sorgente luminosa illumina; una sorgente di calore riscalda: la carità ama.

Senza la predicazione del Vangelo la Chiesa cesserebbe di esistere perché verrebbe tolta all’uomo la possibilità di credere in Dio: di essere introdotto nella realtà. Senza la celebrazione dei sacramenti la Chiesa cesserebbe di esistere perché verrebbe tolta all’uomo la possibilità di vivere in Cristo: di essere partecipe della vita divina. Senza l’esercizio della carità la Chiesa darebbe l’annuncio della sua fine perché l’organismo morto non può più agire: la carità è espressione irrinunciabile della sua essenza.

Poiché emanano della stessa realtà, predicazione-liturgia-carità sono fra loro strettamente connesse e l’una implica l’altra. La prova è che non raramente negli scritti neo-testamentari il “vocabolario” dell’una serve a descrivere le altre. Due esempi: l’apostolo Paolo pensa alla sua missione di evangelizzatore come un servizio liturgico che fa delle genti un sacrificio gradito a Dio. Presenta la colletta dei Corinzi in favore della chiesa di Gerusalemme come un atto liturgico. Nel vocabolario cristiano la comunità cristiana viene chiamata la “carità”: “vestra caritas”, dice abitualmente Agostino quando si rivolge alla sua Chiesa. Concludo colle parole di Benedetto XVI: «La Chiesa non può trascurare il servizio della carità così come non può tralasciare i Sacramenti e la Parola» [22].

2. Orientamenti fondamentali per la carità.

La fondazione teologica che ho brevemente schizzata nel punto precedente ci conduce a formulare alcuni orientamenti fondamentali per l’esercizio ecclesiale della carità. Mi limito a formularne tre.

2,1. Il primo è ancora una conseguenza immediata di quanto detto finora. Lo formulo ancora una volta colle parole del s. Padre «l’amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato» [20]. A prima vista può sembrare una contraddizione nei termini parlare di “organizzazione della carità”. Non c’è dubbio che questa impressione ha una sua ragione d’essere, su cui rifletterò più avanti. Ci basti per il momento ricordare il fatto dell’istituzione dei diaconi [cfr. At 6,1-6]. Essa ha una sola ragione. L’esercizio ecclesiale della carità esigeva un ordine altrimenti ci sarebbero stati poveri emarginati anche all’interno delle comunità cristiane.

La Chiesa dunque fin dalle origini ha preso coscienza di questa esigenza: organizzare, ordinare, istituzionalizzare l’esercizio ecclesiale della carità. Il papa S. Gregorio Magno aveva diviso la città di Roma in diaconie così che la distribuzione dei beni necessari ai poveri fosse assicurata. A capo di ogni diaconia c’era un diacono, di assoluta onestà, e che godeva della fiducia del Papa così tanto che non doveva rendergli nessun rendiconto [cfr. Lett. XI, 17].

L’erezione della Caritas diocesana risponde precisamente all’esigenza che la carità ha «di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato». La Caritas diocesana è lo strumento istituzionale mediante il quale il Vescovo esercita la “presidenza della carità”.

Pertanto la ragione d’essere della Caritas diocesana è di animare, coordinare, promuovere e formare alla carità ed al suo esercizio. Essa ha il compito fondamentale di educare alla carità e di presiedere alle varie istituzioni ecclesiali che esprimono e realizzano l’esercizio ecclesiale della carità.

Ciò non significa che la Caritas diocesana non debba in assoluto anche “praticare la carità”. Vale anche nell’organizzazione della carità, per un servizio comunitario ordinato, il principio di sussidiarietà. Esistono servizi che per loro natura – difficoltà obiettiva, competenza richiesta, straordinarietà del bisogno o altro – devono essere compiuti direttamente dalla Caritas in prima persona. Anche lo Statuto diocesano della Caritas al riguardo è esplicito: la finalità della Caritas è primariamente quello di «animazione» e di «comunione» [cfr. art. 2].

2,2. Il secondo orientamento non è meno importante. Anch’esso lo formulo colle parole del s. Padre: «Le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono … un suo opus proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo quello che corrisponde alla sua natura» [29,3]. Il tema è di grande importanza teologica e pratica. Che cosa in fondo dice il s. Padre? Cercherò ora di spiegarlo.

