5 Marzo 2007

Anno III, Numero 5

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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La Quaresima, secondo il Papa: 40 giorni per convertirsi e scoprire l’amore di Dio

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La disinformazione sulla nullità del matrimonio religioso

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Benedetto XVI parla con i seminaristi sul peccato nella Chiesa e la conversione

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Riscoprire la confessione è riscoprire l’amore misericordioso di Dio, afferma il Papa

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giovani, priorità per i sacerdoti, afferma il Papa

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"La Quaresima, secondo il Papa: 40 giorni per convertirsi e scoprire l’amore di Dio"
Proposta nell’udienza generale di questo mercoledì
Papa Benedetto XVI
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Benedetto XVI ha proposto ai cristiani in questo Mercoledì delle Ceneri di vivere la Quaresima come un periodo privilegiato di conversione che permetta loro di sperimentare che Dio è amore.

“Il periodo quaresimale, che quest’oggi intraprendiamo con l’austero e significativo rito dell’imposizione delle Ceneri, sia per tutti una rinnovata esperienza dell’amore misericordioso di Cristo, che sulla Croce ha versato il suo sangue per noi”, ha affermato.

Il Pontefice ha presentato la sua proposta nel corso dell’udienza generale settimanale, celebrata prima nella Basilica di San Pietro e poi nell’Aula Paolo VI del Vaticano, con la partecipazione di quasi 10.000 pellegrini.

Fin dalle origini della Chiesa, ha spiegato, “tutta la Quaresima era un cammino verso questo grande incontro con Cristo, questa immersione in Cristo e questo rinnovamento della vita”.

Per questo, ha aggiunto, “la Quaresima è un’occasione per ‘ridiventare’ cristiani, mediante un costante processo di cambiamento interiore e di avanzamento nella conoscenza e nell’amore di Cristo”.

“La conversione non è mai una volta per sempre, ma è un processo, un cammino interiore di tutta la nostra vita”.

Da questo punto di vista, ha sottolineato, “per ciascun cristiano e per tutte le comunità ecclesiali, la Quaresima è la stagione spirituale propizia per allenarsi con maggior tenacia a cercare Dio, aprendo il cuore a Cristo”.

“Convertirsi, che cos’è in realtà?”, ha chiesto il Papa, rispondendo: “convertirsi vuol dire cercare Dio, andare con Dio, seguire docilmente gli insegnamenti del suo Figlio, di Gesù Cristo”.

“Convertirsi non è uno sforzo per autorealizzare se stessi, perché l’essere umano non è l’architetto del proprio destino eterno. Non siamo noi che abbiamo fatto noi stessi. Perciò l’autorealizzazione è una contraddizione ed è anche troppo poco per noi. Abbiamo una destinazione più alta”, ha proseguito.

“Potremmo dire che la conversione consiste proprio nel non considerarsi i ‘creatori’ di se stessi e così scoprire la verità, perché non siamo autori di noi stessi”.

“Conversione consiste nell’accettare liberamente e con amore di dipendere in tutto da Dio, il vero nostro Creatore, di dipendere dall’amore. Questa non è dipendenza ma libertà”.

Il Papa ha presentato in questo modo agli uomini e alle donne della nostra epoca, “troppo spesso distratti da preoccupazioni e interessi terreni e momentanei”, “la definitiva rivelazione dell’amore e della misericordia divina anche per noi”.

“Dio è amore, e il suo amore è il segreto della nostra felicità. Per entrare però in questo mistero di amore non c’è altra via se non quella di perderci, di donarci, la via della Croce”.

“La preghiera, il digiuno e la penitenza, le opere di carità verso i fratelli diventano così sentieri spirituali da percorrere per far ritorno a Dio”.

“Mettiamoci docilmente alla sua scuola, per imparare a ‘ridonare’, a nostra volta, il suo amore al prossimo, specialmente a quanti soffrono e sono in difficoltà”, ha concluso.





