5 Febbraio 2007

Anno III, Numero 3

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 25 gennaio 2007 (ZENIT.org).-  »

“Quanti parlano insistentemente di decadenza non conoscono la vita consacrata”

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 28 gennaio 2007 (ZENIT.org).-  »

Il rapporto tra fede e ragione, sfida attuale, secondo il Papa

In Civiltà Cattolica 2006 II 183-192, quaderno 3740 (15 aprile 2006). »

I GIOVANI ITALIANI DI FRONTE ALLA RELIGIONE

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CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 5 febbraio 2007 (ZENIT.org).- »

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L’amore è possibile, dice Benedetto XVI ai giovani del mondo

 

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CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 25 gennaio 2007 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"“Quanti parlano insistentemente di decadenza non conoscono la vita consacrata”"
Parla monsignor Gardin, Segretario della Congregazione per la Vita Consacrata
Monsignor Gardin
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“Quanti parlano insistentemente di decadenza non conoscono la vita consacrata”, ha affermato l’Arcivescovo Agostino Gardin, Segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, in un’intervista pubblicata questo mese dalla rivista spagnola “Vida Religiosa”, dei claretiani.

Monsignor Gardin, dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, ha ripercorso alcuni dei temi più attuali concernenti la vita consacrata, a cui la Chiesa universale dedica il 2 febbraio un Giornata particolare.

Gardin, che prima della sua nomina a Segretario della Congregazione vaticana per la Vita Consacrata ha ricoperto gli incarichi di Ministro generale del suo Ordine e Presidente dell’Unione dei Superiori Generali (USG), ha sottolineato nell’intervista l’“enorme vitalità” che possiede la vita religiosa.

Una vitalità e una “ricchezza” tali da far capire come “quanti parlano insistentemente di decadenza non conoscono la vita consacrata”, ha osservato.

Quest’ultima “è in cammino; ancora meglio, lo è sempre stata”, ha detto monsignor Gardin, che definisce “molto positiva” l’attenzione che la vita consacrata ha prestato negli ultimi anni “al proprio carisma e al ritorno alle origini” e che ha generato uno stimolo a “rivedere il suo modo di essere e di vivere come consacrati”.

“Oggi siamo più consapevoli del fatto che i carismi specifici esistono ma sono relativi e il fatto che attraggano più o meno persone è secondario”, ha affermato affrontando la questione del calo di vocazioni.

Il francescano ha quindi detto di ritenere che la “vita religiosa è chiamata ad essere una vita qualitativa. La questione quantitativa non dipende da noi né deve essere al centro delle nostre preoccupazioni”.

Nel corso dell’intervista, Gardin ha anche sottolineato l’importanza che si deve attribuire al discernimento e all’accompagnamento vocazionale in seno alle comunità religiose, perché “invitare una persona a condividere la nostra vita e poi non esserci al momento di accompagnarla, di aiutarla a crescere spiritualmente e a discernere, è in fondo una mancanza di onestà”.





CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 28 gennaio 2007 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Il rapporto tra fede e ragione, sfida attuale, secondo il Papa"
Quando l’uomo si limita al materiale si impoverisce, avverte
Papa Benedetto XVI
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Benedetto XVI ritiene che una delle sfide culturali più importanti in questo momento sia l’armoniosa relazione tra fede e ragione.

Lo ha constatato questa domenica nell’intervento che ha pronunciato recitando la preghiera mariana dell’Angelus insieme a varie migliaia di pellegrini riuniti in piazza San Pietro, nel quale ha affrontato il tema centrale già toccato nel famoso discorso di Ratsibona del 12 settembre.

Sottolineando che in questo giorno la Chiesa ricordava San Tommaso d’Aquino (c. 1225-1274), “grande dottore della Chiesa”, ha considerato che “con il suo carisma di filosofo e di teologo, egli offre un valido modello di armonia tra ragione e fede, dimensioni dello spirito umano, che si realizzano pienamente nell’incontro e nel dialogo tra loro”.

Citando colui che è considerato da molti il filosofo e teologo più importante del cattolicesimo, ha spiegato che “la ragione umana, per così dire, ‘respira’: si muove, cioè, in un orizzonte ampio, aperto, dove può esprimere il meglio di sé”.

“Quando invece l’uomo si riduce a pensare soltanto ad oggetti materiali e sperimentabili e si chiude ai grandi interrogativi sulla vita, su se stesso e su Dio, si impoverisce”, ha aggiunto.

“Il rapporto tra fede e ragione costituisce una seria sfida per la cultura attualmente dominante nel mondo occidentale”.

Per questo motivo, ha proseguito, “l’amato Giovanni Paolo II ha voluto dedicarvi un’Enciclica, intitolata appunto Fides et ratio”, Fede e ragione.

“Ho ripreso anch’io quest’argomento recentemente, nel discorso all’Università di Regensburg”, ha indicato, riferendosi al discorso che ha provocato violente reazioni tra esponenti islamici di fronte a una delle sue affermazioni estrapolate dal contesto.

Secondo il Vescovo di Roma, “lo sviluppo moderno delle scienze reca innumerevoli effetti positivi, che vanno sempre riconosciuti”.

“Al tempo stesso, però, occorre ammettere che la tendenza a considerare vero soltanto ciò che è sperimentabile costituisce una limitazione della ragione umana e produce una terribile schizofrenia, ormai conclamata, per cui convivono razionalismo e materialismo, ipertecnologia e istintività sfrenata”, ha constatato.

“È urgente, pertanto, riscoprire in modo nuovo la razionalità umana aperta alla luce del Logos divino e alla sua perfetta rivelazione che è Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo”, ha proposto.

“Quando è autentica la fede cristiana non mortifica la libertà e la ragione umana; ed allora, perché fede e ragione devono avere paura l’una dell’altra, se incontrandosi e dialogando possono esprimersi al meglio?”.

“La fede suppone la ragione e la perfeziona, e la ragione, illuminata dalla fede, trova la forza per elevarsi alla conoscenza di Dio e delle realtà spirituali”, ha risposto.

“La ragione umana non perde nulla aprendosi ai contenuti di fede, anzi, questi richiedono la sua libera e consapevole adesione”.

Secondo il Papa, la “sintesi cristiana tra ragione e fede” “per la civiltà occidentale rappresenta un patrimonio prezioso, a cui attingere anche oggi per dialogare efficacemente con le grandi tradizioni culturali e religiose dell’est e del sud del mondo”.