Non dimentichiamo che non stiamo parlando dell’esercizio della carità del singolo fedele che a nome proprio si fa carico dei bisogni, del bene del prossimo. Un esercizio che va dalle opere quotidiane di misericordia all’attività politica in senso vero e proprio, che in un certo senso è la forma più alta dell’esercizio della carità. Stiamo sempre parlando dell’esercizio della carità da parte della Chiesa come tale, che si esprime in Associazioni di fedeli riconosciute, in Congregazioni religiose, mediante la Parrocchia, e nella sua forma di espressività ecclesiale più alta nella Caritas diocesana.

Questo esercizio della carità non deve essere pensato, nella sua natura più profonda, come co-operazione collaterale ad istituzioni civili, ma come operazione specificamente propria. È, a ben riflettere, una conseguenza di quanto abbiamo detto nel primo punto. Esiste un esercizio della carità nel quale la Chiesa esprime semplicemente se stessa, e quindi quell’esercizio ha una sua propria natura.

Da ciò deriva che la “programmazione” degli interventi caritativi non deve essere fatta da soggetti non ecclesiali. È la Chiesa che deve avere gli “occhi del cuore illuminati” per vedere i bisogni dell’uomo. È questo il senso della responsabilità programmatica ed animatrice che possiede in proprio la Caritas diocesana. Come dissi in un’intervista al principale quotidiano italiano, la Chiesa non è la Croce Rossa chiamata a raccogliere i feriti della società civile. Quanto detto finora tuttavia non significa due cose; anzi il contrario.

Primo. Nell’esercizio suo proprio della carità la Chiesa può, anzi in alcuni casi, deve cooperare con altre istituzioni anche pubbliche, ogni volta che lo richiede il bene della persona. Collaborazione che può avvenire ad ogni livello. Essa comunque deve essere ad actum e mai istituzionalizzata. Può essere che qualcuno ritenga esagerato o comunque non opportuno ciò che dico; non opportuno questo orientamento che sto dando. Vi propongo allora una riflessione al riguardo.

Nella prima parte della mia relazione ho detto che Parola-Sacramento-Carità si connettono e si richiamano a vicenda. Ora noi sappiamo come la Parola di Dio, la divina Rivelazione, deve essere custodita nella sua integrità, e come le nostre menti devono essere caste al riguardo, rinunciando ad ogni amplesso che non sia quello colla Parola di Dio. Sappiamo anche come non possiamo cedere a nessun sincretismo culturale. Analogamente, dobbiamo custodire l’ecclesialità del servizio della carità. Solo così avremo cura dell’uomo, di ogni uomo, senza nessuna discriminazione.

Secondo. Mantenendo integra la purezza della nostra carità, custodiremo quella capacità di giudizio critico nei confronti del mondo e dei suoi programmi economici, sociali e politici, che è dimensione essenziale del giudizio di fede: «siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini» [1Cor 7,23].

Un’appendice, se così posso chiamarla, a questo secondo orientamento fondamentale. Esiste un ordinamento giuridico statale che disegna, configura il pacifico svolgimento della vita associata. Non c’è dubbio che anche l’esercizio ecclesiale della carità deve svolgersi nel rispetto di questo quadro della legge civile.

Propter utilitatem hominis omne jus constitutum est, dicevano già i latini. Se per rispetto della legalità nego l’aiuto urgente ad un uomo, non sono solo uno che pecca contro la carità, ma anche contro il buon senso: se uno ha fame, prima di sfamarlo, non devo chiedere che esibisca il permesso di soggiorno!

2,3. Il terzo orientamento è una conseguenza di quanto abbiamo detto finora: l’esercizio ecclesiale della carità privilegia la gratuità. Oggi normalmente si dice: volontariato.

Esiste una sorta di “armonia prestabilita”, una intrinseca sintonia fra l’esercizio ecclesiale della carità ed il volontariato. È necessario orientarci in questa direzione. «Si colgono, infatti, alcuni nodi critici che spesso limitano l’agire del volontariato: una certa sensazione di inutilità; una sorta di dipendenza dal riconoscimento delle istituzioni pubbliche, anche sul piano delle risorse economiche; il ricorso crescente allo strumento delle convenzioni e delle sovvenzioni; una certa spinta ad assumere logiche di tipo aziendale» [Comunicato Cons. perm. CEI del 29.03.2004, n° 7; Ench. CEI 7/1346].