ROMA, giovedì, 22 febbraio 2007 (ZENIT.org) «« Ritorna all'inizio
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"La disinformazione sulla nullità del matrimonio religioso"
Parla la dottoressa Emanuela D'Orazio
Dottoressa Emanuela D'Orazio
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Lunedì sera presso l'Università Europea di Roma si è tenuto, alla presenza della dottoressa Emanuela D'Orazio, Uditore del Tribunale delle cause di prima istanza del Vicariato di Roma, un incontro finalizzato a colmare la disinformazione sulla nullità del matrimonio religioso.

Questo organo ecclesiale svolge funzioni di primo grado per le sentenze di nullità del matrimonio concordatario. A tali sentenze si ricorre obbligatoriamente in appello, fino ad arrivare alla Rota Romana (ex Sacra Rota) che riveste un ruolo paragonabile a quello della Corte di Cassazione nel campo del diritto civile.

Alla Rota ci si appella nel caso in cui i primi due gradi di giudizio siano difformi. Qualsiasi sentenza di nullità, anche di terzo grado, non passa tuttavia mai in giudicato, in quanto, qualora sopravvengano nuovi e gravi argomenti diventa possibile riaprire la causa ed eventualmente ripristinare la validità di un matrimonio precedentemente dichiarato nullo.

"La parola chiave è nullità - ha precisato la dottoressa D'Orazio -. Nel linguaggio comune si parla erroneamente di annullamento del vincolo matrimoniale concordatario, tuttavia la Chiesa può soltanto dichiarare quel sacramento nullo, ovvero mai nato, in quanto viziato nel consenso da elementi così importanti da considerarsi fondamentali per la validità del matrimonio stesso. Se mancano tali elementi il matrimonio è nullo ab origine e con effetti retroattivi".

"Gli elementi vincolanti per la validità di un matrimonio - ha proseguito D'Orazio - sono in primo luogo la fedeltà, l'unità, l'ordinazione alla prole e il bene dei coniugi. Se una delle due parti non accetta anche una sola di queste condizioni, il consenso è da considerarsi viziato, quindi il matrimonio non ha mai avuto origine”.

“Prendiamo il caso dell'ordinazione alla prole: nella fattispecie la nullità subentra quando uno dei due coniugi, prima delle nozze, abbia taciuto all'altro della propria sterilità - ha spiegato -. Se, al contrario, l'incapacità di avere figli è stata scoperta dopo la celebrazione del matrimonio, non c'è possibilità, in mancanza di altri vizi del consenso, che il vincolo sia dichiarato nullo. È nullo, altresì, il matrimonio in cui uno dei coniugi abbia rifiutato la possibilità di avere figli".

Un altro presupposto di nullità del matrimonio, particolarmente ricorrente nell'esperienza anglosassone, è quello dell'incapacità, intesa qui, non nella fattispecie dell'incapacità di compiere atti, prevista dal nostro Codice Civile, quanto “di un'incapacità settoriale, riferita in questo caso all'impossibilità di porre in atto una relazione duale, per ragioni psichiche”, ha detto.

Questo principio è di delicatissima interpretazione in quanto, come sottolinea la D'Orazio, "è difficilissimo incontrare individui non soggetti ad alcuna forma di stress o di nevrosi che possa inficiare nella serenità di un matrimonio”.

“Quest'ultimo non sarà mai perfetto (la Chiesa è la prima a riconoscerlo), al limite potrà essere un faticoso cammino verso la perfezione - ha aggiunto -. Il problema delle cause di nullità è quindi quello di non livellare e di non poter tracciare un vero e nitido limite al concetto di incapacità”.

La Rota e i suoi corrispondenti di primo e secondo grado devono inoltre fare i conti con le strumentalizzazioni che spesso sono alla base delle cause di nullità del matrimonio concordatario.

"Talora - prosegue Emanuela D'Orazio - i coniugi possono essere concordi nell'obiettivo della nullità del matrimonio, in altri casi si registrano contrasti anche molto forti che possono portare a situazioni grottesche e paradossali di deposizioni molto diverse delle due parti, al punto che si può arrivare umanamente a dubitare che quelle due persone siano davvero vissute insieme”.

“In concreto può verificarsi che uno dei due coniugi - quando viga lo status di separazione più o meno consensuale ma non ancora di divorzio - abbia l'interesse a impedire la nullità, non perché sia convinta della validità del matrimonio, quanto perché con l'intervento della delibazione (nullità), il coniuge economicamente più debole perde il diritto al mantenimento".

