| 30 Ottobre 2006 |
Anno II, Numero 24 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| Città del Vaticano (Agenzia Fides) | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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In occasione dell’Incontro del Santo Padre Benedetto XVI con i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità, l’Agenzia Fides pubblica uno Speciale dedicato alla presenza dei Movimenti Ecclesiali nel continente africano. L’Africa, evangelizzata in gran parte nei secoli scorsi, è ancora un continente in pieno sviluppo dal punto di vista della vita cristiana. I missionari, provenienti da diversi paesi, soprattutto europei, hanno seminato la fede e hanno messo a disposizione degli strumenti come i movimenti ecclesiali per aiutare i cristiani di ogni età nella loro vita quotidiana e nel mettere in pratica i valori cristiani nella vita sociale. Oggi, con l’aiuto dei Vescovi e del clero locale, i Movimenti ecclesiali nella Chiesa africana aumentano e si diffondono in quasi tutte le diocesi, assumendo connotazioni diverse. Un passo determinante in questo senso è stato compiuto dopo il Concilio Vaticano II, punto di partenza di una nuova evangelizzazione nella quale devono essere attivi tutti i battezzati. Il Concilio, con il suo ricchissimo patrimonio dottrinale, spirituale e pastorale, ha riservato pagine splendide sulla natura, dignità, spiritualità, missione e responsabilità dei fedeli laici. E i Padri Conciliari, riecheggiando l'appello di Cristo, hanno chiamato tutti i fedeli laici, uomini e donne, a lavorare nella sua vigna: “Il sacrosanto Concilio scongiura ardentemente nel Signore tutti i laici a rispondere volentieri, con animo generoso e con cuore pronto, alla voce di Cristo, che in quest'ora li invita con maggiore insistenza, e all'impulso dello Spirito Santo. In modo speciale i più giovani sentano questo appello come rivolto a se stessi, e l'accolgano con slancio e magnanimità. Il Signore stesso infatti ancora una volta per mezzo di questo Santo Sinodo invita tutti i laici ad unirsi sempre più intimamente a Lui e, sentendo come proprio tutto ciò che è di Lui, si associno alla sua missione salvifica; li manda ancora in ogni città e in ogni luogo dov'egli sta per venire...” (Esortazione finale del Decreto sull’apostolato dei laici, Apostolicam Actuositatem, n. 33). Soprattutto dopo l’Assembla straordinaria del Sinodo dei Vescovi per l’Africa del 1994, l’Esortazione Apostolica postsinodale “Ecclesia in Africa” ha fatto compiere un ulteriore passo in avanti: “Il Concilio Ecumenico Vaticano II può certamente considerarsi, dal punto di vista della storia della salvezza, come la pietra angolare di questo secolo, prossimo ormai a sfociare nel terzo millennio. Nel contesto di quel grande avvenimento, la Chiesa di Dio che è in Africa poté vivere, per parte sua, autentici momenti di grazia. In effetti, l'idea di un incontro, sotto una forma o l'altra, di Vescovi dell'Africa per discutere circa l'evangelizzazione del continente, risale al periodo del Concilio. Quello storico evento fu veramente il crogiuolo della collegialità e un'espressione peculiare della comunione affettiva ed effettiva dell'episcopato mondiale. I Vescovi, in tale occasione, cercarono di individuare gli strumenti adatti per meglio condividere e rendere efficace la loro sollecitudine nei confronti di tutte le Chiese ed iniziarono a proporre, a tale scopo, le opportune strutture a livello nazionale, regionale e continentale” (Ecclesia in Africa, 2). Questo Sinodo ha cercato di dare una visione più concreta della chiesa per i cristiani africani, definendola come una famiglia. Infatti "nella cultura e nella tradizione africane, il ruolo della famiglia è universalmente considerato come fondamentale. Aperto a questo senso della famiglia, dell'amore e del rispetto della vita [...] Le culture africane hanno un senso acuto della solidarietà e della vita comunitaria. Non si concepisce in Africa una festa che non venga condivisa con l'intero villaggio. Di fatto, la vita comunitaria nelle società africane è espressione della famiglia allargata..." (Ecclesia in Africa, 43). L’Esortazione Apostolica “Ecclesia in Africa” ha cercato di dare una visione più africana della Chiesa, definendola come una famiglia, la Chiesa-famiglia di Dio. La famiglia in Africa è importantissima. Tutti i problemi, i progetti e le decisioni si prendono sempre in famiglia. È dunque una cellula centrale dell’organizzazione sociale e sulla quale si può contare per trovare le soluzioni a tante situazioni. I tipi di Movimenti nella Chiesa dell’Africa dipendono molto dalla provenienza dei missionari presenti sul posto. Infatti costoro hanno portato con sé le ricchezze dei propri Paesi per condividerle con la Chiesa locale. Per questo motivo, da un punto all’altro del continente, i Movimenti sono diversi. Ma oggi, soprattutto grazie ai mezzi di comunicazione di massa (la televisione, la radio, i giornali, internet…) che permettono una maggiore apertura e condivisione, la diffusione dei Movimenti nelle diverse diocesi si fa sempre più veloce. Essendo delle organizzazioni generalmente di laici, i Movimenti hanno scopi diversi. Alcuni si indirizzano verso la spiritualità, altri verso la formazione dell’uomo per servire meglio Dio e il prossimo nella vita quotidiana. Altri ancora si rivolgono a specifiche fasce di età, a settori professionali determinati o a particolari situazioni sociali. L’Africa è un continente molto grande, dove la Chiesa locale si sta sviluppando e cerca di rispondere alle attese dei membri della comunità cristiana perché possano vivere il Vangelo in relazione alla cultura locale. Parlare di tutti i movimenti che esistono in Africa non solo non è una cosa semplice, ma quasi impossibile. Di tanti movimenti ecclesiali che giocano un ruolo importante nella vita dei cristiani e per lo sviluppo della Chiesa locale non ci sono notizie sufficienti. Le informazioni che abbiamo raccolto e che presentiamo dimostrano che il lavoro di Evangelizzazione in Africa procede a buon ritmo, e che la Chiesa è un cantiere aperto alla cui missione ogni cristiano può e deve partecipare portando la sua pietra per l’edificazione della Chiesa non soltanto in Africa, ma in tutto il mondo. 