| 13 Novembre 2006 |
Anno II, Numero 25 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| ROMA, giovedì, 2 ottobre 2006 (ZENIT.org). | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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Da circa un anno monsignor Raffaello Martinelli, Officiale alla Congregazione per la Dottrina della Fede e collaboratore del Cardinale Joseph Ratzinger per 23 anni, ha messo a disposizione dei fedeli presso la Basilica dei SS Ambrogio e Carlo al Corso, a Roma, alcune schede catechistiche su argomenti di attualità, redatte sulla base del Catechismo e di altri documenti pontifici. Con grande meraviglia monsignor Martinelli, che dal 1987 è anche Rettore del Collegio Ecclesiastico Internazionale San Carlo e Primicerio della Basilica di San Carlo al Corso (www.sancarlo.pcn.net), ha constatato che più di 800.000 schede sono state prese dalle persone che sono entrate nella Basilica. Conscia di questa situazione, Antonia Salzano, Presidente dell’Istituto e delle Edizioni San Clemente I Papa e Martire (www.istitutosanclemente.it) ha voluto raccogliere le 33 schede in un CD, ora in vendita presso le librerie cattoliche con il titolo “Catechesi Dialogica su argomenti di attualità”. Considerando la qualità, la competenza e l’utilità di queste schede catechistiche, ZENIT ha deciso di pubblicarne una ogni giovedì. Il tema affrontato questa settimana è: “Che cosa succede con e dopo la morte?”. * * * Da dove ha origine la morte? Dio non ha né voluto né creato la morte così come noi la subiamo oggi. Essa è entrata nel mondo come conseguenza del primo peccato dei nostri progenitori, Adamo ed Eva. Essa è dunque il “salario del peccato” (Rm 6,23). Qual è il senso della morte? • Oggi si tende a censurare e a rimuovere tale realtà della vita umana. Il solo pensiero della morte procura angoscia. Non pensandoci, si ritiene di allontanarla o vincerla. In realtà essa, inesorabile, viene, e può venire in ogni momento, a qualunque età della persona, in qualunque condizione ci si trovi. • Per ogni essere umano, la morte è: - segno del nostro essere uomini; essa appartiene alla condizione umana - il termine della vita terrena - una porta che chiude un modo di vivere per aprirne un altro: non è la fine di tutto - un richiamo alla saggezza del vivere bene il tempo a nostra disposizione - un modo di attuare una fondamentale uguaglianza fra tutti, al di là di appartenenze sociali, condizioni economiche, capacità culturali. • Per il cristiano, la morte è illuminata dalla Parola di Dio che ci offre una luce che rischiara e consola. La morte diventa così: - un porre fine alla vita dell’uomo come tempo aperto per accogliere o rifiutare l’amore di Dio in Cristo - un iniziare la vita eterna, e cioè quel vivere nuovo e per sempre che ha inizio dopo questa vita terrena - un incontrare Dio, Padre e anche Giudice - un possibile modo per esprimere un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo. • È proprio per questa visione cristiana della morte che san Francesco d’Assisi poteva esclamare nel Cantico delle Creature: “Laudato si, mi Signore, per sora nostra morte corporale” (Fonti Francescane, 263). Che cosa succede con la morte? Con la morte, si verifica la separazione dell’anima e del corpo. Il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima, che è immortale, va incontro a Dio per essere giudicata. Essa sarà riunita al suo corpo alla fine dei tempi. Che cosa significa morire in grazia di Dio? Significa morire con la consapevolezza di non avere il peccato mortale sull’anima. Significa morire in pace con Dio e con il prossimo. “Certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui” (2 Tim 2,11). Come è possibile morire con Cristo? È possibile: • vivendo da figli di Dio durante la nostra vita terrena • chiedendo frequentemente perdono a Dio dei nostri peccati mediante il sacramento della Riconciliazione (Confessione) • usufruendo, se possibile, dei due sacramenti istituiti da Cristo per gli ammalati gravi e per quanti stanno per passare da questa vita all’altra: il sacramento dell’Eucaristia come Viatico e il sacramento dell’Unzione dei malati. Come Cristo ha vinto la morte? Distruggendo la causa della morte, cioè il peccato, con la Sua Morte in croce e con la Sua Risurrezione. Come descrivere le condizioni dell’uomo dopo la morte? «Bisogna evitare rappresentazioni immaginarie e arbitrarie che invece di aiutare approfondiscono le difficoltà della Fede cristiana. Le immagini impiegate dalla S. Scrittura meritano tuttavia rispetto. Bisogna ricercarne il senso profondo, evitando il rischio di attenuarle troppo, svuotando della loro sostanza le realtà che esse manifestano» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera su alcune questioni riguardanti l’escatologia). Che cosa avviene dopo la morte? L’anima, separata dal corpo, viene giudicata da Dio in rapporto alla Fede e alle opere compiute. È questo il giudizio particolare, con il quale viene data a ciascuno l’immediata retribuzione per la sua vita terrena. Tale retribuzione consiste nell’accedere: • o alla gioia eterna del paradiso - subito dopo la morte - oppure dopo un’adeguata purificazione (purgatorio). • o alla dannazione eterna dell’inferno. Che cos’è il Paradiso? Il Paradiso è lo stato di felicità piena e definitiva. Tale felicità consiste nel vedere Dio “così come egli è” (1 Gv 3,2), “a faccia a faccia” (1 Cor 13,12). Dio sarà allora conosciuto e amato come la massima, suprema felicità dell’uomo, il fine ultimo e la realizzazione piena delle aspirazioni più profonde dell’uomo. Questo mistero di visione beatifica, di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo, supera ogni possibilità di comprensione e descrizione. La S. Scrittura ce ne parla con alcune immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, casa del Padre, Gerusalemme celeste… Che cos’è il Purgatorio? Il Purgatorio è la purificazione di coloro che muoiono in grazia di Dio, e quindi sono ormai sicuri di poter accedere al Paradiso, ma hanno bisogno di ulteriore purificazione al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del Paradiso. Come noi possiamo aiutare tale purificazione? Dio purifica, con i meriti