16 Ottobre 2006

Anno II, Numero 23

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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BOLOGNA, domenica, 8 ottobre 2006 (ZENIT.org).-  »

Il Cardinale Caffarra invita i giovani a “vivere in Cristo per scoprire lo stupore e uscire dalle tenebre”

ROMA, venerdì, 13 ottobre 2006 (ZENIT.org).-  »

Predicatore del Papa: Gesù mette in guardia contro il pericolo dell’avarizia

ROMA, giovedì, 12 ottobre 2006 (ZENIT.org). »

Vita consacrata e Dottrina sociale della Chiesa

ROMA, mercoledì, 11 ottobre 2006 (ZENIT.org).-  »

La speranza, chiave di lettura dei contributi dei movimenti laicali

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I segni di una vocazione

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Gozzano, 14.110.2006 »

I genitori e la vocazione

 

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"Il Cardinale Caffarra invita i giovani a “vivere in Cristo per scoprire lo stupore e uscire dalle tenebre”"
Catechesi nell’anno del Congresso Eucaristico Diocesano
Arccivescovo di Bologna Cardinale Carlo Caffarra
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Sabato 7 ottobre, presso il Santuario della Beata Vergine di S. Luca, il Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, ha incontrato i giovani della Diocesi di Bologna per una catechesi nell’anno del Congresso Eucaristico Diocesano.

Nel suo discorso, l’Arcivescovo ha esordito ponendo due quesiti fondamentali della ragione di vita: “Da dove vengo? Verso dove vado?”.

Nel rispondere ai due quesiti, il porporato ha quindi proposto in modo provocatorio due possibili soluzioni: “Tu, come ogni persona umana, vieni dal caso; esisti cioè per caso; sei un incidente fortuito, casuale dell’evoluzione della materia”.

Oppure, “tu, come ogni persona umana, non sei in possesso di una vita sensata, orientata cioè ad uno scopo ultimo: sei in cammino, ma senza un traguardo finale: un vagabondo, non un pellegrino”.

“Se tu ti convincessi che questa è la verità, sulla tua vita – ha precisato il Cardinale Caffarra – avresti buio alle spalle e buio davanti. Qualcuno ha vissuto tragicamente questa condizione; altri, cercando di vivere comunque con gli altri nel modo migliore l’attimo di luce fra le due notti”.

“Oggi purtroppo si sceglie spesso la soluzione peggiore: non pensare troppo; soprattutto non porre quelle due domande; e vivere come a ciascuno pare e piace, nella misura del possibile”, ha osservato.

Prendendo ad esempio una novella di Pirandello, il porporato ha sottolineato che “la vita è in larga misura fatica e lavoro. Ma si può ‘sbucare all’aperto’ e rimanere ‘sbalordito’ di fronte alla bellezza dell’essere”.

“Voi provate questo quando per esempio vi siete resi conto per la prima volta che un/a ragazzo/a vi amava; quando vi siete trovati di fronte alla bellezza di spettacoli naturali. Quanto maggiore è la possibilità di conoscere, quanto più vaste e dettagliate sono le conoscenze dei processi della vita, tanto maggiore è – o almeno dovrebbe essere – lo stupore”.

Il Cardinale Caffarra ha quindi richiamato il pensiero e l’esempio di vita di San Paolo: “Anche l’Apostolo parla di tenebre. Ma la notte in cui si trova l’Apostolo è all’improvviso illuminata da una luce, potremmo dire, esterna e da una luce interna. La luce esterna è il volto di Cristo, il sole che illumina la notte; la luce interna rifulge nel cuore. Si dà come una sorta di riverbero: il sole che è il volto di Gesù illumina il cuore della persona”.

Successivamente, il porporato ha ricordato la storia di Zaccheo che dopo una cena con Gesù “vede la possibilità di una nuova esistenza: non più basata sul possesso ma sul dono”; e anche quella di Madre Teresa di Calcutta che di fronte ad una folla innumerevole di poveri e di disperati “sentì dentro di sé il grido di Gesù sulla Croce” e decise di “dissetare Gesù nei poveri”.

Due storie quelle di Zaccheo e di Madre Teresa di Calcutta per spiegare che “chi è in Cristo diventa una nuova creatura”, ha affermato.

“Le nostre scelte sono sempre in vista di un bene particolare; ma alla fine ciascuna di esse si inscrive e si radica nel desiderio di un bene che sia tale da dare piena soddisfazione alla nostra fame e sete di beatitudine, al nostro sconfinato desiderio di verità, di bontà, di bellezza”, ha poi sottolineato l’Arcivescovo di Bologna.

Secondo il Cardinale Caffarra “l’incontro con Cristo pesca in questa profondità dell’essere: Cristo è sentito come la risposta vera e totale al proprio desiderio illimitato di beatitudine: ‘mio Signore e mio tutto’ pregava S. Francesco”.

L’essere in Cristo, per l’Arcivescovo di Bologna, significa sviluppare l’intelligenza e la libertà: “Chi è in Cristo cerca colla sua ragione la risposta nella luce di Cristo, nella luce della Sapienza stessa di Dio. Ecco perché la ragione del credente è spinta ad esercitarsi al massimo, senza precludersi nulla” e così “nasce una nuova cultura”.