1. Movimenti ecclesiali per ragazzi Alcuni movimenti, come i “CV AV” (“Coeurs Vaillants - Ames Vaillantes”) presenti in alcuni paesi africani di lingua francese, o i “lupi e lupetti” che si inseriscono nel grande gruppo degli Scout, sono specializzati nell’educazione religiosa e umana dei ragazzi e ragazze, dai quattro o cinque anni fino ai dodici per lupi e lupetti. Questi movimenti aiutano i ragazzi, crescendo, a sviluppare le loro qualità fisiche, intellettuali e la loro vita cristiana. “CV-AV” è un movimento nato in Francia per opera di don Gaston Courtois, iniziatore del giornale "Coeurs Vaillants" e qualche anno dopo "Ames vaillantes", riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa nel 1936. Il movimento è stato poi rinominato "Action catholique de 1'enfance" ACE (azione cattolica per l'infanzia) con l'obbiettivo di aiutare i ragazzi e le ragazze, da 6 a 15 anni, a diventare apostoli. Il loro motto è "A coeurs vaillants, rien d'impossible" (Ai cuori che vigilano, niente è impossibile). Il movimento, poco dopo il suo riconoscimento, arrivò in Africa, e 1' 8 dicembre 1954 fu stampato per loro il giornale intitolato "Kisito", dal nome del più giovane dei Santi martiri dell'Uganda. In Africa, soprattutto nei paesi di lingua francese, il movimento è diffuso per aiutare i più giovani, attraverso dei responsabili adulti, a scoprire la persona di Gesù e il suo messaggio d'amore per l'umanità. A secondo dell'età, i ragazzi sono riuniti in gruppo per riflettere sulla loro vita a casa, a scuola e nel quartiere, sull'attualità nel mondo e sulla loro fede, per costruire e vivere in un mondo migliore. Il nome di questo movimento cambia da un paese all'altro. Sono chiamati "Gli amici di Kisito" in Mali, ancora CV-AV in Senegal, Togo e in Guinea, ACE in Camerun. Dal movimento escono anche ragazzi e ragazze che, quando hanno l'età richiesta, entrano in altri gruppi e movimenti ecclesiali giovanili, come JEC, SCOUTS, GUIDES, JOC.... In Africa stanno sorgendo oggi Movimenti con una origine locale o adattati alla realtà pastorale particolare, per rispondere meglio alle aspettative della Chiesa locale e della società locale. Così, troviamo il movimento che in alcune province del Camerun è chiamato “Cadets of Mary”, e in Malawi e Burundi si chiama “Legio Mariae”. Il gruppo della “Legio Mariae” è conosciuto e esiste in tanti paesi, ma negli ultimi due citati, la Chiesa ha voluto far scoprire soprattutto ai più giovani (da 1 a 12 anni) la figura della Vergine Maria per amarla sempre di più e prenderla come modello di vita. In Burundi, il Movimento Eucaristico chiamato in origine “Croisade Eucharistique” (Crociata Eucaristica) ha lo scopo di far scoprire ai ragazzi la preghiera e l’adorazione di Gesù Eucaristia. In Malawi, “Achipembedzo” è il gruppo liturgico delle ragazze che eseguono movimenti di danza durante le celebrazioni Eucaristiche, particolarmente al momento dell’offertorio. Alcuni di questi Movimenti destinati ai ragazzi proseguono poi anche nei gruppi giovani ed adulti, assicurando cosi una continuità nella formazione e nell’impegno ecclesiale. 2. Movimenti ecclesiali per giovani E’ la fascia di età in cui si trova il maggior numero di Movimenti nella Chiesa dell’Africa. Infatti, i giovani occupano un posto importante nella vita della Chiesa in Africa, anche perché rappresentano la parte più numerosa della popolazione totale. I giovani hanno più bisogno di aiuto per costruire il loro futuro, ma anche il futuro della Chiesa. I Movimenti più conosciuti per questa età sono gli Scout e le Guide, la Gioventù Studentesca Cattolica e la Gioventù operaia Cattolica. Alcuni Movimenti giovanili, come Scout e guide, si specializzano nell’educazione dei giovani. Lo scoutismo infatti è un metodo educativo nato dagli scritti e dalle intuizioni pedagogiche di Robert Baden - Powell. “L’obiettivo del metodo scout è sviluppare le capacità globali di ogni ragazzo e ragazza in primo luogo educando al senso critico, cioè a saper distinguere il bello dal brutto, l’utile dall’inutile, il necessario dal superfluo per scegliere ciò che è giusto e respingere ciò che è sbagliato. In secondo luogo è un’educazione ai valori fondamentali dell’uomo, come patrimonio inalienabile della persona. In questo processo educativo il fine da raggiungere non può mai giustificare i mezzi utilizzati.” Il movimento Scout è arrivato in Africa, continente nel qual è nata l'idea, poco tempo dopo la sua creazione. In Africa del Sud è già attivo nel marzo 1908, solo 7 mesi dopo il campeggio a Brownsea Island di Baden Powell, punto di partenza del movimento. Oggi in Africa gli Scouts e le Guide lavorano molto nell'ambito dello sviluppo e dell'aiuto alle popolazioni in zone difficili. Organizzati intorno alla Chiesa, gli Scout cattolici intervengono sempre più per migliorare la situazione delle popolazioni, da soli o in coordinamento con altri gruppi di altri paesi del mondo. La Gioventù Studentesca, operaia o contadina ( JEC - JOC -JAC in francese o YCS - YCW - YCF in inglese) si indirizza verso il campo specifico dell’aiuto ai giovani che lavorano o studiano, per far scoprire il loro ruolo nella società e nella Chiesa. Il movimento JEC ha come scopo particolare di “estendere il regno di Cristo, aiutare i cristiani ad essere responsabili nella vita di famiglia e professionale ed essere cristiani veri”. Il fondamento sul quale si basa il Movimento è “vedere, giudicare e agire”. In Africa, dove il tasso di scolarizzazione non è ancora alto, si può riconoscere l'importanza di questo gruppo che aiuta gli studenti a superare le difficoltà ed a costruire un futuro migliore. Tutto ciò vale anche per la Gioventù Operaia che per quella Agricola. Nella chiesa dell'Africa, questi movimenti sono la fonte principale che fornisce giovani catechisti e persone attive nella vita parrocchiale o diocesana. Altri movimenti, come gli “Intamuheba” (“non abbandonerò mai”), lega del Sacro Cuore, in Burundi, aiutano i giovani nel rafforzamento della loro fede e della loro vita spirituale mediante l’adorazione eucaristica, particolarmente ogni primo venerdì del mese. Gli stessi scopi di rafforzamento della fede e di testimonianza si prefigge il gruppo mariano “Dongobi”. "Xaverie" è un movimento nato nella Repubblica democratica del Congo (ex-Zaire) che si ispira alla spiritualità di San Francesco Saverio. Il movimento è presente anche in Angola, Ruanda, Burundi, Congo Brazzaville, Zambia, Tanzania ecc, ed recentemente festeggiato i suoi cinquant'anni. “Chiro” (“Soldati di Cristo”) è presente in Burundi, Ruanda, Sudafrica ed altri paesi vicini: si tratta di un movimento Eucaristico dei giovani. Il leitmotiv di questo gruppo è la preghiera, l'apostolato, il sacrificio e ricevere spesso la comunione. Anche loro hanno festeggiato il loro giubileo dei cinquant'anni. In altri paesi africani sono stati creati gruppi di giovani (ragazzi e ragazze) che si dedicano in particolare alla lettura della Bibbia, alla riflessione e alla sua attuazione nella vita quotidiana, cercando di vedere come mettersi nel migliore modo possibile al servizio della Chiesa e degli altri. 