2 Aprile 2007

Anno III, Numero 7

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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questa settimana su ShoreLines

ROMA, domenica, 18 marzo 2007 (ZENIT.org).-  »

Padre Lombardi: Nuovo passo di Benedetto XVI verso la maturazione liturgica

ROMA, domenica, 18 marzo 2007 (ZENIT.org). »

Benedetto XVI: “Dio ci ama”, il segreto per essere felici quando si soffre

Basilica dei SS. Am¬brogio e Carlo in Roma »

Che cos'è la S. Messa?

ROMA, giovedì, 29 marzo 2007 (ZENIT.org) »

Quale coscienza morale?

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 30 marzo 2007 (ZENIT.org).-  »

Bisogna essere misericordiosi perché Dio lo è prima di noi, ricorda il predicatore del Papa

Approfondimenti - Vocazione.org »

C'è qualcosa che io sento che viene da fuori, e mi da un senso di tristezza al cuore quando penso alla mia vita futura.

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I segni di una vocazione

Approfondimenti - Vocazione.org  »

Penso che Dio stia dandomi degli avvisi di chiamata.

 

questa settimana nella Chiesa

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La Santa Sede constata che il fanatismo antireligioso minaccia i credenti (Zenit.org)

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Soffrire per Cristo in Cina (Zenit.org)

Messaggio del Papa al Forum dei Giovani su “Testimoni di Cristo nel mondo del lavoro” (Zenit.org)

aggiornamento notizie dalla Chiesa in tutto il mondo »

Missionarie tolgono le donne dalla strada (Zenit.org)




ROMA, domenica, 18 marzo 2007 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Padre Lombardi: Nuovo passo di Benedetto XVI verso la maturazione liturgica "
Il Direttore della Sala Stampa vaticana commenta la “Sacramentum caritatis”
Padre Federico Lombardi S.I.
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La Esortazione apostolica postsinodale “Sacramentum Caritatis” di Benedetto XVI rappresenta un nuovo passo verso la maturazione della riforma liturgica, sostiene padre Federico Lombardi S.I.

E' quanto ha affermato Il Direttore della Sala Stampa vaticana nell'editoriale dell'ultimo numero di "Octava Dies", settimanale prodotto dal Centro Televisivo Vaticano – di cui è Direttore –, distribuito da canali televisivi cattolici del mondo.

Il gesuita ha dichiarato che "il nuovo documento di Benedetto XVI sull'Eucaristia – 'Sacramento della carità' – è un nuovo segno della continuità fra i due pontificati".

"Le ultime grandi iniziative di Giovanni Paolo II erano state dedicate appunto all'Eucaristia. La sua ultima enciclica – intitolata: 'Ecclesia de Eucharistia' cioè: 'La Chiesa vive dell'Eucaristia' –; la indizione di un intero anno pastorale dedicato all'Eucaristia - durante il quale egli è morto -; e la convocazione di un Sinodo dei vescovi sullo stesso tema".

"Evidentemente Giovanni Paolo II vedeva e viveva l'Eucaristia come centro e culmine, oltre che come sorgente della vita della comunità della Chiesa a lui affidata. E quasi simbolicamente l'arco del suo pontificato si è concluso davanti a questo grande dono e mistero", ha riconosciuto padre Lombardi.

"Benedetto XVI ha portato a compimento l'Anno dell'Eucaristia e il Sinodo, e ora ne comunica i frutti alla Chiesa con un documento che già dallo stesso titolo si dimostra strettamente legato alla sua prima enciclica - 'Dio è carità' –, quasi un suo naturale sviluppo", ha sottolineato.

"Il nuovo testo manifesta anche un'attenzione caratteristica di Benedetto XVI: quella per la liturgia, la sua ricchezza di significati, la dignità della sua celebrazione", ha poi spiegato.

"Sono veramente molti i punti su cui la Chiesa è invitata a riflettere per rendere sempre più evidente che la liturgia è un evento vivo di comunione della comunità con Dio – ha proseguito –. La riforma liturgica avviata dal Concilio continua così a maturare in un equilibrio sempre maggiore delle due dimensioni orizzontale e verticale".

"Teologia, spiritualità, liturgia e vita trovano in questo nuovo testo un equilibrio e un'integrazione mirabili. Un dono per la Chiesa da accogliere, meditare, attuare", ha quindi concluso.





ROMA, domenica, 18 marzo 2007 (ZENIT.org). «« Ritorna all'inizio
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"Benedetto XVI: “Dio ci ama”, il segreto per essere felici quando si soffre"
Visitando l'Istituto Penale Minorile di “Casal del Marmo” a Roma
Papa Benedetto XVI
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Il segreto per essere felici, anche nella sofferenza, è lasciare che Dio ricopra sempre il primo posto nella nostra vita, sostiene Benedetto XVI.