Effettivamente non riesco a pensare nel suo insieme l’esercizio ecclesiale della carità fuori dalla prospettiva del volontariato. Ciò non significa che proprio a causa dell’esigenza organizzativa della carità, di cui ho parlato; a causa della difficoltà obiettiva di alcuni servizi della carità, non sia necessaria l’opera di veri professionisti, fuori di un rapporto di volontariato. Sto parlando di orientamento fondamentale, generale, nell’organizzazione della carità. Non c’è dubbio poi che nulla estingue la forza della carità quanto la burocratizzazione del suo esercizio.

3. Indicazioni pratiche.

In questo terzo ed ultimo punto vorrei molto semplicemente darvi alcuni indicazioni pratiche per facilitare il cammino secondo i tre orientamenti suesposti. Si tratta di indicazioni molto semplici. Cercherò di dare ad esse un certo ordine espositivo sulla falsariga dell’esposizione degli orientamenti fondamentali.

3,1. Esiste una grande ricchezza di soggetti operativi nell’ambito caritativo. È una delle ricchezze più preziose della nostra Chiesa. Penso che sia necessario giungere alla costituzione di una «Consulta ecclesiale della Carità». È lo strumento di un esercizio ecclesiale della carità veramente integrato. Ed anche per facilitare alla Caritas quel servizio di animazione e promozione che la caratterizza.

3,2. Nel «Piccolo direttorio per la pastorale integrata» ho chiesto di istituire in ogni Vicariato pastorale un Osservatorio. Dentro a tale Osservatorio, è utile che vi sia qualcuno che si proponga una rilevazione dei bisogni, delle necessità cui la carità della Chiesa possa rispondere. Il Vicario episcopale della Carità è l’alter ego del Vescovo e primo corresponsabile con lui dell’esercizio ecclesiale della carità.

3,3. Se le prime due indicazioni erano in rapporto al primo orientamento fondamentale, questa indicazione pratica emerge dal secondo orientamento. Esiste un modo ecclesiale di percepire i bisogni della persona. Negli Atti degli Apostoli mi ha sempre fatto molto riflettere il fatto che i diaconi, da una parte, sono stati istituiti per il servizio alle mense, ma, dall’altra, dei due soli diaconi di cui si parla – Stefano e Filippo – si mette in rilievo il loro sevizio all’evangelizzazione.

La Chiesa ha una visione gerarchica dei beni umani, dei beni di cui ha bisogno l’uomo per realizzare la sua umanità. Una gerarchia costituita sul criterio dell’urgenza: se una ha fame la prima cosa da fare è dargli da mangiare. Esistono beni umani che pur non essendo obiettivamente più importanti, sono però più basilari, più condizionanti gli altri. Ma esiste anche una gerarchia di beni istituita in base alla loro dignità intrinseca. Come insegna Gesù esiste un “pane che perisce” ed esiste “un pane che dura per la vita eterna”.

La natura specificamente ecclesiale dell’esercizio della carità esige che quella duplice gerarchia sia rispettata. Quali sono oggi i beni umani di cui la Chiesa nella sua carità deve più urgentemente preoccuparsi? È il bene umano dell’educazione delle giovani generazioni. Chiedo a tutti di riflettere seriamente su questa urgenza. La prima, e la più urgente carità che la Chiesa oggi può fare è offrire all’uomo la sua proposta educativa: è la carità dell’educazione.

L’altro bene oggi di particolare urgenza è il bene umano della vicinanza alla sofferenza: assistenza alla persona ammalata ed anziana. Assisto con grande preoccupazione ad un progressivo assentarsi della Chiesa dalle strutture sanitarie [ospedali, case di cura …]. Non possiamo dimenticare che Gesù inviando i suoi discepoli in missione, chiese loro di fare tre cose: annunciare il Vangelo, scacciare i demoni, curare gli infermi. Cioè: parola, santificazione, carità verso gli infermi. Mi limito a queste due urgenze. Chiedendovi di riflettere seriamente su di esse.

3,4. Esiste poi l’urgenza di pensare a percorsi che recuperino la presenza del volontariato nell’esercizio ecclesiale della carità. Durante questo trentesimo anniversario della Caritas è un obiettivo da perseguire seriamente.