Altro luogo comune: le cause di nullità sono difficilmente praticabili perché care. In questo asserto c'è un fondo di verità ma soltanto parziale, ha chiarito.

"La Conferenza Episcopale Italiana ha disposto in tal senso che il Tribunale di primo grado riceva una somma di denaro (recentemente fissata in 500 euro) - ha precisato la dottoressa D'Orazio - dalla parte attrice (il coniuge che avvia la causa)”.

“Non segue nessun'altra spesa se ci si avvale dell'opera di un patrono stabile del Tribunale. Se ci si avvale di un avvocato rotale sono previsti dei 'massimali', tuttavia è raro che gli avvocati si attengano rigidamente a quel modulo”, ha continuato.

“Non esiste un ordine degli avvocati rotali, quindi è tecnicamente difficile comminare sanzioni: nei casi più gravi può essere il Cardinal Vicario a intervenire con la sospensione degli stessi”, ha sottolineato.

“In Rota le spese sono più alte, in quanto le richieste per le cause sono tantissime - ha osservato -. Se i motivi di nullità sono evidenti, il ruolo del patrono è per lo più di 'appoggio'".

Infine la dottoressa D'Orazio si è soffermata su un paio d'aspetti meno prettamente giuridici e maggiormente attinenti alla sfera etico-sociale.

"La fede o la non-fede di uno o entrambi i coniugi non è un elemento che vada ad inficiare sulla nullità o meno del matrimonio. Né la Rota Romana o i Tribunali di primo o secondo grado possono esprimere giudizi morali sulla condotta delle parti in causa, la cui situazione psicologica è peraltro molto 'appesantita'”, ha spiegato.

“È chiaro, tuttavia, che una persona davvero cattolica prenderà più seriamente il vincolo matrimoniale con tutti i diritti e gli obblighi che ne derivano. Ed è altrettanto vero che, dal 1970 ad oggi, la diffusione della pratica del divorzio e la sua sempre più forte 'consuetudine', hanno rafforzato la tendenza a credere nell'indissolubilità del matrimonio da parte di chi ha fede e al divorzio si dichiara contrario", ha poi concluso.





CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 19 febbraio 2007 (ZENIT.org) «« Ritorna all'inizio
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"Benedetto XVI parla con i seminaristi sul peccato nella Chiesa e la conversione"
Durante la visita al Seminario Romano Maggiore
Papa Benedetto XVI
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Il peccato nella Chiesa e il bisogno di conversione permanente sono tra gli argomenti affrontati da Benedetto XVI con gli alunni del Seminario Romano Maggiore, dove si è recato in visita sabato in occasione della festa della patrona, la Madonna della Fiducia.

Rispondendo alle domande di sei studenti, il Papa ha avuto un colloquio spontaneo su temi che interessano particolarmente questi giovani provenienti da vari Paesi. Alcuni di loro saranno ordinati sacerdoti il 29 aprile prossimo.

In particolare, Dimov Koicio, della diocesi di Nicopoli ad Istrum (Bulgaria), al secondo anno di Teologia, ha richiamato alcuni passaggi contenuti nelle riflessioni preparate dal Papa, quando ancora era Cardinale, in occasione della Via Crucis per il Venerdì Santo al Colosseo, in cui si faceva riferimento alla sporcizia presente nella Chiesa.

Dopo essere stato eletto Soglio pontificio, nell’omelia per l’ordinazione dei sacerdoti romani dello scorso anno, Benedetto XVI ha messo in guardia dal rischio “del carrierismo, del tentativo di arrivare in alto, di procurarsi una posizione mediante la Chiesa”.

“Come porci davanti a queste problematiche nel modo più sereno e responsabile possibile?”, ha chiesto il seminarista.

“Una domanda non facile…”, ha risposto il Papa sorridendo. Ma “il Signore sa, sapeva fin dall’inizio, che nella Chiesa c’è anche il peccato”.

“Per la nostra umiltà è importante riconoscere questo e vedere il peccato non solo negli altri, nelle strutture, negli alti incarichi gerarchici, ma anche in noi stessi per essere così più umili ed imparare che non conta, davanti al Signore, la posizione ecclesiale, ma conta stare nel suo amore e far brillare il suo amore”, ha invitato il Papa.