Prima di concludere il suo intervento, Benedetto XVI ha rivolto un appello “affinché i cristiani, specialmente quanti operano in ambito accademico e culturale, sappiano esprimere la ragionevolezza della loro fede e testimoniarla in un dialogo ispirato dall’amore”.





In Civiltà Cattolica 2006 II 183-192, quaderno 3740 (15 aprile 2006). «« Ritorna all'inizio
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"I GIOVANI ITALIANI DI FRONTE ALLA RELIGIONE"
I giovani Italiani di fronte alla religione
G DE ROSA

Tra marzo e luglio del 2004 l'Istituto Iard Franco Brambilla realizzò un'indagine sulla «religiosità giovanile in Italia». Per in¬dividuare i soggetti da intervistare, furono selezionati 254 Comu¬ni in 99 Province in base alla loro dislocazione geografica e alla classe di ampiezza. Per ogni Comune, furono estratti, all'interno delle liste elettorali, i nomi dei soggetti da intervistare, tenendo conto dell'età, del genere (maschi-femmine) e del luogo di resi¬denza. I giovani prescelti furono 3.000, tutti nati tra il 1969 e il 1988. Fu poi scelta, e appositamente preparata, una vasta rete di collaboratori, che avrebbe dovuto somministrare il questionario con interviste face to face (faccia a faccia), possibilmente in un luogo chiuso e isolato. Il questionario comprendeva 85 domande, mirate a descrivere le appartenenze religiose dei giovani italiani e i diversi stili con cui queste sono vissute e interpretate.

Dei 3.000 giovani intervistati il 50,5% erano maschi e il 49,5% femmine; l'll,7% aveva 15-17 anni; il 12,3% 18-20 anni; il 17,6% 21-24 anni; il 27,1% 25-29; il 31,3% 30-34 anni. Quanto all'area di residenza, il 23% era del Nord-Ovest; il 17,1% del Nord-Est; il 18,1% del Centro; il 28,0% del Sud; il 13,4% delle Isole.

Adesione religiosa dei giovani

Quale risposta danno i giovani italiani alla domanda: «Lei crede a qualche tipo di religione o credo filosofico?»? Il 69,4% risponde: Sì, alla religione cristiana cattolica. Il 4,8%: Sì, mi sento cristiano, ma senza nessuna altra specificazione. Il 6,0%: Sì, credo a un'entità superiore, ma senza far riferimento a nessuna religione. L'I 1,3%: No, non credo a nessuna religione o filosofia trascendente. Il 6,2%: Credo che sulla religione non ci si possa esprimere.

Queste risposte confermano la predominanza significativa della religione cattolica come quella a cui i giovani italiani sentono di ap-

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partenere in massima parte. Rispetto al 2000 si nota una diminu¬zione di qualche punto dell'appartenenza alla religione cattolica. È notevole il fatto che quasi il 5 % della popolazione giovanile (in pra¬tica, 1 giovane su 20) dichiari di sentirsi cristiano, ma non riconosca l'appartenenza a una Chiesa organizzata. È alto il numero degli atei (11,3%), però in diminuzione rispetto al 2000 (15,6%) e degli agno¬stici (12,2%). Assai scarso (0,5%) è invece il numero degli aderenti alle religioni orientali, come, ad esempio, l'induismo, il buddismo. Ma, al di là di questa dichiarazione generale, che non è partico¬larmente indicativa di comportamenti ad essa conformi, l'indagine chiede: «Nella sua vita quanto è importante la religione o il credo filosofico che segue?». Le risposte sono: Moltissimo (8,6%); Molto (21,2%); Abbastanza (37,2%); Poco (14,2%); Per niente (1,0%). Gli atei e gli agnostici sono il 17,5%. Cioè poco meno del 30% dei giovani attribuisce un'importanza elevata alla religione nella pro¬pria vita; un terzo, considerando tra questi anche gli atei e gli agno¬stici, la ritiene trascurabile e un ulteriore 37% si pone in una posi¬zione intermedia di sostanziale incertezza. Anche tra i giovani, così come avviene per la popolazione adulta, sono le ragazze ad attri¬buire una maggiore importanza alla dimensione religiosa; il senti¬mento religioso rimane più forte nel meridione, con percentuali in alcuni casi quasi doppie rispetto al centro e al nord del Paese. In realtà, quanto alle «cose più importanti della vita», i giovani tra i 15 e i 24 anni mettono al primo posto la famiglia (83,3%), poi l'amici¬zia (77,5%), il lavoro (59,6%), il tempo libero (54,9%), gli interessi culturali (39,0%), lo sport (37,6%), la religione (33,3%), l'impegno sociale (24,5%), l'attività politica (6,1%).

Perciò, se la netta maggioranza dei giovani italiani dichiara di aderire alla religione cattolica, tale adesione (che è del 69,4%) è realmente significativa soltanto nella metà dei casi (33,9%). Per l'altra metà la religione sembra avere più le dimensioni di una lon¬tana appartenenza dai contorni incerti e sfumati che di una com¬ponente importante della propria vita. Cose assai più importanti risultano la famiglia, l'amicizia, il lavoro e lo sport.

La pratica religiosa

Se il il 69,4% dei giovani italiani si dichiara cattolico e il 29,2% ri¬tiene moltissimo (8,6%) o molto (21,2%) importante la religione, sol¬tanto poco più del 15% degli intervistati partecipa assiduamente alle

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funzioni religiose. Infatti, alla domanda: «Negli ultimi sei mesi con quale frequenza ha assistito alle funzioni della sua religione?», i «gio¬vani cattolici» hanno risposto: Mai (15,5%); 1 o 2 volte (31,3%); cir¬ca 1 volta al mese (16,3%); 2 o 3 volte al mese (15,9%); tutte le setti¬mane (20,1%); ogni giorno o quasi (0,7%). I giovani che ritengono «molto importante la religione» hanno risposto: Mai (9,5%); 1 o 2 volte in sei mesi (19,1%); circa 1 volta al mese (14,9%); 2 o 3 volte al mese (17,5%); tutte le settimane (36,5%); ogni giorno o quasi (2,3%).