Il Cardinale Caffarra ha infine concluso il discorso invitando i giovani della sua Diocesi a “celebrare, vivere e testimoniare il mistero eucaristico” studiando la parte del Catechismo Cattolico che riguarda l’Eucarestia e andando a trovare Gesù nel SS. Sacramento ogni giorno per almeno 5-10 minuti.

Dovete “aprire a Lui il vostro cuore. E la luce che splende sul suo Volto illuminerà gli occhi del vostro cuore”, ha detto.





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"Predicatore del Papa: Gesù mette in guardia contro il pericolo dell’avarizia"
Commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., alla liturgia di domenica
Padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap.
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Un’osservazione preliminare è necessaria per sgomberare il campo da possibili equivoci nel leggere ciò che il vangelo di questa domenica dice della ricchezza. Mai Gesù condanna la ricchezza e i beni terreni per se stessi. Tra i suoi amici, vi è anche Giuseppe d’Arimatea “uomo ricco”; Zaccheo è dichiarato “salvo”, anche se trattiene per sé metà dei suoi beni, che, visto il mestiere di esattore delle tasse che esercitava, dovevano essere considerevoli. Ciò che egli condanna è l’attaccamento esagerato al denaro e ai beni, il far “dipendere da essi la propria vita” e “l’accumulare tesori solo per sé” (cfr. Lc 12, 13-21).

La parola di Dio chiama l’attaccamento eccessivo al denaro “idolatria” (Col 3, 5 ; Ef 5, 5). Mammona, il denaro, non è uno dei tanti idoli; è l’idolo per antonomasia. Letteralmente, “l’idolo di metallo fuso” (cfr. Es 34, 17). Mammona è l’anti-dio perché crea una specie di mondo alternativo, cambia oggetto alle virtù teologali. Fede, speranza e carità non vengono più riposte in Dio, ma nel denaro. Si attua una sinistra inversione di tutti i valori. “Niente è impossibile a Dio”, dice la Scrittura, e anche: “Tutto è possibile a chi crede”. Ma il mondo dice: “Tutto è possibile a chi ha il denaro”.

L’avarizia, oltre che idolatria, è anche fonte di infelicità. L’avaro è un uomo infelice. Sospettoso di tutti, si isola. Non ha affetti, neppure tra quelli della sua stessa carne, che vede sempre come sfruttatori e i quali, a loro volta, utrono spesso nei suoi confronti un solo vero desiderio: che muoia presto e così ereditare le sue ricchezze. Teso allo spasimo a risparmiare, si nega tutto nella vita e così non gode né di questo mondo, né di Dio, non essendo le sue rinunce fatte per lui. Anziché ottenerne sicurezza e tranquillità, è un eterno ostaggio del suo denaro.

Ma Gesù non lascia nessuno senza speranza di salvezza, neppure il ricco. Quando i discepoli, in seguito al detto sul cammello e la cruna dell’ago, sgomenti, chiesero a Gesù: “Allora chi potrà salvarsi?”, egli rispose: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio”. Dio può salvare anche il ricco. Il punto non è “se il ricco si salva” (questo non è stato mai in discussione nella tradizione cristiana), ma è “quale ricco si salva”.

Ai ricchi Gesù addita una via d’uscita dalla loro pericolosa situazione: “Accumulatevi tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano” (Mt 6, 20); “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16, 9).

Si direbbe che Gesù consiglia ai ricchi di trasferire i loro capitali all’estero! Ma non in Svizzera, in cielo! Molti – dice Agostino – si affannano a seppellire il proprio denaro sotto terra, privandosi anche del piacere di vederlo, a volte per tutta la vita, pur di saperlo al sicuro. Perché non seppellirlo addirittura in cielo, dove sarebbe ben più al sicuro e dove lo si ritroverebbe, un giorno, per sempre? Come fare questo? È semplice, continua S. Agostino: Dio ti offre, nei poveri, dei facchini. Essi si recano là dove tu speri un giorno di andare. Dio ha bisogno qui, nel povero, e ti restituirà quando sarai di là.

Ma è chiaro che l’elemosina spicciola e la beneficenza non è più oggi l’unico modo per far servire la ricchezza al bene comune, e neppure forse il più raccomandabile. C’è anche quello di pagare onestamente le tasse, di creare nuovi posti di lavoro, di dare un salario più generoso agli operai quando la situazione lo permette, di avviare imprese locali nei paesi in via di sviluppo. Insomma, far servire il denaro, farlo scorrere. Essere dei canali che fanno passare l’acqua, non laghi artificiali che la trattengono solo per sé.





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"Vita consacrata e Dottrina sociale della Chiesa"
Aperto a Roma un Seminario di studio a carattere internazionale
Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace
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E’ stato inaugurato questo giovedì a Roma il Seminario internazionale di studio su “Vita consacrata e Dottrina sociale della chiesa”, in corso fino al 13 ottobre.

In apertura dei lavori, è stato letto un telegramma firmato dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, in cui il Santo Padre “auspica che l’incontro favorisca la contemplazione sempre più viva dell’icona di Cristo, principe della Pace suscitando crescendo e generoso impegno per la promozione dei valori universali di giustizia e solidarietà, nel rispetto dei diritti della persona umana”.

Nell’introduzione ai lavori il Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha spiegato che “il seminario cercherà di chiarire le principali caratteristiche sociali e teologiche della connessione tra dottrina sociale e vita consacrata”.