“Noi abbiamo trovato, anzi siamo stati trovati dall’amore del Signore – ha aggiunto –, e quanto più ci lasciamo toccare da questo suo amore nella vita sacramentale, nella vita di preghiera, nella vita del lavoro, del tempo libero, tanto più possiamo capire che sì, ho trovato la vera perla, tutto il resto non conta, tutto il resto è importante solo nella misura in cui l’amore del Signore mi attribuisce queste cose”.

Rispondendo a Gianpiero Savino, della diocesi di Taranto, studente del primo anno di Teologia, ha spiegato “che abbiamo bisogno di una conversione permanente, non siamo mai semplicemente arrivati”.

“Sant’Agostino, nel momento della conversione, pensava di essere arrivato sulle alture ormai della vita con Dio, della bellezza del sole che è la sua Parola. Poi ha dovuto capire che anche il cammino dopo la conversione rimane un cammino di conversione, che rimane un cammino dove non mancano le grandi prospettive, le gioie, le luci del Signore, ma dove anche non mancano valli oscure, dove dobbiamo andare avanti con fiducia appoggiandoci alla bontà del Signore”, ha proseguito.

“E perciò è importante anche il sacramento della Riconciliazione. Non è giusto pensare che dovremmo vivere così da non aver mai bisogno di perdono”.

Dopo l’incontro, il Papa ha quindi cenato con la comunità del Seminario, prima di far ritorno in Vaticano





CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 19 febbraio 2007 (ZENIT.org) «« Ritorna all'inizio
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"Riscoprire la confessione è riscoprire l’amore misericordioso di Dio, afferma il Papa"
Ricevendo i Penitenzieri delle quattro Basiliche papali di Roma
Papa Benedetto XVI
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In questo momento è necessario che i battezzati riscoprano il sacramento della confessione perché possano sperimentare “la smisurata potenza rinnovatrice dell'amore divino”, afferma Benedetto XVI.

Lo ha constatato questo lunedì ricevendo in udienza il Cardinale James F. Stafford, Penitenziere maggiore della Penitenzieria Apostolica, con i presuli e i funzionari di questo tribunale, così come i Penitenzieri delle Basiliche papali di Roma.

“Nel gesto dell’assoluzione, pronunciata a nome e per conto della Chiesa, il confessore diventa il tramite consapevole di un meraviglioso evento di grazia”, ha iniziato ad affermare il Pontefice nel suo discorso in italiano.

“Ottemperando con docile adesione al Magistero della Chiesa, egli si fa ministro della consolante misericordia di Dio, evidenzia la realtà del peccato e manifesta al tempo stesso la smisurata potenza rinnovatrice dell'amore divino, amore che ridona la vita”, ha aggiunto.

In questo modo, ha osservato, la confessione diventa “una rinascita spirituale, che trasforma il penitente in una nuova creatura”.

“Questo miracolo di grazia solo Dio può operarlo, e lo compie attraverso le parole e i gesti del sacerdote”.

“Sperimentando la tenerezza e il perdono del Signore, il penitente è più facilmente spinto a riconoscere la gravità del peccato, più deciso nell’evitarlo per restare e crescere nella riannodata amicizia con Lui”, ha sottolineato.

“In virtù dell’Ordinazione presbiterale, infatti, il confessore svolge un peculiare servizio in persona Christi”, al posto di Cristo.

“Dinanzi a così alta responsabilità le forze umane sono sicuramente inadeguate”, ha riconosciuto. Per questo, ha invitato tutti i sacerdoti del mondo a fare esperienza del perdono di Dio.

“Non possiamo predicare il perdono e la riconciliazione agli altri, se non ne siamo personalmente penetrati”.

“Cristo ci ha scelti, cari sacerdoti, per essere i soli a poter perdonare i peccati in suo nome: si tratta allora di uno specifico servizio ecclesiale al quale dobbiamo dare la priorità”, ha constatato.

“Quante persone in difficoltà cercano il conforto e la consolazione di Cristo! Quanti penitenti trovano nella confessione la pace e la gioia che rincorrevano da tempo!”.