Per quanto riguarda la partecipazione alla Messa negli ultimi me¬si, il campione cattolico di giovani di 15-24 anni ha risposto: Mai (31,6%); 1 o 2 volte (26,5%); circa una volta al mese (13,0%); 2 o 3 volte al mese (10,6%); tutte le settimane o quasi (16,5%). Alla do¬manda: «Escludendo la Messa o altre funzioni religiose, le capita di pregare?», l'intero campione ha risposto: Sì, prego tutti i giorni (20,2%); Sì, a volte, ma senza continuità (36,6%); Sì, ma soltanto in occasioni particolari (lutti, prima di prove importanti...) (19,2%); No, non prego mai (23,4%). La preghiera tutti i giorni è praticata dal 2,8% dei giovani non religiosi, dal 12,7% dei giovani religiosi non cattolici, dal 26,0% dei giovani cattolici e dal 43,7% dei giova¬ni che ritengono molto importante la religione. Invece, non prega¬no mai il 72,9% dei giovani non religiosi, l'8,8% dei giovani cattoli¬ci e il 3,7 % dei giovani che ritengono la religione molto importante.

Da quanto si è detto si rileva che soltanto il 15% degli intervistati partecipa assiduamente alle funzioni religiose. Anche di fronte al precetto che prevede la partecipazione all'Eucaristia, quasi la metà degli intervistati (46,8%) dichiara di partecipare assai raramente (non più di 1 o 2 volte ogni 6 mesi) alle funzioni religiose. Migliore appare la situazione riguardante la preghiera individuale: infatti co¬loro che dichiarano di non pregare mai sono meno di un quarto del totale degli intervistati, mentre un giovane ogni cinque dichiara di pregare ogni giorno. Ciò mostra un modo del tutto individuale d'in¬tendere la religione come rapporto «personale» con Dio, senza la ne¬cessità di passare attraverso la mediazione di riti formali o di chiese.

Lontani dalla pratica religiosa, ma non disinteressati

II quadro che emerge da quanto si è detto presenta un'imma¬gine dei giovani italiani per la maggior parte dei quali la religione non costituisce un aspetto particolarmente rilevante della propria vita. La maggioranza di essi sembra abbastanza lontana dalla pra-

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tica religiosa tradizionale, anche quando si dichiara espressamen¬te cattolica o afferma che la religione rappresenta un aspetto im¬portante della propria vita. Non si può tuttavia affermare che non sia presente un interesse dei giovani verso la dimensione religiosa della vita, anche se appare evidente che tale interesse si esprime sempre meno nelle forme tradizionali di culto e di appartenenza ecclesiastica, indirizzandosi verso percorsi aperti a suggestioni e contaminazioni di natura sincretistica non sempre ortodosse. Si tratta cioè di una fede che non è definitivamente spenta, ma che è alla ricerca di nuove forme, lontane da quelle tradizionali di par¬tecipazione. C'è nei giovani di oggi una domanda di sacro che non trova sempre risposta nelle proposte che ad essi fa oggi la Chiesa, vale a dire nelle forme tradizionali di partecipazione reli¬giosa. Così, quando si chiede ai giovani di 15-34 anni quale sia la loro partecipazione a riti e cerimonie religiose il 21,4% risponde «nulla» e il 32,6% «bassa»; la loro partecipazione a iniziative cul¬turali di tipo religioso, il 30% risponde «nulla» e il 36,4% «bas¬sa»; la loro partecipazione a gruppi di tipo religioso, il 40,5% ri¬sponde «nulla» e il 32,9% «bassa»; la loro fiducia nella Chiesa cattolica, il 13,1% risponde «nulla» e il 21,8% «bassa», ma il 17,3% «alta» e il 2,4% «molto alta», mentre per il 44,8% non è «né alta né bassa». In tal modo, circa la metà del campione si po¬ne in una situazione di sospensione del giudizio nei riguardi del¬la Chiesa e dunque mostra una potenziale apertura di fronte a ini¬ziative e attività capaci di risvegliare il sentimento religioso sopi¬to. Infatti, dove è elevata la fiducia verso i sacerdoti, si registrano percentuali più elevate di giovani che dichiarano in aumento la propria fiducia nella Chiesa, la propria fede personale, soprattut¬to la partecipazione a iniziative, riti e gruppi di tipo religioso.

Influssi sulla religiosità giovanile

Se ci si chiede quale influsso abbiano sulla religiosità giovanile l'età, il genere, il luogo di residenza, l'appartenenza familiare, dal¬l'inchiesta risulta quanto segue.

L'età: la vicinanza dei giovani con la religione è massima tra i gio¬vanissimi (15-17 anni) e tra i più grandi (30-34 anni), mentre è mi¬nima nella fascia tra i 18 e i 20 anni. Tra i giovanissimi il 74,6% si di¬chiara cristiano cattolico e soltanto il 16,3% non religioso; una per¬centuale simile si registra tra quelli che hanno tra i 30 e i 34 anni,

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mentre tra i giovani di 18-20 anni, si dichiara cristiano cattolico il 61,7% e non religioso il 18,8%. Infatti, tra i 18 e i 20 anni si riduce la partecipazione settimanale alle funzioni, decresce la fiducia nella Chiesa, ma decrescono anche la fede personale e l'interesse verso la dimensione spirituale. Così il conseguimento della maggiore età (18 anni) costituisce forse il momento più critico del percorso religioso dei giovani italiani. Tuttavia questa crisi non appare senza soluzione: nelle età successive, quando il percorso della vita tende a stabiliz¬zarsi maggiormente, si fa spesso risentire il bisogno religioso, anche se non sempre nelle forme di partecipazione e di culto tradizionali.

Il genere: considerando tutti gli indicatori, l'adesione religiosa delle ragazze si rivela nettamente superiore a quella dei maschi. Ciò fa sì che la trasmissione della fede alle nuove generazioni, compiu¬ta dalle donne (la madre, l'alta componente femminile delle cate-chiste), abbia uno stile più femminile che maschile e rende l'appor¬to delle figure maschili — a parte, quella del sacerdote — seconda¬ria e scarsamente rilevante. E perciò necessario ripensare la figura maschile del padre e il suo ruolo nella trasmissione della fede.

U luogo di residenza: abitare in un'area metropolitana o in un piccolo Comune comporta una significativa differenza nella pra¬tica religiosa, come pure nell'autodefinizione del proprio credo. Inoltre sono i giovani del Sud a mostrare che il radicamento reli¬gioso nella cultura meridionale è ancora molto forte e incide sul¬la partecipazione ai riti religiosi. Con l'affermazione di uno stile metropolitano, più individualista, anche la dimensione religiosa sembra diminuire significativamente.