Conclusione

Nella storia della Chiesa noi osserviamo il seguente fenomeno. Vicino alla permanente organizzazione dell’esercizio ecclesiale della carità lo Spirito Santo suscita sempre uomini e donne che investite della sua potenza esprimono la carità della Chiesa in modalità nuove e con una genialità singolare. C’è solo l’imbarazzo della scelta se si volesse esemplificare. Penso a S. Luigi Orione, a S. Giovanni Bosco, a S. Francesca Cabrini. Guai se non fosse così! L’esercizio organizzato a lungo andare diventerebbe così burocratizzato da servire solo a se stesso.

È questa la difficoltà insita in questa espressione e realizzazione del Mistero della Chiesa, che è la carità. Essa è la vita di Dio; essa è la presenza dello Spirito Santo dentro la nostra storia. Come esserne portatori? Come “organizzarla”? i Padri della Chiesa ne erano profondamente consapevoli quando scrivevano che essi si sentivano incapaci perfino di parlarne.

S. Giovanni Climaco scrive: «Chi parla della carità, parla di Dio stesso. È opera difficile e rischiosa per chi non valuta bene i termini. Parlare della carità è opera degli angeli e, anche per essi, è più o meno difficile a seconda del grado di illuminazione ricevuta»

Anche la nostra Chiesa di Bologna ha avuto il dono di uomini che ricevettero lo Spirito della carità. Per limitarmi alla seconda metà del secolo appena trascorso, il servo di Dio Olindo Marella e don Giulio Salmi. Siamo eredi di una grande storia di carità: siamone degni. E soprattutto non interrompiamola, ma siamone continuatori fedeli.





CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 5 aprile 2007 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"Benedetto XVI: non si può vedere Dio con gli occhi, ma vediamo come agisce"
Seguendo la narrazione dello scrittore russo Leone Tolstoi
Papa Benedetto XVI
Cerca simili articoli sul web

Anche se non è possibile vedere Dio con gli occhi, possiamo vedere come agisce, ha spiegato Benedetto XVI nella Messa crismale del Giovedì Santo.

In una Basilica di San Pietro piena di fedeli, concelebrando con i Cardinali, i Vescovi e i Presbiteri – diocesani e religiosi – presenti a Roma, il Papa ha illustrato l’azione di Dio con una narrazione dello scrittore russo Leone Tolstoi (1828-1910).

Si tratta del breve racconto di un sovrano severo che chiese ai suoi sacerdoti e sapienti di mostrargli Dio affinché egli potesse vederlo.

“I sapienti non furono in grado di appagare questo suo desiderio. Allora un pastore, che stava giusto tornando dai campi, si offrì di assumere il compito dei sacerdoti e dei sapienti”, ha ricordato il Papa.

“Il re apprese da lui che i suoi occhi non erano sufficienti per vedere Dio”, ha aggiunto citando Tolstoi. “Allora, però, egli volle almeno sapere che cosa Dio faceva”.

“Per poter rispondere a questa tua domanda – disse il pastore al sovrano – dobbiamo scambiare i vestiti”.

“Con esitazione, spinto tuttavia dalla curiosità per l’informazione attesa, il sovrano acconsentì; consegnò i suoi vestiti regali al pastore e si fece rivestire del semplice abito dell’uomo povero”.

“Ed ecco allora arrivare la risposta: ‘Questo è ciò che Dio fa’. Di fatto, il Figlio di Dio – Dio vero da Dio vero – ha lasciato il suo splendore divino: ‘…spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso … fino alla morte di croce’”, ha spiegato il successore di Pietro citando la lettera ai Filippesi (2,6ss).

Dio, ha detto, ha compiuto “il sacrum commercium, il sacro scambio: ha assunto ciò che era nostro, affinché noi potessimo ricevere ciò che era suo, divenire simili a Dio”.

“Ecco ciò che si compie nel Battesimo: noi ci rivestiamo di Cristo, Egli ci dona i suoi vestiti e questi non sono una cosa esterna”.

“Significa che entriamo in una comunione esistenziale con Lui, che il suo e il nostro essere confluiscono, si compenetrano a vicenda. ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’”, diceva Paolo stesso nella Lettera ai Galati (2,2).