“Come non riconoscere che anche in questa nostra epoca, segnata da tante sfide religiose e sociali, vada riscoperto e riproposto questo Sacramento?”, si è chiesto.

In base alla Costituzione apostolica “Pastor Bonus” del 1988, con cui Giovanni Paolo II ha stabilito l’organizzazione della Curia Romana, “la competenza della Penitenzieria apostolica si riferisce alle materie che concernono il foro interno e le indulgenze”.

“Per il foro interno, sia sacramentale che non sacramentale, essa concede le assoluzioni, le dispense, le commutazioni, le sanzioni, i condoni ed altre grazie”, si legge di seguito.

“La stessa provvede a che nelle Basiliche patriarcali dell'urbe ci sia un numero sufficiente di penitenzieri, dotati delle opportune facoltà”, spiega la Costituzione.





CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 22 febbraio 2007 (ZENIT.org). «« Ritorna all'inizio
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"giovani, priorità per i sacerdoti, afferma il Papa"
In una conversazione spontanea con i presbiteri della sua diocesi
Papa Benedetto XVI
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In una conversazione spontanea con i sacerdoti della diocesi di Roma, Benedetto XVI li ha esortati a fare dell’attenzione ai giovani una priorità.

“Sappiamo che la gioventù deve essere veramente una priorità del nostro lavoro pastorale, perché la gioventù vive in un mondo lontano da Dio”, ha detto il Papa rispondendo alle domande dei presbiteri.

“Trovare in questo nostro contesto culturale l’incontro con Cristo, la vita cristiana e la vita della fede è molto difficile”, ha sottolineato.

“I giovani hanno bisogno di tanto accompagnamento per poter realmente trovare questa strada”.

In definitiva, ha spiegato, ai giovani bisogna far capire che Cristo non è un grande profeta. In lui, vediamo il Volto di Dio, il Volto del perdono e dell’amore.

Rispondendo alle domande di nove sacerdoti, il Papa ha parlato dell’importanza dei pellegrinaggi, della preghiera liturgica e dell’adorazione eucaristica; della trasmissione della fede, dell’ecumenismo, dei movimenti ecclesiali, dell’equilibrio tra vita spirituale e pastorale; del valore della riparazione eucaristica di fronte ai furti sacrileghi e alle sette sataniche, dell’unità della fede e del pluralismo nella Teologia.

Il Pontefice ha ribadito che la Chiesa è innanzitutto una realtà spirituale.

“La Chiesa non è una grande struttura, uno di questi enti sovranazionali. La Chiesa, pur essendo corpo, è corpo di Cristo e quindi un corpo spirituale, come dice San Paolo”.

“La Chiesa non è una organizzazione sovranazionale, non è un corpo amministrativo, non è un corpo di potere. Non è neanche una agenzia sociale, benché faccia un lavoro sociale, ma è un corpo spirituale”.

Non sono mancati momenti scherzosi, come quando il Papa ha affrontato la questione della necessità dell’equilibrio personale nel vivere la dimensione spirituale e pastorale.

“I Vangeli ci dicono: ‘Di giorno lavorava, di notte era sul monte col Padre e pregava’. Io devo qui confessare la mia debolezza, perché di notte non posso pregare, vorrei dormire di notte”, ha rivelato.

A questo punto i sacerdoti lo hanno interrotto con un sonoro applauso.

“Tuttavia – ha aggiunto il Papa – un po’ di tempo libero per il Signore ci vuole realmente”.

Nel saluto introduttivo il Cardinale vicario, Camillo Ruini, ha sottolineato l’importanza di questo appuntamento, che è già diventato tradizionale in questo pontificato, in cui i sacerdoti della diocesi di Roma possono presentare liberamente al Papa “le proprie domande, attese, speranze e difficoltà”.

Visto che le risposte spontanee del Papa sono state ampie ed esaustive, in seguito la Sala Stampa della Santa Sede ne pubblicherà la trascrizione.