U livello culturale della famiglia di origine: le situazioni in cui il li¬vello culturale dei genitori è più alto sono quelle in cui l'adesione for¬male alla Chiesa è più problematica. Così il credere alla religione cri¬stiana cattolica è del 58,9% nel caso che il livello culturale della fa¬miglia sia «alto», e del 77,2% nel caso che sia «basso»; l'ateismo giun¬ge al 17,1% nel primo caso e al 9,4% nel secondo. Ma, proprio tra i ragazzi di più alto livello culturale si registra la quota più significati¬va di chi afferma di avere un'alta tensione verso la dimensione spiri¬tuale e, una volta coinvolto, mostra un livello più alto di impegno.

Le tipologie della religiosità giovanile

A partire dalle risposte date dai giovani alle domande circa ì) la propria posizione di fronte alla religione, 2) l'importanza attri-

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buita ad essa all'interno della propria vita, 3) la frequenza con cui avviene la preghiera individuale, i ricercatori dello Iard hanno elaborato 11 tipologie con lo scopo di rappresentare i molti modi di vivere la religiosità da parte dei giovani italiani. Tali tipologie costituiscono un continuum, che va dai giovani «non religiosi» ai «cattolici praticanti» passando per i «cattolici non praticanti».

I giovani «non religiosi» comprendono i «non credenti» (6,3%), gli «agnostici» (11,4%), i «credenti in un dio generico» (6,0%), i cristiani generici» (4,8%). I «cattolici non praticanti» comprendo¬no i «cattolici lontani» (4,7%) e i «cattolici occasionali» (18,0%). I «cattolici praticanti» comprendono i «ferventi» (6,7%), i «modera¬ti» (13,6%), gli «intimisti» (9,9%) e i «ritualisti» (16,7%).

I non credenti sono circa 900-950.000; sono più maschi che femmine; sono maggiormente presenti nel Nord-Ovest (9,2%) e assai meno nel Sud (4,1%). 11 loro numero cresce con l'età, pas¬sando da un minimo del 4,8% tra i giovani di 15-17 anni a un massimo del 7,8% tra i giovani di 30-34 anni. L'80% di questi gio¬vani considera nulla o comunque bassa la propria partecipazione a gruppi, iniziative culturali e riti religiosi; il 55% non esprime fi¬ducia nella Chiesa cattolica. Si tratta di giovani lontani o in fase di allontanamento dalla religione, con scarsa fiducia sia nell'istitu-zione-Chiesa, sia nei sacerdoti. Tuttavia i rapporti con il sacro non sono definitivamente rotti, se quasi uno su due dichiara di prega¬re, almeno occasionalmente.

Gli agnostici sono circa 1.700.000; sono più maschi che femmi¬ne e si concentrano maggiormente tra i giovani di 18-20 anni di età. Essi mostrano la maggiore distanza dalla religione, e il loro agnosticismo è frutto di una riflessione che ha portato ad allonta¬nare la religiosità dal proprio orizzonte di vita. C'è in essi un coe¬rente rifiuto delle pratiche di fede: infatti, l'80% di essi non fre¬quenta mai, e la loro fiducia nella Chiesa e nei sacerdoti per il 50% è nulla. Il loro distacco dalla religione è ragionato e consapevole. I credenti in un dio generico sono circa 850.000: dichiarano di non credere ad alcuna religione, ma di ritenere che esista una entità superiore. La dimensione religiosa è considerata importante soltan¬to da un intervistato su 8 (12%). Il 72% non frequenta riti religiosi, e il 68% non ha fiducia nella Chiesa cattolica. Ma, un soggetto su 2 afferma di pregare almeno saltuariamente, e il 30% ritiene alto o molto alto l'interesse per la dimensione spirituale. Il senso del mi¬stero in essi non è spento, ma non trova risposta nella Chiesa.

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1 cristiani generici sono quasi 600.000, meno diffusi nel Sud e maggiormente concentrati tra i giovani di 18-20 anni. Per circa la metà di essi la religione non è importante, la fiducia nella Chiesa è bassa, partecipano 2 o 3 volte l'anno ai riti religiosi, ma la pre¬ghiera individuale è presente nella maggior parte dei casi e, per 1 ogni 10, è quotidiana. Dichiarano un'appartenenza cristiana, per¬ché il loro punto di riferimento religioso è Gesù Cristo, ma rifiu¬tano di collocarsi all'interno di una Chiesa ufficiale. Si tratta pro¬babilmente di ragazzi che, dopo aver seguito il percorso formati¬vo cristiano nella loro infanzia, si stanno ora allontanando dalla Chiesa, pur conservando qualcosa della formazione ricevuta.

I cattolici lontani sono circa 700.000: pur dichiarandosi cristiani cattolici, nutrono uno scarso interesse per la religione, non parteci¬pano, se non in modo del tutto occasionale, alle funzioni religiose e dichiarano di non pregare mai individualmente. Si tratta di gio¬vani che hanno abbandonato quasi completamente qualsiasi forma di pratica religiosa, sia istituzionale sia individuale. Probabilmente, si tratta di ragazzi che hanno avuto un'adesione superficiale nella loro infanzia, la quale però non si è trasformata nel tempo in una professione convinta. Ciò nonostante, tengono a identificarsi come cristiani cattolici, senza che tale identificazione riesca a stimolare in essi una ricerca o una riflessione sulla propria identità «cristiana». I cattolici occasionali sono più di 2.500.000; si tratta del grup¬po più consistente dal punto di vista numerico: sono poco più nu¬merosi i maschi delle femmine e sono più concentrati nel Nord-Ovest, dove costituiscono il 22,5% dei giovani intervistati. La re¬ligione non è una parte essenziale della loro vita, la partecipazio¬ne alla vita comunitaria è molto scarsa e si riduce a una sporadi¬ca partecipazione alle funzioni religiose e a un saltuario colloquio personale con Dio. Essi vivono la propria religiosità in maniera tranquilla e soddisfatta, senza porsi problemi e senza avere nes¬suna voglia di approfondire il loro essere «cristiani cattolici». Con lo scorrere del tempo, la loro religiosità può affievolirsi ancora di più e farli divenire «cattolici lontani».

