| 22Gennaio 2007 |
Anno III, Numero 2 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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I SEGNI DEI TEMPI Isaia 60, 1-6; Efesini 3, 2-3a.5-6; Matteo 2, 1-12 “Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella guida i magi al presepe, oggi l'acqua è mutata in vino alle nozze di Cana, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza“. Con queste parole, la liturgia descrive il contenuto della festa odierna; esso consiste nella triplice rivelazione di Cristo: ai magi, alle nozze di Cana e nel battesimo di Gesù nel Giordano. Ciò che indusse, fin dai tempi più remoti, a riunire questi tre eventi in una sola festa è il loro significato comune di manifestazione (in greco: epifania). Gesù in essi si rivela progressivamente per quello che è in realtà, cioè il Messia e il Salvatore. Cristo si rivela a ogni popolo e a ogni categoria di persone con segni ad essi appropriati e comprensibili. Ai semplici pastori, manda un angelo; ai sapienti, abituati a scrutare il corso degli astri, manda una stella; per i giudei, attaccati ai segni, dà un segno, cioè un miracolo: muta l'acqua in vino. Con quali segni Cristo si manifesta agli uomini del nostro tempo? Il Concilio Vaticano II ha dedicato una grande attenzione ai “segni dei tempi“ (Gaudium et Spes, n. 11). Fra essi pone il senso di solidarietà e di interdipendenza che si va sviluppando tra i popoli, l'ecumenismo dei cristiańi, la promozione dei laici, la liberazione della donna, il senso nuovo della libertà religiosa. Quando Gesù parlava dei “segni dei tempi”, intendeva soprattutto i segni messianici: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt. 11, 5). Ci sono oggi di questi segni? Certo che ci sono! Ciechi che ricuperano la luce della fede e della speranza al contatto con la parola di Dio; zoppi spirituali (e talvolta anche corporali) che si alzano e camminano; prigionieri di sé, del male o degli uomini che si liberano dalle catene; gente, insomma, che per la potenza di Cristo e del suo Spirito si converte e vive. Gesù insiste in particolare su uno di questi segni: “Ai poveri è annunziata la buona novella” (Lc. 7, 22). Non è un segno che è all'opera nella Chiesa quest'ansia, così tipica della nostra epoca, che la buona novella giunga ai poveri? Forse noi oggi siamo in grado di scoprire un significato nuovo in quel detto di Gesù: “Me non mi avrete sempre con voi, ma i poveri li avrete sempre” (cf. Mt. 26, 11); come dire: quando io non sarò più con voi fisicamente, ci saranno i poveri che mi rappresenteranno: fate ad essi quel che vorreste fare a me! L'andata del Vangelo ai poveri può apparire talvolta troppo lenta e incerta e non sempre coerente, ma sarebbe ingiusto negare che in tutta la Chiesa è in atto un interessamento, uno zelo e - ciò che è anch'esso un segno positivo - un rimorso a riguardo dei poveri, siano essi individui o interi popoli. È una coscienza nuova che “manifesta“ la potenza della parola di Cristo. Questi alcuni dei segni dell'Epifania di Cristo che continua intorno a noi. A ognuno, il compito di scoprire e valorizzare questi segni e diventare, lui stesso, un segno della presenza di Cristo nel mondo! | ||||
| ROMA, giovedì, 11 gennaio 2007 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Da un anno monsignor Raffaello Martinelli, Officiale alla Congregazione per la Dottrina della Fede e collaboratore del Cardinale Joseph Ratzinger per 23 anni, ha messo a disposizione dei fedeli presso la Basilica dei SS Ambrogio e Carlo al Corso, a Roma, alcune schede catechistiche su argomenti di attualità, redatte sulla base del Catechismo e di altri documenti pontifici. Con grande meraviglia monsignor Martinelli, che dal 1987 è anche Rettore del Collegio Ecclesiastico Internazionale San Carlo e Primicerio della Basilica di San Carlo al Corso ( www.sancarlo.pcn.net ), ha constatato che più di 800.000 schede sono state prese dalle persone che sono entrate nella Basilica. Conscia di questa situazione, Antonia Salzano, Presidente dell’Istituto e delle Edizioni San Clemente I Papa e Martire (www.istitutosanclemente.it) ha voluto raccogliere le 33 schede in un CD, ora in vendita presso le librerie cattoliche con il titolo “Catechesi Dialogica su argomenti di attualità”. Considerando la qualità, la competenza e l’utilità di queste schede catechistiche, ZENIT ha deciso di pubblicarne una ogni giovedì. Il tema affrontato questa settimana è: “Come meditare da cristiani?” * * * CHE COS’E’ LA MEDITAZIONE CRISTIANA? • Essa è: - silenzioso, riverente ascolto e obbediente accoglienza della Parola di Dio, in vista di conformare ad essa tutta la propria vita - essere e stare con Dio: «Rimanete in me, come io rimango in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso, se non rimane nella vite, così nemmeno voi» (Gv 15,4) - accostarsi a quel mistero dell’unione