“Obbiettivo dell’incontro è anche quello di indicare percorsi formativi prendendo esempio da quelli già esistenti”, ha precisato il porporato.

“Il percorso di formazione delineato dal Compendio per le persone consacrate che intendono fare costante riferimento alla Dottrina sociale è quello della Santità e del servizio generoso al prossimo”, ha sottolineato il Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

Secondo il Cardinal Martino, “la santità proposta ai religiosi è una santità gratuita, trascendente, ma è anche una santità di incarnazione … si tratta infatti di coerenza alla santità di Cristo che con la sua incarnazione ha trasfuso all’umanità tutte le ricchezze della santità del verbo”.

“Nella prospettiva del Compendio la vocazione dei religiosi e della religiose va intesa come un appello a realizzare la santità del verbo incarnato nella nostra umanità”, ha ribadito.

Il Cardinal Martino ha quindi concluso affermando che: “Mettendosi totalmente al servizio del mistero della carità di Cristo verso l’uomo e verso il mondo, i religiosi anticipano e mostrano nella loro vita alcuni tratti dell’umanità nuova che la dottrina sociale deve propiziare. Essere santi in Cristo per anticipare i tratti della nuova umanità”.

Il Cardinale Franc Rodè C.M., Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ha inviato il testo del suo intervento al Seminario, in cui ha precisato che “i cristiani sanno di dover condividere con ogni uomo e ogni donna di questa terra la speranza per la pace che cresce e la responsabilità per gli ostacoli che essa incontra”.

“Essi però sanno – ha continuato il Prefetto – anche di aver ricevuto un messaggio capace di illuminare e sostenere il cammino dell’umanità e di essere quindi chiamati a testimoniarlo e a condividerlo, perché contribuisca a far fruttificare la speranza e l’impegno”.

Del compito di testimoniare la Pace e custodirne la speranza, il Cardinale Rodè ha detto che “si sono sempre fatto carico i fondatori e le fondatrici degli Istituti di vita consacrata; l’ascolto attento di quanto risuona nell’invocazione di ogni popolo alla pace, alla giustizia, alla libertà ha da sempre fatto scaturire nel cuore della Chiesa e nel cuore di quanti si sono posti alla sequela di Cristo casto, povero e obbediente, l’esigenza di una risposta, di gesti concreti, visibili, nei quali è possibile riconoscere i germi di un futuro di speranza”.





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"La speranza, chiave di lettura dei contributi dei movimenti laicali"
“La santità è la prima testimonianza”
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Gli organismi e le aggregazioni ecclesiali delle diverse Diocesi italiane hanno elaborato una sintesi dei contributi che porteranno al 4° Convegno Ecclesiale Nazionale che si svolgerà a Verona dal 16 al 20 ottobre.

La sintesi degli interventi, disponibile nel sito internet www.convegnoverona.it, indica nella parola “speranza” la chiave di lettura capace di aprire le porte del cambiamento dal punto di vista sociale e culturale in risposta alle derive del relativismo e dell’edonismo più volte indicate da Benedetto XVI.

Dai contributi emergono le sfide rappresentate dal tarlo dell’individualismo e dell’autoreferenzialità, dalla tentazione dell’accidia, dal pericolo insito nel fascino di una religione “fai da te”, oltre alle sfide del secolarismo laicista, che cerca di relegare la fede nella sola sfera privata.

Lavorando da circa un anno sulla Traccia di riflessione, diffusa nel luglio 2005, le aggregazioni ecclesiali si sono interrogate sulla qualità della testimonianza di Gesù Cristo.

“Non basta rinnovare i metodi pastorali e l’organizzazione” è scritto nella sintesi “ciò che serve è un più profondo radicamento spirituale: una spiritualità della gioia, “perché l’opacità del quotidiano possa essere perforato dalla luce della bellezza cristiana”. “La santità è la prima testimonianza”.

“La vita dei cristiani – si legge – è la prima risorsa capace di mostrare coi fatti quanto il Vangelo liberi la vita, la affranchi da tante catene esterne ed interiori e risulti salvezza delle relazioni umane”.

La sintesi dei contributi, sottolinea l’importanza della famiglia, per vincere “l’analfabetismo affettivo” che caratterizza i nostri tempi, e ribadisce che “in famiglia avviene la prima testimonianza della fede cristiana, attraverso gli affetti e i legami reciproci”. Per questo è necessario “offrire modelli di vita percorribili e affascinanti circa l’esperienza dell’amore, del matrimonio e della famiglia”.

In merito alla pastorale del lavoro, la sintesi degli interventi riporta che “la Dottrina sociale della Chiesa è poco conosciuta o limitata soltanto ad alcuni aspetti” e che la questione della domenica appare decisiva “per sottrarre la festa ad un vissuto individualistico ed edonistico” e riproporre invece “il tempo propizio per tessere nuovi legami liberi e maturi, all’insegna della gratuità che preserva la gioia e dona il riposo”.

Secondo la sintesi preparata dalle aggregazioni ecclesiali, c’è una “fragilità che riguarda l’identità culturale, indebolita dalla difficoltà di assumere la sfida dell’integrazione degli stranieri coniugando accoglienza e proposta”.

Per questo, afferma il documento, “la prima delle prospettive indicate nel cammino preparatorio è il tornare continuamente a contemplare il mistero della croce di un Dio che si è fatto fragile come la sua creatura, sottoponendosi al rischio dell’amore”.