3. Movimenti ecclesiali per adulti Sono quasi gli stessi dei giovani, ma occupano un posto centrale nella vita della Chiesa e della parrocchia nel senso che gli adulti che ne fanno parte sono generalmente i genitori dei ragazzi che frequentano la parrocchia, e la loro partecipazione alla vita della Chiesa locale costituisce un incoraggiamento ed uno stimolo per i più giovani. Tra i più conosciuti abbiamo la “Legione di Maria” che è molto attiva in tanti paesi. In genere i suoi membri si incontrano per il Rosario, durante tutto l'anno e soprattutto in maggio. I membri della Legione quasi sempre sono donne, prendono come modello di vita la Madonna. Oggi in Africa sta crescendo anche l’Associazione delle Donne Cattoliche e quella degli Uomini Cattolici. L’Associazione delle Donne Cattoliche è nata sulla base della consapevolezza crescente del ruolo importantissimo della donna nella vita sociale e della Chiesa in Africa. È un movimento che si interessa della vita religiosa e sociale per dare una visione cristiana ed aiutare a trovare le migliori soluzioni per il bene di tutta la società. Si impegnano anche nell’educazione cattolica dei figli e nella costruzione di una famiglia africana all’immagine della famiglia di Betlemme. Per questo scopo specifico in Burundi è nato anche il movimento “Famiglia di Cana”, i cui membri cercano di attuare nella vita concreta l'ideale della “Chiesa famiglia” partendo dalla piccola famiglia di Giuseppe, Maria e del bambino Gesù. 4. Movimenti ecclesiali generali In questi tipi di movimenti rientrano tutti quelli che non fanno distinzione di età o di occupazione socio-professionale. Il Rinnovamento nello Spirito si sta sviluppando in modo continuo nei paesi africani. Negli ambienti più diversi e senza distinzione di persone, ha suscitato e continua a suscitare un rinnovamento spirituale che trasforma radicalmente i cuori e la vita, orientandoli decisamente verso Dio e, di conseguenza, verso l'uomo. Il Movimento dei Focolari si autodefinisce come “una nuova corrente di spiritualità incentrata sull’amore evangelico che suscita un movimento di rinnovamento spirituale e sociale: la spiritualità dell’unità, spiccatamente comunitaria”. L’Azione Cattolica è un'associazione di laici cristiani, che hanno scelto di mettersi insieme “per capire meglio il valore del vivere da cristiani nel mondo; sono convinti che anche in questa storia complessa Dio è presente con il suo amore e continua ad essere vicino ad ogni donna e ad ogni uomo per attrarli verso un progetto di un'umanità piena e felice” . Nelle associazioni e nei gruppi di Azione Cattolica si impara alla scuola della Parola di Dio e del Magistero della Chiesa a prendere familiarità con il mistero di Dio, a vivere da discepoli del Signore, ad amare la Chiesa e a servire la domanda di vita di ogni persona. La parrocchia è il luogo nel quale normalmente le persone di AC trovano il punto di riferimento della loro vita e del loro servizio. La Comunità sant’Egidio è apparsa recentemente nel continente africano dove sta crescendo in proporzione alle tante attività che sta realizzando in tanti paesi. Come Movimento della Chiesa con una spiritualità incentrata sulla preghiera e sull’azione per la costruzione di un mondo di pace e libero dalla povertà, la Comunità di sant’Egidio ha trovato terreno fertile in questo continente, marcato dalle guerre e dalla malattia. Oggi la Comunità è presente in tanti paesi che attraversano un periodo difficile, e dove i suoi membri sono stati facilitatori o mediatori veri e propri in conflitti fratricidi, come in Mozambico, o sono presenti in campi di profughi e nell’aiuto alle vittime di guerre e carestie, come in Sud Sudan, Burundi, ecc. (J.A.S.) | |||
| L'OSSERVATORE ROMANO, Sabato 11 Luglio 1998 | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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La crisi d'autorità esplosa negli ultimi anni nella società civile ebbe pesanti ripercussioni anche in seno alla Chiesa, espresse soprattutto nel dissenso dal Magistero. Il problema è stato affrontato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, indirettamente con la pubblicazione della nuova Professio fidei (1989) e, più direttamente, con l'Istruzione Donum veritatis (24 maggio 1990). Il primo documento, a parte la sua funzione pratica di fornire un nuovo testo per emettere la professione di fede nei casi previsti dalla legislazione ecclesiastica, presenta una novità di carattere dottrinale, con l'aggiunta dei 3 commi conclusivi, allo scopo di meglio distinguere l'ordine delle categorie di verità, con il diverso grado di autorità delle dottrine proposte dal Magistero e il relativo tipo di assenso richiesto ai fedeli. Il secondo affronta più espressamente il tema, come appare dal suo stesso titolo "sulla vocazione ecclesiale del teologo" e dalla trattazione esplicita che ne viene fatta nella IV parte. Una presentazione, per quanto sintetica, dell'Istruzione Donum veritatis, ci porterebbe forse troppo lontano. Anche come premessa al documento che intendiamo illustrare (1), sembra invece opportuno spendere alcune parole sulla Professio fidei. Mentre era stata promulgata con lo scopo di precisare il diverso grado di autorità dei documenti magisteriali e il relativo assenso richiesto, di fatto essa è stata oggetto delle più svariate interpretazioni, di dubbi e esplicite confutazioni, specie per quanto riguarda la categoria di verità contenute nel secondo comma. Particolarmente significativo è il volume del P. Francis A. Sullivan, Capire e interpretare il Magistero. Una fedeltà creativa (Bologna 1997). Partendo dall'affermazione, ormai comunemente riconosciuta, - del resto sottolineata dalla stessa Domum veritatis (n. 17) - della necessità di applicare i