con Dio, che i Padri greci chiamavano divinizzazione dell’uomo: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio” (SANT’ATANASIO) - “volta al conseguimento della virtù e dell’amore di Dio, e non all’acquisto del sapere in generale o di una particolare disposizione psicologica” (SAN FRANCESCO DI SALES, Introduction à la vie dévote, Filotea, II,V) - “riflettere su qualche verità della fede, per crederla con più convinzione, amarla come un valore attraente e concreto, praticarla con l’aiuto dello Spirito Santo. Si tratta di una conoscenza amorosa. Implica riflessione, amore e proposito pratico. Il suo valore sta non nel molto pensare, ma nel molto amare” (CEI, n. 996) - è sì un concentrarsi in se stessi, ma è anche un trascendere il proprio io, che non è Dio, ma solo una creatura. Dio è “interior intimo meo, et superior summo meo: Dio è più intimo della mia interiorità e più grande del mia grandezza” (SANT’AGOSTINO, Confessiones 3, 6, 11). Dio infatti è in noi e con noi, ma ci trascende nel suo mistero. • La meditazione cristiana non comporta che l’io personale e la sua creaturalità debbano essere annullati e scomparire nel mare dell’Assoluto. Infatti “l’uomo è essenzialmente creatura e tale rimane in eterno, cosicché non sarà mai possibile un assorbimento dell’io umano nell’io divino, neanche nei più alti stati di grazia” (MC, 14). SU CHE COSA SI FONDA LA MEDITAZIONE CRISTIANA? Si fonda: • sulla realtà stessa del Dio uno e trino, che “è Amore” (1Gv 4,8), che ci ha fatto “figli adottivi”, e pertanto possiamo gridare con il Figlio nello Spirito Santo: “Abbà, Padre” • sulla meditazione delle opere salvifiche, che il Dio dell’antica e della nuova Alleanza ha compiuto nella storia, attraverso le quali Dio “si rivela parlando agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé” (CONCILIO VATICANO II, Dei verbum, 2) • sulla Persona di Cristo Signore, “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col. 2, 3). Occorre aver sempre lo sguardo fisso in Gesù Cristo, nel quale l’amore divino si è manifestato e donato a noi soprattutto sulla croce. “Grazie alle parole, alle opere, alla passione e risurrezione di Gesù Cristo, nel Nuovo Testamento la fede riconosce in lui la definitiva autorivelazione di Dio, la Parola incarnata che svela le profondità più intime del suo amore”(MC, 5). Pertanto la meditazione cristiana richiede un permanente approfondimento della conoscenza di Cristo, in modo da “comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità [del mistero di Cristo] e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, per essere ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,18s) • sulla disponibilità a compiere costantemente la volontà di Dio, sull’esempio di Cristo, il cui “cibo è fare la volontà di colui che (lo) ha mandato a compiere la sua opera” (Gv 4,34) • sulla stretta correlazione tra lex orandi e lex credendi, tra il modo di pregare e il contenuto della fede cristiana che viene professata. La preghiera cristiana è sempre determinata dalla struttura della fede cristiana, nella quale risplende la verità stessa di Dio e della creatura. “La preghiera è fede in atto: la preghiera senza fede diviene cieca, la fede senza preghiera si disgrega” (Card. JOSEPH RATZINGER, Conferenza di presentazione del documento MC) • sull’umiltà. Quanto più viene concesso ad una creatura di avvicinarsi a Dio, tanto maggiormente cresce in lei la riverenza davanti al Dio, tre volte santo. Si comprende allora la parola di Colei che è stata gratificata della più alta intimità con Dio, Maria SS.ma: “Ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48), e anche quella di sant’Agostino: “Tu puoi chiamarmi amico, io mi riconosco servo” (SANT’AGOSTINO, Enarrationes in Psalmos CXLU). “Non possiamo mai, in alcun modo, cercare di metterci allo stesso livello dell’oggetto contemplato, l’amore libero di Dio; neanche quando, per la misericordia di Dio Padre, mediante lo Spirito Santo mandato nei nostri cuori, ci viene donato in Cristo, gratuitamente, un riflesso sensibile di quest’amore divino e ci sentiamo come attirati dalla verità, dalla bontà e dalla bellezza del Signore” (MC, 31) • sul silenzio: occorre riscoprire il valore del silenzio, il quale crea l’ambiente favorevole alla riflessione, alla contemplazione, all’ascolto integrale (di se stessi, di Dio, degli altri), alla purificazione e unificazione della persona • sull’amore verso il prossimo. La meditazione autentica rinvia continuamente all’amore del prossimo, all’azione e alla passione, e proprio così avvicina maggiormente a Dio. Essa desta negli oranti un’ardente carità, che li spinge a collaborare alla missione della Chiesa e al servizio dei fratelli per la maggior gloria di Dio. QUALI DIMENSIONI DELLA PERSONA COINVOLGE LA MEDITAZIONE? La meditazione mette in moto tutte le facoltà dell’essere umano: l’intelligenza, la memoria, il desiderio, la volontà, l’attenzione, l’intuizione, l’immaginazione, il sentimento, il cuore, il comportamento. “Questa mobilitazione è necessaria per approfondire le convinzioni di fede, suscitare la conversione del cuore e rafforzare la volontà di seguire Cristo. La preghiera cristiana di preferenza si sofferma a meditare “i misteri di Cristo”, come nella lectio divina o nel Rosario. Questa forma di riflessione orante ha un grande valore, ma la preghiera cristiana deve tendere più lontano: alla conoscenza d’amore del Signore Gesù, all’unione con Lui” (CCC, n.2708). QUALE IMPORTANZA HA IL CORPO NELLA MEDITAZIONE CRISTIANA? • L’esperienza umana dimostra che la posizione e l’atteggiamento del corpo non sono privi d’influenza sul raccoglimento e la disposizione dello spirito, coinvolgendo anche le funzioni vitali fondamentali, come la respirazione e il battito cardiaco. E questo per l’unità della persona, che è uni-duale: corpo e anima. Nella preghiera è tutto l’uomo, che deve entrare in relazione con Dio, e dunque anche il suo corpo deve assumere la posizione più adatta per il raccoglimento. • L’importanza del corpo varia a seconda delle culture e della sensibilità personale • In ogni caso, occorre: - riconoscere il valore relativo di tali atteggiamenti corporei: essi sono utili, solo se vissuti in vista del fine della preghiera cristiana - prestare attenzione al fatto che tali atteggiamenti corporei possono degenerare in un culto del corpo e possono portare a identificare erroneamente tutte le sue sensazioni con esperienze spirituali. “Alcuni esercizi fisici producono automaticamente sensazioni di quiete e di distensione, sentimenti gratificanti, forse addirittura fenomeni di luce e di calore che assomigliano ad un benessere spirituale. Scam-biarli per autentiche consolazioni dello Spirito Santo sarebbe un modo totalmente erroneo di concepire il cammino spirituale. Attri-buire loro significati simbolici tipici dell’esperienza mistica, quando l’atteggiamento morale dell’interessato non corrisponde ad essa, rappresenterebbe una specie di schizofrenia mentale, che può condurre perfino a disturbi psichici e, talvolta, ad aberrazioni morali” (MC, 28). QUALE IMPORTANZA HA LA TECNICA NELLA MEDITAZIONE CRISTIANA? • La meditazione cristiana non è principalmente una questione di tecnica: essa è anzitutto e sempre un dono di Dio, di cui chi ne beneficia si sente indegno. Questo dono può essere concesso solo in Cristo attraverso lo Spirito Santo. • L’amore di Dio è una realtà della quale non ci si può impossessare con nessun metodo o tecnica. • La tecnica può offrire un aiuto alla meditazione cristiana. QUALI AIUTI USARE PER BEN MEDITARE? Si può meditare recitando adagio il Padre nostro, ripetendo lentamente una frase biblica, guardando con devozione un’immagine sacra. “Ci si aiuta con qualche libro, e ai cristiani non mancano: la Sacra Scrittura, particolarmente il Vangelo, le sante icone, i testi liturgici del giorno o del tempo, gli scritti dei Padri della vita spirituale, le opere di spiritualità, il grande libro della creazione e quello della storia, la pagina dell’Oggi di Dio. Meditare quanto si legge porta ad appropriarsene, confrontandolo con se stessi. Qui si apre un altro libro: quello della vita. Si passa dai pensieri alla realtà. A misura dell’umiltà e della fede che si ha, vi si scoprono i moti che agitano il cuore e li si può discernere. Si tratta di fare la verità per venire alla Luce: Signore, che cosa vuoi che io faccia?” (CCC, n. 2705-2706). In tal modo si procede nel cammino di santità, nella vita di perfezione. ESISTONO TAPPE NELLA VITA DI PERFEZIONE? La tradizione cristiana ha distinto tre stadi nella vita di perfezione: 1) la via della purificazione, che comporta il riconoscere di essere peccatore e il chiedere perdono a Dio per i propri peccati 2) la via dell’illuminazione, che introduce i fedeli, iniziati ai divini misteri, alla conoscenza di Cristo mediante la fede che opera per mezzo della carità. Essa è resa possibile dall’amore che il Padre ci dona nel Figlio e dall’Unzione che da lui riceviamo nello Spirito Santo, in occasione del Battesimo e della Cresima 3) la via dell’unione a Dio, realizzata attraverso la partecipazione ai Sacramenti e l’impegno costante in una vita morale coerente con la fede cristiana. “Con l’andar del tempo l’esercizio della meditazione si semplifica, il cuore prevale sulla riflessione. Si arriva gradualmente all’orazione di raccoglimento. Ci si libera da immagini e pensieri particolari, da ricordi, preoccupazioni e progetti. Si rivolge una semplice attenzione amorosa a Dio, a Gesù Cristo, a qualche sua perfezione, a qualche evento salvifico. Si rimane in atteggiamento di amore silenzioso davanti al Signore presente nel nostro intimo. Ci si lascia trasformare dal suo Spirito, che può causare consolazione o