Così ha detto il Pontefice incontrandosi questa domenica mattina con una cinquantina di giovani reclusi nella palestra dell'Istituto Penale Minorile di “Casal del Marmo”, a Roma, dove precedentemente aveva celebrato una Santa Messa.

Nella seconda parte di questa visita pastorale, il Papa, visibilmente contento, ha ascoltato gli indirizzi di saluto di autorità, responsabili e volontari del centro penitenziario, così come di un giovane detenuto a nome di tutti gli altri.

“Ma come si può essere felici quando si soffre? Quando si è privi della libertà? Quando ci si sente abbandonati?”, si è domandato il Santo Padre all'inizio.

“Dio ci ama”, “ecco la sorgente della vera gioia”, ha detto poi, suggerendo la risposta.

“Pur avendo tutto ciò che si desidera si è talora infelici; si potrebbe invece essere privi di tutto, persino della libertà o della salute, ed essere in pace e nella gioia, se dentro il cuore c'è Dio”, ha rivelato.

“Il segreto dunque sta qui – ha aggiunto –: occorre che Dio occupi sempre il primo posto nella nostra vita. Ed il vero volto di Dio l'ha rivelato Gesù”.

Con forti applausi, all'inizio dell'incontro, erano state accolte anche le parole di saluto pronunciate dalla Direttrice dell'Istituto, Maria Laura Grifoni, la quale ha riconosciuto che “qualcosa di straordinario” è successo con questa visita: “Da quando sappiamo che lei stava arrivando (...) tutti ridevano, tutti lavoravano”.

“Questo è il clima che noi abbiamo intorno”, ha raccontato, “credo che è nata una speranza per un futuro, difficile, ma forse migliore”.

La Direttrice dell'Istituto Penale Minorile ha infine chiesto al Papa di ricordarsi “nelle sue preghiere di questi operatori, di tutti quelli che lavorano qua dentro, che spesso nei fallimenti potrebbero demotivarsi”.

A nome di tutti i giovani detenuti, ha poi preso la parola un ragazzo: “Ci ha fatto tanto piacere la tua visita in carcere, siamo rimasti di stucco, quando ce l'hanno detto: non immaginavamo che una persona importante come te poteva venire a trovarci qui”.

“Ci dispiace – ha continuato il giovane – aver commesso tanti sbagli, anche se in certe situazioni non eravamo noi i responsabili, ma c'era qualcun altro che ci spingeva a fare certe cose. Sappiamo di dover pagare ma il prezzo è elevato: siamo costretti a stare chiusi qui dentro e soffriamo molto per questo, speriamo che tu ci capisci”.

Il ragazzo ha poi aggiunto: “Pensiamo che tu sei un punto di riferimento per scappare da tutti i nostri pensieri e da tutti i nostri problemi. Il nostro desiderio più grande è ricevere la tua benedizione. Ci farebbe tanto piacere vederti altre volte qui e ci piacerebbe anche venire da te qualche volta”.

Prima di congedarsi il Pontefice ha quindi rivolto alcune parole ai presenti: “Grazie per la vostra gioia, si conclude così il nostro incontro. Il mio primo contatto con il mondo delle carceri. Mi piacerebbe restare più a lungo, ma sappiate che il Papa vi segue con affetto”.





Basilica dei SS. Am¬brogio e Carlo in Roma «« Ritorna all'inizio
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"Che cos'è la S. Messa? "
Il Primicerio della Basilica dei SS. Am¬brogio e Carlo in Roma

Che cos'è la S. Messa?

La S. Messa è:

- la celebrazione del mistero-Sacrificio Pasquale (Passione, Morte, Risurrezione) di Cristo Signore, reso presente ed efficace all'interno della comunità cristiana: "Ce¬lebriamo la tua morte, Signore, procla¬miamo la tua risurrezione, nell'attesa del¬la tua venuta";

- la presenza vera, reale, sostanziale del Cristo con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità: vero Dio e vero Uomo;

- il banchetto-comunione con Cristo e, grazie a Lui, con i fratelli: mediante il suo Sacrificio, Cristo ci unisce mirabilmente a sè e tra noi, così da costituire una "cosa sola ".

Cristo nella S. Messa:

- rende lode e grazie a Dio Padre (Eu¬caristia);

- attualizza il suo Sacrificio pasquale (memoriale);

- si rende presente realmente con il suo Corpo e Sangue nel pane e nel vino con¬sacrati nella potenza dello Spirito Santo (transustanziazione);

- si fa nostro cibo e bevanda per la no¬stra salvezza eterna (banchetto).

Chi ha istituito la S. Messa?

Cristo Signore ha istituito la S. Messa il Giovedì Santo, la notte in cui veniva tra¬dito.

Che cosa significa che la S. Messa è il Memoriale del Sacrificio di Cristo?

La S. Messa è memoriale nel senso che rende presente ed efficace sull'altare, in modo incruento, il Sacrificio che Cristo, in modo cruento, ha offerto al Padre sul Cal¬vario per la salvezza di tutti gli uomini.