principi dell'ermeneutica anche ai documenti del Magistero (cfr 12-13), egli dichiara espressamente che intende "descrivere i criteri che un teologo dovrebbe seguire per assolvere" il proprio compito di "stabilire il grado di autorità annesso alle varie affermazioni del magistero e il corrispondente grado di risposta ad esse dovuto". Nello stesso tempo riconosce di non trovare "modo migliore per farlo che commentare la nuova "Formula di professione di fede"" (p. 22). L'autore passa quindi ad esaminare il tipo di dottrine implicato nei tre commi aggiunti, e il rispettivo livello di risposta richiesto (22-36). In pratica si concentra soprattutto sull'insegnamento della Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, che viene da lui collocato fra le verità contemplate nel terzo comma. In un primo momento si dice colpito dal "linguaggio così forte ... dell'ultima frase della lettera apostolica", ma poi, fondandosi sull'assicurazione del Cardinale Ratzinger "che l'intenzione di Giovanni Paolo II non era quella di parlare ex cathedra", scrive testualmente: "questa affermazione che esclude l'ordinazione delle donne dovrebbe essere posta in vetta a qualsiasi scala di misurazione del grado di autorità esercitato dai Papi nel loro magistero ordinario" (pp. 31-32). La genericità dell'affermazione viene però esplicitata nella Postfazione: "Allora ritenevo che questo giudizio espresso da Giovanni Paolo II, nonostante il linguaggio estremamente forte da lui usato, appartenesse alla categoria del magistero ordinario del Papa. Ovviamente ciò significava che io non ritenevo che la cosa fosse stata infallibilmente definita dal Papa". Aggiunge inoltre che in un articolo pubblicato nel giugno 1994 su The Tablet, aveva scritto che gli sembrava "perlomeno dubbio che il giudizio espresso in questa Lettera papale fosse stato infallibilmente insegnato dal magistero ordinario universale" (p. 203). Nel frattempo la Congregazione per la Dottrina della Fede ha emanato una Risposta a un dubbio (28 ottobre 1995), nella quale si afferma che "la dottrina che esclude l'ordinazione delle donne al sacerdozio fa parte del deposito della fede e che essa è stata infallibilmente insegnata dal magistero ordinario e universale" (2). Lasciato ai biblisti il compito di discutere se effettivamente tale dottrina possa dirsi rivelata da Dio, il P. Sullivan contesta che essa sia stata infallibilmente insegnata. Richiamati, infatti, alcuni esempi di "proposizioni che fino ad un certo momento sembravano costituire l'unamime insegnamento dell'intero episcopato, ma che in seguito all'ulteriore sviluppo della dottrina non fanno più parte dell'insegnamento della chiesa" (p. 204), egli conclude: "La domanda che continuo a pormi è se consta manifestamente che i Vescovi della Chiesa cattolica sono altrettanto convinti di quelle ragioni come lo è evidentemente Giovann i Paolo II e se, nell'esercizio del loro proprio ruolo di giudici e dottori della fede, essi hanno unanimemente insegnato che l'esclusione delle donne dall'ordinazione al sacerdozio è una verità divinamente rivelata alla quale tutti i cattolici sono obbligati a dare un assenso di fede definitivo. A meno che ciò non consti manifestamente non vedo in che modo si possa essere certi che questa dottrina è stata insegnata infallibilmente dal magistero ordinario e universale" (p. 206). Il motivo di tale ossessiva domanda è perché la Congregazione "non ha invocato nessuno" di quei criteri che i documenti ufficiali hanno proposto "per stabilire se una dottrina è insegnata dal magistero ordinario e universale: la consultazione di tutti i Vescovi; l'universale e costante consenso dei teologi cattolici; la comune adesione dei fedeli" (pp. 205-206). In tal modo si dimentica che il valore di un pronunciamento magisteriale non si basa sulle ragion i o sugli argomenti teologici che adduce, ma su un fondamento dottrinale, cosa essenzialmente differente dalle argomentazioni e spiegazioni teologiche. La Risposta a un dubbio ha voluto semplicemente ricordare che il Romano Pontefice, pur non ricorrendo ad una formula tecnica, facendo tuttavia appello al suo ministero di confermare nella fede i suoi fratelli, ha riaffermato e confermato una dottrina proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale, e pertanto "questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa". Il Papa non potrebbe dichiarare in maniera così evidente e formale che una dottrina è da considerarsi come definitive tenenda, se non fosse persuaso di proporre infallibilmente una dottrina appartenente al deposito della fede; ma non spetta né a lui né alla Congregazione per la Dottrina della Fede dimostrare che tale dottrina è manifestamente proposta dal magistero ordinario e universale; tale dimostrazione è lasciata piuttosto alla riflessione teologica, che potrà certamente chiarire e approfondire meglio gli argomenti che sostengono il pronunciamento magisteriale, ma non potrà mai metterlo in dubbio e, peggio, criticarlo. In ogni caso non è il consenso costante e universale dei teologi che permette di stabilire se una dottrina è stata o meno insegnata dal magistero ordinario e universale. Appare dunque evidente la convinzione del P. Sullivan - condivisa però da diversi altri autori, associazioni ecclesiastiche, e perfino da qualche Vescovo - che un insegnamento magisteriale non può considerarsi infallibile se non è definito solennemente da un Concilio o dal Romano Pontefice quando parla ex cathedra; convinzione accompagnata da una non chiara percezione del significato dell'espressione definitive tenenda in rapporto all'actus definitorius. * * * Questo è il contesto che ha dato occasione alla Nota che non si presenta come un nuovo documento aggiunto al testo della Formula di Professione della Fede, ma come una sua illustrazione o interpretazione. Dopo un breve richiamo alle prime formule di fede, già presenti fin dagli inizi della Chiesa, che si sono sempre più sviluppate nel corso dei secoli, la Nota fa innanzi tutto una precisazione a proposito delle "funzioni specifiche e proprie dei soggetti che in essa operano". In altre parole ribadisce che "è chiaro che sulle questioni di fede o di morale il soggetto unico abilitato a svolgere l'ufficio di insegnare con autorità vincolante per i fedeli è il Sommo Pontefice e il Collegio dei Vescovi in comunione con lui" (n.4). Si passa quindi alla