I cattolici ritualisti sono circa 2.500.000: danno una rilevanza ridotta alla religione, accompagnata tuttavia dalla frequenza al¬meno mensile ai riti religiosi, che per il 20% diviene settimanale. Anche la preghiera personale è vissuta con maggiore frequenza ed è quotidiana per 1 giovane su 6. In realtà, per questi giovani la re¬ligione è sullo sfondo, ma è più una risposta a un precetto e a ta-

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luni adempimenti formali che una scelta di partecipazione attiva: si tratta, cioè, di una fede più di precetti che di sentimenti di amo¬re che spingono una persona ad amare Gesù e la sua Chiesa.

I cattolici intimisti sono pari a 1.500.000. Essi ritengono la re¬ligione molto o moltissimo importante per la propria vita, ma la loro visione del culto è fortemente individualistica con una parte¬cipazione alle funzioni religiose del tutto sporadica (non più di 1 o 2 volte ogni sei mesi). Riconoscono la Chiesa come un punto di riferimento importante, ma la religiosità è vissuta a livello di sin¬golo: così, la preghiera per il 53% di essi è quotidiana. Il loro nu¬mero è maggiore tra le ragazze e al Sud.

I cattolici moderati sono circa 2.000.000. Per la quasi totalità, la religione è molto (77%) o moltissimo (23%) importante. La fre¬quenza ai riti religiosi è almeno mensile (nel 30% dei casi è setti¬manale), ma la preghiera è saltuaria (73% dei casi). La compo¬nente femminile prevale su quella maschile nel rapporto di tre a due. Meno presenti nelle città grandi e medio-grandi, rappresen¬tano il 18% degli intervistati nel Sud. Hanno un'elevata fiducia nella Chiesa e un'alta partecipazione a iniziative di tipo culturale religioso e a gruppi di tipo religioso. Hanno un consistente inse¬rimento all'interno della vita comunitaria.

I cattolici ferventi sono poco meno di un milione. Oltre a pro¬fessarsi cristiani cattolici, dichiarano di ritenere importante la re¬ligione molto (55,8%) o moltissimo (44,2%). La frequenza alle funzioni è settimanale o più; la frequenza della preghiera è gior¬naliera; la partecipazione a gruppi di tipo religioso è molto (20%) o abbastanza alta (26,5%). La componente femminile è più spic¬cata di quella maschile ed è maggiormente concentrata nel sud. Raggiunge la massima ampiezza tra i giovanissimi (15-20 anni) (9,4%), per poi diminuire fortemente tra i 20-24 anni (4%), e ri¬prendere vigore tra i 30-34 anni (7,9%). Rispetto a tutte le altre ti¬pologie, i cattolici ferventi sono anche coloro che maggiormente partecipano alla vita della comunità ecclesiale.

La trasmissione della fede

Dai dati dell'inchiesta emerge l'importanza che nella trasmis¬sione della fede hanno le figure femminili all'interno della fami¬glia: le nonne, materna e paterna, e la madre. Alla richiesta di in¬dicare «Chi ha avuto il ruolo più importante nella formazione del

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suo modo di intendere la religione?» il totale del campione ha ri¬sposto: Mia madre (37%); Mio padre (6,7%); Altro familiare (8,8%); Un sacerdote/frate/suora (7,8%); Un catechista/animato¬re/insegnante di religione (6,5%); Nessuno (22,7%). Quest'ultima risposta è data dal 41,9% dei «non credenti», dal 67,8% degli «agnostici» e dal 45% dei «credenti in un dio generico». Ciò sta a indicare lo scarso ruolo che ha la madre nella formazione religiosa di questi soggetti: essa infatti ha avuto influsso sul 17,9% dei «non credenti», sul 6,6% degli «agnostici» e sul 12,9% dei «credenti in un dio generico». La loro scelta religiosa è stata individuale.

Si deve notare anche il modesto influsso (14,3%) che nella for¬mazione religiosa dei giovani hanno i sacerdoti (7,8%), i catechisti e gli insegnanti di religione (6,5%). La socializzazione alla fede cioè passa principalmente attraverso un canale femminile e matrilinea¬re, molto più che attraverso i canali formativi istituzionali. Soltanto i cattolici più convinti (circa il 20%) indicano figure istituzionali (religiosi, catechisti, animatori) come coloro che più di ogni altro hanno saputo incidere sulla propria formazione alla fede.

Si può notare, infine, che la religiosità giovanile dipende molto dal clima religioso, o irreligioso e secolarizzato, che pervade il con¬testo familiare. Anche quando nell'adolescenza e nella prima gio¬ventù i giovani si ribellano alla presenza di un forte clima religioso all'interno della famiglia, l'allontanamento dei giovani dalla fede non va interpretato come un rifiuto dei valori religiosi degli adulti, ma come una presa di distanza dall'età infantile e dalle sue forme di religiosità. Infatti l'indagine mostra una sostanziale continuità tra i valori religiosi dei genitori e quello dei figli, anche se si deve rico¬noscere che in alcuni casi la frattura religiosa tra genitori e figli si ap¬profondisce irrimediabilmente. Accade così che tra i più accaniti av-versari della fede cristiana ci siano proprio persone che provengono da famiglie profondamente religiose e autenticamente cristiane.

Conclusione

Concludendo questa breve sintesi dell'indagine sulla religiosità dei giovani italiani, ci sembra doveroso ringraziare l'Istituto Iard Franco Brambilla1 per aver messo a disposizione della Chiesa ita-

192 liana, con notevole dispendio di lavoro e di denaro, un'informa¬zione sulla religiosità dei giovani italiani estremamente ricca di dati e, soprattutto, approfondita e precisa. Volendone indicare i punti essenziali, ecco quelli che ci sembrano più rilevanti:

1) la posizione dei giovani italiani di fronte alla religione è as¬sai frammentata e piena di contrasti e di contraddizioni, per cui ogni giovane ha il suo modo personale di essere — o non essere — religioso e di vivere la propria fede. Di questa personalizzazio- ne della fede deve tenere conto la pastorale giovanile.