di Cristo morto e risorto, quanti sono nel Purgatorio, grazie anche alla collaborazione che noi possiamo dare loro. Noi, che siamo ancora pellegrini qui sulla terra, possiamo infatti aiutare i nostri defunti, che sono in Purgatorio: • con le nostre preghiere di suffragio, in particolare partecipando alla celebrazione della S. Messa e anche facendo celebrare S. Messe per loro • con opere di penitenza e di carità • con le Indulgenze, che sono la remissione, concessa da Dio, della pena temporale per i peccati già rimessi quanto alla colpa. Ogni cristiano, pellegrino qui sulla terra, può acquisire, per intervento della Chiesa, tali Indulgenze, se debitamente disposto e a determinate condizioni, e può applicarle ai defunti, in modo tale che questi possano essere sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. Che cos’è l’Inferno? • L’inferno è la dannazione eterna di quanti, per loro libera scelta, muoiono in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio. Gesù esprime tale realtà con alcune immagini: geenna, fuoco inestinguibile, fornace ardente… Sono immagini per descrivere lo stato di sofferenza estrema, di dannazione eterna che colpisce quanti sono nell’inferno. • La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio: soltanto in Lui infatti l’uomo può avere la vita e la felicità, per le quali è stato creato e alle quali aspira. • Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno. Anzi Lui, da buon Padre, vuole che tutti si salvino e giungano nella Sua Casa: il Paradiso. Per questo ha inviato il Suo Figlio morto e risorto. Egli non vuole “che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2 Pt 3,9). Per questo Egli richiama ogni singola persona, durante la sua vita terrena, sia benevolmente sia, qualche volta, anche in maniera forte (come fa ogni buon padre col proprio figlio). E tuttavia, avendo creato l’uomo libero, Dio rispetta le decisioni della persona, e questo soprattutto nel momento cruciale della sua morte. Pertanto è l’uomo stesso che, in piena libertà e responsabilità, si auto-esclude dal Paradiso e, persistendo nel suo rifiuto radicale di Dio, merita l’inferno. Che cos’è il Giudizio finale, universale? È il giudizio che Dio emetterà alla fine dei tempi, alla fine del mondo, quando Cristo “verrà nella gloria con tutti i suoi angeli […]. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri […]. E se ne andranno questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna” (Mt 25,31-46). Con tale giudizio: • Risorgeranno tutti i corpi degli uomini. Ogni corpo, trasformato da corruttibile e mortale in incorruttibile ed eterno, si unirà alla propria anima, condividendo con essa la condizione del Paradiso oppure dell’inferno: condizione che essa ha dal momento della morte del corpo. • Tra tutti i santi del cielo si vivrà una fraterna comunione “estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l’altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come del proprio. Così il gaudio di uno solo sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati” (S. Tommaso d’Aquino, Conferenza sul Credo). • Ci saranno “nuovi cieli e una terra nuova” (2Pt 3,13). L’universo attuale, liberato da ogni schiavitù, sarà un nuovo universo, in cui “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4). • Si realizzerà compiutamente e definitivamente il disegno di Dio di “ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,10). Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28). Quando avverrà il Giudizio finale? Soltanto Dio conosce il giorno e l’ora di tale avvenimento definitivo. Noi sappiamo solo che avverrà ‘nell’ultimo giorno” (Gv 6,39), alla fine di questo mondo. Dove si fonda la nostra fede circa la risurrezione del nostro corpo? Si fonda: • sulla Fede in Dio che “non è un Dio dei morti, ma dei viventi” (Mc 12,27) • su Gesù Cristo, il quale: - ha detto ‘Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11,25) - ha operato alcune ‘risurrezioni’ durante la sua vita terrena: di Lazzaro, del figlio della vedova di Nain, e della figlia di Giairo. Tali ‘risurrezioni’, che erano un ritornare alla vita precedente, erano segno del suo essere ‘la risurrezione”, e prefigurazione del suo risorgere - ha fatto questa solenne promessa prima di morire: “Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14, 2-3) - ha liberamente subito la morte, e la morte di croce, per la nostra salvezza: con la sua morte ha vinto la morte, per sé e per tutti noi - è risorto lui stesso con il suo proprio corpo, trasformato e glorificato: “Se Cristo non è risuscitato […] è vana anche la vostra Fede” (1 Cor 15,14) - è principio, fondamento e certezza anche della nostra risurrezione: Lui è «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1, 18); “Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza” (1 Cor 6,13). Come avverrà la risurrezione dei nostri corpi? Conoscere il modo come avviene la risurrezione supera le possibilità del nostro intelletto. È accessibile solo nella Fede. Qual è la differenza tra la risurrezione del corpo e la reincarnazione? Esiste fra le due un’enorme differenza, in quanto: • la risurrezione non è un ritornare alla vita precedente, ma è un vivere nuovo con un corpo completamente trasformato • ogni vita è unica e irripetibile • “E’ stabilito che gli uomini muoiano una sola volta” (Eb 9,27). In che senso il cristiano muore e risorge ogni giorno? Ogni giorno della vita qui sulla terra è per il cristiano un partecipare alla Morte e alla Risurrezione di Cristo, da un punto di vista: • sacramentale: col sacramento del Battesimo noi moriamo con Cristo al peccato (veniamo da lui liberati dal peccato) e risorgiamo a nuova vita, alla vita dei figli adottivi di Dio, membri di Cristo e della sua Chiesa, tempio dello Spirito Santo • morale: ogni giorno siamo chiamati a fuggire il peccato, a evitarlo, a pentirci e a risorgere da esso, per vivere con gioia ogni momento, da figli di Dio, cercando “le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (Col 3,1). | |||
