| 25 Dicembre 2006 |
Anno II,, Numero 28 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 10 dicembre 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Pubblichiamo le parole pronunciate da Benedetto XVI questa domenica davanti a decine di migliaia di fedeli riuniti in piazza San Pietro in Vaticano in occasione della recita della preghiera mariana dell’Angelus. * * * Cari fratelli e sorelle! Questa mattina ho avuto la gioia di dedicare una nuova chiesa parrocchiale, intitolata a Maria Stella della Evangelizzazione, nel quartiere del Torrino Nord di Roma. E’ un avvenimento che, pur riguardando di per sé quel quartiere, acquista un significato simbolico all’interno del tempo liturgico dell’Avvento, mentre ci prepariamo a celebrare il Natale del Signore. In questi giorni la liturgia ci ricorda costantemente che "Dio viene" a visitare il suo popolo, per dimorare in mezzo agli uomini e formare con loro una comunione di amore e di vita, cioè una famiglia. Il Vangelo di Giovanni esprime così il mistero dell’Incarnazione: "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi"; letteralmente: "pose la sua tenda in mezzo a noi" (Gv 1,14). La costruzione di una chiesa fra le case di un paese o di un quartiere d’una città non evoca forse questo grande dono e mistero? La chiesa-edificio è segno concreto della Chiesa-comunità, formata dalle "pietre vive" che sono i credenti, immagine tanto cara agli Apostoli. San Pietro (1 Pt 2,4-5) e san Paolo (Ef 2,20-22) mettono in risalto come la "pietra angolare" di questo tempio spirituale sia Cristo e che, stretti a Lui e ben compatti, anche noi siamo chiamati a partecipare all’edificazione di questo tempio vivo. Se dunque è Dio che prende l’iniziativa di venire ad abitare in mezzo agli uomini, ed è sempre Lui l’artefice principale di questo progetto, è vero anche che Egli non vuole realizzarlo senza la nostra attiva collaborazione. Pertanto, prepararsi al Natale significa impegnarsi a costruire la "dimora di Dio con gli uomini". Nessuno è escluso; ciascuno può e deve contribuire a far sì che questa casa della comunione sia più spaziosa e bella. Alla fine dei tempi, essa sarà completata e sarà la "Gerusalemme celeste": "Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra – si legge nel Libro dell’Apocalisse – … Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo … Ecco la dimora di Dio con gli uomini!" (Ap 21,1-3). L’Avvento ci invita a volgere lo sguardo verso la "Gerusalemme celeste", che è il fine ultimo del nostro pellegrinaggio terreno. Al tempo stesso, ci esorta ad impegnarci con la preghiera, la conversione e le buone opere, ad accogliere Gesù nella nostra vita, per costruire insieme a Lui questo edificio spirituale del quale ognuno di noi - le nostre famiglie e le nostre comunità - è pietra preziosa. Tra tutte le pietre che formano la Gerusalemme celeste, sicuramente la più splendita e pregiata, perché di tutte più vicina a Cristo pietra angolare, è Maria Santissima. Per sua intercessione, preghiamo affinché questo Avvento sia per tutta la Chiesa un tempo di edificazione spirituale e così si affretti la venuta del Regno di Dio. [Dopo l’Angelus, il Pontefice ha salutato in varie lingue i pellegrini presenti. In italiano ha detto:] Seguo con viva preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente, dove a spiragli di soluzione delle crisi che travagliano la regione si alternano tensioni e difficoltà che fanno temere nuove violenze. Una speciale menzione merita il Libano, sul cui suolo, oggi come ieri, sono chiamati a “vivere insieme uomini differenti sul piano culturale e religioso, per edificare una nazione di ‘dialogo e di convivenza’ e per concorrere al bene comune’ (Esortazione Ap.post-sinodale, Una nuova speranza per il Libano, n. 119). Condivido perciò, di fronte ai recenti avvenimenti, le forti apprensioni espresse dal Patriarca, Sua Beatitudine il Sig. Cardinale Nasrallah Boutros Sfeir, e dai Vescovi maroniti nel Comunicato che hanno reso pubblico mercoledì scorso. Insieme a loro, chiedo ai libanesi e ai loro responsabili politici di avere a cuore esclusivamente il bene del Paese e l’armonia tra le sue comunità, ispirando il loro impegno a quell’unità che è responsabilità di tutti e di ciascuno e richiede sforzi pazienti e perseveranti, insieme a un dialogo fiducioso e permanente (cfr ibid. n. 120). Auspico anche che la Comunità internazionale aiuti ad individuare le urgenti soluzioni pacifiche ed eque necessarie per il Libano e per l’intero Medio Oriente, mentre invito tutti alla preghiera in questo grave momento. Giovedì 14 dicembre, nella Basilica di San Pietro, incontrerò gli universitari degli Atenei romani. Cari giovani, vi attendo numerosi per prepararci al Natale invocando dal Signore Gesù il dono della carità intellettuale per tutta la comunità universitaria. Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Poggiardo, Piancamuno, Napoli, Palermo, Caltanissetta, Messina e Delianuova, come pure il Corpo bandistico di Veronella e il gruppo di ragazzi di Roseto degli Abruzzi. A tutti auguro una buona domenica. | ||||
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Gregorio chiede: Caro Padre Giuseppe, Mi chiedevo se mi puoi aiutare con la mia vocazione per vedere se ho la chiamata ad essere un sacerdote. Prego Dio in Chiesa. Mi puoi dire come posso sentire Dio in Chiesa? Sto provando a chiedergli se ho la chiamata ad essere un sacerdote ma non capisco quello che Dio mi dice. Provo ad ascoltarlo ma non lo sento. Puoi dirmi come posso s Caro Gregorio, E bello parlarti. Mi scuso per aver ritardato nel risponderti. Iniziai la risposta immediatamente dopo aver ricevuto la tua lettera, ma, nel formulare la risposta, mi accorsi daver complicato le cose che in effetti sono molto semplici per questo avevo messo da parte la lettera e solamente ora mi sono messo a risponderti. Bisognaricordare che Dio non ci parla solamente quando gli parliamo (come quando preghiamo), ci parla sempre, ed in molti modi differenti. Il modo più importante con cui ci parla è attraverso le parole e lesempio di Gesù ogni parola che leggiamo nel Vangelo ed in ogni cosa che la Chiesa ci dice sullessere fedeli a Lui. Quindi, quando preghiamo e vogliamo sentirlo, non dovremmo cercare di sentire o chiedergli di dirci cose nuove, dovremmo cercare di sentire quello che ha già detto, andare a leggere il Vangelo e sentire quello che Lui ha detto in precedenza. Ci parla anche attraverso quelli che ha messo vicin a noi per aiutarci ed insegnarci la sua via. Quando i tuoi genitori ti dicono di fare qualcosa tu sai che è Dio che vuole che tu faccia quella cosa, quindi quando obbedisci ai tuoi genitori, in verità dici a Dio che lo stai ascoltando. Lo stesso succede quando un Cattolico obbedisce al Papa, sta obbedendo a Dio. E Dio ci parla anche attraverso gli altri. Se vedi qualcuno che ha bisogno daiuto, o un altro ragazzo che non sa nulla di Gesù, e tu cerchi di aiutarlo o dinsegnargli, in verità stai aiutando e sei gentile con Gesù. Per cui, quando preghi Dio per la tua vocazione per vedere se ti vuole come suo sacerdote, non riceverai una risposta come la ricevi da una persona con la quale stai conversando. Ma Dio ti darà risposte in molti modi: anche se leggendo il Vangelo e guardando ciò che Gesù fece pensi di diventare un sacerdote, potrebbe essere Dio che mette quel pensiero nel tuo cuore; o quando vedi quanto la gente ha bisogno di Dio e quanto soffrano senza di Lui, e pensi di dare la tua vita per servirli e dare loro Gesù, può essere Dio che tinvita. Quindi, se questi pensieri entrano la tua mente e desideri sapere se vengono da Dio, dovresti parlare con quelli con i quali Dio si prende cura di te, specialmente i tuoi genitori, o un sacerdote del quale hai fiducia. Loro sapranno aiutarti a capire che cosa Dio potrebbe dire, e quello che puoi fare proprio ora per divenire un sempre miglior amico di Gesù in modo che ti chiami, tu sarai in grado di dire sì e diventare un buon sacerdote. Spero, con questa mia rsposta, daverti aiutato. Che Dio ti benedica entire Dio? | |||