interpretazione dei tre commi conclusivi della professione di fede, precisandone rispettivamente l'oggetto insegnato, il modo dell'insegnamento e l'assenso dovuto e la censura nella quale incorre chi non presta detto assenso (nn. 5-11). Una prima differenza riguarda il rapporto delle diverse verità con la divina Rivelazione: quelle del primo comma sono proposte "come formalmente rivelate", in quanto "sono contenute nella Parola di Dio scritta o trasmessa"; quelle del secondo invece non sono "proposte come formalmente rivelate", ma come "necessarie per custodire e esporre fedelmente il deposito della fede". Le une e le altre sono però "insegnate infallibilmente". Infatti - precisa la Nota - anche le verità del secondo comma "sono necessariamente connesse con la rivelazione in forza di un rapporto storico" o "evidenziano una connessione logica, la quale esprime una tappa nella maturazione della conoscenza, che la Chiesa è chiamata a compiere, della stessa rivelazione". Ne deriva una conclusione: "Il fatto che queste dottrine non siano proposte come formalmente rivelate, in quanto aggiungono al dato di fede elementi non rivelati o non ancora riconosciuti espressamente come tali, nulla toglie al loro carattere definitivo, che è richiesto almeno dal legame intrinseco con la verità rivelata" (n. 7) (3). Alla stessa conclusione si giunge dalla precisazione che la Nota fa a proposito dell'atto definitorio o non definitorio: anche se non interviene un atto definitorio ossia "un giudizio nella forma solenne di una definizione" quando il Romano Pontefice conferma una dottrina, dichiarando esplicitamente che essa appartiene al patrimonio del depositum fidei" ed "è insegnata dal Magistero ordinario e universale - che include necessariamente quello del Papa - , essa allora è da intendersi come proposta infallibilmente. La conferma o riaffermazione da parte del Romano Pontefice in questo caso "non è un nuovo atto di dogmatizzazione, ma l'attestazione formale di una verità già posseduta e infallibilmente trasmessa dalla Chiesa" (n. 9). In conclusione, oltre che con atto strettamente definitorio, una dottrina può essere insegnata anche con un atto non definitorio, come nel caso di una dottrina (o prassi legata ad una dottrina) del Magistero ordinario e universale dei Vescovi in comunione con il Successore di Pietro, che può essere confermata o riaffermata come tale dal Romano Pontefice come Capo del Collegio episcopale, senza ricorrere ad una definizione solenne: anche tale dottrina è insegnata infallibilmente e pertanto è definitive tenenda, per quanto non de fide credenda. Ne consegue che, anche se è diversa la "natura dell'assenso dovuto alle verità proposte dalla Chiesa come divinamente rivelate (1° comma) o da ritenersi in modo definitivo (2° comma), è importante sottolineare che non vi è differenza circa il carattere pieno e irrevocabile dell'assenso, dovuto ai rispettivi insegnamenti". L'unica differenza si riferisce alla virtù soprannaturale della fede: "nel caso delle verità del 1° comma l'assenso è fondato direttamente sulla fede nell'autorità della Parola di Dio (dottrine de fide credenda); nel caso delle verità del 2° comma, esso è fondato sulla fede nell'assistenza dello Spirito Santo al Magistero e sulla dottrina cattolica dell'infallibilità del Magistero (dottrine de fide tenenda) (n. 8). Una conferma di tale interpretazione si trova nel Motu proprio promulgato da Giovanni Paolo II il 18 maggio 1998 (4), nel quale vengono fissate alcune norme aggiuntive ai Codici latino e delle Chiese orientali, appunto allo scopo di imporre espressamente l'obbligo di aderire alle verità proposte definitivamente dal Magistero della Chiesa, con l'indicazione delle rispettive sanzioni canoniche. Infatti, ovviando ad una lacuna nella legislazione universale della Chiesa relativamente alla categoria di verità espresse nel secondo comma della Professio fidei, viene introdotta una integrazione codiciale nei cann. 750 e 1371, n, 1 del CIC, e nei cann. 598 e 1436 del CCEO. Si stabilisce pertanto che chi non aderisce a proposizioni insegnate dal Magistero come definitive tenendae, si oppone ad una dottrina della Chiesa cattolica e dovrà essere punito con giusta pena. La Nota esplicita ulteriormente: "Chi le negasse, assumerebbe una posizione di rifiuto di verità della dottrina cattolica e pertanto non sarebbe più in piena comunione con la Chiesa cattolica". Nella parte finale (n. 11), la Nota offre, con finalità meramente indicativa e non esaustiva, alcuni esempi di dottrine relative ai tre commi esposti sopra. Ci basti ricordare che fra esse figura la dottrina sulla ordinazione sacerdotale riservata solo agli uomini. Ci sarebbe pertanto motivo per sperare che in questo determinato campo - e naturalmente anche sui diversi temi specifici elencati - venisse a cessare il dissenso che potremmo definire sistematico dopo un così chiaro insegnamento del Magistero. È vero infatti che non si tratta di un nuovo documento, ma semplicemente di una Nota illustrativa, che comunque si inserisce nella serie di interventi che richiamano con insistenza la necessità da parte dei fedeli, e soprattutto dei teologi, di una adesione più cosciente ai pronunciamenti magisteriali, pur nel riconoscimento del loro ruolo insostituibile. Essa è pur sempre un invito a riflettere, che con l'integrazione apportata ai Codici di Diritto Canonico dal Motu proprio di Giovanni Paolo II acquisisce anche una dimensione legislativa e disciplinare. | ||||
| Santa Sede 13 aprile 1977 | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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I. LETTERA