“La speranza offerta dalla Chiesa cattolica – spiega il testo – non si basa sull’illusione di poter cancellare la fragilità, come vorrebbe l’utopia contemporanea della tecnica, ma che sa reagire di fronte all’ingiustizia così come davanti al fatalismo”.

La Chiesa cattolica comunica – continua – che “la fragilità umana non è solo un problema da risolvere, ma un ‘mistero’ che fa parte della vita, dove la morte e il dolore non hanno l’ultima parola; che vive normalmente relazioni fraterne e accoglienti e sa affrontare con verità e carità anche le proprie debolezze; che non si limita a donare qualcosa ma ripensa se stessa a partire dagli ultimi; che porta a tutti rispetto mentre offre anche la propria gioia”.

Per evitare il moltiplicarsi di uomini senza fondamenta, il documento delle aggregazioni ecclesiali, ribadisce la necessità di “trasmettere la fede” e per questo la Chiesa “è chiamata ad impegnarsi nell’iniziazione e nell’educazione cristiana dei ragazzi, dei giovani e degli adulti, attuando un confronto critico con la cultura contemporanea”.

“La trasmissione della fede – prosegue il testo – pone la questione del linguaggio ma ancora di più quella del testimone”.

La “Tradizione – prosegue la sintesi – è soprattutto la storia della santità di quanti in modo concreto hanno mostrato ‘come’ si può dar testimonianza della speranza cristiana nelle condizioni ordinarie dell’esistenza e quali forme assume una vita orientata e guidata dalla speranza”.





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"I segni di una vocazione"
Giulia

Giulia chiede:

Non sono sicura se devo entrare in convento o meno. Quali sono i segni che dovrei cercare per convalidare questo possibile sentimento?

Cara Giulia,

E un buon inizio il chiederti come mai ti poni questa domanda mentre molti dei tuoi amici non lo fanno, anche quelli che consideri essere delle buone persone. Inoltre aiuta il domandarsi le ragioni per le quali pensi che magari dovresti entrare in convento. La vera domanda dietro a quella è veramente la seguente: è Cristo che ti sta facendo questa domanda? E quello che Lui vuole che tu faccia con la tua vita; è questo il modo in cui vuole che tu lo ami?

Ti do un pò di lavoro da fare a casa: cerca in altre parti di questo stesso sito web per le qualità necessarie per una vocazione (salute, intelligenza, maturità, libertà, motivo spirituale, etc.) e cerca se le hai in te. Se le hai, contatta il convento che ti interessa, parla con la loro direttrice delle vocazioni. Sii completamente aperta e sincera e lei potrà guidarti ulteriormente.

Che Dio ti benedica





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"E se il Signore volesse altro da me?"
Laura

Laura chiede:

Pace e bene!

Ho 28 anni e verso i 23, durante un ritiro vocazionale con la mia guida spirituale, per la prima volta l'idea che il Signore stesse chiamando anche me ha attraversato la mia mente. All'inizio ho combattutto una lotta estenuante con Lui perchè non ne volevo sapere (detto schiettamente); poi mi sono "arresa" e ho iniziato a vivere un discernimento più profondo nella mia vita quotidiana. Dopo qualche mese conobbi un ragazzo e mi innamorai. Il discorso vocazione fu completamente abbandonato. Poco più di due anni fa lui è morto in un incidente stradale. Sono passati alcuni mesi e ho approfondito la conoscenza con una comunità di consacrati, con il quale passavo molti giorni di vacanza. Sono stata subito messa "al lavoro", in tutti i sensi, e ho vissuto molte giornate della loro vita. La prima volta che ho fatto questa esperienza, tornata a casa quell'antica domanda sulla mia vocazione si è rifatta viva. In un certo senso ero pronta ad entrare, ma volevo che non fosse l'entusiasmo del momento e perciò ho atteso e pregato, iniziando di nuovo un periodo di doloroso discernimento: un momento prima pronta a lasciare tutto, un momento dopo no. Intanto continuavo a trascorrere brevi periodi con loro. Mi ricordo che, quando incontravo la Madre generale, dentro di me chiedevo: "Madre, che devo fare? Tu hai la risposta per me." Ma non ho mai detto nulla con lei. Un giorno, dopo la S.Messa, la Madre generale è venuta da me in cucina e mi ha detto: "Ma ti sei ascoltata mentre leggevi il salmo? Sei sicura che la tua vocazione sia il matrimonio?".

Apriti cielo! Non ho più avuto pace! Anche perchè molti, qui, nel mio ambiente, lo pensano anche loro e si aspettano che da un momento all'altro io entri in convento.

Io, però, tentenno ancora. E, oltre ai soliti dubbi che credono vengano a tutti, ce ne sono altri che riguardano il mio paese, la mia parrocchia. In parrocchia molto poggia su di me perchè sono l'unica giovane tra i 18 e i 30 anni: il catechismo e l'attività dei bambini e dei giovani, il coro, i pellegrinaggi, la preghiera... Io ci sono sempre. Tutto ciò, dopo tre anni, sta solo ora incominciando a dare qualche grosso frutto, specie tra i giovani che, quando sono arrivata io (prima abitavo in un altro paese), stavano abbandonando l'oratorio. Di questo ne rendo grazie al Signore. Ho paura, perciò, che a lasciare tutto, tutto torni indietro com'era prima del mio arrivo, perchè non c'è per ora nessuno che mi possa sostituire, specie con i giovani (pazienza per il coro...). Spero nelle ragazze più grandi, ma ancora ogni tanto devo dare loro delle vigorose raddrizzate...