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Anna chiede: Ciao! Stò in questo momento determinando la mia vocazione con un Ordine (o lofarò a breve). Ho pregato moltissimo al riguardo della mia chiamata e sono stata sù e giù per decidere qualè il mio volere e quale il volere di Dio. Ho molte ragioni per sentire che Dio mi chiama ad essere una suora e in questo Ordine. Comunque, quando stavo segretamente determinando in me stessa che cosa fare, era così speciale ed irreale ... ed era semplicemente tra me e Dio. Pregai ed ero COSì sicura della mia chiamata. Avevo tutti i normali segni, il sentirsi a casa, tutti che me lo confermavano, ed altre esperienze. Voglio amare Dio, con tutto il mio cuore e dare a Lui tutta me stessa ... ed essere una testimone per gli altri. Cè un problema, quando rivelo la mia chiamata ad altri, il mistero ed il sognospariscono e mi trovo a chiedermi se sono nel giusto. Mi sento così sicura nel mio cuore dessere nel giusto, ma spesso dubito, mi sento incapace, mi sento immeritevole, mi sembra che alla fine sia solo il mio desiderio, non quello di Dio. Sono così eccitata al pensiero di diventare suora ... e questo mi fà dubitare se faccio la cosa giusta. Voglio dire che le mie ragioni sono di amare Dio completamente ed essere santa, etc., ma è giusto che possa essere eccitata da altre cose come: la testimone che sarò rivestendo labito ed incontrando gente, e la felicità che proverò nel pregare ed amare Dio tutto il tempo, e cose di questo genere? Temo di sentirmi piena di me stessa ... anche se, quando penso al processo che mi ha portata a credere fermamente dessere chiamata, è così chiaro. Mi sento come se vivessi in un sogno, un sogno meraviglioso. Spero semplicemente che sia di Dio non mio. Puoi fare un pò di luce su questi improvvisi dubbi? Cara Anna, La scomparsa del sogno e la comparsa dei dubbi e delle domande aiutano. Come puoi vedere, ti fanno riaffermare quello chè importante e quelli che sono i veri motivi per seguire la tua vocazione. Stai separando i motivi insufficienti e senza valore da quelli very con valore reale. Ti aiuta il riaffermare quello che tu dai più che quello che riceverai. Ti aiuta metterti al centro di te stessa. Come segui la tua vocazione e la vivi incontrerai sulla tua strada molta più purificazione. Leccitazione spumeggiante si calmerà, Tu incontrerai tempi di calma nella preghiere, la gente non ti aiuterà più, alcuni ti criticheranno per labito che porti e per altre ragioni, alcuni ti rigetteranno, etc. ... Tutto questo ti porterà più vicino a Cristo tuo Sposo, ed aiuteràil tuo amore per Lui a diventare più puro e totale. Spero che questo ti sia di aiuto. Che il Signore ti benedica! | |||
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Taddeo chiede: E sbagliato per un seminarista avere dubbi riguardo alla propria vocazione al sacerdozio? Caro Taddeo, Devi essere capace di distinguere la differenza tra paura, domande, umiltà e dubbio. Quando li mettiamo assieme possiamo confonderci, e dipende anche molto da come reagiamo di fronte a loro. E abbastanza normale la paura per il sacerdozio. E assolutamente necessario renderci conto che non ne siamo degni non dicendo semplicemente che lo sappiamo, ma nel nostro cuore essendo convinti che se non fosse per la grazia e la chiamata di Dio, sarebbe presuntuoso prendersene il merito , ed impossibile per noi, perseverare nel nostro impegno come sacerdoti. Riguardo ai dubbi, dobbiamo fare una distinzione e riflettere ulteriormente. Alcuni dubbi possono essere semplicemente Dio che ci parla e che ci guida da un'altra parte, ed altri dubbi possono essere semplicemente delle tentazioni. Il tempo del seminario è un tempo di discernimento. Qualche introspezione deve essere avvenuta prima di iniziare il seminario, ma al seminario, del discernimento addizionale deve essere fatto. Il vescovo, attraverso i suoi rappresentanti, deve analizzare se sei veramente chiamato, poiché lui deve riceverti ed ordinarti per la Chiesa, e tu devi raggiungere la profonda e interna convinzione della tua vocazione ed imparare a poggiare la tua vita su di un gruppo di abitudini, disposizioni e pratiche che ti aiuteranno a perseverare nella tua chiamata. Guardiamo prima di tutto ad alcune cose che non puoi dubitare: Dio chiama alcuni uomini ad essere sacerdoti. Quando li chiama sono uomini normali, con le debolezze classiche di ogni uomo, non li trasforma in angeli. Il sacerdozio richiede sempre sacrificio. E necessario per essere sacerdoti. Sei in seminario ed il nemico di Cristo cerca continuamente di allontanarti da quello che Dio vuole per te. La grazia esiste, cresce sulla natura dell'uomo ma non la sostituisce. Non puoi risolvere i tuoi dubbi da solo. Quando