| ROMA, martedì, 31 ottobre 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Il professor don Mario Toso, Rettore della Università Pontificia Salesiana sostiene che “per intercettare l’humanum e farlo crescere secondo la misura di Cristo, è indispensabile far riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa”. Così ha detto il Rettore Magnifico a ZENIT in una intervista concessa in occasione della pubblicazione, da parte del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, del “Dizionario di Dottrina sociale della Chiesa” (Libreria Ateneo Salesiano, 838 pagine, 35 Euro). Il volume, curato da monsignor Gianpaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e dal professor Enrique Colom, Ordinario di Teologia alla Pontificia Università della Santa Croce, è un Dizionario tematico contenente 160 voci, dal bene comune fino alla xenofobia, che consentono di spaziare in tutta l’area dell’insegnamento sociale della Chiesa. Nell’introduzione, il Rettore della Salesiana spiega che il volume è stato scritto per “offrire, a fronte di un analfabetismo perdurante circa le categorie basilari della Dottrina Sociale della Chiesa” un “sillabario comune”. Come e perché avete deciso di pubblicare il “Dizionario di Dottrina sociale della Chiesa”? Toso: Le ragioni sono molteplici. Anzitutto, si sentiva il bisogno di diffondere, rendendola più accessibile, la sintesi aggiornata della Dottrina sociale della Chiesa (=DSC) finalmente disponibile nel Compendio, pubblicato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel 2004. A tal fine, lo stesso Pontificio Consiglio ha affidato il compito di preparare il Dizionario di Dottrina sociale della Chiesa a sua Eccellenza Monsignor Giampaolo Crepaldi e al prof. don Enrique Colom. Conoscendo l’importanza dell’iniziativa, l’Università Salesiana si è sentita onorata quando le è stata offerta la possibilità di pubblicarlo tramite la propria editrice LAS (Libreria Ateneo Salesiano). Con ciò si è voluto venire incontro all’urgenza, da parte di chi è impegnato nell’educazione alla fede, nell’annuncio e nella testimonianza, di avere nelle mani strumenti atti a concretizzare la dimensione sociale del Vangelo. Si dice senz’altro il vero ripetendo con Giovanni Paolo II che l’insegnamento sociale della Chiesa è elemento essenziale della nuova evangelizzazione. Ma, poi, occorre passare alla pratica, concretizzando simile verità sul piano pastorale e culturale, predisponendo sussidi commisurati agli operatori (presbiteri, religiosi, insegnanti, animatori, ecc.) e ai destinatari (fanciulli, giovani, adulti, professionisti, ecc.). Sicuramente, il Dizionario non è un «alfabeto» elementare della dottrina sociale. É necessario, allora, preparare sussidi più semplici. Penso a video, schede, CD, quali strumenti di presentazione e di comunicazione dei contenuti del magistero sociale per la riflessione personale o di gruppo. Alcuni sussidi esistono già, ma ce ne vorrebbero altri, pensati e realizzati per aiutare le comunità cristiane e anche le famiglie nel loro compito di discernimento e di educazione. Nell’introduzione al volume lei parla di “strumenti per un nuovo umanesimo”. Ci spiega quali sono e perché? Toso: Gli strumenti di un nuovo umanesimo non sostituiscono mai la fede, l’incontro personale con Gesù Cristo, l’esperienza originaria di essere e di sentirsi comunità di persone salvate. Il Compendio e il Dizionario, e le varie sperimentazioni della DSC nel quotidiano possono, invece, rappresentare «luoghi» di prospettazione e di attuazione di una nuova umanità, a misura di quella donata da Gesù Cristo dall’alto della croce: ossia, un’umanità capace di dono, di vincere il male col bene, con il perdono, con la giustizia più grande che è l’amore-agape, in piena comunione con Dio. L’umanità associata definitivamente al destino di Gesù Cristo – Verbo di Dio, principio e fine della storia –, mediante Compendio, Dizionario e altri sussidi offerti dalle comunità locali, può trovare nuove espressioni e concrezioni istituzionali e culturali nella società odierna. Compendio e Dizionario sono strumenti di un nuovo umanesimo, perché propongono, nell’attuale contesto socio-culturale improntato all’individualismo utilitaristico ed immanentistico, un personalismo comunitario e relazionale, aperto alla Trascendenza. Simile personalismo li rende fautori di una morale sociale che, sul fondamento di Dio redentore, irrobustisce la stessa laicità dello Stato; li sollecita a superare il progetto della modernità, che intendeva fondare la morale pubblica muovendo dall’assunto etsi Deus non daretur, e che nel tempo si è dimostrato causa della senescenza degli ethos dei popoli, del loro disperato nichilismo. Inoltre, consente di rispondere alle aporie insite nell’odierna deteologizzazione dell’uomo, ossia di quel fenomeno culturale per cui la persona è letta ed interpretata entro la finitezza e le speranze terrestri, racchiusa in dimensioni meramente biologistiche e naturalistiche, sino a perdere la propria specificità, il proprio volto. Il mancato riconoscimento della trascendenza dell’uomo rispetto alla natura – come avviene ad esempio nelle teorie che disperdono la persona (essere capace di intendere e volere) nella comunità biotica –, inficia ogni progetto morale, nell’impossibilità di trovare un fondamento per la stessa etica ambientale. Ebbene, rispetto a tutte queste prospettive che destrutturano l’antropologia e accentuano la caduta della speranza e della voglia di futuro, Dizionario e Compendio invitano a vivere un umanesimo teocentrico, etico ed eroico dell’Incarnazione. In esso, Dio e l’uomo si danno la mano e cooperano a produrre un’opera, che è per l’appunto divina e umana, e che richiede, da parte della creatura, la forza e la costanza dell’amore e delle virtù, non escluso il martirio. Il prototipo di uomo richiesto da tale umanesimo è il santo e può attuarsi solo con i mezzi che la spiritualità cristiana chiama «mezzi della croce», ossia le sofferenze redentrici vissute interiormente giorno dopo giorno, donandosi senza preclusioni a Dio e agli altri, sull’esempio di Gesù Cristo. Lei fa riferimento ad un umanesimo non ridotto al bello materiale ed edonista, ma alla Trascendenza. Sta parlando del bello morale o si riferisce a qualcos’altro? Toso: Quando si parla di umanesimo aperto alla Trascendenza, non ci si riferisce solo alla sua dimensione