Però io a volte mi sento come se non avessi ancora scelto. Tutta la mia vita, dal mattino alla sera, è di lavoro per il Signore, perchè anche la comunità (dei consacrati) mi sta incominciando ad affidare qualche "missione" esterna. Non c'è nulla di retribuito, e io mi sento un peso per i miei genitori che invece sono contentissimi di tutto quello che faccio per la parrocchia, i ragazzi e la comunità. "Continua così!", mi dicono; ma io mi chiedo se è giusto. Molto spesso soffro perchè mi sento inutile, ma poi mi fermo a pensarci e mi accorgo che non è vero, che al contrario sto facendo tanto qui; ma se il Signore volesse altro? Cosa mi sta dicendo: "Vieni e seguimi"; o "Va a casa tua, dai tuoi, e di loro la misericordia che ti è stata fatta" ? Ma non c'è un modo per donarsi interamente al Signore senza entrare in un convento, senza dover abbandonare il proprio paese?

In più c'è la mia guida spirituale: in tanti anni, lui non si è ancora pronunciato e io vorrei tanto sapere la sua opinione. A volte penso che anche lui abbia paura di "perdermi" perchè è il parroco della mia parrocchia, e quindi tutto questo mio "lavoro" coinvolge direttamente anche lui (non per altro!).

Che cosa ne dice?

Carissima Laura,

perché mi chiedi scusa della lunga mail: é bellissima e sono io che ti ringrazio per avermela spedita e per la fiducia che hai sentito di darmi. La mia risposta forse sarà un po' più telegrafica e tocca soltanto due punti: da una parte mi sembra giusto che tu dia una opportunità al Signore, se senti nel cuore che ti sta chiedendo di più non ti far vincere dalla paura ma metti sul campo la tua totale generosità, non fosse altro che una verifica definitiva e "definitoria", non privarti della gioia di vedere fino in fondo ciò che il Signore ti chiede ed il cammino che Lui vuole per te. Secondo, non fare i calcoli ed i "futuribili" circa ciò che fai in parrocchia, i tui mille impegni, ció che pensa il parroco, ecc... non si può vincolare una possibile chiamata alle cose che si fanno. Anzi, forse può essere la scossa giusta per far capire a tutti che Dio ha una missione per ciascuno di noi e che l'accettarla e viverla è un dono non soltanto per te ma per tutti coloro che ti stanno accanto.

Non so se hai una vocazione ma mi sembra di capire che valga la pena "provarci", senza tante scorciatoie e senza paura. Un centimetro che facciamo verso Dio è contraccambiato da km e da una valanga di grazie che Lui fa e da a ciascuno di noi.

Fiducia, generosità e buon umore. Ti accompagno con la mia amicizia e la mia preghiera, in Cristo e in Maria, padre Giuseppe Gamelli, LC





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Michela

Michela chiede:

Sono una giovane psicologa polacca. Ho scelto questa disciplina perché desideravo essere utile agli altri, aiutare e sostenere il prossimo. Ma ora penso che non sia la giusta via. Mi vedo vicino ad un letto dospedale, vicino ad un essere umano sofferente. Ma non semplicemente come volontario, alcune volte alla settimana, un ora al giorno, non mi sembra sufficente. Voglio mettere Cristo, che è negli altri esseri umani, al centro della mia vita. Voglio lasciare ogni cosa che lega le mie mani, la mia anima, la mia mente e diventare una serva damore in una comunità, che esprime questa stessa mia idea riguardo agli esseri umani che soffrono. Ma non sono ancora sicura se decidermi per questo passo. Qualche volta penso: magari è solo uno sfuggire dalla realtà quotidiana o cerco una differente spiegazione. Ma nulla ferma questo magnetismo inusuale che sento dentro di me, che mi spinge direttamente sulla via di una vita in comunità. Quello che chiedo è semplicemente un consiglio e un aiuto in questo difficile momento della mia vita. Grazie!

Cara Michela,

Non penso che tu debba dubitare ancora, prima di fare il prossimo passo verso la tua vocazione. I tuoi motivi (per essere vicina e servire Cristo nelle persone che soffrono) vengono dallamore che Dio pone nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo. Non sto dicendo che tu abbia indubbiamente una vocazione e che dovresti immediatamente lasciare tutto semplicemente che hai ogni ragione per supporre che potresti avere una vocazione, e che dovresti provare a verificare se ce lhai concretamente.

Per fare questo, prima di tutto continua a pregare ed ad offrire te stessa a Cristo, dicendogli che tu vuoi amarlo e servirlo totalmente in ogni modo che Lui voglia. Mentre fai questo, se non hai già in mente una comunità dove pensi di poter essere accolta, inizia la tua ricerca. Ti senti chiamata ad uno specifico ministero. Questo dovrebbe rendere la tua ricerca più facile. Sarà anche possibile per il tuo parroco darti qualche suggerimento. Una volta identificata una cumunità nella quale pensi di poter essere chiamata, parla con la persona incaricata delle vocazioni. Lei potra guidarti al posso successivo nella tua riflessione, e ti aiuterà a discernere la realtà della tua chiamata. Potrai, quindi, arrivare ad una conclusione. Le mie preghiere ti seguiranno.