La S. Messa non è dunque soltanto il ricordo di avvenimenti passati, ma rende presente e attuale quell'unico e perfetto Sacrificio di Cristo sulla Croce.

Identici sono la Vittima e l'offerente: Cristo. Identica la finalità: la salvezza di tutti. Diverso è il modo di offrirsi: cruento sulla Croce del Calvario, incruento nella S. Messa.

Che cosa significa Transustanzia¬zione?

Significa che nella S. Messa, grazie al¬la potenza dello Spirito Santo, il pane di grano e il vino di uva diventano, nella loro sostanza, il Corpo e il Sangue di Cristo.

Qual è il rapporto tra la S. Messa e la Chiesa?

L'Eucaristia esprime e costruisce la Chiesa, come autentica comunione del po¬polo di Dio, nella sua ricca pluralità e nella sua intima unità. Lo stesso pane eucaristi¬co, fatto di molti grani, e il vino, fatto con molti acini, significano l'unità e la pluralità del popolo cristiano che celebra l'Eucari¬stia. L'Eucaristia fa la Chiesa, nel senso che l'Eucaristia la riunisce, la manifesta, la nutre, la fortifica, la fa crescere in qualità e la invia a tutta l'umanità.

E nello stesso tempo, la Chiesa fa l'Eu¬caristia, la celebra, la offre al Padre unita a Cristo nello Spirito Santo.

L'Eucaristia è l'apice della liturgia. È il compendio e la somma della nostra Fede. Contiene tutto il tesoro spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pas¬qua e nostro pane vivo.

È il luogo privilegiato in cui la Chiesa confessa la sua Fede e la confessa nel mo¬do più alto e completo.

Come la S. Messa coinvolge la vita quotidiana?

- La S. Messa costituisce il centro, il cuore di tutta la vita cristiana per la comu¬nità ecclesiale, universale e locale, e per i singoli fedeli.

Infatti, la S. Messa:

- è il culmine dell'azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, e del culto che gli uomini danno al Padre;

- è fonte e vertice di tutta la vita cri¬stiana. Si pone al centro della vita eccle¬siale. Essa unisce il Cielo e la terra. Com¬prende e pervade tutto il creato;

- è il punto di arrivo e di partenza di ogni attività della comunità cristiana e di ogni fedele. È dalla S. Messa che si va ver¬so il mondo, verso la propria attività quoti¬diana con l'impegno di vivere ciò che si è celebrato (Messa - mandato - missione nel mondo).

Ed è alla S. Messa che si fa ritorno, tutti ripieni del proprio lavoro (Eucaristia, of¬ferta e lode per tut¬to ciò e di tutto ciò che si è fatto per mezzo di Cristo);

- è il centro, la norma, il modello e il più sublime momento di ogni preghiera della Chiesa e del sin¬golo cristiano;

- è l'appunta¬mento d'amore, settimanale ma anche possibil¬mente quotidiano, con Colui che ha dato tutto se stesso per noi;

- è il Sacramen¬to nel quale viene manifestato e at¬tuato il mistero di Cristo, il mistero della Chiesa, il mi¬stero stesso della persona umana, la quale esprime e realizza compiutamente se stessa nella S. Messa;

- la S. Messa è alimento, luce e forza per il nostro pellegrinaggio terreno e su¬scita e alimenta il nostro desiderio della vita eterna: il Paradiso.

C'è una preghiera che sia uguale o superi la S. Messa?

Assolutamente no. La S. Messa supera la portata delle altre preghiere, ed anzi nes¬sun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado. Essa è quanto di più prezioso la Chiesa possa avere nel suo cammino nella storia. In essa è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa.

È obbligatorio partecipare alla S. Messa?

I cristiani hanno l'obbligo di partecipa¬re alla S. Messa ogni domenica e nelle altre feste di precetto, a meno che non vi siano gravi motivi (malattia). In assenza di tali gravi motivi, il cristiano, che non adempie tale obbligo, commette peccato mortale.

L'Eucaristia domenicale è «una que¬stione di identità», anzi un bisogno, una necessità vitale, dalla quale non si può evadere.

Perché è obbligatorio proprio di do¬menica?

Perché Gesù Cristo è risorto "il primo giorno dopo il sabato" (Lc 24, 1), il dies solis (il giorno del sole), poi chiamato dies Domini: il giorno di domenica (cfr. S. Giustino, I Apologia, cap. 65/67).

E la Risurrezione di Cristo è l'evento centrale di tutta la vita di Cristo e della no¬stra Fede cristiana.

"Se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra Fede", ci dice San Paolo (1 Cor 15,14).

Come si santifica la domenica?