di bello morale. Dio è soprattutto puro Atto di Essere. É Vero, è Bene. È Uno e Trino, Comunione di Persone. È Vita ed Amore che si comunicano alle persone. È Bellezza perché è Bene. È Bene, perché è Essere, Verità, Unità e Pluralità di Persone, che vivono una Comunione infinita d’Amore. Se, dunque, l’umanesimo si apre a Dio, alla ricchezza della Comunità di vita e di amore delle Persone divine, la Trascendenza che lo pervade e lo possiede dall’Alto è pluridimensionale, secondo la molteplicità dei vari trascendentali che caratterizzano in maniera diversa la creatura e il Creatore-Redentore. Le persone vivono la trascendenza pluridimensionale che le lega a Dio mediante un rapporto di libertà e responsabilità. È grazie a tale rapporto, vissuto positivamente, che gli umanesimi portano in sé il principio del loro perenne rinnovamento e del trascendimento di ogni loro realizzazione socio-temporale. L’umanesimo cristiano feconda, dunque, le società non facendosi portatore di semplici istanze etiche, bensì come torrente di vita strutturata a tu che proviene da Dio e che inonda pratiche di vita, istituzioni, ethos e culture. Simile vita scorre nelle persone e nelle società perché Dio, con l’incarnazione del Figlio e per opera del suo Spirito, abita tra gli uomini e li rende partecipi della sua Trascendenza. | ||||
| VERONA, sabato, 21 ottobre 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Introduzione Ci sono molti modi di parlare di spiritualità. Vorrei evitare quello che tende allo spiritualismo, quasi rifugio in un mondo dello spirito in cui tutto risulta perfetto e rarefatto. In questa riflessione, il termine spiritualità vuole conservare il suo originale carattere di vita secondo lo Spirito e il radicamento nell’esistenza quotidiana, con le sue fatiche e le sue tensioni, con i suoi slanci e le sue asprezze, riflettendo così lo spessore di cammini spirituali – personali ed ecclesiali – densi di vita e di mistero. Mi pare che in questo modo sia possibile evitare quell’estenuarsi dei linguaggi della vita cristiana che oggi risultano quasi consunti da un uso troppo generico, o troppo retorico. L’esuberanza del lessico dice quanto sia difficile oggi pronunciare parole spirituali vere, che non abbiano paura né delle incertezze della vita né del riferimento al mistero. Pudore e sobrietà della parola potranno restituire ai nostri linguaggi la possibilità di comunicare l’intensa bellezza di una vita vissuta nella prospettiva del Vangelo. Un’identità purificata Ciò che colpisce nella prima lettera di Pietro e che forse non sempre viene posto nell’adeguato risalto è l’intensa sofferenza che l’autore avverte dentro la comunità cristiana; intrecciata con una più alta speranza e l’esortazione a un amore più forte, la sofferenza della comunità è un dato di fatto che l’apostolo assume. Una riflessione vera e onesta sulla speranza anche per noi non può non prendere le mosse dalla realtà del nostro essere cristiani. I rapidi e accelerati cambiamenti che caratterizzano il mondo in cui viviamo e le ripercussioni che essi hanno sul modo di pensare la vita, di concepire la persona e la dimensione religiosa di essa, oggi sono vissuti con crescente consapevolezza dalle comunità cristiane. Nel senso di disagio che molti cristiani sperimentano è chiara la coscienza delle sfide da affrontare per essere Chiesa oggi: l’incontro con i fedeli di altre religioni; il confronto con un mondo laico che tende a relegare la fede nello spazio delle questioni private; la tentazione di chiudere il cristianesimo dentro una cultura; la fatica di comunicare con persone apparentemente indifferenti ad ogni dimensione di profondità, che nei momenti duri della vita mostrano la disperata sofferenza di un’esistenza chiusa negli orizzonti terreni. Merita un cenno in più la percezione, in molte persone, della “fatica di vivere”; la difficoltà di stare in relazione con un contesto frammentato e disperso; la sofferenza per la perdita di una possibile unità interiore: esperienze che rischiano di renderci stranieri a noi stessi. Questioni nuove e difficili, che chiedono una conversione fatta anche di apertura alla novità, capace del coraggio di una nuova elaborazione del profilo di un cristianesimo per questo tempo. Non basta una fede più generosa; occorre oggi una fede disposta ad abbandonarsi all’azione dello Spirito e a spendere il talento di un’intelligenza spirituale creativa. Si intuisce l’esigenza di tutto questo, ed essa mette a nudo le debolezze del nostro essere cristiani: la gracilità della fede dei credenti; la difficoltà delle comunità di mostrarsi come case accoglienti di tutti; la stanchezza di un modello pastorale articolato e complesso, ma non sempre in grado di interpretare la vita e di accompagnarla in percorsi di unità; di restare fedele ad un cattolicesimo popolare che ha nella parrocchia la sua struttura più forte. La difficoltà a capire un mondo che cambia e la durezza del confronto con esso ha generato in molte comunità e in molti cristiani, soprattutto coloro che sono più impegnati nell’attività pastorale, frustrazione per il senso di inefficacia della propria azione; stanchezza, per un’attività che sfocia sempre più spesso nell’attivismo, esito di una generosità un po’ affannata e un po’ impaurita; chiusura delle comunità su se stesse, troppo concentrate sulle proprie attività, progetti, iniziative. Nell’odierno contesto socio-culturale, i cristiani si sentono estraniati, resi estranei ad un mondo con cui forse si sono troppo identificati e che non c’è più, ma anche provocati da questa situazione a riscoprire la loro natura di stranieri da questo mondo, perché stranieri ad ogni mondo. C’è un percorso di grazia nella realtà attuale: quello che ci porta a riscoprire il paradosso del nostro essere, come cristiani, stranieri pur dentro un mondo in cui siamo cittadini; pur accanto a donne e uomini di cui ci sentiamo fratelli. Il dono di questo tempo è per noi quello di assumere la percezione dell’essere stranieri non come esito di un’espropriazione di identità, ma come frutto di un’identità riscoperta in forma più pura e più profondamente nostra: quella pasquale dell’amore che si dona, assunta e vissuta