2) La grande maggioranza (69,4%) dei giovani italiani dichiara di appartenere alla religione cristiana cattolica e per molti di essi la religione è di grande importanza per la propria vita e la propria identità. Tale dichiarazione è in contraddizione con la scarsa par¬ tecipazione ai riti religiosi (soltanto il 15% degli intervistati, cioè un giovane ogni 7, vi partecipa assiduamente). Ciò denota un in¬dividualismo e un soggettivismo religioso, che non coglie il carat¬tere essenziale del cattolicesimo: il cattolico si pone in contatto con Dio nella comunità cristiana e a contatto con essa partecipa alla grazia della salvezza e della santificazione per mezzo dei sa¬cramenti e della preghiera della e nella Chiesa.

3) La pratica religiosa dei giovani italiani è assai spesso di tipo emozionale e suggestivo: si pensi al fatto che soltanto la Messa diNatale — e non la Veglia di Pasqua o altre festività — raccoglie il più gran numero di giovani; soprattutto si pensi al grande nume¬ro di giovani che partecipa alle Giornate Mondiali della Gio¬ventù, ma non partecipa se non raramente alla Messa settimana¬le, che scarsamente è di tipo emozionale.

4) Rileviamo ancora una volta l'importanza che nella struttu¬razione spirituale del giovane italiano ha la famiglia, in primo luo¬go la madre, che è la prima trasmettitrice della fede.

Ci sembra che la pastorale giovanile della Chiesa italiana deb¬ba tener conto dei dati offerti dall'inchiesta, in modo da seguire personalmente ogni giovane nel suo percorso di fede.

Giuseppe De Rosa S.I.

1 II volume con i risultati completi della ricerca dovrebbe giungere in libreria nel prossimo mese di giugno.





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"Come vengono vagliate le chiamate personali per verificarne lautenticità?"
Tommaso

Tommaso chiede:

Capisco che la questione delle chiamate può essere/è così grande o così varia come gli individui che sono chiamati al sacerdozio. Spero che ci siano dei parametri di base che permettono di giudicare e che mi possa spiegare. Come viene vagliata laffermazione dellindividuo che dice dessere stato chiamato al sacerdozio per assicurare che è veramente una chiamata di Dio? Ti prego dessere libero delaborare al massimo. Ti ringrazio per la risposta che mi darai.

Caro Tommaso,

La tua è una buona domanda, e addita qualcosa di fondamentale che possiamo facilmente passare oltre in una vocazione. Vedi, tendiamo normalmente a trattare una vocazione dal punto di vista dei nostri sentimenti, e questo ci fa pensare che se sentiamo daverne una significa che labbiamo, e se sentiamo di non averla vuol dire che non labbiamo. Quindi la tua domanda è molto perspicace. Non tutto è in funzione delle nostre sensazioni. Se cè veramente una chiamata, le nostre sensazioni positive devono essere comprovate, così come anche le nostre sensazioni negative (contro una vocazione, o che ci spingano ad abbandonarne una) devono essere verificate per determinare che non ci sia una vocazione.

Le basi di una chiamata sono: avere le necessarie qualità umane (salute fisica, appropriate maturità psicologica e auto controllo, la necessaria intelligenza); avere le necessarie qualità spirituali (per esempio, la necessaria appropriata stabilità nella vita di grazia); avere la propria motivazione, essere interessati al sacerdozio per una ragione spirituale.

Riguardo al processo di vagliatura, si riferisce principalmente alle aree testè menzionate. Ogni particolare vocazione (il sacerdozio diocesano, questo o quelordine religioso) avranno i loro parametri o criteri, ed alcuni potranno avere aree addizionali sulle quali basano i loro criteri valutativi (ad esempio: alcuni gruppi non accettano candidati che non abbiano completato luniversità). Generalmente, richiederanno di conoscerti personalmente, poi ti chiederanno prove documentali di quelle aree che possono essere provate con documenti (copie, risultati di esami medici, etc.) ; poi avranno sicuramente qualche sistema per vagliare le aree che richiedono determinazione specializzata (ad esempio: test psicologici), usualmente chiedono di passare del tempo con la comunità in modo da conoscerti personalmente.

Lindagine è più approfondita per lentrata in seminario, ma non viene fatta una sola volta: continuerà durante tutto il periodo di formazione, e sarà generalmente centrata sui risultati da te ottenuti nei differenti aspetti della tua vita come sacerdote: i tuoi progressi spirituali, la tua maturità umana, i tuoi studi, le tue capacità di comunicazione ed interazione sociale, la tua attitudine, il tuo amore per le anime e la Chiesa, etc.

Spero che questo ti aiuti.





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"Non riesco a pregare come vorrei."
Anonimo

Anonimo chiede:

Vengo da una famiglia maleducata. La mia relazione con Cristo viene messa in discusssione per via della visione negativa che hanno della Sua immagine. Queste negatività sono state impresse in me, direttamente ed indirettamente, durante la mia infanzia. Ho provato a leggere la Bibbia per aiutarmi ma, leggendo, vedo Dio come un giudice inflessibile e violento. Ultimamente ho letto un buonissimo libro ma, ho bisogno di più aiuto. Ho bisogno di un consiglio comprensivo e compassionevole. Non voglio che mi parli con gergo spirituale imparziale. Mi può dare qualche idea?

Caro anonimo,

Il cambio che tu cerchi per la tua anima non può avvenire senza la tua cooperazione. Deve essere un atto di fede.

La fede non è una sensazione, è una forza ed una luce che ti permetterà di correggere limmagine negativa che hai di Dio. La fede non è irrazionale, ma si basa su delle realtà. Le immagini negative sono state, come tu dici, impresse per cui sono emotive, non razionali. Ti condizionano nonostante quello che la realtà dice, sono quasi come unossessione (proprio come una persona che, ossessionata dai germi, vede pericolo dove tu ed io non lo vediamo, al punto da non stringere la mano del conoscente per paura di contagio, etc...).

Ti devi concentrare sullamore di Dio. Guarda semplicemete quello che ha fatto per noi: Qualcun altro può amarci così tanto da permettere il sacrificio di suo figlio per la nostra salvezza? Sì, leggi la Bibbia, ma specialmente il Nuovo Testamento (ed anche i passi, dellAntico Testamento, in cui Dio mostra la Sua misericordia, dove Dio parla di tutto ciò che ha fatto per il popolo prescelto, dalla Sua pazienza ed dal Suo amore).

Probabilmente limmagine che hai di Dio, ti fa reagire al sacrificio di Cristo, pensando come è stato inflessibile e crudele Dio nel chiedere a Gesù un sacrificio.così grande.. questo è il punto in cui devi squoterti e dire come San Paolo, comè impressionante che quando eravamo suoi nemici, Cristo ha offerto la sua vita per noi perché potessimo diventare suoi amici. Chi altro ti ha amato, e ti ama così tanto?