desolazione, ma senz’altro purifica e fortifica nella carità. Quando il fervore di questa esperienza si attenua, è bene ritornare alla meditazione discorsiva o alla preghiera vocale” (CEI, n. 997). QUALI SONO I METODI DI MEDITAZIONE? • I metodi di meditazione sono tanti quanto i maestri spirituali. Ma un metodo non è che un mezzo, una guida; l’importante è avanzare, con lo Spirito Santo, sull’unica via della preghiera: Cristo Gesù. “Ogni fedele dovrà cercare e potrà trovare nella varietà e ricchezza della preghiera cristiana, insegnata dalla Chiesa, la propria via, il proprio modo di preghiera; ma tutte queste vie personali confluiscono, alla fine, in quella via al Padre, che Gesù Cristo ha detto di essere. Nella ricerca della propria via ognuno si lascerà quindi condurre non tanto dai suoi gusti personali quanto dallo Spirito Santo, il quale lo guida, attraverso Cristo, al Padre” (MC, 29). • Fra i vari metodi, uno è indicato dalla Tradizione della Chiesa come particolarmente buono per meditare la S. Scrittura: è quello denominato lectio divina. COME SI ATTUA LA LECTIO DIVINA? Solitamente i Padri Spirituali indicano 5 tappe nel meditare la Bibbia, e le descrivono così: * Lectio in questa prima tappa prendo la Bibbia non come un qualsiasi libro, ma come lo scrigno che contiene la Parola con la quale Dio parla a me. Ascolto una parola vivente, che mi rivolge un messaggio personale. Lo ascolto come se fosse la prima volta. Mi sforzo di coglierne il senso nel modo più completo possibile. Mi incontro con la luce di Dio: essa prende dimora nella mia intelligenza e la illumina. * Meditatio invoco lo Spirito Santo perché venga in soccorso della cecità della mia mente. Nell’umile implorazione della luce e nella adesione della fede, scruto la Parola con attenzione nuova. Scopro come le idee di Dio siano diverse da quelle degli uomini e mi accorgo di quanto sia necessario lasciare che la Parola di Dio trasformi le mie convinzioni, per conformarle sempre più alle idee di Dio. Acconsento a cambiare la mia mentalità e la mia volontà per aderire alla mentalità e alla volontà di Dio. * Oratio mi sforzo di parlare a Dio con tutto il cuore, chiamandolo in aiuto alla mia debolezza. È il momento di domandare alla vergine Maria di comunicarmi la sua preghiera, fatta di fiducia e di amore, frutto della sua purezza di cuore. Nella sua fede, nel suo silenzio adorante, nella sua innocenza e nel suo coraggio di amare e di ricevere l’amore di Gesù, anche io oso invocare suo Figlio perché mi soccorra. Mi faccio insegnare da Lui a pregare il Padre nel loro Spirito di amore. Il mio cuore impara a parlare a Dio, se si lascia inondare dall’amore di Cristo. *Contemplatio se ho lasciato che la Parola, letta e meditata, illumini a lungo gli occhi del mio cuore e della mia mente, se mi sono lasciato interpellare in profondità dal senso della Sacra Scrittura fino a maturare un desiderio di intimità costante con Dio, se ho pregato con fiducia infinita per i miei fratelli e per tutta la Chiesa, allora Dio risponde. Egli infonde nel mio cuore una certa incapacità di continuare a riflettere in modo discorsivo sulla sua Parola e mi concede una sorta di partecipazione al fuoco di comunione di amore al di là di ogni cosa che brucia senza inizio e senza fine all’interno della Santa Trinità. * Actio per darmi il dono di un’intima conversazione continua con lui, il Signore si aspetta da parte mia che moltiplichi in ogni circostanza slanci di desiderio e di comunione con il suo amore. QUALI SONO I LIMITI DEI METODI? La legittima ricerca di nuovi metodi di meditazione dovrà sempre tenere conto che: • il metodo non può essere staccato dal contenuto e concepito come neutrale rispetto a ciò che veicola, e al contesto culturale in cui nasce • occorre rispettare la natura intima della preghiera cristiana, che: - “è un dialogo personale, intimo e profondo, tra l’uomo e Dio. Essa esprime quindi la comunione delle creature redente con la vita intima delle Persone Trinitarie” (MC, 3) (cfr. anche l’altra complementare scheda su: ‘come pregare’) - non si riduce mai a un metodo, che serva a liberarsi dal dolore, o addirittura a star bene fisicamente, ma è un’apertura all’amore di Dio, a quell’amore che non ha esitato davanti alla morte, e alla morte di Croce - per essere autentica, è essenziale l’incontro di due libertà, quella infinita di Dio con quella finita dell’uomo - è sempre realizzata in unione con Cristo, nello Spirito Santo, insieme con tutti i santi per il bene della Chiesa. • Attesi i limiti e i rischi di tali metodi, occorre che il cristiano si ponga in docile ascolto e umile accoglienza di quanto la Chiesa, in particolare attraverso il Papa e i Vescovi, indicano: a loro infatti spetta “di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono” (CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, n. 12). CHE COSA