Reverendo padre, già da tempo la nostra congregazione è in contatto con lei per chiarire le posizioni cristologiche che ha esposto nel suo libro Jezus. Het verhaal van een levende. Avendo costatato che il libro conteneva proposizioni ambigue che potevano risultare pericolose per i suoi lettori, la congregazione, attraverso il card. Willebrands - che aveva informato dell'esame in corso - le indirizzava, fin dal 20 ottobre 1976, una lista di domande riguardanti il contenuto dell'opera e il metodo utilizzato. Il 13 aprile 1977 lei ha risposto a queste domande con una lettera che forniva diverse spiegazioni. Esse non eliminavano tutte le difficoltà, come le fu spiegato nella “valutazione della risposta” che il nostro dicastero le inviò il 6 luglio 1978. Nel frattempo, lei ha pubblicato Gerechtigheid en liefde. Genade en bevrijding, il secondo libro della trilogia sulla cristologia da lei annunciata. Qualche mese dopo, ha fatto pervenire alla congregazione la piccola opera: Tussentijds verhaal over twee Jezus boeken, accompagnato da una lettera che diceva: “In questo piccolo libro mi sono spiegato su certi passaggi un po' oscuri o discussi dei miei libri su Gesù Cristo ... ”. Da un esame attento di quest'ultima pubblicazione risultava che essa conteneva certamente delle precisazioni interessanti, ma ciò nonostante la sua posizione rimaneva ambigua su alcuni punti fondamentali della fede cattolica. Così, a motivo della gravità dei problemi esaminati, la Congregazione per la dottrina della fede decideva di invitarla a un colloquio di messa a punto, secondo gli articoli 13-15 della sua Ratio agendi. Per mezzo del cardinal Willebrands, il 6 luglio 1978 le è stato chiesto di accettare di venire a Roma per chiarire la sua posizione cristologica in una discussione con dei rappresentanti del nostro dicastero. La stessa lettera le indicava pure i punti essenziali sui quali avrebbe dovuto vertere il colloquio in questione. Dopo ulteriori contatti, ritardati oltretutto dalla morte ravvicinata dei papi Paolo VI e Giovanni Paolo I, il card. Willebrands informava la congregazione (lettera del 30 giugno 1979) che lei accettava di partecipare al colloquio. Perciò, dopo gli scambi epistolari necessari per determinare il momento e le modalità del colloquio, questo ha potuto svolgersi i giorni 13, 14 e 15 dicembre 1979, presso la sede della congregazione con la partecipazione di mons. A. Bovone, moderatore degli incontri, di mons. A. Descamps, e dei padri A. Patfoort, OP, e J. Galot, SJ. In occasione di un incontro con le autorità della congregazione che precedette immediatamente il colloquio, le fu ricordato che scopo di questo non era di addivenire a una sentenza, né di prendere delle decisioni, ma di completare le informazioni sulla sua posizione cristologica. Infine si aggiunse che al termine del colloquio ci sarebbe stata la redazione di un rendiconto che, una volta accettato dalle due parti, sarebbe stato poi sottoposto all'esame dei cardinali membri della Congregazione per la dottrina della fede. Riuniti in congregazione ordinaria, i cardinali hanno proceduto a questo esame alla luce delle spiegazioni da lei date nella sua risposta scritta del 13 aprile 1977 e nel colloqui dei giorni 13-15 dicembre 1979. Essi hanno costatato che la procedura seguita si era rivelata utile, in quanto le ha permesso di spiegarsi sulle finalità, il metodo e il genere letterario dei suoi scritti e di dissipare diverse ambiguità. Nel formulare le loro conclusioni, che furono approvate dal santo padre, i cardinali hanno sottolineato che quelle valevano unicamente per le tre opere indicate all'inizio di questa lettera. Di conseguenza, a nome loro, nella mia qualità, di prefetto di questa congregazione, desidero comunicarle quanto segue: 1° - La congregazione prende atto dei chiarimenti, precisazioni e rettifiche da lei date nel colloquio e nella sua lettera, sulle opere pubblicate (cfr. Doc. annesso, I). 2° - Ciò nonostante essa ritiene che le spiegazioni fornite non sono state sufficienti per eliminare le ambiguità su certi punti (cfr. Doc. annesso, II). Perciò le chiedo: 1) di far conoscere al pubblico dei suoi lettori i chiarimenti, le precisazioni e le rettifiche che risultano dalle recenti spiegazioni che ha dato alla congregazione. Va tenuto presente infatti che il libro Jezus... è stato conosciuto da un vasto pubblico. Ora, le spiegazioni da lei date su alcuni punti decisivi vanno oltre le affermazioni dei libri pubblicati; sono quindi importanti non solo per il magistero ecclesiastico, ma anche per i suoi lettori che hanno il diritto di essere informati su indicazioni di così grande importanza. 2) di rivedere alla luce della dottrina cattolica i punti sul quali ancora pesa una certa ambiguità e di manifestare pubblicamente la sua volontà di conformarsi a questa richiesta. Inoltre bisogna riconoscere che, nonostante l'ampiezza del suo programma, il colloquio non ha potuto andare abbastanza a fondo con i chiarimenti che avrebbero richiesto, | |||
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Nell’ottantesima Giornata Missionaria Mondiale, Benedetto XVI ha spiegato che essere missionario significa "recare ad ogni persona la buona notizia che 'Dio è amore’". “La missione, se non è animata dall’amore, si riduce ad attività filantropica e sociale”, ha detto il Santo Padre nel suo discorso ad introduzione della preghiera mariana dell’Angelus recitata questa domenica insieme ai 30.000 fedeli e pellegrini convenuti in Piazza San Pietro. Il messaggio scritto dal Papa in occasione di questa Giornata ha come tema “La carità, anima della missione”. “La missione parte dal cuore: quando ci si ferma a pregare davanti al Crocifisso, con lo sguardo rivolto a quel costato trafitto, non si può non sperimentare dentro di sé la gioia di sapersi amati e il desiderio di amare e di farsi strumenti di misericordia e di riconciliazione”, ha riconosciuto poi il Pontefice. Come esempio, ha citato l’esperienza vissuta quasi ottant’anni fa dal giovane Francesco d’Assisi, nella piccola chiesa di San Damiano, che allora era ridotta a poche macerie. In quell’occasione il futuro santo ascoltò il Crocifisso che gli diceva: “Va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”. “Quella ‘casa’ era prima di tutto la sua stessa vita, da ‘riparare’ mediante una vera conversione; era la Chiesa, non quella fatta di mattoni, ma di persone vive, bisognosa sempre di purificazione; era anche l’umanità tutta, nella quale Dio ama abitare", ha chiarito il Successore di Pietro. La missione, ha constatato, “parte sempre da un cuore trasformato dall’amore di Dio, come testimoniano innumerevoli storie di santi e di martiri, che con modalità differenti hanno speso la vita al servizio del Vangelo”. Per questo, ha assicurato, nella missione “c’è posto per tutti”. In concreto, ha spiegato, c’è spazio nella missione “per chi si impegna a realizzare nella propria famiglia il Regno di Dio; per chi vive con spirito cristiano il lavoro professionale; per chi si consacra totalmente al Signore; per chi segue Gesù Buon Pastore nel ministero ordinato al Popolo di Dio; per chi, in modo specifico, parte per annunciare Cristo a quanti ancora non lo conoscono”. | ||||