Che Dio ti benedica.





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"Mi sento distrutta dal pensiero di poter avere una vocazione: sono veramente felici le persone che hanno delle vocazioni?"
Cristina

Cristina chiede:

Ciao, adesso mi sento confusa perché, mentre mi sembra che Dio mi stia chiedendo di aprire il mio cuore alla vita religiosa, è lultima cosa al mondo che avrei mai scelto per me stessa. Sentii per la prima volta una chiamata quando mi fu raccontata la storia di una vocazione. Per quello piansi tutta la notte, il pensiero mi distrusse; Era come se Dio mi chiedesse di rinunciare alle mia intera vita e tutto ciò che amo.

Ne ho parlato con il mio direttore spirituale e lei mi ha consigliato di aprirmi e di dare a Dio una possibilità, che può essere che Lui mi chieda solo la mia generosità, e che se ho una vocazione Lui mi darà tutta la felicità che gli potrò chiedere.

La mia domanda è la seguente: le persone che hanno una vocazione, sono veramente felici o si convincono semplicemente di esserlo? Ed è un peccato da parte mia lessere così contrariata con Dio per darmi un dono così meraviglioso e grande? Onestamente credo che una vocazione è un bellissimo regalo; Io, semplicemente, non lo voglio.

Cara Cristina,

Sei meravigliosa! Hai scovato un argomento davvero importante. Penso che tu abbia messo in parole quello che numerosi altri lettori pensano e attraverso il quale stanno passando, e sono sicuro che ti stanno ringraziando per averlo detto così chiaramente e onestamente. Spero solamente di riuscire a rispondere a te ed a loro in modo da esservi daiuto.

Innanzi tutto, devi capire come siamo fatti. Siamo molto più in tono con il mondo che ci circonda che con le cose dello spirito. Per mezzo dei nostri sensi vediamo, sentiamo, ascoltiamo, tocchiamo, odoriamo, parliamo, gioiamo di tutte queste cose che succedono intorno a noi. Tutto il resto sembra troppo astratto e non così reale. Per questo quando tutti i nostri amici vanno a vedere un certo film ed i nostri genitori ci dicono che noi non ci possiamo andare, non riusciamo in verità a capire la ragione di tale divieto, vogliamo semplicemente fare quello che tutti gli altri fanno, e divertirci come loro.

Ma quando iniziamo a considerare ciò che è giusto o ciò che è sbagliato, onesto o disonesto, entriamo in una nuova dimensione di realtà, e a volte ci allontaniamo da persone che pensavamo essere nostri amici. Maturando umanamente mettiamo meno enfasi in quello che i nostri sensi e sentimenti ci dicono, e quello che è giusto e buono diviene più importante nella nostra vita.

Inoltre, la nostra fede ci porta in una realtà completamente differente e nuova, molto al di fuori della comprensione dei nostri sensi. Se hai fede, sai che quello che ricevi nella S. Comunione non è il pane ma il corpo di Cristo, ed anche se non puoi vedere o sentire la differenza, la adori perché è Cristo veramente presente.

La nostra fede ci dice la verità sulla nostra vita, perché siamo su questa terra, quello che conta, quello che è più importante, come Cristo ci ha amati e ci ama. Ma il grande problema per noi è che non raggiungiamo la fede attraverso i nostri sensi. Una cassata siciliana svilupperà sempre una certa attrazione che ogni principio spirituale astratto, non importa quanto bello possa essere, non sembra possa mai raggiungere allo stesso modo. Quello è semplicemente il modo in cui Dio ci ha fatti.

Adesso, ritorniamo alla nostra domanda. Ti trovi al momento nel bel mezzo di una lotta, attraverso la quale tutti passiamo, per lasciare andare, metteno in prospettiva quello che piace ai nostril sensi, rendendosi conto che esiste unaltra dimensione della felicità chè molto più profonda di quella che superficialmente ci piace. Non possiamo immaginare che cè qualcosa più di quello che ci appare immediatamente evidente; non ha molto senso alla prima impressione, non- ostante che la nostra fede ci suggerisca in modo differente.

Vorrei quindi dire che quello che stai passando non è in principio un litigio con una vocazione, ma un litigio che centra primariamente con la tua maturazione spirituale, nelliniziare a mettere Cristo al primo posto, e nel praticare fiducia in Lui che è tutto quello che importa, che ci darà la vera felicità. Non importa quale è la tua vocazione, devi superare questa soglia nella tua vita. (Una persona sposata promette damare laltra 'nel bene e nel male, nella ricchezza e nella povertà, in salute e in malattia'. Non parliamo qui della stessa cosa?).

Quindi ti suggerisco di: non fissarti, adesso, specificatamente sulla vocazione. Leggi il Vangelo a di a Cristo che vuoi conoscerLo e vuoi amarLo. Chiedigli questa grazia. E il centro della tua fede, il solo problema reale che dobbiamo risolvere. Una volta che inizi a conoscere ed amare Cristo tutto il resto si risolverà automaticamente. Quindi scoprirai le vera felicità e pace nella tua coscienza, ed assaporerai la santità che Lui può donare.

Che Dio ti benedica.