Partecipando alla S. Messa;

- e dedicandosi a quelle attività che consentono di:

- rendere culto a Dio (maggior tempo dedicato alle preghiere personali e fa¬miliari, agli incontri e alle letture di ap¬profondimento religioso, alle visite ai ci¬miteri... );

- curare la propria vita coniugale, fa¬miliare, parentale;

- assicurare il giusto e doveroso riposo del corpo e dello spirito;

- dedicarsi alle opere di carità so¬prattutto a servizio dei malati, degli anzia¬ni, dei poveri...

Quale deve essere il nostro atteg¬giamento nei confronti della S. Messa?

La S. Messa, per ciò che è, richiede da parte nostra:

- una grande Fede ("mistero della Fe¬de") che porta ad accogliere tutta la ricchezza del mistero;

- una continua disponibilità ad approfondire, mediante la catechesi, ciò che vie ne celebrato così che possa diventare Vita nella nostra vita;

- una formazione adeguata, in vista d una piena, consapevole e attiva partecipazione alla celebrazione eucaristica;

- una partecipazione gioiosa e comunitaria. Proprio perché la S. Messa ha carattere comunitario, grande rilievo assumono;

- i dialoghi fra il celebrante e 1'assemblea;

- il canto: segno della gioia del cuore "Prega due volte chi canta bene";

- i gesti e gli atteggiamenti (stare in piedi, in ginocchio, seduti...), che esprimono e favoriscono l'intenzione e i sentimenti interiori di partecipazione, e che sono segno dell'unità di spirito di tutti partecipanti;

- una purezza di coscienza: solo chi è in pace coi Dio e con i fratelli partecipa pienamente ed efficacemente alla S Messa;

- una partecipazione completa.

Essa comporta:

- puntualità nell'arrivare in Chiesa per 1'inizio della S. Messa;

- partecipazione attenta alla mensa della Parola di Dio;

- condivisione del banchetto del Corpo del Cristo.

Partecipando alla S. Messa, si deve fare la S. Comunione?

È cosa molto buona che i cattolici, ogni qualvolta partecipano alla S. Messa, facciano anche la S. Comunione. E comunque non più di due volte al giorno.

Chi può fare la S. Comunione?

Può fare la S. Comunione ogni cattolico che sia in Grazia di Dio, e cioè che, dopo aver esaminato attentamente la sua coscienza, abbia la consapevolezza di non essere in peccato mortale, perchè in tale caso commetterebbe un sacrilegio: "Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del Sangue del Signore... mangia e beve la propria condanna" (1 Cor 11, 27-29).

Come accostarsi alla S. Comunione?

- Con rispetto: anche con l'atteggiamento del corpo (gesti, abiti digni¬tosi) si esprime il rispetto, la solen¬nità, la gioia di questo incontro con il Signore;

- con il digiuno da almeno un'ora;

- dopo aver partecipato, dal¬l'inizio, alla S. Messa, e impegnan¬dosi a ringraziare il Signore per il grande Dono ricevuto, anche dopo la S. Messa e durante la giornata e la settimana.

Perché è importante rispet¬tare le norme liturgiche nella S. Messa?

Le norme liturgiche:

- esprimono e tutelano la S. Messa, la quale, in quanto opera di Cristo Sacerdote e del suo Corpo che è la Chiesa, è azione sacra per eccel¬lenza;

- consentono di rispettare ed attuare l'intrinseco legame tra professione e cele¬brazione della Fede, tra la lex orandi e la lex credendi: La sacra Liturgia, infatti, è intimamente collegata con i principi della dottrina e l'uso di testi e riti non approvati comporta, di conseguenza, che si affievo¬lisca o si perda il nesso necessario tra la lex orandi e la lex credendi;

- sono espressione dell'autentico senso ecclesiale. Attraverso di esse passa l'intero flusso della Fede e della tradizione della Chiesa.

La S. Messa non è mai proprietà pri¬vata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i Miste¬ri. L'obbedienza alle norme liturgiche va riscoperta e valorizzata come riflesso e te¬stimonianza della Chiesa una e universale, resa presente in ogni celebrazione dell'Eu¬caristia;

- garantiscono la validità, la dignità, il decoro dell'azione liturgica, e con essa an¬che il "rendersi presente" di Cristo;

- conducono alla conformità dei sen¬timenti nostri con quelli di Cristo, espressi nelle parole e nei riti della Liturgia;

- esprimono e garantiscono il "diritto" dei fedeli ad una celebrazione degna, e pertanto anche il loro diritto ad esigerla.

- Qualora si verificassero inadem¬pienze ed abusi, i fedeli le segnalino, nella verità e con carità, alla legittima autorità (al Vescovo o alla Santa Sede).

Quali danni causano gli abusi litur¬gici?

Gli abusi liturgici non solo deformano la celebrazione, ma provocano insicurezza dottrinale, perplessità e scandalo nel popo¬lo di Dio. Non rispettare le norme liturgi¬che contribuisce ad oscurare la retta Fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sa¬cramento.

Gli abusi liturgici, più che espressione di libertà, manifestano una conoscenza su¬perficiale o anche ignoranza della grande tradizione biblica ed ecclesiale relativa al¬l'Eucaristia, espressa in tali norme.