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L’opera missionaria nasce dalla consapevolezza dell’amore di Dio e trova la sua vera ragion d’essere nel portare al mondo l’annuncio dell’amore di Dio, come 800 anni or sono fece San Francesco, altrimenti “si riduce ad attività filantropica e sociale”. Nell’odierna ottantesima Giornata missionaria mondiale, Benedetto XVI sono state dedicate naturalmente alla missione le parole che ha rivolto alle 40 mila persone presenti in Piazza San Pietro per la recita dell’Angelus. La drammatica situazione dell’Iraq è stata invece evocata dal Papa dopo la recita della preghiera mariana, con un appello al mondo ad aiutare quella popolazione a ricostruire la propria patria ed agli iracheni stessi ad acquisire la consapevolezza che le differenze etniche e religiose sono una ricchezza. Gran folla per l’Angelus, malgrado la giornata grigia e piovigginosa: particlarmente numerosi i latinoamericani, un folto gruppo dei quali, accompagnati da una banda, è sfilato per Via della Conciliazione con le immagine del crocifisso e della Madonna. Prima della preghiera, Benedetto XVI ha ricordato che il suo messaggio per la Giornata missionaria aveva per tema “La carità, anima della missione”. “In effetti – ha commentato - la missione, se non è animata dall’amore, si riduce ad attività filantropica e sociale. Per i cristiani, invece, valgono le parole dell’apostolo Paolo: ‘L’amore del Cristo ci spinge’ (2 Cor 5,14)”. “La missione – ha proseguito il Papa - parte dal cuore: quando ci si ferma a pregare davanti al Crocifisso, con lo sguardo rivolto a quel costato trafitto, non si può non sperimentare dentro di sé la gioia di sapersi amati e il desiderio di amare e di farsi strumenti di misericordia e di riconciliazione. Così accadde, proprio 800 anni or sono, al giovane Francesco di Assisi, nella chiesetta di San Damiano, che era allora diroccata. Dall’alto della Croce, custodita ora nella Basilica di Santa Chiara, Francesco sentì Gesù dirgli: ‘Va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina’. Quella ‘casa’ era prima di tutto la sua stessa vita, da ‘riparare’ mediante una vera conversione; era la Chiesa, non quella fatta di mattoni, ma di persone vive, bisognosa sempre di purificazione; era anche l’umanità tutta, nella quale Dio ama abitare”. “La missione – ha detto ancora - parte sempre da un cuore trasformato dall’amore di Dio, come testimoniano innumerevoli storie di santi e di martiri, che con modalità differenti hanno speso la vita al servizio del Vangelo. La missione è dunque un cantiere nel quale c’è posto per tutti: per chi si impegna a realizzare nella propria famiglia il Regno di Dio; per chi vive con spirito cristiano il lavoro professionale; per chi si consacra totalmente al Signore; per chi segue Gesù Buon Pastore nel ministero ordinato al Popolo di Dio; per chi, in modo specifico, parte per annunciare Cristo a quanti ancora non lo conoscono. Ci aiuti Maria Santissima a vivere con rinnovato slancio, ciascuno nella situazione in cui la Provvidenza lo ha posto, la gioia e il coraggio della missione”. Dopo la recita dell’Angelus, Benedetto XVI ha inviato “un cordiale saluto ai musulmani del mondo intero che, in questi giorni, celebrano la conclusione del mese di digiuno del Ramadan. A tutti rivolgo l'augurio di serenità e di pace!”. “Contrastano drammaticamente con questo clima gioioso – ha aggiunto il Papa - le notizie che provengono dall’Iraq sulla gravissima situazione di insicurezza e sulle efferate violenze a cui sono esposti moltissimi innocenti solo perché sciiti, sunniti o cristiani. Percepisco la viva preoccupazione che attraversa la comunità cristiana e desidero assicurare che sono vicino ad essa, come pure a tutte le vittime, e per tutti chiedo forza e consolazione. Vi invito, inoltre, ad unirvi alla mia supplica all’Onnipotente affinché doni la fede e il coraggio necessari ai responsabili religiosi e ai leaders politici, locali e del mondo intero, per sostenere quel popolo sulla strada della ricostruzione della Patria, nella ricerca di equilibri condivisi, nel rispetto reciproco, nella consapevolezza che la molteplicità delle sue componenti è parte integrante della sua ricchezza”. | |||
| CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 23 ottobre 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Nel pomeriggio di sabato 7 ottobre si è aperto il nuovo anno accademico della Pontificia Università “Gregoriana”, con una messa votiva allo Spirito Santo che si è svolta nella cornice della Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Campo Marzio, che per antichissima tradizione è presieduta dal Rettore Magnifico dell’Università. Dopo il canto del Veni Creator un rappresentante degli studenti, Héctor Pérez, della Facoltà di Storia Ecclesiastica ha indirizzato un saluto al corpo docente e alle autorità universitarie ponendo l’accento sull'abnegazione che deve guidare tutti gli educatori, e definendola come una “sorta di spogliamento di altri interessi che sgorga dall'amore, e che costituisce le fondamenta di ogni autentica pedagogia”. Subito dopo il Rettore della Gregoriana, padre Gianfranco Ghirlanda, S.I., ha tenuto la sua prolusione mettendo in luce le tappe salienti del cammino dell'Università e sottolineando l'attualità radicata nell'ispirazione di San Ignazio e nella sua idea di cultura posta al servizio dell'uomo nella sua interezza. L’Università Gregoriana, deve il suo nome a Papa Gregorio XIII che nel 1584 inaugurò la nuova sede del Collegio Romano, eretto nel 1551 da San Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, e formato inizialmente da una Scuola di Grammatica e di Dottrina Cristiana gratuita. Il Rettore ha quindi ripreso le parole pronunciate da Benedetto XVI al termine della celebrazione eucaristica tenutasi il 22 aprile scorso nella Basilica di San Pietro, in occasione del 450° anniversario della morte di San Ignazio di Loyola e del 500° anniversario della nascita di san Francesco Saverio e del beato Pietro Favre. In quell'occasione il Santo Padre dopo aver sottolineato che il voto di speciale obbedienza al Papa proprio della Compagnia di Gesù, è “nato dal desiderio di servire la Chiesa nella maniera più utile ed efficace”, ha invitato i gesuiti a “venire incontro fedelmente alla urgenti