Quando vai a coffessarti pensa a come ha fatto ogni cosa perché il peccato non avesse un effetto permanente su di te (e ringrazia Cristo). Quando prendi la S. Comunione, pensa e ringrazia Cristo per esserci per te, per nutrirti e fortificarti. Passa in Chiesa e fermati adesso e spesso, e vedi come è sempre là per te.

Quando pensi a quello che hai fatto in vita, alla tua esperienza, a quanto deboli ed ingiusti siano gli uomini, anche coloro che taspetti ti amino di più, metti tutto a confronto con quello che Cristo ha fatto per te, così potrai vedere il suo amore.

Penso che tu abbia la tendenza a confondere le sensazioni con le realtà. Tutti lo facciamo. Dovrai superare le sensazioni di paura che potrai avere ancora per molto tempo nel trattare con Dio con lilluminazione e la verità che la tua fede ti da. Non ti sorprendere se è una lotta lunga. Anche quando la tua convinzione nellamore di Dio aumenterà, ti potrai sentire imbarazzato per sentire le stesse sensazioni, e potrai sentirle come un conflitto, e pensare che è ridicolo averle.

Non ti preoccupare, ferite causate in giovane età, impiegano molto tempo a guarire ed il loro effetto può anche rimanere per sempre, ma tu devi riuscire a convincerti che quelli sono ricordi e sensazioni, ma sai e devi essere convinto che Dio ti ama, ed hai visto come opera. E prega. Prega con tutto il tuo cuore e chiedi a Cristo la grazia di conoscerlo come è, di conoscere il suo amore, Lui non si rinnegherà.

Che Dio ti benedica





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"Posso veramente essere chiamato al celibato?"
Alessandro

Alessandro chiede:

Penso chi il Signore mi stia chiamando al celibato. Ho più o meno seguito una vita da celibe quest'anno. Comunque, ultimamente ci sono state delle distrazioni. Ci sono un paio di ragazze che sono infatuate di me. Ho un appuntamento per andare fuori a mangiare con una di loro la prossima settimana. Mi piacciono veramente, e queste distrazioni non solamente mi distraggono ma mi confondono. Mi fanno domandare: sono veramente chiamato al celibato? E' OK o buono o pCaro Alessandro,

Puoi vedere dalle altre risposte a questa tribuna che le nostre sensazioni ed attrazioni rimangono anche se chiamati al celibato. Lascia che ti dia altri suggerimenti.

Primo: devi conoscere te stesso. Ad esempio, se sei quel tipo di persona che s'impegna facilmente con gli altri, che assume personalmente interesse negli altri, prova emozioni per gli altri, etc. sai che riesce difficile mantenere una certa indipendenza in un'amicizia. E bene sapere questo di se stessi.

Due: devi essere pratico.Certe cose,come l'amicizia a l'attacamento tra i sessi, succede spontaneamente. Possono ostacolare il riconoscimento della chiamata di Dio.

Tre: la sensazione che tu provi che Dio possa chiederti il celibato sembra essere abbastanza forte. E una idea da seguire. Se esci con una ragazza, ti suggerisco di trovare anche il tempo di stare solo con Cristo entra in una chiesa e parla un momento con Lui. Vai ad un buon ritiro spirituale che ti possa sfidare.

Quattro: l'importanza del punto tre è: se ti senti interessato in una ragazza in particolare più che in altre ti troverai a rifiutare inviti per poter stare di più con lei. Se Cristo ti chiama al celibato, ti troverai a dover rifiutare altri inviti, perchè il tuo cuore è con Lui. Questo è il centro del celibato. Che Dio ti benedica.

iacevole per il Signore l'amicizia con queste regazze anche se io penso che Lui mi stia chiamando ad essere celibe?





CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 5 febbraio 2007 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Il consacrato, “segno di contraddizione” nel mondo, afferma il Papa"
In occasione dell’XI Giornata della Vita Consacrata
Papa Benedetto XVI
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Ogni consacrato è un “segno di contraddizione” nel mondo, ha affermato Benedetto XVI venerdì incontrando i religiosi e le religiose presenti alla celebrazione eucaristica che ha avuto luogo nella Basilica vaticana in occasione della Festa della Presentazione del Signore, XI Giornata della Vita Consacrata.

Al termine della cerimonia, presieduta dal Cardinale Franc Rodé, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, il Santo Padre ha salutato i presenti ricordando che quanti appartengono a Congregazioni, Istituti, Società di vita apostolica e Nuove Forme di vita consacrata costituiscono “una componente particolarmente significativa del Corpo mistico di Cristo”.

“La vostra testimonianza evangelica, perché sia veramente efficace, deve scaturire da una risposta senza riserve all’iniziativa di Dio che vi ha consacrati a sé con uno speciale atto d’amore”, ha detto il Papa ai religiosi.

Nel mondo contemporaneo, ha osservato, “è diffuso, soprattutto tra i giovani, il bisogno di incontrare Dio”, e quanti vengono scelti da Lui per la vita consacrata “fanno proprio in modo definitivo questo anelito spirituale”.

“Scegliendo l’obbedienza, la povertà e la castità per il Regno dei cieli, mostrano che ogni attaccamento ed amore alle cose e alle persone è incapace di saziare definitivamente il cuore”.

La vita consacrata, ha proseguito, “costituisce una risposta a Dio totale e definitiva, incondizionata e appassionata”, e “quando si rinuncia a tutto per seguire Cristo, quando gli si dà ciò che si ha di più caro affrontando ogni sacrificio, allora, come è avvenuto per il divin Maestro, anche la persona consacrata che ne segue le orme diventa necessariamente ‘segno di contraddizione’”.

Ciò, ha constatato, avviene “perché il suo modo di pensare e di vivere è spesso in contrasto con la logica del mondo, come si presenta nei mezzi di comunicazione sociale, quasi sempre”.

Di fronte al “coraggio” di lasciarsi conquistare da Cristo senza riserve, molta gente “assetata di verità resta colpita ed è attratta da chi non esita a dare la vita, la propria vita, per ciò in cui crede”.

Il Papa ha quindi ricordato che “la vita consacrata è dono divino, e che è in primo luogo il Signore a condurla a buon fine secondo i suoi progetti”.