Il Mistero affidato alle nostre mani è troppo grande perché qualcun possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne ri¬spetterebbe il carattere sacro e la di¬mensione universale.

Che cosa hanno detto alcuni Santi circa l'Eucaristia?

"Se voi siete il corpo di Cristo e le sue membra, allora il vostro stes¬so mistero giace sulla mensa euca¬ristica. Voi dovete essere ciò che vedete e dovete ricevere ciò che siete" (S. Agostino).

"Soltanto la Chiesa può offrire al Creatore questa oblazione pura (l'Eucaristia), offrendogli con ren¬dimento di grazie ciò che proviene dalla sua creazione" (S. Ireneo). "La parola di Cristo, che potè creare dal nulla ciò che non esisteva, non può trasformare in una sostanza diversa ciò che esiste?" (S. Ambrogio).

"L'Eucaristia è quasi il coronamento di tutta la vita spirituale e il fine al quale tendono tutti i Sacramenti" (S. Tommaso).





ROMA, giovedì, 29 marzo 2007 (ZENIT.org) «« Ritorna all'inizio
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"Quale coscienza morale?"
monsignor Raffaello Martinelli
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Con grande meraviglia monsignor Martinelli, che dal 1987 è anche Rettore del Collegio Ecclesiastico Internazionale San Carlo e Primicerio della Basilica di San Carlo al Corso (www.sancarlo.pcn.net), ha constatato che più di 800.000 schede sono state prese dalle persone che sono entrate nella Basilica.

Conscia di questa situazione, Antonia Salzano, Presidente dell’Istituto e delle Edizioni San Clemente I Papa e Martire (www.istitutosanclemente.it) ha voluto raccogliere le 33 schede in un CD, ora in vendita presso le librerie cattoliche con il titolo “Catechesi Dialogica su argomenti di attualità”.

Considerando la qualità, la competenza e l’utilità di queste schede catechistiche, ZENIT ha deciso di pubblicarne una ogni giovedì.

Il tema affrontato questa settimana è: “Quale coscienza morale?”.

* * *

Si dice: Ognuno deve agire secondo coscienza… fai ciò che pensi sia meglio… segui la tua coscienza… Questo è vero. Ma ci si dimentica spesso di chiederci: Quale coscienza? Quali caratteristiche deve avere la coscienza? Come si forma la coscienza? A queste e ad altre domande si propone di rispondere questa scheda, in cui quando si parla di coscienza si intende sempre la coscienza morale. Partiamo anzitutto con il chiederci:

CHE COS’È LA COSCIENZA MORALE?

* Presente nell’intimo della persona, la coscienza è:

● “un giudizio della ragione, mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto” (CCC, 1778). Senza l’uso della ragione non esiste coscienza

● la percezione naturale dei principi morali fondamentali, la loro applicazione in circostanze particolari e il giudizio finale su ciò che si deve fare (o che si è fatto)

● ‘il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo’ (GS 16)

● il santuario della persona, che decide per le azioni dell’uomo.

* Essa tuttavia non è:

● un sentire immediato, che invece tante volte è frutto o di uno stato d’animo particolare o di una pressione dall’esterno, ad esempio dei mezzi di comunicazione sociale o dell’opinione della maggioranza

● legata all’istinto e neppure al soggettivismo relativista, che porta ad affermare che al di sopra della coscienza non ci può essere nessuna istanza superiore

● la sorgente stessa di verità e di valori

● un assoluto, posto al di sopra della verità e dell’errore, del bene e del male

● un agire secondo la propria personale interpretazione o umore e senza risponderne a chicchessia.

QUAL È IL COMPITO DELLA COSCIENZA?

* Essa consente di:

● percepire i principi della moralità

● applicarli agli avvenimenti e circostanze di fatto mediante un discernimento pratico delle motivazioni e dei beni

● compiere il bene ed evitare il male

● esprimere il giudizio sulla qualità morale degli atti concreti che si devono compiere o che sono già stati compiuti

● assumere la responsabilità degli atti compiuti: “Se l’uomo commette il male, il retto giudizio della coscienza può rimanere in lui testimone della verità universale del bene e, al tempo stesso, della malizia della sua scelta particolare. La sentenza del giudizio di coscienza resta un pegno di speranza e di misericordia. Attestando la colpa commessa, richiama al perdono da chiedere, al bene da praticare ancora e alla virtù da coltivare incessantemente con la grazia di Dio” (CCC, 1781).

* La coscienza pertanto ha un triplice compito:

● deduttivo: conosce, riconosce e applica le norme morali alle varie situazioni e scelte

● imperativo: decide il comportamento morale della persona, alla luce della legge morale, della voce interiore dello Spirito, degli insegnamenti di Cristo trasmessi in maniera certa e autorevole da parte dei Pastori, prescelti da Cristo stesso

● creativo: adotta strategie, progetta soluzioni, individua tonalità e modalità nel fare il bene.