attuali necessità della Chiesa”, segnalando “l'impegno culturale nei campi della teologia e della filosofia, tradizionali ambiti della presenza apostolica della Compagnia di Gesù, come pure il dialogo con la cultura moderna”. In relazione a quanto affermato dal Papa, il Rettore Magnifico nella sua prolusione ha detto: “Queste parole sono in stretta relazione con il suo richiamo, nello stesso discorso, al fatto che un'altra grande preoccupazione di San Ignazio fu l'educazione cristiana e la formazione culturale dei giovani”. “In questa prospettiva data dal Santo Padre rientra pienamente la missione della Gregoriana, che è Pontificia in un senso suo proprio e peculiare, sia perché è un'opera affidata dalla Santa Sede alla Compagnia di Gesù sia per lo stretto legame che ha con il Romano Pontefice”, ha aggiunto. Padre Ghirlanda ha poi continuato: “Sebbene fin dalle origini nel Collegio Romano la teologia – che è intelligenza della fede – e la filosofia – che assicura alla riflessione teologica una mediazione con la cultura contemporanea – non siano state le uniche discipline insegnate e coltivate, tuttavia sempre in un qualche modo sono state e continuano ad essere al fondamento di tutte le altre”. Il Rettore della Gregoriana ha quindi illustrato sinteticamente tale fondamento nelle specializzazioni insegnate in questa Università in Facoltà o Istituti o Centri ad hoc: il diritto canonico, la storia e i beni culturali della Chiesa, la missiologia, la spiritualità, le scienze sociali, la psicologia, le varie religioni e culture, la comunicazione sociale, l'impegno etico nella sfera pubblica da parte dei fedeli laici. La Pontificia Università Gregoriana si pone come finalità quella della ricerca dell’eccellenza nell’insegnamento, nella riflessione personale e nella ricerca, offrendo ai suoi studenti una sintesi armonica tra il sapere umano e la luce della fede, secondo il metodo proprio di ogni disciplina. Il Rettore ha anche richiamato i saldi rapporti con il mondo della cultura odierna, attraverso Congressi, Convegni, Giornate di studi e altri eventi, tenuti nella stessa sede dell'Università o nelle sedi di altri organismi accademici e culturali. Successivamente, il gesuita ha quindi sottolineato come sia innegabile l'influsso esercitato dal Collegio Romano sulla cultura in Europa e nel resto del mondo ed ha messo in luce come la Gregoriana continui oggi ad essere erede di tale forza e slancio spirituale e culturale. “Ci troviamo in un'epoca cruciale dal punto di vista religioso, spirituale e culturale, comparabile a quella in cui sorse il Collegio Romano, anche se profondamente differente da essa”, ha affermato il Rettore dell’Università retta dai gesuiti che conta circa 300 professori e 3.000 studenti provenienti da tutto il mondo. “In Europa si constata una forte tendenza a un secolarismo e un laicismo esasperati che portano a negare, contro ogni evidenza, le sue radici cristiane. Si vuole negare la memoria del passato, ma così facendo si rende sterile ogni progetto per il futuro”, ha continuato. La Gregoriana è dunque una Università saldamente radicata nel passato, attenta al presente e protesa al futuro e vuole rispondere – ha detto il padre gesuita – “alla sua vocazione di memoria storica offrendo il suo contributo positivo alla presa di coscienza che ciò che può unire l'Europa non possono essere solo i meccanismi economici”. Perché quest’ultimi, ha infine concluso, “se non si basano su un umanesimo che conduca al superamento del proprio interesse, anziché condurre ad un'integrazione nella pace e nella giustizia, inevitabilmente portano a squilibri profondi che trascinano in contrapposizioni e lotte rovinose”. | ||||
| CITTA' DEL VATICANO, domenica, 29 ottobre 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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L’impegno missionario si basa sulla riscoperta del valore del proprio Battesimo, ha indicato Benedetto XVI. Nella parte finale di questo mese missionario, hanno ascoltato le sue parole decine di migliaia di pellegrini riuniti in piazza San Pietro in Vaticano per partecipare alla preghiera mariana dell’Angelus. Il Papa ne ha approfittato per commentare il Vangelo di Marco (10,46-52), che racconta questa domenica la guarigione del cieco Bartimeo in seguito ad un miracolo di Gesù, un episodio il cui momento decisivo è stato l’“incontro personale, diretto, tra il Signore e quell’uomo sofferente”. “Si trovano l’uno di fronte all’altro: Dio con la sua volontà di guarire e l’uomo con il suo desiderio di essere guarito. Due libertà, due volontà convergenti”, e la richiesta, piena di fede, del cieco sfocia nel miracolo; “gioia di Dio, gioia dell’uomo”, ha sintetizzato il Santo Padre. A partire da quel momento, Bartimeo diventa discepolo di Gesù “e sale col Maestro a Gerusalemme, per partecipare con Lui al grande mistero della salvezza”, ha ricordato. Il racconto è fondamentale, perché “evoca l’itinerario del catecumeno verso il sacramento del Battesimo, che nella Chiesa antica era chiamato anche ‘Illuminazione’”; la “fede è un cammino di illuminazione”, ha sottolineato Benedetto XVI. Inizia dall’“umiltà di riconoscersi bisognosi di salvezza – ha spiegato – e giunge all’incontro personale con Cristo, che chiama a seguirlo sulla via dell’amore”. E’ su questo modello che “sono impostati nella Chiesa gli itinerari di iniziazione cristiana, che preparano ai sacramenti del Battesimo, della Confermazione (o Cresima) e dell’Eucaristia”, ha spiegato. Nei luoghi in cui già da bambini si riceve il Battesimo – ha proseguito Benedetto XVI –, “vengono proposte ai giovani e agli adulti esperienze di catechesi e di spiritualità che permettono di percorrere un cammino di riscoperta della fede in modo maturo e consapevole, per assumere poi un coerente impegno di testimonianza”. Un compito – a carico di pastori e catechisti – la cui importanza è stata sottolineata dal Santo Padre, perché la “riscoperta del valore del proprio Battesimo è alla base dell’impegno missionario di ogni cristiano”. Già nel Vangelo si mostra “che chi si lascia affascinare da Cristo non può fare a meno di testimoniare la gioia di seguire le sue orme”. In questo modo, “comprendiamo ancor più che, proprio in forza del Battesimo, possediamo una connaturale vocazione missionaria”, ha concluso. | ||||
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