come fonte di pienezza per tutti. Una vita che profuma di Vangelo Alla testimonianza dei singoli credenti e delle comunità si chiede oggi di far emergere il profilo di un cristianesimo per questo tempo, di elaborare modelli di vita credente per l’esistenza ordinaria e quotidiana. I tempi difficili sono quelli in cui occorre radicarsi nell’essenziale, mettendo qui più in profondità le radici. La prima lettera di Pietro ci invita a ritrovare l’essenziale nel Signore Gesù, la pietra viva che può rendere stabile e forte la nostra stessa esistenza. L’essenziale è lui: il suo mistero in cui immergerci; la sua parola cui alimentare un pensiero che abbia la forza della Verità; la sua pasqua, in cui radicare un modo di amare libero e capace di totale dedizione. Così, con il cuore in Lui, rigeneriamo la nostra volontà di amare questo mondo; con lo sguardo fisso in lui, alleniamo lo sguardo a guardare la vita come la vede lui. Vivendo come lui, ricominciamo ogni giorno il cammino, rimessi in piedi dalla misericordia che ama senza merito e diffondiamo nel mondo la speranza che nasce dall’essere amati e che dà speranza amando; la speranza che in noi nasce dalla certezza della risurrezione; dalla promessa che noi e ogni cosa siamo incamminati verso l’Eterno. Stretti a Lui, anche noi diventiamo pietre vive, uomini e donne che testimoniano la Verità in cui credono con convinzione e con mitezza; la cui discrezione è sinonimo di ascolto e rispetto e non di timore. Persone capaci di dialogo con tutti e che esprimono la loro fede nell’amore. Dio è Amore. Questo ci ha ricordato Papa Benedetto con la sua prima enciclica. Dunque Dio ci ama. Dio ama ogni uomo e il mondo per il quale ha dato il Figlio. Vivere da cristiani è vivere come il Figlio dato per noi: lo stesso amore totale, che non fa preferenza di persone; quell’amore che nel giorno per giorno diventa parola di fiducia, gesto di misericordia, atteggiamento di attenzione e di gratuità, impegno di condivisione dell’inquietudine e della ricerca di senso e di libertà di tanti fratelli di oggi; quell’amore che ci apre l’accesso alla vita definitiva oltre la morte. Il nostro essere stranieri ci fa persone dallo sguardo lungo, sempre gettato lontano; siamo persone che non si lasciano rinchiudere negli orizzonti del tempo e dunque sanno vedere anche là dove altri non vedono. Vedono il disegno di armonia con cui il mondo e le cose sono usciti dalle mani di Dio e sono rigenerati nella Pasqua di Cristo. È la testimonianza di Giorgio La Pira, che ha saputo “vedere” la pace oltre il conflitto e operare per essa; o quella di Madre Teresa, che ha saputo vedere la dignità da figli di Dio dentro un’umanità devastata dal dolore e dalla miseria. Lo sguardo penetrante dei profeti ha saputo vedere ciò che altri non vedevano; la loro libertà ha dato loro il coraggio di spendersi perché quel disegno si realizzasse. La loro profezia, come quella di tutti i testimoni che ricordiamo anche in questo Convegno, è quella della santità, unica misura secondo cui vale la pena essere cristiani, cammino di coloro che vivono abbandonati al mistero di Dio e con lo sguardo rivolto a Lui. Stretta al Signore Gesù, la vita di ciascuno di noi acquista il profumo del Vangelo e parla. Racconta la bellezza di un’umanità piena e affascinante, che sa reinterpretare le dimensioni fondamentali dell’esistenza alla luce della fede. E così il profumo del Vangelo, che è sovrabbondanza di amore, come nel gesto della donna di Betania, raggiunge i luoghi dell’esistenza quotidiana, al di fuori dei mondi ecclesiastici, per dire nella casa, nella piazza, nella professione, nella scuola, nel posto di lavoro, il fascino, talvolta carico di dramma ma sempre grande, della vita vissuta con il Signore. Eppure questo percorso non è un idillio, non solo perché la strada della libertà da noi stessi è aspra, ma anche perché questo stile di vita ci rende stranieri ad un mondo prigioniero di logiche di morte. È fin dall’inizio l’esperienza dei cristiani che hanno fatto sul serio e che hanno conosciuto l’ultima delle beatitudini: quella che scaturisce, come inevitabile conseguenza, nella vita di coloro che respingono le logiche mondane e si fanno estranei alla lusinga del danaro, all’attrattiva del successo, alla sirena del potere e dell’immagine e si collocano nella folla degli umili, dei miti, dei puri di cuore. Ci sono oggi Chiese che vivono in maniera particolare la loro testimonianza in un contesto di persecuzione e di lotta: in Sudan, in Palestina, in Indonesia, in Cina un numero crescente di cristiani testimonia anche a prezzo della vita che l’amore pasquale è più forte della morte e non si lascia fermare da essa. E quando la violenza si scatena contro di loro, le loro parole di perdono, come quelle di Sr Leonella in Somalia, sono l’esempio di come il vivere con lo sguardo sull’eterno renda capaci di affrontare anche la morte pronunciando parole di vita. Chiesa della speranza Se il nostro tempo chiede un nuovo profilo di cristianesimo, chiede anche un profilo nuovo di comunità cristiana. Anche le comunità in cui viviamo e che qui rappresentiamo hanno bisogno di raccogliersi sull’essenziale, riesprimendone il cuore, cioè l’amore pasquale di Cristo. Pur riconoscendo le buone e molte (forse troppe) cose che oggi le nostre comunità stanno facendo, credo sia necessario rendere più chiaro l’essenziale di cui vive la Chiesa e proporre percorsi concreti perché questo cuore divenga l’esperienza cardine di ogni comunità: -- la Parola di Dio, rivelazione dell’Amore, dono per conoscere il cuore di Dio, per guardare l’esistenza umana dal suo punto di vista; esperienza che pone la coscienza in ascolto, che dispone ad un’obbedienza che dà forma all’esistenza e fa del volto di ciascuno di noi un riflesso in cui a poco a poco prende forma il volto del Signore Gesù; luce per i passi della vita, o mistero da custodire nei giorni dell’oscurità e del silenzio. Le nostre comunità sono chiamate ad essere con più decisione scuole in cui imparare a mettersi in ascolto, in cui conservare la carica “scandalosa” e paradossale della Parola, in cui assaporare il gusto e la libertà del vivere in ascolto di Dio; -- la liturgia, celebrazione