* “Attesta l’autorità della verità in riferimento al Bene supremo, di cui la persona umana avverte l’attrattiva e accoglie i comandi” (CCC, 1777).

QUAL È LA CONDIZIONE INDISPENSABILE PER SENTIRE LA VOCE DELLA COSCIENZA?

“L’importante per ciascuno è di essere sufficientemente presente a se stesso al fine di sentire e seguire la voce della propria coscienza. Tale ricerca di interiorità è quanto mai necessaria per il fatto che la vita spesso ci mette in condizione di sottrarci ad ogni riflessione, esame o introspezione” (CCC, 1779): «Ritorna alla tua coscienza, interrogala. [...] Fratelli, rientrate in voi stessi e in tutto ciò che fate fissate lo sguardo sul Testimone, Dio» (SANT’AGOSTINO, In epistulam Ioannis ad Parthos tractatus, 8, 9: PL 35, 2041).

COME DEV’ESSERE LA COSCIENZA?

Dev’essere:

● Vera

● certa

● retta

● libera

● formata.

QUANDO LA COSCIENZA E’ VERA?

* Una coscienza è vera, quando è fondata sulla verità. Infatti la coscienza è atto della ragione mirante alla verità delle cose.

“La coscienza morale, per essere in grado di guidare rettamente la condotta umana, deve anzitutto basarsi sul solido fondamento della verità, deve cioè essere illuminata per riconoscere il vero valore delle azioni e la consistenza dei criteri di valutazione, così da sapere distinguere il bene dal male, anche laddove l’ambiente sociale, il pluralismo culturale e gli interessi sovrapposti non aiutino a ciò” (BENEDETTO XVI, Discorso, 24-2-07).

* “L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio nel suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. (…) Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge, che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo” (CONCILIO VATICANO II, Gaudium et spes, 16).

* Occorre pertanto annunciare, difendere e promuovere la possibilità per la ragione di:

● conoscere la verità: oggi addirittura si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità. Come pure avviene che la riduzione della coscienza alla certezza soggettiva porta nello stesso tempo alla rinuncia alla verità

● non interpretare tale verità come pare e piace a ognuno: la coscienza è un antidoto anziché una scusa per il soggettivismo (secondo cui ciò che uno pensa è criterio e fonte di verità) e il relativismo (secondo cui non esiste la verità, ma ci sono tante verità)

● riconoscere lo splendore della verità, la sua trascendenza nei confronti della nostra intelligenza creata e, di conseguenza, il nostro dovere di aprirsi ad essa, di accoglierla non come propria invenzione, ma come dono che viene da Dio.

PERCHÈ È IMPORTANTE CHE LA COSCIENZA SIA CERTA?

Perché la persona deve sempre agire, in campo morale, in tutta certezza e sicurezza, al fine di essere sempre pienamente responsabile delle sue azioni. La persona quando decide, deve farlo con una coscienza certa, e cioè la coscienza deve essere sicura, deve emettere il proprio giudizio morale con sicurezza, e non essere nel dubbio, e cioè nel non sapere cosa sia giusto fare. In tal caso, ella deve prima informarsi da persone di fiducia e competenti, al fine di sciogliere ogni dubbio e agire nella certezza acquisita.

CHE COSA SIGNIFICA CHE LA COSCIENZA DEVE ESSERE RETTA?

Significa che la coscienza deve “essere in accordo con ciò che è giusto e buono secondo la ragione e la Legge divina” (Compendio, 373).

E’ la stessa dignità della persona umana che implica ed esige tale rettitudine. La coscienza retta è dunque determinata a seguire la verità, senza contraddizioni, senza tradimenti e senza compromessi.

LA COSCIENZA PUÒ EMETTERE ANCHE UN GIUDIZIO ERRONEO?

La coscienza non sempre ha ragione, non è infallibile: se così fosse, non ci sarebbe nessuna unica verità, poiché molte volte i giudizi di coscienza si contraddicono, fra persone diverse e anche in una medesima persona. Esisterebbero tante verità quante sono le coscienze; ci sarebbe soltanto la verità della singola persona, e quindi tante verità quante sono le persone.

* La coscienza può emettere un giudizio erroneo, il che avviene quando il suo giudizio si discosta dalla ragione e dalla Legge divina.

“La persona deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza, ma può emettere anche giudizi erronei, per cause non sempre esenti da colpevolezza personale. Non è però imputabile alla persona il male compiuto per ignoranza involontaria, anche se esso resta oggettivamente un male. È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori” (Compendio, 376).

* La coscienza erronea non perde tuttavia la sua dignità.

QUANDO L’IGNORANZA È COLPEVOLE?

«Quando l’uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato» (GS 16). In tali casi la persona è colpevole del male che commette.