Gozzano, 14.110.2006 «« Ritorna all'inizio
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"I genitori e la vocazione"
Quando il proprio figlio apre il progetto di Dio in famiglia
Padre Giuseppe Gamelli. LC

Settembre tempo di mietitura e di raccolto anche nel campo spirituale. Nella nostra riflessione di pastorale vocazionale un tema importante è quello che tocca l’ambiente famigliare di chi, sentendo l’invito di Cristo, comunica a casa il proprio progetto di rispondere a questa sequela cominciando il cammino del seminario o del convento. Non sempre questo passo, che io definisco “agrodolce”, è capito e condiviso e anche se il dono della chiamata “ce lo potevamo aspettare”, spesso queste “sorprese” prendono in contropiede anche quei genitori che apertamente vivono una vita cristiana convinta e autentica.

“Mamma, papá vi devo parlare...” sono parole che, pronunciate con un certo tono, rabbrividiscono, mettono un po’ d’ansia e fanno tremare i polsi. Momenti di comunicazione importante per figli e figlie che aprono il proprio cuore ed i propri progetti alle persone a cui vogliono bene...: “ho deciso di entrare in convento”.

A settembre, dicevo, comincia per alcuni giovani l’esperienza importante del proprio ingresso alla vita sacerdotale o religiosa. È l’epilogo di un cammino di discernimento, di molte grazie ed anche di non poca lotta, la cui prima tappa è rappresentata da un cambiamento di vita importante e radicale. Nel cuore del chiamato ed in quello di genitori, parenti ed amici ci sono vari sentimenti a volte molto controversi.

Come direttore spirituale nell’accompagnare un giovane in seminario mi sono trovato di fronte a diverse situazioni famigliari circa il rispetto della decisione del proprio figlio o figlia. Una tipologia che tocca fondamentalmente due realtà: da una piena accettazione e condivisione ad un forte rifiuto. Lo spettro cromatico tra questi due punti è molto fitto e vario con diverse intesità di colore.

La chiamata capita e condivisa pienamente

Da tempo ormai ci si stava preparando a questo passo importante di maturità vocazionale. Mamma e papà hanno accompagnato pienamente il proprio figlio in questo cammino solare di forte felicità che ci rende fieri di aver ricevuto nel seno della famiglia un dono così speciale da parte di Dio. Una famiglia in cui la presenza di Cristo ha sempre scandito passi quotidiani e strardinari della vita, in cui si è pregato insieme, si è partecipato insieme alla Santa Messa domenicale, alla recita del Santo Rosario, ecc... Nelle nostre comunità cristiane sono presenti molti esempi come questi anzi, la vocazione è proprio il frutto maturo di una vita cristiana autentica e genuina. Per queste famiglie la chiamata da parte di Dio del proprio figlio o della propria figlia è il compiersi della Sua promessa di accompagnarci ogni giorno nel nostro percorso terreno. Molte mamme si sentono sanamente orgogliose di avere tra i propri figli un consacato a Dio e dedito al servizio del prossimo. “Grazie Signore” per questa predilezione che benedice la nostra casa e la nostra vita.

In questi casi, seppur con difficoltà, questo accompagnamento vocazionale si fa spedito e facile, c’è una visione soprannaturale e le cose di Dio si “capiscono” in modo sereno.

La chiamata a sorpresa... condivisa ma difficile da capire

Spesso tra le mail che ricevo nel sito www.vocazione.org i giovani che vengono chiamati hanno fatto un percorso più privato ed intimo. Nella vita quotidiana in seno alla famiglia non c’è stata una “rivelazione” chiara. Il cammino percorso è stato reso visibile forse come la punta di un iceberg, ogni tanto si è visto qualche indizio che però non ha destato troppi “sospetti”. I giovani in questione hanno maturato a poco a poco questa chiamata che si è compiuta tracciando un filo rosso non sempre chiaro neppure per loro. È questo il caso in cui apparentemente nessuno sapeva nulla e la famiglia si sente presa completamente in contropiede. Questo anche perché forse in casa non si è mai parlato di “certe cose”, alle volte perché i figli non sanno se verranno capiti o “stoppati” in questa scelta. Insomma non c’è una piena sintonia, per lo meno alcuni pensano erroneamente così, e non si sente da subito il bisogno di dire qualcosa ai propri genitori.

Il cammino vocazionale prosegue, i genitori intravedono qualcosa ma quando dopo un corso di esercizi o un corso di discernimento la famosa frase “vi devo parlare” viene proferita... apriti cielo! Come un bel temporalone o un lampo a ciel sereno la serenità della casa viene scossa da questa piccola bufera.

Ad una prima risposta di perplessità della famiglia e, forse, di ostacolo di fronte al sorriso del proprio figlio o figlia e alla spiegazione di come sono andate le cose a poco a poco il sereno ritorna. Mamma e papà conoscono bene il proprio figliolo e sanno che non è un ennesimo capriccio quello che sta volendo e quindi, anche se all’inizio soltanto umanamento, si fidono e “contento lui”... lasciano fare.