SONO LE GRAZIE MISTICHE? • Sono grazie speciali, conferite da Dio ad esempio “ai fondatori di istituzioni ecclesiali in favore di tutta la loro fondazione, nonché ad altri santi, che caratterizzano la loro peculiare esperienza di preghiera e che non possono, come tali, essere oggetto di imitazione e di aspirazione per altri fedeli, anche appartenenti alla stessa istituzione, e desiderosi di una preghiera sempre più perfetta” (MC, 24). • “Non l’impegno personale, ma l’azio-ne dello Spirito Santo introduce nella contemplazione mistica, un’esperienza di Dio senza concetti, senza immagini e senza parole. L’uomo non può né raggiungerla né farla durare a volontà; può solo prepararsi a riceverla” (CEI, n. 998). QUANTO DURA LA MEDITAZIONE CRISTIANA? L’unione abituale con Dio, che viene chiamata preghiera continua non si interrompe necessariamente quando ci si dedica anche, secondo la volontà di Dio, al lavoro e alla cura del prossimo. “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio”, ci dice l’apostolo (1Cor 10,31) SANT’AGOSTINO al riguardo afferma: “Sappiamo che gli eremiti d’Egitto fanno preghiere frequenti, ma tutte brevissime. Esse sono come rapidi messaggi che partono all’indirizzo di Dio. Così la tensione dello spirito, tanto necessaria a chi prega, rimane sempre desta e fervida e non si assopisce per la durata eccessiva dell’orazione... Lungi dunque dalla preghiera ogni verbosità, ma non si tralasci la supplica insistente, se perdura il fervore e l’attenzione. Il servirsi di molte parole nella preghiera, equivale a trattare una cosa necessaria con parole superflue. Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore. Il dovere della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime che con i discorsi”. IL CRISTIANO, PER LA SUA MEDITAZIONE, PU0’ APPRENDERE ANCHE DALLE ALTRE RELIGIONI? Pratiche di meditazione (come ad esempio lo zen, lo yoga, la respirazione controllata, il mantra…), provenienti dall’oriente cristiano e dalle grandi religioni non cristiane, possono costituire un mezzo adatto per aiutare l’orante a stare davanti a Dio interiormente disteso? “Siccome la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni, non si dovranno disprezzare pregiudizialmente queste indicazioni in quanto non cristiane. Si potrà, al contrario, cogliere da esse ciò che vi è di utile, a condizione di non perdere mai di vista la concezione cristiana della preghiera, la sua logica e le sue esigenze, poiché è all’interno di questa totalità che quei frammenti dovranno essere riformulati ed assunti. Tra di essi si può annoverare anzitutto l’umile accettazione di un maestro esperto nella vita di preghiera e delle sue direttive; di ciò si è sempre avuto consapevolezza nell’esperienza cristiana sin dai tempi antichi, dall’epoca dei padri del deserto. Questo maestro, esperto nel sentire cum ecclesia, deve non solo guidare e richiamare l’attenzione su certi pericoli, ma, quale padre spirituale, deve anche introdurre in maniera viva, da cuore a cuore, nella vita di preghiera, che è dono dello Spirito Santo” (MC, 16). Il Primicerio della Basilica dei SS. Ambrogio e Carlo in Roma Mons. Raffaello Martinelli | ||||
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John Hopkins è nato a Syracuse, New York, Stati Uniti, il 10 dicembre 1960. È entrato a far parte della Legione di Cristo nel settembre 1979. È stato direttore dei gruppi giovanili a Monterrey, Messico, dove ha inoltre prestato servizio come orientatore vo-cazionale. Ha avuto quest'incarico anche negli Stati Uniti. Ha diretto gruppi giovanili universitari a Roma. Attualmente è orientatore vocaziona-le e direttore di gruppi laici negli Stati Uniti.
Chi può capire un fratello maggiore che vuole abbandonare tutto per essere sacerdote? Mi è costato non poco immaginare sacerdote mio fratello. La mia unica consolazione fu che non mi a-vrebbe più dato fastidio a casa. Mi colpiva molto pensare che non avremmo più litigato, giocato a hockey su ghiaccio o partecipato insieme alle feste. Sentii l'obbligo morale di divertirmi per tutti e due mentre lui avrebbe potuto dedicarsi all'ufficio di preghiera. L'unica cosa che non sapevo era che Dio aveva altri progetti per me e la mia famiglia. L'idea della vocazione religiosa sembrava qualcosa di molto strano alla nostra famiglia. I miei genitori non affrontarono mai questo tema direttamente. Potevamo immaginare che Peter riuscisse a diventare un buon venditore; Edward un giocatore di hockey su ghiaccio o un uomo d'affari; Mimi (Marian) un'attivista; Stephen un avvocato sulle orme di nostro padre. Io volevo essere un politico. Sapevamo di poter contare sull'appoggio totale dei nostri genitori qualunque carriera avessimo scelto. La cosa più importante non era tanto la nostra professione, ma la nostra vita come autentici cattolici in mezzo ad un mondo più o meno ostile ai nostri valori.