* “All’origine delle deviazioni del giudizio nella condotta morale possono esserci la non conoscenza di Cristo e del suo Vangelo, i cattivi esempi dati dagli altri, la schiavitù delle passioni, la pretesa di una malintesa autonomia della coscienza, il rifiuto dell’autorità della Chiesa e del suo insegnamento, la mancanza di conversione e di carità” (CCC, 1792).

QUANDO L’IGNORANZA È INVOLONTARIA, INVINCIBILE (E QUINDI NON-COLPEVOLE)?

* Quando l’ignoranza non è imputabile alla responsabilità della persona. E tuttavia, in questo caso, anche se la persona non è responsabile soggettivamente del male compiuto, tuttavia il male compiuto resta un male, un disordine oggettivo: per il fatto che i ciechi non vedono il sole, non si può concludere che esso non esiste.

* Da qui la responsabilità della persona di:

● essere informata circa tale male

● correggere la sua coscienza morale dai suoi errori

● riparare per quanto possibile ai danni provocati dal male compiuto.

LA COSCIENZA ERRONEA È SEMPRE GIUSTIFICATA?

* La coscienza erronea non può essere giustificata se il suo essere in errore è dovuto a ignoranza colpevole oppure a un ottenebramento della sua coscienza.

● L’ignoranza non può considerarsi una soluzione comoda, un vantaggio: sarebbe come dire che il non conoscere sia meglio del conoscere.

● “Il non vedere più le colpe, l’ammutolirsi della voce della coscienza in così numerosi ambiti della vita è una malattia spirituale molto più pericolosa della colpa, che uno è ancora in grado di riconoscere come tale. Chi non è più in grado di riconoscere che uccidere è peccato, è caduto più profondamente di chi può ancora riconoscere la malizia del proprio comportamento, poiché si è allontanato maggiormente dalla verità e dalla conversione” (Card. JOSEPH RATZINGER, Elogio della Coscienza, Conferenza del 16 marzo 1991).

* In un Salmo biblico è contenuta quest’affermazione, sempre meritevole di ponderazione: “Chi si accorge dei propri errori? Liberami dalle colpe che non vedo!” (Sal 19, 13).

* Può dunque avvenire che la colpa si trovi non nell’atto del momento, non nell’attuale giudizio della mia coscienza, ma che si trovi altrove, più in profondità: e cioè in quella trascuratezza, chiusura che ho attuato, seppure gradualmente, verso la verità.

QUANDO LA COSCIENZA È LIBERA?

* L’uomo ha il diritto di agire in piena libertà secondo la sua coscienza. Questa libertà significa che egli:

● non può essere costretto ad agire contro la sua coscienza (cfr. Rm 14, 23).: “In tutto quello che dice e fa, l’uomo ha il dovere di seguire ciò che sa essere giusto e retto” (CCC, 1778)

● ma non può neppure essere impedito di agire secondo la propria coscienza

● soprattutto in campo religioso.

* Esiste tuttavia un limite a tale libertà. Si deve seguire la propria coscienza:

● senza andare contro il bene comune

● nel rispetto di quei valori che non sono negoziabili, proprio perché corrispondono a verità obiettive, universali ed uguali per tutti.

QUALI NORME LA COSCIENZA DEVE SEMPRE SEGUIRE?

“Ce ne sono tre più generali:

1)non è mai consentito fare il male perché ne derivi un bene;

2)la cosiddetta Regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt 7,12);

3) la carità passa sempre attraverso il rispetto del prossimo e della sua coscienza, anche se questo non significa accettare come un bene ciò che è oggettivamente un male” (Compendio, 375).

QUANDO UNA COSCIENZA È BEN FORMATA?

* Una coscienza è ben formata, quando è certa, retta e veritiera, e cioè “formula i suoi giudizi seguendo la ragione, in conformità al vero bene voluto dalla sapienza del Creatore” (CCC, 1783).

* Quanto più la coscienza è informata e formata, e tanto più è libera.

* La coscienza, come una sorgente di acqua, può anche essere inquinata, deviata, adulterata. Ma in tal caso può essere anche aiutata a purificarsi, a ritrovare la giusta strada, mediante un’adeguata informazione e formazione, sempre tuttavia nel rispetto della sua libertà e dignità.

* Una coscienza ben formata si pone come un esercizio autentico di sapiente discernimento, di scelte libere e responsabili. La riduzione della coscienza alla certezza soggettiva non libera, ma schiavizza, rendendoci totalmente dipendenti dal gusto personale o dall’opinione prevalente.

E’ NECESSARIO FORMARE LA COSCIENZA?

Formare, educare la coscienza è “indispensabile per esseri umani esposti a influenze negative e tentati dal peccato a preferire il loro proprio giudizio e a rifiutare gli insegnamenti certi (…) L’uomo talvolta si trova ad affrontare situazioni che rendono incerto il giudizio morale e difficile la decisione. Egli deve sempre ricercare ciò che è giusto e buono e discernere la volontà di Dio espressa nella Legge divina” (CCC, 1783, 1787).