ROMA, mercoledì, 28 febbraio 2007 (ZENIT.org) «« Ritorna all'inizio
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"Il Papa chiede preghiere affinché la Parola di Dio si ascolti, si ami e si viva sempre più"
Intenzioni per il mese di marzo
Papa Benedetto XVI
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Benedetto XVI ha chiesto preghiere affinché “la Parola di Dio sia sempre più ascoltata, contemplata, amata e vissuta”.

Lo si apprende dall’intenzione generale per il mese di marzo contenuta nella lettera pontificia, insieme a tutte le altre intenzioni che il Santo Padre ha affidato all’“Apostolato della Preghiera” per quest’anno.

L’“Apostolato della Preghiera” (AdP, http://www.adp.it) è un’iniziativa seguita da circa 50 milioni di persone dei cinque continenti.

Grazie a questa, laici, religiosi, sacerdoti e Vescovi di tutto il mondo offrono le loro preghiere e i loro sacrifici per le intenzioni che il Papa indica ogni mese a livello universale.

Facendo del vivere la Parola di Dio l’asse della preghiera del mese prossimo, Benedetto XVI sottolinea nuovamente l’importanza di questo tema, sul quale ha convocato il prossimo Sinodo dei Vescovi.

Un mese fa, ricevendo i membri del Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, riuniti per la prima volta per preparare questa assemblea dei Vescovi del mondo, il Santo Padre ha sottolineato la speranza che l’appuntamento serva a riscoprire “l’importanza della Parola di Dio nella vita di ogni cristiano”.

Il Pontefice ha formulato “di cuore” un altro auspicio: che l’assemblea episcopale aiuti anche a riscoprire “il dinamismo missionario che è insito nella Parola di Dio”.

Dal 5 al 26 ottobre 2008 Vescovi di tutto il mondo parteciperanno al Sinodo, che si celebrerà in Vaticano sul tema scelto da Benedetto XVI: “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.

L’intenzione missionaria di preghiera per il mese di marzo è invece la seguente: “Perché sia costante preoccupazione dei responsabili delle giovani Chiese formare i catechisti, gli animatori e i laici impegnati al servizio del Vangelo”.

Parlando di giovani Chiese nei territori di missione ci si riferisce “alle diocesi o ai vicariati apostolici di recente creazione e ad altre realtà simili, oppure a luoghi in cui l'evangelizzazione si trova ancora in una fase incipiente”, ha spiegato monsignor Jerry Bitoon, funzionario della Congregazione vaticana per l’Evangelizzazione dei Popoli.

E’ il caso delle Chiese in Paesi dell'Asia centrale come la Mongolia, il Nepal, il Bhutan, o del Medio Oriente, come l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Iraq, o ancora dell'entroterra dell'Africa, del Sudamerica, dell'Asia sud-orientale, dell'Oceania o del subcontinente indiano.

“In tutti questi luoghi, vi è una acuta scarsità di sacerdoti locali, talvolta un'assenza totale”; in altri ci sono missionari preparati, ma leggi specifiche di alcune Nazioni “proibiscono o rendono estremamente difficile” l’evangelizzazione, o si registrano la “resistenza, talvolta violenta”, e perfino “minacce di morte, da parte di alcuni fedeli estremisti, fanatici o fondamentalisti”, ha ricordato monsignor Bitoon.

“Le giovani Chiese sono in prima linea nell'evangelizzazione”, ed è proprio lì che “il Signore della grande messe chiama innumerevoli catechisti e animatori, specialmente animatori missionari laici, a collaborare attivamente con la Chiesa locale”, ha constatato.

“Qual è il segreto della loro instancabile dedizione all'evangelizzazione?”: “i Vescovi delle giovani Chiese rispondono prontamente che è la formazione continua di questi catechisti e animatori missionari laici il segreto non nascosto della loro efficacia e dedizione al mandato di Cristo di proclamare la sua Buona Novella a tutti, a qualunque costo, anche a costo della propria stessa vita!”, ha osservato il funzionario del dicastero vaticano.

Da ciò, ha avvertito, deriva l’importanza che i cattolici del mondo preghino “affinché i responsabili delle giovani Chiese possano essere costantemente coscienti della necessità di formare bene i loro catechisti e i loro animatori missionari laici”.





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"Perché devo continuare la strada intrapresa, se non la sento più mia?"