I nostri genitori ci trasmisero due valori che sarebbero stati fondamentali nelle nostre vite future. In primo luogo lottare sempre per un ideale, cercando di essere uomini di principi. Per loro essere cattolici o cristiani significava sempre aspirare ad una vita differente da quella dei più. Non avremmo potuto conformarci ad una vita facile. Essere buoni non era sufficiente. La Chiesa ed il mondo si trovavano in una situazione che richiedeva la lotta dei propri figli. Lottare non nel senso di polemizzare, ma in quello di lavorare positivamente e costruttivamente. I miei genitori hanno vissuto questo ideale in prima persona, insegnando catechismo. Mio padre offre i suoi servigi di avvocato al movimento Pro-Life e mia madre è la responsabile di un centro, che si chiama Birthright, che appoggia donne incinte che non vogliono abortire. Ci proponevano come esempi, giganti della fede come il cardinale Mindszenty, primate di Ungheria, Monsignor Walsh, exprigioniero nella Cina comunista e padre Miguel Pro, martire messicano. Ogni giorno li ricordavamo nelle nostre preghiere serali.
Il secondo valore che ci insegnarono fu il sacrificio. Per essere felici nella vita bisogna sacrificarsi. Sapevamo di poter contare sui nostri genitori in tutto senza che importasse quanto questo sarebbe costato. La loro vita era dedicata alla famiglia. Con un simile esempio non ci sembrò strana l'idea di offrire la vita intera a Dio. Gli anni della mia adolescenza furono pieni di contrasti. Gli sports, soprattutto hockey su ghiaccio, sci e motocross, dominarono i miei interessi quasi quanto la vita di società. Tutto ciò esercitava un notevole influsso sulla mia vita, ma, nello stesso tempo, sperimentavo una sensazione di vuoto che soltanto Dio poteva colmare. Cominciai ad assistere alla messa e a ricevere la comunione ogni giorno.
Il ruolo svolto dai miei fratelli durante questo periodo fu vitale. Frequentemente pensavo che se i miei fratelli riuscivano a vivere la fede in mezzo ad un ambiente ostile, anch'io lo potevo. Mi diedero l'esempio validissimo di come godere del mondo senza mai contrastare i principi cattolici. Non volevo essere un individuo di quelli rari che hanno paura ad andare alle feste o a ballare, ma nemmeno volevo comportarmi come i miei amici. Nel penultimo anno di liceo mio fratello maggiore Peter decise di entrare a far parte della Legione di Cristo. Provai una sensazione di orgoglio per la sua generosità e, nello stesso tempo, mi sentivo confuso per la mia ignoranza perché non sapevo con chiarezza cosa fosse la vocazione. Prima di entrare nella Legione mi regalò il suo rosario con la condizione che recitassi per lo meno un mistero al giorno. La sua vocazione era qualcosa che gli apparteneva, un aspetto che mai avrei compreso (per lo meno così pensai in quei momenti) e qualcosa che, allora, non solo non costituiva una possibilità per me, ma neppure qualcosa a cui potessi addirittura pensare. Durante il periodo in cui Peter rimase nel noviziato di Orange, Connecticut, tutti insieme andammo a visitarlo. Così conobbi la Legione ed i suoi membri; e cominciai a pensare che quel gruppo di uomini si preparava davvero ad esercitare un'influenza profonda e concreta sul mondo. Finalmente giunsi alla conclusione che non c'era nulla di più degno nella vita che essere legionario. Ma, certo, questo andava bene per i legionari. La possibilità di una chiamata da parte di Dio mi avrebbe causato allora una combinazione di incredulità e risate.