L’educazione aiuta la coscienza ad affinarsi, seppure con gradualità, come uno strumento di alta precisione.

L’educazione deve servire soprattutto a condurre la coscienza a conoscere, ad abbracciare e a seguire la verità: Non cadiamo nell’errore di pensare che il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità, quasi che lo stare nelle tenebre sia meglio che stare nella luce!

QUANTO DURA L’EDUCAZIONE DI UNA COSCIENZA?

* “L’educazione della coscienza è un compito di tutta la vita. Fin dai primi anni essa dischiude al bambino la conoscenza e la pratica della legge interiore, riconosciuta dalla coscienza morale. Un’edu-cazione prudente insegna la virtù; preserva o guarisce dalla paura, dall’egoismo e dall’orgoglio, dai sensi di colpa e dai moti di compiacenza, che nascono dalla debolezza e dagli sbagli umani. L’educazione della coscienza garantisce la libertà e genera la pace del cuore” (CCC, 1784).

“Occorre rieducare al desiderio della conoscenza della verità autentica, alla difesa della propria libertà di scelta di fronte ai comportamenti di massa e alle lusinghe della propaganda, per nutrire la passione della bellezza morale e della chiarezza della coscienza. Questo è compito delicato dei genitori e degli educatori che li affiancano; ed è compito della comunità cristiana nei confronti dei suoi fedeli. Per quanto concerne la coscienza cristiana, la sua crescita e il suo nutrimento, non ci si può accontentare di un fugace contatto con le principali verità di fede nell’infanzia, ma occorre un cammino che accompagni le varie tappe della vita, dischiudendo la mente ed il cuore ad accogliere i fondamentali doveri su cui poggia l’esistenza sia del singolo che della comunità” (BENEDETTO XVI, Discorso, 24-2-07).

* Non si dimentichi quanto ha scritto SANT’AGOSTINO: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”(Confessioni, I, 1).

COME SI FORMA LA COSCIENZA MORALE PERCHÉ SIA RETTA E VERITIERA?

* “La coscienza morale retta e veritiera si forma con l’educazione, con l’assimilazione della Parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa. È sorretta dai doni dello Spirito Santo e aiutata dai consigli di persone sagge. Inoltre giovano molto alla formazione morale la preghiera e l’esame di coscienza” (Compendio, 374).

* Importante è anche interpretare i dati dell’esperienza e i segni dei tempi con la virtù della prudenza, la quale “è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo” (CCC, 1806).

* In tal modo l’uomo prudente, attraverso la sua coscienza:

● sente la voce di Dio che gli parla

● percepisce e riconosce i precetti della Legge divina

● applica i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e supera i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.

* Lasciare illuminare la propria coscienza dalla fede cristiana consente di:

● conoscere la verità e di vivere la propria vita nell’autentica e piena felicità: la fede infatti non è un peso, un carico pesante, una realtà che dà tristezza, un’imposizione di esigenze morali… La stessa via che conduce alla verità e al bene, non è una via comoda, ma è una via alta ed ardua.. sulla quale via però non siamo soli: Cristo è con noi, ci dona il Suo Spirito che è Spirito di verità e di felicità;

● superare il soggettivismo e il relativismo: “Non si può identificare la coscienza dell’uomo con l’autocoscienza dell’io, con la certezza soggettiva su di sé e sul proprio comportamento morale. Questa consapevolezza, da una parte può essere un mero riflesso dell’ambiente sociale e delle opinioni ivi diffuse. D’altra parte può derivare da una carenza di autocritica, da una incapacità di ascoltare le profondità del proprio spirito” (Card. JOSEPH RATZINGER, Elogio della Co-scienza, Conferenza del 16 marzo 1991).

* Ecco l’importanza del Magistero a questo riguardo.

QUAL E’ IL RUOLO DEL MAGISTERO DELLA CHIESA NELLA FORMAZIONE DELLA COSCIENZA?

* Ho detto che il giudizio della propria coscienza dev’essere illuminato dalla verità e, a tal fine, specialmente nei problemi nuovi o che si presentano in termini del tutto inediti, il ricorso al Magistero è di grande aiuto per la formazione di una coscienza certa, vera, retta.

* Il Magistero della Chiesa infatti non è:

● un ostacolo, ma un aiuto, dato da Cristo a tutti gli uomini di buona volontà nel ricercare, trovare, accogliere la verità: esso esiste perché la coscienza morale raggiunga con sicurezza la verità e vi permanga

● una qualsiasi fonte esterna di pensiero morale con cui la coscienza individuale deve venire a contatto: esso informa la coscienza praticamente come l’anima informa il corpo

● una realtà che restringe, minaccia o addirittura nega la libertà della coscienza personale, ma piuttosto un aiuto alla illuminazione della coscienza.

* Non si può dimenticare che il Magistero della Chiesa (e cioè del Papa in comunione