La chiamata non capita e ostacolata

Purtroppo, sempre più spesso, c’è anche questo tipo di risposta in alcune famiglie di fronte alla vocazione dei propri figli. Stizza, chiusura, ribellione... molti genitori si chiudono nel silenzio e nel “muso duro” della rabbia di fronte al sorriso del proprio figlio o figlia che si spegne violentemente. In questi casi, purtroppo, nascono tutta una serie di incomprensioni e di chiusure. Si rinfaccia di non voler bene alla propria famiglia, di voler far soffrire i propri genitori, di essere impazziti, di essere stati plagiati, di non rendersi conto dei tanti sforzi fatti affinché si potesse avere una buona istruzione, un buon lavoro, di... insomma da questo momento le giornate si tingono di toni grigi e neri. È una ferita che si apre e alle volte una vera e propria lacerazione. Da un lato i genitori vanno in cristi e dall’altra i figli vanno in confusione. Il povero direttore spirituale si ritrova a dover “difendere” i diritti del Signore e spesso tutto questo non viene ne capito ne voluto assolutamente capire. Un turbine che travolge tutto e sradica ogni “pianta” lasciando alle spalle un terreno sconquassato e non più fertile. A farne le spese è il progetto che il Signore aveva seminato nel cuore di ogni chiamato.

* * *

Potremmo continuare ancora questa nostra riflessione e tracciare ancora altre tipologie ed esempi di ciò che può nascere quando un figlio apre in famiglia il progetto vocazionale che il Signore ha affidato ed è stato percorso. Potremmo sottolinerare ed additare, con ragione, come in un periodo di scristianizzazione come il nostro sia difficile accompagnare, far maturare e capire “umanamente” le cose di Dio. Insomma, ci troviamo di fronte ad un cammino difficile e per certi versi complesso. In questi quindi anni di pastorale vocazionale l’esperienza fatta ha toccato veramente un po’ tutti questi punti e le sorprese sono state molte. È proprio vero che la realtà va molto più in la di quanto l’immaginazione possa pensare a tavolino.

Comunque sia mi permetto di lasciare alcuni spunti di riflessione. Non credo siano le risposte puntuali e perfette per “risolvere” le varie problematiche che toccano la vocazione. Sono però considerazioni nate “sulla strada” e che mi hanno aiutato nei momenti più difficili di questa realtà legata alla vocazione. Come direttori spirituali siamo strumenti che il Signore usa per il cammino che Lui sa migliore per chi stiamo aiutando e quindi:

• Accompagnando spiritualmente un giovane a motivo di una chiamata, di una vocazione sacerdotale o di una consacrazione, così come lo si aiuta ad approfondire e a maturare la chiamata bisogna anche cominciare a conoscere il tipo di “sensibilità spirituale” che vive la famiglia. Conoscerla bene e creare un ambiente di fiducia e di rispetto che poi sarà utile per il possibile ingresso in seminario del proprio figlio.

• I genitori, soprattutto quelli che non vivono una fede profonda, si fermano spesso ad un livello umano della vocazione. Come se fosse un lavoro da scegliere in cui bisogna stare attenti al tipo di contratto che il proprio figlio dovrebbe sottoscrivere. Da qui una serie direi “infinita” di ma, peró, insomma, non credo, perché... ai quali si può e si deve dare una risposta adeguata ma che alla fine deve arrivare ad una visione soprannaturale di questa scelta.

• Forse è questo il punto centrale di tutta la riflessione: la chiamata non si può “capire”, o meglio, non è una cosa da capire soltanto intellettualmente ma si deve vedere con gli occhi della fede. Fede che non è irrazionale ma soprarazionale. Insomma il fatto che tuo figlio non continui in questo momento, per esempio, gli studi universitari non è perché vuole scappare dalle proprie responsabilità ma forse, unicamente, perché il Signore per lui ha pensato non a un pezzo di carta che lo abilita per il mondo del lavoro ma una missione concreta e profonda per poter amare come il Signore ama.

• C’è quindi una dimensione da recuperare ed è quella di vedere le cose con gli occhi di Dio. Quando non si crede si cercano ragioni, e queste devono essere quelle che pensiamo noi.

• Il direttore spirituale è lo strumento che il Signore usa affinché la luce di Dio illumini ció che a volte gli uomini non riescono a vedere. Ad ogni affermazione vocazionale c’è un ostacolo che “razionalmente” i genitori possono mettere. Un bastone tra le ruote che deve essere rimosso.

• La vocazione non è soltanto un dono per chi la riceve ma è sempre anche un grande segno per tutte le persone che vivono accanto ad ogni chiamato. È una grazia che cambia la vita di una persona e di tutte quelle che sono accanto a lui. È una luce che fa spesso riconsiderare il valore della vita a chi, magari, era ormai troppo abituato a vedere la vita dai tetti delle case verso il basso e non verso il cielo.

• In questa realtà consiglierei di non arrivare mai ad uno strappo del chiamato con la propria famiglia. Ci può essere una sofferenza, ci può essere un periodo di chiusura e di ostacolo ma il giovane non deve “scappare di casa scendendo dalla finestra della propria stanza con le lenzuola”. Alla larga l’essere scappato di casa lasciando tutto e tutti può essere controproducente. Per questo motivo chiedo sempre ai genitori di, perlomeno, rispettare e dare una opportunità alla decisione del proprio figlio.

Mi rendo conto che con queste brevi parole abbiamo soltanto toccato uno dei tanti aspetti che il tema della vocazione ci propone. I paletti messi delimitano un ambito di riflessione e gli spunti menzionati ci aprono ad un approfondimento personale di questa realtà.

Il Signore non fa mai le cose a metà e, spesso, dopo il temporale torna il sereno.





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