Nel gennaio del mio ultimo anno di studi pre-universitari, durante una visita al noviziato, Peter mi guardò pieno di convinzione e mi chiese: "Quando entrerai nel noviziato?". Mi sentii come se qualcuno mi avesse scaricato addosso una tonnellata di pietre. "Io legionario? Si, forse quando avrò ottant'anni e mia moglie sarà morta!" gli risposi. Ma qualcosa al mio interno mi diceva: "E perché no, se è la cosa più degna che si può fare con la propria vita?". Durante i seguenti cinque mesi cercai di fuggire, di scappare. Non persi ne u-na festa ne un ballo. Visitai varie università, da New York alla California, cercando di convincermi che lì avrei potuto maturare sufficientemente. Ma mentre il tempo passava cresceva la convinzione che sarebbe stato troppo facile perdere la vocazione in ambienti come quelli. Se realmente avevo una vocazione sacerdotale, tanto valeva scoprirlo subito. Così decisi di recarmi al centro di formazione dei candidati della Legione di Cristo per assicurarmi del fatto che non avevo affatto la vocazione. Era necessario comunicare ai miei genitori questa decisione. Che cosa avrebbero detto sulla mia intenzione di entrare a diciotto anni? Un giorno dissi loro che forse avrei aspettato un anno prima di iniziare gli studi universitari. Prima che potessero rispondere qualcosa, aprii la porta e me ne andai. Quando finalmente dissi loro chiaramente ciò che avevo intenzione di fare, mi dissero che mi a-vrebbero appoggiato incondizionatamente, ma mi accorsi di quanto questo costasse loro. Durante il periodo trascorso come candidato non riuscii a convincermi del fatto che non avevo una vocazione. Di fatto mi sentivo molto a mio agio in quel genere di vita. Anche se sapevo di star perdendo la battaglia, non mi arresi nello sforzo di convincermi che non avevo vocazione. Finalmente mi decisi ad entrare nel noviziato per "un anno". Prima di entrarvi ritornai alcuni giorni a casa e repentinamente mi resi conto che non sarei potuto essere felice se non nella Legione. Da quel momento non ho più dubitato dell'esistenza della mia vocazione. Non tutto è stato sempre facile, ma non ho mai perso l'intima convinzione che Dio mi avesse chiamato. Seguire il noviziato di Orange in condizioni difficili ha creato un ambiente di "fondazione". Ci piacque molto poter offrire al Signore le nostre carenze materiali. In realtà non davamo loro molta importanza. L'unica cosa importante di fronte alle generazioni future era la nostra fedeltà. Prima di rendermene conto mi trovai a Salamanca cercando di parlare con le mani mentre la lingua si abituava agli strani suoni dello spagnolo. Anche se gli studi sono stati difficili, l'esperienza del carattere internazionale della Legione mi ha aiutato ad aprire gli orizzonti. Forse è stato l'anno più difficile per gli studi a causa della lingua, ma, a parte ciò, penso che sia stato anche uno dei momenti di maggior crescita nella mia vocazione. Giungere a Roma significò un ulteriore ampliamento d'orizzonte. Trovarmi tanto vicino al Santo Padre, contemplare la Chiesa nella sua universalità e vivere nella stessa casa del nostro Padre Fondatore, tutto ciò mi diede ancor più stimoli per una buona formazione.
Molta gente mi ha chiesto come sia possibile che nella mia famiglia vi siano state quattro vocazioni. Io sempre dico che ve ne sono sette. Oltre ai miei due fratelli legionari e ad una sorella domenicana, mio fratello Stephen ha una vocazione forte e concreta come laico convinto che lavora in molte forme per la Chiesa. Dico anche che i miei genitori sono stati chiamati da Dio per una missione altrettanto degna della vocazione religiosa. Perché in una famiglia di cinque figli quattro si sono consacrati a Dio? È un mistero a cui solo Dio può rispondere. Già molto tempo fa capii quanto fosse inutile cercare ragioni puramente umane. | |||
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Quando percepiamo che la nostra vita spirituale è una realtà importante e con generosità vogliamo corrispondere al progetto che Dio ha pensato per noi allora il cercare una guida è non soltanto opportuno ma per di più indispensabile.
Un compagno di viaggio, un addetto ai lavori che come strumento mi aiuta a capire e a discernere la volontà di Dio per me. Un intermediario che non fa la partita al posto mio, semmai come allenatore mi prepara , mi sprona e dal suo punto di vista mi aiuta a stare al meglio in campo.
Anche in questo caso ti consiglio un colloquio costante e ben preparato con la persona che il Signore ti ha fatto incontrare. Ogni due, tre settimane incontrati con questo strumento di Dio e porta avanti un programma di vita ben ordinato e ben tracciato. La fede ci insegna che nella direzione spirituale ci sono tre persone: la presenza del Signore e laiuto dello Spirito Santo ci aiutano e ci accompagnano nel discernimento.
Dovremmo indicare, anche se brevemente, qualità per un buon direttore spirituale e per una buona direzione spirituale. Lo vedremo più avanti, basti ricordare che non si tratta di un amicone con il quale confidarsi e trascorrere un buon momento insieme per chiacchierare.