dell’amore, da vivere nella festa e nello splendore, come si addice alla lode dell’uomo a Dio, e nella sobrietà che richiede il dialogo della creatura con Lui, da cui riceve in dono l’amore che celebra. Ritualismo e devozioni, che sono tornate ad affermarsi nelle nostre comunità, tendono a rinchiudere Dio nei confini della nostra umanità e del nostro bisogno; la liturgia invece è preghiera che testimonia la fede in un Dio che, mentre si fa vicino, non si mostra che di spalle e così ci attrae a sé, nel suo inafferrabile mistero; -- la comunione, visibilità dell’amore ricevuto da Dio come talento. Trafficato nelle forme della fraternità, del servizio, della solidarietà, della carità operosa, spinge la comunità a vivere nella totalità di un amore che ha il timbro di quello pasquale; a realizzare e mostrare che la Chiesa è chiamata ad essere segno “dell’unità per tutto il genere umano” (LG 1), capofila di un’umanità tutta incamminata verso Dio. Vivere Parola, liturgia e comunione in questo modo, proietta la comunità cristiana oltre se stessa. Così essa vive la sua speranza. Ma sappiamo che la speranza è la virtù più difficile. Il mondo accetta la nostra fede e chiede la nostra carità. Ma la speranza di un oltre è troppo. Come Paolo ad Atene, siamo derisi non per la nostra fede o carità, ma per la nostra speranza. E noi rischiamo di vergognarci di essa facendo perdere alla nostra testimonianza il carattere profetico che dovrebbe appartenerle. Una Chiesa che spera è libera, aperta, coraggiosa, capace di affrontare ogni difficoltà: non senza sofferenza, ma con l’audacia che le viene dal suo sguardo oltre il tempo. La Chiesa della speranza ha la chiave per entrare in comunicazione con le persone di questo tempo: è quella dell’amore, con le sue infinite declinazioni esistenziali: accoglienza, compassione, misericordia, consolazione. Chi si sente amato, è chiamato fuori dal suo isolamento, torna ad avere fiducia, a porsi domande, a guardare oltre. E può credere che c’è una risurrezione dalla morte, se già oggi può incontrarne i segni incerti in questa vita. La Chiesa della speranza sa essere luce sul monte, offrendo un giudizio credente su questo tempo e scoprendone le ambiguità e i limiti, insieme alle risorse e ai semi di bene. Nessun arroccamento sulla difensiva, ma una ricerca libera e senza pregiudizi dei segni dei tempi, del modo in cui Dio parla oggi al suo popolo ed è vivo nella nostra storia. La Chiesa della speranza vuole far giungere a tutti la gioia del Vangelo; per questo cerca di conservare il suo carattere popolare ed universale, senza lasciarsi irretire dalla tentazione di identificarsi con una cultura, accogliendo la sfida epocale del dialogo tra le religioni e facendosene umile protagonista. Laici cristiani, per una vita risorta A metà del cammino decennale della Chiesa italiana che ci vede impegnati a “comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”, ci risulta sempre più chiaro che l’evangelizzazione è portare il Vangelo nei luoghi della vita, soprattutto in quelli che oggi più difficilmente sono raggiunti dall’azione della comunità ecclesiale; per far questo, la Chiesa ha bisogno dei laici (cfr. la relazione di don Franco Brambilla). Per far sentire il profumo del Vangelo, occorre essere vicini alle persone. Solo così si può mostrare la bellezza di una vita vissuta da cristiani e si può collocare la parola evangelizzatrice nella conversazione quotidiana, nei dialoghi brevi, quando il Vangelo può diventare luce sulle gioie e le speranze, le fatiche e le sofferenze di ogni giorno. Il Concilio e il magistero successivo ad esso ci hanno insegnato il valore della vocazione dei laici per la missione della Chiesa e ci hanno consentito di sperimentare la bellezza di una vita da laici che sa resistere sia alla tentazione di esaurirsi nel servizio pastorale sia a quella di immergersi totalmente nelle realtà secolari, senza riferimenti alla comunità. La vocazione laicale, come ogni vocazione, nella comunità cristiana è segno evidente e chiaro di una dimensione che appartiene a tutti e che tuttavia qualcuno interpreta in modo più esplicito di altri: la dimensione della condivisione della vita quotidiana comune, per mostrare a tutti che Dio ama la vita. Tuttavia mi pare che oggi la vocazione laicale, nel modo con cui è interpretata dai laici ed accolta nelle comunità, mostri molti segni di debolezza. L’attuale frammentazione del laicato in una molteplicità di esperienze aggregative rende inoltre difficile far emergere la comune vocazione e debole la voce dei laici nel mondo e nella comunità, facendo più povera la Chiesa stessa dell’esperienza di chi la immerga nella polvere della storia, le apra con fiducia le porte del dialogo con il mondo, la vita, la realtà circostante, il territorio… Mi pare oggi necessario che le diverse espressioni del laicato ritrovino il senso comune della loro vocazione, attraverso percorsi di incontro, di comunione, di reciprocità. La vita dei fedeli laici si svolge nel mondo; il loro cammino spirituale è tutt’uno con la loro responsabilità di trasformare la vita, stando dentro le sue ricchezze e le sue contraddizioni. Abbandonarsi a Dio dentro e attraverso la vita quotidiana è una straordinaria avventura dello spirito: quella che permette di “toccare con mano” il mistero: non solo quello di Dio, ma anche quello della vita. E’ mistero la vita che si accende in una donna, non meno che l’amore umano; è mistero il dolore che ci piega sotto il peso delle domande, o il lavoro con cui umilmente contribuiamo a mandare avanti il mondo; è mistero la morte come sigillo della nostra povertà ma anche come porta che ci apre all’abbraccio definitivo con il Padre. Vivendo la vita di tutti, intravediamo di essa ciò che molti non intuiscono: che essa non è chiusa su se stessa. L’esistenza di ogni giorno conosce la contemplazione come l’ordinaria capacità di stare di fronte al mistero nelle molteplici forme in cui esso si manifesta e negli infiniti luoghi che esso abita. Alla comunità cristiana i laici oggi chiedono che questa loro esperienza spirituale sia non solo riconosciuta, ma valorizzata come dono che è di tutta la comunità. Alla comunità chiediamo