li confronti, hai bisogno dell'aiuto esterno, normalmente nella persona del tuo direttore spirituale. E' in una posizione migliore della tua per formulare le giuste domande ed aiutarti a riflettere, ed in certi momenti per darti una onesta opinione se i tuoi dubbi sono indicativi della tentazione o segno di altro. Ed una volta che i tuoi dubbi sono scomparsi, devi renderti conto che, se per caso, dovessero riapparire sono molto probabilmente il segno della tentazione. Nel frattempo, dai te stesso, il tuo cuore e la tua anima a Cristo nelle tue preghiere e nei doveri del seminario, e sii assolutamente fiducioso che Lui ti guiderà e ti proteggerà. Che Dio ti benedica. | |||
| ROMA, domenica, 24 dicembre 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Natale del Signore Isaia 52, 7-10; Ebrei 1, 1-6; Giovanni 1, 1-18 PERCHE’ DIO SI E’ FATTO UOMO? Andiamo diritti al vertice del Prologo di Giovanni che costituisce il vangelo della terza Messa di Natale, detta “del giorno”. Nel Credo c’è una frase che in questo giorno si recita in ginocchio: “Per noi uomini e per la nostra salvezza, discese dal cielo”. È la risposta fondamentale e perennemente valida alla domanda: “Perché il Verbo si è fatto carne?”, ma ha bisogno di essere compresa e integrata. La domanda infatti rispunta sotto altra forma: E perché si è fatto uomo “per la nostra salvezza”? Solo perché noi avevamo peccato e avevamo bisogno di essere salvati? Un filone della teologia, inaugurato dal beato Duns Scoto, teologo francescano, scioglie l'incarnazione da un legame troppo esclusivo con il peccato dell’uomo e le assegna, come motivo primario, la gloria di Dio: “Dio decreta l'incarnazione del Figlio per avere qualcuno, fuori di sé, che lo ami in modo sommo e degno di sé”. Questa risposta, pur bellissima, non è ancora definitiva. Per la Bibbia la cosa più importante non è, come per i filosofi greci, che Dio sia amato, ma che Dio “ama” e ama per primo (cf. 1 Gv 4, 10.19). Dio ha voluto l'incarnazione del Figlio non tanto per avere qualcuno fuori fuori della Trinità che lo amasse in modo degno di sé, quanto piuttosto per aver qualcuno da amare in modo degno di sé, cioè senza misura! A Natale, quando viene alla luce Gesù Bambino, Dio Padre ha qualcuno amare in misura infinita perché Gesù è uomo e Dio insieme. Ma non solo Gesù, anche noi insieme con lui. Noi siamo inclusi in questo amore, essendo diventati membra del corpo di Cristo, “figli nel Figlio”. Ce lo ricorda lo stesso Prologo di Giovanni: “A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Cristo è dunque disceso dal cielo “per la nostra salvezza”, ma quello che l’ha spinto a scendere dal cielo per nostra salvezza, è stato l’amore, nient’altro che l’amore. Natale è la prova suprema della “filantropia” di Dio come la chiama la Scrittura (Tt 3,4), cioè, alla lettera, del suo amore per gli uomini. Questa risposta al perché dell’incarnazione era scritta a chiare nella Scrittura, dallo stesso evangelista che ha scritto il Prologo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). Quale deve essere allora la nostra risposta al messaggio del Natale? Il canto natalizio Adeste fideles dice: “Come non riamare uno che ci ha amato tanto?”. Si possono fare tante cose per solennizzare il Natale, ma la cosa più vera e più profonda ci è suggerita da queste parole. Un pensiero sincero di gratitudine, di commozione e di amore per colui che è venuto ad abitare in mezzo a noi, è il dono più squisito che possiamo dare al Bambino Gesù, l’ornamento più bello intorno al suo presepio. Per essere sincero, però l’amore ha bisogno di tradursi in gesti concreti. Il più semplice e universale – quando è pulito e innocente – è il bacio. Diamo dunque un bacio a Gesù, come si desidera fare con tutti i bambini appena nati. Ma non accontentiamoci di darlo solo alla sua statuina di gesso o di porcellana, diamolo a un Gesù bambino in carne ed ossa. Diamolo a un povero, a un sofferente e lo abbiamo dato a lui! Dare un bacio, in questo senso, significa dare un aiuto concreto, ma anche una parola buona, un incoraggiamento, una visita, un sorriso, a volte, perché no?, un bacio reale. Sono le luci più belle che possiamo accendere nel nostro presepio. | ||||
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