Silvia domanda:

Salve. Sono una ragazza di 17 anni. E' un anno più o meno che ho cominciato un cammino di discernimento vocazionale, dal momento che ho iniziato a sentire in me sempre più forte la domanda sul senso da dare alla mia vita alla luce di Dio, del Suo progetto per me. Sei mesi fa ho sentito quella che ho riconosciuto come una chiamata alla vita consacrata...Solo che avendo ricevuto dal Signore un talento musicale, alcuni credono che sia quella la mia strada. Ma ho ricevuto un dono ben più grande: una grande intimità col Signore, che mi permette di gioire immensamente nello stare con Lui, e che mi fa percepire risposte spesso nella liturgia del giorno. E non penso che sia un caso che spesso, quando mi dico che forse mi sono "inventata" la mia chiamata, proprio nella liturgia del giorno ci siano dei richiami (come ad esempio quello di oggi in Sofonia, o quello di venerdì 9 in Isaia)...Volevo chiedere: è possibile "inventarsi" una chiamata alla vita consacrata perchè spinti da secondi fini che non sono la ricerca vera della volontà del Signore? Se sì, quali potrebbero essere?

Io frequento il conservatorio, sono al terzultimo anno. Ma ormai non mi sento più al mio posto quando suono (anche se prima il mio sogno era sempre stato quello di diventare una grande concertista), e trovo pace e gioia solo in Dio...Per questo ho pensato di lasciare il conservatorio, anche perchè ora (negli anni finali, che ovviamente sono i più difficili), mi è richiesto un impegno enorme, che io toglierei magari alla scuola e al rapporto con il Signore. E poi perchè dovrei continuare, se sento che non è la mia strada, e mi sta facendo perdere la serenità? Qualcuno sostiene che è bene comunque portare a termine ciò che ho iniziato, ma per me ciò non ha un gran senso...Lei che ne pensa?

Grazie mille, e mi scusi per la domanda chilometrica!

Il Signore la benedica per tutto ciò che fa!

Cara Silvia,

ti ringrazio per la mail e per la fiducia. Ho letto attentamente il tuo messaggio e in questi giorni di "silenzio" ho pregato affinché il Signore mi illuminassi. Mi sembra di capire che ci siano i presupposti per una chiamata e che il Signore ti ha dato molti requisiti per poter rispondere. C'è il problema degli studi da risolvere. Fai bene a non metterli al primo ed unico posto come relegando il Signore in un angolino della tua vita. Visto che hai ancora 17 anni penso sia molto utile finire gli studi di maturità e, compatibilmente, andare avanti con il conservatorio ma togliendogli importanza. Allo stesso tempo continua con il discernimento vocazionale con l'aiuto di un buon sacerdote o di una buona religiosa, partecipa a ritiri o a giornate presso comunità significative e vedrai che a poco a poco il Signore ti porterà la dove ha pensato per te con tempi e ritmi precisi.

Cordialmente, con la mia amicizia, in Cristo e in Maria, P. Giuseppe Gamelli, LC





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"Seguendo la chiamata e il perdono"

Carlo chiede:

Perché un bel giorno ci sono “alcuni” uomini chiamati al sacerdozio invece che ad altre vocazioni?

Come può essere che una persona che ha sperimentato tale “chiamata” non le risponda? E’ possibile che trasferisca invece i suoi buoni motivi ad un’altra vocazione? Non dovrebbe temere Dio per non avere seguito la vocazione alla quale era stato chiamato?

Carlo

Caro Carlo,

Non possiamo realmente dire per quale ragione alcuni uomini sono chiamati al sacerdozio; questo è un mistero nascosto nella mante di Dio e nei cuori degli uomini. Tutto ciò che possiamo dire e quanti hanno risposto alla chiamata, guardando in giro e contando. E’ possibile e conoscendo la natura umana, anche probabile, che altri furono chiamati o anche se chiamati, neppure provarono la vocazione. E tra quelli che hanno provato, alcuni si accorsero che non avevano realmente ricevuto la chiamata e lasciarlo per seguire il volere di Dio altrove, ed è chiaramente possibile ed anche probabile in linea con la natura umana che altri lasciarono pur avendo una reale chiamata.