Entrando nel Triduo santo, il Santo Padre ha spiegato che “Cristo ha indossato i nostri vestiti: il dolore e la gioia dell’essere uomo, la fame, la sete, la stanchezza, le speranze e le delusioni, la paura della morte, tutte le nostre angustie fino alla morte”.

Nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo il rinnovamento delle promesse sacerdotali, il Papa ha benedetto l’olio dei catecumeni, l’olio degli infermi e il crisma.





Approfondimenti - Vocazione.org «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"Mi stavo domandando se tu potessi darmi qualche dritta per aiutarmi ad aprirmi completamente col mio Direttore Spirituale, mi è difficile farlo, ma sò che dovrò eventualmente dirgli del discernimento della mia vocazione."
Maria

Maria chiede:

Mi stavo domandando se tu potessi darmi qualche dritta per aiutarmi ad aprirmi completamente col mio Direttore Spirituale, mi è difficile farlo, ma sò che dovrò eventualmente dirgli del discernimento della mia vocazione... Grazie per il tuo aiuto!

Maria chiede:

Mi stavo domandando se tu potessi darmi qualche dritta per aiutarmi ad aprirmi completamente col mio Direttore Spirituale, mi è difficile farlo, ma sò che dovrò eventualmente dirgli del discernimento della mia vocazione... Grazie per il tuo aiuto!





Approfondimenti - Vocazione.org «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"La religione è un incontro con Cristo"
Roberto

Roberto chiede:

Come può essere che, pur non avendo mai seguito in alcun modo la religione, puoi sentire la chiamata di Dio, e come comprendi quello che cerca di dirti?

Roberto

Caro Roberto,

Quello che fai quando senti un sentimento così, è semplicemente di seguirlo. Dio ci chiama sempre più vicini a Lui, puoi, quindi essere assulutamente certo che il tuo sentimento è vero e che Dio ti sta chiamando a crescere più vicino a Lui.

La seconda parte della tua domanda: come scoprire esattamente che cosa cerca di dirti, è veramente significante e molto bello poiché significa che il tuo cuore è aperto allascolto di Lui. Fortunatamente, Dio è il nostro Padre misericordioso, per cui la risposta alla tua domanda non è terribilmente complicata, nonostante richieda pazienza e lavoro.

Di seguito sono alcuni passi concreti che puoi seguire:

Uno, tu dici di non avere mai seguito in alcun modo la religione, quindi, il primo passo sarà di conoscere meglio Dio. Tu hai già avuto lesperienza di come può parlare alle nostre anime in modo interiore, silenzioso ma estremamente effettivo. Tu sai che Lui è presente. Adesso, prendi il Vangelo, leggilo ed impara a conoscere Gesù il figlio di Dio. Chiedi aiuto allo Spirito Santo per poterlo conoscere e per comprendere il suo messaggio.

Due, mentre leggi, esamina la tua vita, confrontandola con la sua e con quello che ci dice fare.

Tre, inizia andando in Chiesa regolarmente. Impara della presenza reale di Gesù nellEucaristia, e vai a parlare con Lui in essa.

Quattro, purifica la tua vita dei tuoi peccati passati e con questo aiuto, inizia ad attuare I cambi necessari.

Cinque, Sarebbe molto bello che ti trovassi un direttore spirituale che ti possa guidare e che desse una risposta alle tue domande che immancabilmente ti si presenteranno mentre progredisci.

Sei, inizia studiando la fede, leggendo il Catechismo o altri libri che la spiegano.

Ricorda che la religione è innanzitutto lincontro con Cristo, il nostro Salvatore e Redentore, che ci ama e diede la sua propria vita perché potessimo essere liberati dai nostri peccati e così acquistare una nuova vita. E grazie a Lui che hai già sperimentato il raggiungerti del Padre e loffrirti questo incommensurabile dono.

I passi che ho elencato più sopra ti aiuteranno a conoscere Cristo e ad iniziare unamicizia con Lui e continuando a sviluppare questamicizia ti accorgerai della sua continua guida verso quello che Lui vuole da te.

Che Dio ti benedica.





Approfondimenti - Vocazione.org «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"Puoi dirmi come posso sentire Dio?"
Gregorio

Gregorio chiede:

Caro Padre Giuseppe,