che dia valore alla nostra vocazione non solo quando ci impegniamo come catechisti, o animatori, o operatori della pastorale, ma che riconosca innanzitutto il valore della nostra fede spesa nelle situazioni di ogni giorno, quando solo Dio è testimone della nostra azione per costruire il Regno e quando il nostro impegnarci non contribuisce direttamente a sostenere le iniziative pastorali della comunità. Vorremmo che questa nostra esperienza potesse trovare voce e che nelle nostre parrocchie ci fosse spazio per i racconti della missione nella vita quotidiana, sull’esempio di ciò che facevano i discepoli, che tornando dalla missione cui erano stati inviati, raccontavano ciò che avevano vissuto. Se la vocazione dei laici prenderà valore nel futuro delle nostre comunità, ciò accadrà quando esse avranno affrontato la questione della rilevanza ecclesiale dell’azione secolare dei laici cristiani. Mi pare che sia un tema ancora da esplorare in larga parte; tuttavia due percorsi sono chiari già oggi: -- quello della corresponsabilità e del dialogo intraecclesiale. I laici sentono il bisogno di prendere la parola nella comunità, e vorrebbero poterlo fare non in luoghi appartati, riservati ai laici, ma in luoghi ecclesiali, di tutti, contribuendo con la loro esperienza di Dio nel mondo a delineare il volto di comunità aperte alla vita. Il cammino compiuto dagli anni del Concilio ad oggi, se ha potuto far crescere questa esigenza e questo desiderio, significa che ha fatto crescere una maturità, un senso di appartenenza e di partecipazione che chiede di potersi esprimere nei luoghi della corresponsabilità ecclesiale in forme vive, non rituali e non formali. Così sarà possibile contribuire a far crescere, più intensa e feconda, la relazione della Chiesa con il mondo di oggi; -- quello di cammini formativi non strumentali o finalizzati a cose da fare, ma radicati nella forza della Parola di Dio e del magistero della Chiesa; capaci di esplorare nel dialogo e in una comunicazione circolare le strade appassionanti e mai scontate del rapporto tra la vita e la fede; aperti a diventare occasioni di discernimento, in cui insieme si cerca di capire come essere fedeli contemporaneamente al Vangelo e alla concretezza dell’esistenza quotidiana con le sue responsabilità; in cui insieme si affrontano i temi dell’annuncio del Vangelo e della testimonianza nel mondo, veri problemi di cui nessuno ha la soluzione e che necessitano di dialogo, di confronto, di ricerca (cfr LG 37). Così la formazione potrà essere momento di sintesi fra l’impegno pastorale e il discernimento culturale, evitando di proporsi solo come catechesi dottrinale e astratta. L’educazione cui la Chiesa italiana ha scelto di dedicarsi con nuovo impegno (Cft Traccia preparatoria) si radica nel desiderio di aiutare e accompagnare ogni persona nel cammino che le porta a liberare le energie più vive e a riconoscere i doni che porta in sé, per realizzare il capolavoro della propria umanità, che è armonia, unità, libertà, apertura. Così sarà possibile percorrere le strade della ricerca di un senso profondo alla propria vita e alle dimensioni di essa, reinterprentando per questo tempo affetti ed emozioni; famiglia e generazione; lavoro e cittadinanza; limite e solidarietà. Conclusione La sofferenza delle comunità cristiane di oggi assomiglia ai dolori del parto: attraverso le provocazioni dello Spirito, che passano per le vie della storia umana, la Chiesa si lascia costruire dal Signore: sa che in questo modo sarà ri-generata come nuova e potrà essere sempre giovane della freschezza del Vangelo, contemporanea anche a questo tempo. Mi auguro che insieme, come Chiesa, sappiamo renderci reciprocamente testimonianza della fiducia in un futuro giovane: non sappiamo ancora quali ne saranno i contorni, ma siamo certi che Dio ce ne farà dono. Non importa se per questo dobbiamo passare attraverso i giorni dell’incertezza, del dolore, del silenzio: è il travaglio del parto. Sappiamo anche che, come per la donna, il dolore del dare alla luce si dimentica subito, per la gioia che è venuto al mondo un bimbo (cfr. Gv 16,21). Anche questo è esercizio di speranza. | ||||
| SAN PAOLO, giovedì, 2 novembre 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Il nuovo Prefetto della Congregazione per il Clero della Santa Sede, il Cardinale brasiliano Cláudio Hummes, ha rilasciato alcune dichiarazioni diffuse poche ore dopo la sua nomina in cui afferma che una delle sfide della Chiesa cattolica è cercare maggior rigore nella selezione e nella formazione dei seminaristi. Il Cardinal Hummes ha rivelato che il Vaticano “ha dato orientamenti e questo è ciò che si sta applicando. E’ necessario che nei seminari ci sia una selezione più rigorosa, una formazione più esigente, affinché abbiamo la certezza morale che essi [i futuri sacerdoti] avranno le condizioni per vivere il celibato come la Chiesa chiede loro di viverlo”. Il porporato ha rilasciato queste dichiarazioni nella sua residenza di San Paolo all’agenzia “Reuters” alcune ore dopo che la Santa Sede aveva annunciato il suo nuovo incarico, che lo vedrà a capo del Dicastero vaticano responsabile di circa 400.000 sacerdoti di tutto il mondo. Rispetto agli scandali sessuali legati ai sacerdoti, il Cardinale ha affermato che “quando ci sono dei casi, delle denunce, devono essere esaminati dalla Santa Sede”. Per Hummes, finora Arcivescovo di San Paolo, la perdita di fedeli è un’altra sfida che la Chiesa deve affrontare. “Dobbiamo evangelizzare di più, andare in periferia, di casa in casa. Dobbiamo far visita alle persone. Devono sentire il calore della Chiesa nella quale sono stati battezzati. Devono sentire che faremo tutto il possibile perché possano uscire dalla loro povertà”, ha dichiarato il Cardinale, noto per la sua difesa delle cause sociali. Sulle questioni sociali, e sulla sua lotta in passato per i diritti umani e contro la dittatura, ha affermato: “Per me, tutte le questioni che difendevamo continuano ad essere sacre. La questione di vincere la povertà, dell’impiego, del salario giusto, del diritto dei lavoratori. L’etica continua”, ha affermato, pur riconoscendo che il tempo ha anche portato cambiamenti.