“Questa certezza che il Signore ci conduce a buon fine, nonostante le nostre debolezze”, “deve esservi di conforto, preservandovi dalla tentazione dello scoraggiamento dinanzi alle inevitabili difficoltà della vita e alle molteplici sfide dell’epoca moderna”, ha aggiunto.

La Santa Messa è stata preceduta dalla liturgia della luce: accensione, benedizione delle candele e processione.

La processione dei ceri, ha spiegato il Pontefice, “sta a indicare Cristo, vera luce del mondo, che risplende nella notte della storia e che illumina ogni cercatore di verità”.

“Ardete di questa fiamma e fatela risplendere con la vostra vita, perché dappertutto brilli un frammento del fulgore irradiato da Gesù, splendore di verità”, ha esortato.

“Dedicandovi esclusivamente a Lui, voi testimoniate il fascino della verità di Cristo e la gioia che scaturisce dall’amore per Lui – ha proseguito –. Nella contemplazione e nell’attività, nella solitudine e nella fraternità, nel servizio ai poveri e agli ultimi, nell'accompagnamento personale e nei moderni areopaghi, siate pronti a proclamare e testimoniare che Dio è Amore, che dolce è amarlo”.

“L’odierna ricorrenza è quanto mai opportuna per chiedere insieme al Signore il dono di una sempre più consistente ed incisiva presenza dei religiosi, delle religiose e delle persone consacrate nella Chiesa in cammino sulle strade del mondo”, ha concluso il Vescovo di Roma.

Tutto ciò che si riferisce agli istituti di vita consacrata (ordini e congregazione religiose, maschili e femminili, istituti secolari) e alle società di vita apostolica quanto a regime, disciplina, studi, beni, diritti e privilegi, rientra nelle sfere di competenza della Congregazione vaticana per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, fondata da Sisto V il 27 maggio 1586.

Questo Dicastero vaticano si occupa anche di ciò che concerne la vita eremitica, le vergini consacrate e le relative associazioni e le nuove forme di vita consacrata





CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 5 febbraio 2007 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"L’amore è possibile, dice Benedetto XVI ai giovani del mondo"
Nel suo messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù 2007
Papa Benedetto XVI
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Benedetto XVI ha inviato un messaggio ai ragazzi e alle ragazze del mondo in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù 2007, in cui si pone un unico obiettivo: dimostrare loro che l’amore è possibile.

“Ogni persona avverte il desiderio di amare e di essere amata. Eppure quant’è difficile amare, quanti errori e fallimenti devono registrarsi nell’amore! C’è persino chi giunge a dubitare che l’amore sia possibile”, riconosce il Santo Padre nel messaggio.

“Ma se carenze affettive o delusioni sentimentali possono far pensare che amare sia un’utopia, un sogno irraggiungibile, bisogna forse rassegnarsi?”, si è chiesto il Vescovo di Roma.

“No! – ha risposto –. L’amore è possibile e scopo di questo mio messaggio è di contribuire a ravvivare in ciascuno di voi, che siete il futuro e la speranza dell’umanità, la fiducia nell’amore vero, fedele e forte”.

“Un amore che genera pace e gioia; un amore che lega le persone, facendole sentire libere nel reciproco rispetto”, ha spiegato nel testo scritto in occasione della Giornata, che si celebrerà nel mondo, a livello diocesano, la Domenica delle Palme, il 1° aprile.

Il messaggio papale illustra tre momenti o realtà che permettono ai ragazzi e alle ragazze del mondo di giungere alla “scoperta” dell’amore.

In primo luogo, il Papa ha spiegato che Dio è la “sorgente dell’amore”. “Dio è amore”, ha detto citando la prima lettera di Giovanni (4,8.16), “non vuol dire solo che Dio ci ama, ma che l’essere stesso di Dio è amore”.

In secondo luogo, Gesù rappresenta la rivelazione piena dell’amore di Dio.

“Come si manifesta a noi Dio-Amore?”, chiede il Papa, rispondendo: “anche se già nella creazione sono chiari i segni dell’amore divino, la rivelazione piena del mistero intimo di Dio è avvenuta con l’Incarnazione, quando Dio stesso si è fatto uomo”.

“In Cristo, vero Dio e vero Uomo, abbiamo conosciuto l’amore in tutta la sua portata”, ha aggiunto.

“La manifestazione dell’amore divino è totale e perfetta nella Croce”, ha indicato, citando San Paolo quando dice che “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”.

“Anzi, il Crocifisso, che dopo la risurrezione porta per sempre i segni della propria passione, mette in luce le ‘contraffazioni’ e le menzogne su Dio, che si ammantano di violenza, di vendetta e di esclusione”.

“Cristo è l’Agnello di Dio, che prende su di sé il peccato del mondo e sradica l’odio dal cuore dell’uomo. Ecco la sua veritiera ‘rivoluzione’: l’amore”.

Il Papa giunge così al terzo momento della sua riflessione o realtà con cui vuole che i giovani scoprano o riscoprano l’amore: l’esperienza dell’amore di Cristo deve portare ad “amare il prossimo come Cristo ci ama”.

“Già nell’Antico Testamento Dio aveva detto: ‘Amerai il tuo prossimo come te stesso’, ma la novità di Cristo consiste nel fatto che amare come Lui ci ha amati significa amare tutti, senza distinzioni, anche i nemici, ‘fino alla fine’”.

Il messaggio si conclude illustrando “il segreto dell’amore”, vale a dire l’“indispensabile sostegno della Grazia divina”.

“Soltanto l’aiuto del Signore ci consente, infatti, di sfuggire alla rassegnazione davanti all’enormità del compito da svolgere e ci infonde il coraggio di realizzare quanto è umanamente impensabile”, ha osservato.

Per questo, ha raccomandato ai giovani di scoprire l’Eucaristia, “la grande scuola dell’amore”.

“Quando si partecipa regolarmente e con devozione alla Santa Messa, quando si passano in compagnia di Gesù eucaristico prolungate pause di adorazione è più facile capire la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità del suo amore che sorpassa ogni conoscenza”, ha spiegato.

Il Papa ha dato appuntamento a tutti i giovani del mondo dal 15 al 20 luglio a Sydney (Australia) per la Giornata Mondiale della Gioventù (http://www.wyd2008.org).





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