Chiaramente, l’uomo che pensa d’avere una vocazione, è sufficientemente generoso per provarla e di essere ammesso ad un seminario, per accorgersi solamente in seguito di non avere la chiamata, lui ha così fatto una cosa meravigliosa, sicuramente benedetta da Dio. Lui stesso si sentirà arricchito dall’esperienza.

I motive per abbandonare una vocazione, possono essere molti e vari, come anche la responsabilità dell’uomo che prende la decisione. Possono variare dal seguire superficialmente un impulso, al sentirsi scoraggiato dalla mancanza di formazione o dalla mancanza d’aiuto, o per l’influenza di un cattivo esempio, alla completa ribellione contro Dio. Se trovo inutile discutere su queste cause, se non per quelli che sono in corso di discernimento di vocazioni e di insegnamento ai seminaristi, per vedere se è stato fatto tutto il necessario e per vedere come si può migliorare in entrambi il discernimento e la formazione delle vocazioni.

Quello che dovrebbe fare un uomo che ha sbagliato (o per non aver provato la vocazione, o lasciando – anche l’uomo che sa con sicurezza che abbandona per la peggiore delle ragioni) è semplice. Dio è un Dio di misericordia. Lui non vuole la morte del peccatore ma al contrario, diede il suo proprio figlio perché noi peccatori potessimo salvarci. Nonostante ogni peccato, anche il peggiore immaginabile, dobbiamo sapere che Dio più di ogni altra cosa, desidera che noi possiamo essere salvati. Andiamo, quindi da Lui, dicendogli che siamo pentiti, esponiamolo a Lui nella Confessione e Lui ci rimette il nostro peccato.

Questa, per quanto meravigliosa e rilassante, non è la parte migliore. Quella che ci trasporta via è che, nonostante il nostro peccato, una volta confessato, possiamo avere la confidenza assoluta che Dio vuole fare qualcosa di ancora più meraviglioso per le nostre vite che il semplice perdonarci. Invece di punirci e torturarci con il senso di colpa per quello che avrebbe potuto essere, dobbiamo sollevarci con la sua grazia e gettarci a peso morto nelle opportunità di fare il bene che Dio ci presenta. Dio meno di tutto vuole che rimaniamo attaccati alle sabbie mobili del passato. Perché Lui non è così. Lui è l’ottimista; siamo normalmente noi i pessimisti che pensano d’avere distrutto tutto con il nostro peccare. Dimentichiamo che Lui è il Risorto e quello che ciò significa. Dobbiamo lasciare tutto nelle sue mani. Non dobbiamo guardare indietro al male fatto se non per benedirlo ed amarlo per la sua misericordia e per il suo perdono. Dobbiamo guardare avanti al bene che possiamo fare con il suo aiuto, sapendo che anche questo è il suo scopo.

Che Dio ti benedica.





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"Apprezzarlo realmente senza farne parte"

Gabriella chiede:

Come posso imparare e provare ad essere una suora senza diventarlo in realtà? Peso che questa sia la mia chiamata, ma voglio essere sicura di apprezzarlo veramente e imparare al riguardo prima di entrare a farne parte realmente. Anche, che cosa devo fare e quando, per diventare una suora? Che passi devo fare

Gabriella

Cara Gabriella,

Tu imparerai di più riguardo all’essere una suora visitando l’ordine al quale sei interessata, parlando la con le suore dell’ordine. Chiedi loro se hanno un qualche programma effettivo che tu puoi seguire (questi possono normalmente variare da corsi brevi a corsi più lunghi. Vieni ed informati al riguardo).

Comunque, quello che dovrai cercare di ottenere non è semplicemente il vedere se ti aggrada la vita dell’ordine, perché aggrada è una povera parola. Quello che devi esaminare è se pensi di poterti immaginare parte dell’ordine, se ti puoi sentire come a casa per poter determinare se c’è la possibilità che Dio ti stia chiamando là. Tu troverai la situazioni che significheranno sacrificio per te e la maggior parte di noi non gradisce i sacrifici, ma questo non significa che non sia la tua chiamata. Ma se è la tua chiamata troverai anche la ragione per sopportare le difficoltà

Che Dio ti benedica.





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