“Il mondo è cambiato. E’ chiaro che io sono cambiato, come tutti noi cambiamo e dobbiamo cambiare con la storia – ha affermato –. Lei non può usare oggi lo stesso discorso e la stessa pratica del 1980”, ha detto riferendosi al sostegno che ha dato alla lotta contro la dittatura militare in Brasile. Il Cardinal Hummes si è detto “ottimista” sulla direzione presa dal pontificato di Papa Benedetto XVI, annunciando “sorprese positive”. Il mondo ha creato un’immagine del Papa che non è reale: “Egli come personalità è un uomo molto intelligente, molto saggio, molto affabile, molto buono”, ha detto. “Il mondo ha fatto di lui una caricatura per il fatto che doveva occuparsi della dottrina della fede e a volte doveva dire ‘Senta, questo non è nella fede’”, ha aggiunto. Circa la Teologia della Liberazione, il Cardinale Hummes ha commentato: “L’origine del conflitto è l’utilizzo dell’analisi marxista all’interno della teologia. Questo ha prodotto un grande disaccordo tra il Papa e alcuni teologi della liberazione che facevano quest’uso. L’analisi marxista porta al materialismo e all’ateismo e anche alla rivoluzione armata”. Il nuovo Prefetto della Congregazione per il Clero ha affermato di aver accolto la notizia come una “sorpresa molto grande”, ricordando la telefonata ricevuta l’8 ottobre dal nuovo Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Tarcisio Bertone.
“La prima cosa che ho sentito che avrei dovuto fare era iniziare a pregare, chiedere a Dio di illuminarmi, perché per me la voce del Papa è la voce di Dio, e quindi era necessario dire di sì”, ha confessato. Dalla sua nomina, Hummes è diventato Amministratore apostolico dell’Arcidiocesi di San Paolo, incarico che manterrà fino alla presa di possesso della prefettura della Congregazione, il che secondo lui avverrà più o meno nell’arco di un mese. Da quel momento, sarà nominato un nuovo Arcivescovo per la diocesi. | ||||
| VERONA, sabato, 21 ottobre 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Pubblichiamo l’intervento di carattere teologico-pastorale tenuto da don Franco Giulio Brambilla, professore straordinario di Cristologia e Antropologia Teologica presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, in occasione del 4° Convegno Ecclesiale di Verona. Don Franco Giulio Brambilla ha incentrato la sua relazione su tre orizzonti tematici: la generazione, la casa e il dibattito pubblico. * * * «Io spero in te per noi»... In te – per noi: qual è il legame vivente fra questo tu e questo noi che solo il pensiero più insistente riesce a svelare nell’atto della speranza? Non occorre forse rispondere che Tu sei il garante di questa unità che lega me a me stesso, o meglio l’uno all’altro, o ancora gli uni agli altri? Più che un garante che assicurerebbe e confermerebbe dall’esterno un’unità già costituita, Tu sei il cemento stesso che la sostiene. Se è così, disperare di me o disperare di noi, è essenzialmente disperare di Te. (G. Marcel) È con intensa emozione che rileggiamo oggi le parole di Gabriel Marcel, scritte l’anno 1942, nel momento terribile e più drammatico della seconda guerra mondiale. Il filosofo della speranza ci dice che sperare è la cosa più personale, ma ciò non è possibile senza tener per mano la speranza degli altri. Nello slancio della comune speranza non solo trapela ciò che attendiamo, ma viene incontro il Risorto stesso. Lui in persona che sostiene il mio e il nostro sperare. La domanda del filosofo sarà come la bussola con cui camminare sulla strada del nostro convenire a Verona. Il Convegno ecclesiale, inaugurato ieri nella cornice splendida dell’Arena scaligera, si colloca nella scia delle precedenti assise della Chiesa italiana, che sono state tre tappe importanti per “tradurre il Concilio in italiano”. In questa luce la relazione introduttiva del Presidente, il card. Dionigi Tettamanzi, ci ha offerto un esercizio di memoria e ci ha indicato alcuni impulsi creativi per il futuro. La scelta del tema per il Convegno di Verona: Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo, ha cercato una sintesi fra il tema della speranza cristiana e la condizione comune dei credenti come testimoni. La speranza nel Risorto prende forma nella testimonianza del credente e della Chiesa. La risurrezione di Gesù è raccontata dai discepoli della prima ora, dalle donne e dagli apostoli, e da tutti coloro che lungo i secoli hanno sperimentato la novità di vita che il Risorto irradia nel mondo. Il tema del Convegno è orchestrato sul canovaccio della Prima lettera di Pietro, una lettera affascinante che ci dona un’immagine dei primi cristiani nella struggente condizione di “stranieri, dispersi” nelle regioni dell’Asia Minore (1Pt 1,1), ma che vivono come “pellegrini” per “rendere ragione della loro speranza” (1Pt 2,11; 3,15). Dire la speranza non è solo un atto dell’intelligenza, ma è un esercizio storico, un compito e un rischio della libertà. Che ha bisogno del tuo e del mio incontro e confronto. Nel tempo di preparazione al Convegno molti hanno già sperimentato i vantaggi e le insidie del tema. Ora, nel momento in cui si dà inizio al Convegno, occorre trovare una capacità di sintesi che metta in campo le migliori risorse dei credenti e delle Chiese d’Italia. Il cattolicesimo italiano ha espresso figure di giganti nella fede e nella cultura, nella santità e nell’operosità sociale, che hanno saputo innervare in modo originale il tessuto civile del paese. Ieri ne abbiamo onorato alcuni nella celebrazione d’apertura, oggi e domani dobbiamo metterci in ascolto della loro memoria per aprire le vie del futuro. È bello lasciarsi guidare dalle parole della Prima lettera di Pietro. Mi sono lasciato ispirare da tre immagini presenti in questo scritto cristiano delle origini: la metafora della generazione, la metafora della casa, la metafora del dibattito (confronto) pubblico nelle diverse situazioni della testimonianza. Possono diventare anche tre piste di ricerca da perseguire nel Convegno e da proseguire nel cammino successivo. 1. “Egli ci ha generati a una speranza viva” (1Pt 1,3) | ||||