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Roberto chiede: Sento che Dio mi chiama ad una vocazione o ad essere un ministro dei giovani nella Chisa Cattolica, Dovrei frequentare una scuola Cattolica se fosse a me possibile? Caro Roberto: Apparentemente sembrerebbe la cosa più logica da fare, specialmente se cè una forte identità Cattolica nella scuola, la fede viene insegnata in accordo al nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, ed avrai, quindi, ampie possibilità di praticare I Sacramenti. | |||
| CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 19 gennaio 2007 (ZENIT.org). | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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La Chiesa ha oggi bisogno di sacerdoti con una seria formazione umana, culturale e spirituale, ha affermato questo venerdì Benedetto XVI nel suo incontro annuale con la comunità del Collegio Capranica di Roma. In questo seminario, fondato 550 anni fa, si formano candidati al sacerdozio della diocesi di Roma e di altre diocesi dell’Italia e del mondo. “La qualità del clero dipende dalla serietà della sua formazione”, ha affermato il Papa ripercorrendo la storia del seminario, che ha avuto tra i suoi alunni Papi come Benedetto XVI e Pio XII. Oltre agli studi, ha osservato, i seminaristi devono ricevere una “formazione integrale, incentrata sulla dimensione spirituale”, che ha “come pilastri i Sacramenti dell’Eucaristia – quotidiana – e della Penitenza”. Grande importanza ha anche “l’educazione caritativa”, ha avvertito. In definitiva, ha spiegato, la Chiesa ha optato per i suoi futuri sacerdoti per “una seria formazione umana, culturale e spirituale, aperta alle esigenze proprie dei tempi e dei luoghi”. [Ulteriori informazioni sul Collegio Capranica su http://www.almocollegiocapranica.it] | ||||
| ROMA, venerdì, 19 gennaio 2007 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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I VANGELI SONO RACCONTI STORICI? Prima di iniziare il racconto della vita di Gesù, l’evangelista Luca spiega i criteri che l’hanno guidato. Egli assicura di riferire fatti attestati da testimoni oculari, appurati da lui stesso con «ricerche accurate», perché chi legge si possa rendere conto della solidità degli insegnamenti contenuti nel Vangelo. Questo ci dà l’occasione di occuparci del problema della storicità dei Vangeli. Fino a qualche secolo fa, non esisteva nella gente il senso critico. Si prendeva per storicamente accaduto tutto ciò che veniva riferito. Negli ultimi due o tre secoli, è nato il senso storico per cui, prima di credere a un fatto del passato, lo si sottopone a un attento esame critico per accertarne la veridicità. Questa esigenza è stata applicata anche ai Vangeli. Riassumiamo le varie tappe che la vita e l’insegnamento di Gesù hanno attraversato prima di giungere fino a noi. Prima fase: vita terrena di Gesù. Gesù non scrisse nulla, ma nella sua predicazione usò alcuni accorgimenti comuni alle culture antiche, le quali facilitavano molto il ritenere un testo a memoria: frasi brevi, parallelismi e antitesi, ripetizioni ritmiche, immagini, parabole...Pensiamo a frasi del Vangelo come: «Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi », «Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione...; stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita» (Mt 7,13-14). Frasi come queste, una volta ascoltate, anche la gente di oggi difficilmente le dimentica. Il fatto dunque che Gesù non abbia scritto lui stesso i Vangeli non significa che le parole in essi riferite non siano sue. Non potendo stampare le parole sulla carta, gli uomini antichi se le stampavano nella mente. Seconda fase: predicazione orale degli apostoli. Dopo la risurrezione, gli apostoli cominciarono subito ad annunciare a tutti la vita e le parole di Cristo, tenendo conto dei bisogni e delle circostanze dei diversi ascoltatori. Il loro scopo non era quello di fare della storia, ma di portare le persone alla fede. Con la comprensione più chiara che ora ne avevano, essi furono in grado di trasmettere agli altri quello che Gesù aveva detto e fatto, adattandolo ai bisogni di coloro a cui si rivolgevano. Terza fase: i Vangeli scritti. Una trentina d’anni dopo la morte di Gesù, alcuni autori cominciarono a mettere per iscritto questa predicazione giunta fino a essi per via orale. Nacquero così i quattro Vangeli che conosciamo. Delle molte cose giunte fino a loro, gli evangelisti ne scelsero alcune, ne riassunsero altre, altre infine le spiegarono, per adattarle ai bisogni del momento delle comunità per le quali scrivevano. Il bisogno di adattare le parole di Gesú a delle esigenze nuove e diverse influì sull’ordine con cui i fatti sono raccontati nei quattro Vangeli, sulla diversa colorazione e importanza che rivestono, ma non ha alterato la verità fondamentale di essi. Che gli evangelisti avessero, per quanto era possibile in quel tempo, una preoccupazione storica e non solo edificante, lo dimostra la precisione con cui situano la vicenda di Cristo nel tempo e nello spazio. Poco più avanti, Luca ci fornisce tutte le coordinate politiche e geografiche dell’inizio del ministero pubblico di Gesù (cfr. Lc 3,1-2). In conclusione, i Vangeli non sono libri storici nel senso moderno di un racconto il più possibile distaccato e neutrale dei fatti accaduti. Sono però storici nel senso che quello che ci trasmettono riflette nella sostanza l’accaduto. Ma l’argomento più convincente a favore della fondamentale verità storica dei Vangeli è quello che sperimentiamo dentro di noi ogni volta che siamo raggiunti in profondità da una parola di Cristo. Quale altra parola, antica o nuova, ha avuto mai lo stesso potere? | ||||
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