2 Ottobre 2006

Anno II, Numero 22

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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ROMA, giovedì, 21 settembre 2006 (ZENIT.org).-  »

L’adorazione eucaristica perpetua è il segreto per la rinascita delle comunità cristiane

CASTEL GANDOLFO, giovedì, 21 settembre 2006 (ZENIT.org). »

La preghiera: il consiglio del Papa ai nuovi Vescovi

Piazza San Pietro Mercoledì, 27 settembre 2006  »

BENEDETTO XVI ALL'UDIENZA: OGNI DUBBIO PUÒ APPRODARE A UN ESITO LUMINOSO

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Mi stavo domandando se tu potessi darmi qualche dritta per aiutarmi ad aprirmi completamente col mio Direttore Spirituale, mi è difficile farlo, ma sò che dovrò eventualmente dirgli del discernimento della mia vocazione.

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C'è qualcosa che io sento che viene da fuori, e mi da un senso di tristezza al cuore quando penso alla mia vita futura.

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Il Signore non fa mai le cose a metà

 

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ROMA, giovedì, 21 settembre 2006 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"L’adorazione eucaristica perpetua è il segreto per la rinascita delle comunità cristiane"
Intervista a don Alberto Pacini, Rettore della Chiesa di Sant'Anastasia al Palatino di Roma
Don Alberto Pacini
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In occasione dell’incontro con il Clero della Diocesi di Roma avvenuto il 2 marzo scorso Benedetto XVI aveva sottolineato l’importanza per la vitalità dei cristiani dell’adorazione eucaristica.

Rispondendo alla domanda di don Alberto Pacini, Rettore della Chiesa di Sant'Anastasia al Palatino di Roma, che chiedeva di creare nei cinque Settori della Diocesi di Roma, cinque luoghi di adorazione perpetua, il Papa aveva accolto con entusiasmo la proposta ed aveva commentato: “Grazie a Dio, perché dopo il Concilio, dopo un periodo in cui mancava un po' il senso dell'adorazione eucaristica, è rinata la gioia di questa adorazione dappertutto nella Chiesa, come abbiamo visto e sentito nel Sinodo sull'Eucaristia”.

Per comprendere in che modo la pratica dell’adorazione eucaristica possa incidere sull’opera di evangelizzazione, ZENIT ha intervistato don Alberto Pacini, che nella Chiesa di cui è Rettore da cinque anni promuove l'adorazione eucaristica perpetua, giorno e notte; aperta 24 ore al giorno, con il Santissimo Sacramento esposto alla venerazione dei fedeli. E’ anche sede di un attivo movimento di evangelizzazione eucaristica.

Don Alberto ha inoltre dato vita ad altre 14 iniziative simili, di cui una a Roma e le altre in varie parti d'Italia.

Da dove è nata questa sua idea di rilanciare con forza l'adorazione eucaristica perpetua e quali sono gli obbiettivi che pensa di raggiungere?

Don Alberto Pacini: E’ nata in Africa, durante la mia esperienza di Missionario Fidei Donum mentre trascorrevo lunghe ore al mattino presto, in preghiera nella cappella della canonica. Più tardi, a conclusione del mandato Fidei Donum, con la nomina del Cardinale Vicario di Roma, Camillo Ruini, nel Giubileo del 2000 sono diventato Rettore della Basilica di S. Anastasia nella quale dal 2 marzo del 2001, come frutto del Giubileo e ispirati dalle parole del compianto Papa Giovanni Paolo II, “Prendete il largo” è attiva l’adorazione eucaristica perpetua, che porta sia al suo interno che all’esterno un grande frutto di preghiera e una diffusa corrente di evangelizzazione con una portata ormai mondiale. L’obiettivo primario è la Gloria di Dio ed il Regno Eucaristico di Cristo, che darà beneficio a tutte le nazioni, porterà la pace nei cuori e nelle nazioni, costruirà comunione nella Chiesa e tutti riconosceranno l’Agnello e lo serviranno adorandolo incessantemente notte e giorno. Tutto ciò l’ho visto realizzato nel microcosmo che l’Eucaristia, celebrata ed adorata, ha creato a S. Anastasia e dovunque sia nata l’adorazione eucaristica perpetua, in Italia e nel mondo intero.

Perché dopo il Concilio Vaticano II il senso dell'adorazione eucaristica è venuto un pò a mancare?

Don Alberto Pacini: Come Papa Benedetto XVI ci ha detto il 2 marzo nell’udienza annuale del Clero della Diocesi di Roma e da voi magistralmente riportata in ZENIT del 9 marzo, il Concilio Vaticano II ha offerto alla Chiesa una rinascita nel modo di celebrare l’Eucaristia perché il popolo potesse partecipare comunitariamente e non più intimisticamente, come era avvenuto fino ad allora, a causa della poca comprensibilità per i più della Liturgia pre-Conciliare. Tutte le forme che in apparenza sembravano legate a questo genere di celebrazione sono così sfumate nei più; possiamo aggiungere che l’enfasi che nel famoso ’68 si è data ad una maggior partecipazione della Chiesa nel sociale, nel cuore di molti è sembrata minimizzare forme di preghiera apparentemente individuali e statiche, a beneficio di altre forme più assembleari e comunitarie. In realtà non c’è contraddizione tra le due dimensioni ma piuttosto profonda e necessaria complementarità, perché come il Papa ci diceva, ricevere la Comunione senza adorare chi si riceve è come svuotare di significato il gesto!

L’adorazione in realtà ci porta a dichiarare la nostra fede nella reale presenza di Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia, ad entrare in un rapporto sempre più profondo con Lui e muovendoci all’amore verso di Lui ci muove di conseguenza all’amore verso i fratelli e quindi ad un impegno più concreto nella storia. Ciò dimostrano le tante esperienze dei santi nella storia della Chiesa: chi ha amato Gesù nell’Eucaristia ha anche risposto alle sfide della sua epoca ed è diventato testimone di carità nel suo tempo! In tutte le parrocchie in cui l’Eucaristia è ben celebrata ed adorata dai pastori con il gregge, nasce una vita nuova, una maggior attenzione alla Parola che si incarna nella Celebrazione e nella Carità operosa, si rigenerano le famiglie, rifioriscono le vocazioni!

Negli ultimi anni sembra che la pratica dell’adorazione eucaristica stia rinascendo con sempre maggior vigore. Quante sono le chiese a Roma e in Italia che praticano l’adorazione perpetua?

Don Alberto Pacini: Come indichiamo nel nostro sito www.adorazioneperpetua.it ci sono almeno sei realtà a Roma che offrono l’adorazione eucaristica perpetua (cioè 24 ore al giorno per tutta la settimana) di cui la Basilica di S. Anastasia al Palatino e la Parrocchia Madre della Divina Provvidenza a Monte Verde, che sono aperte al popolo di Dio anche di notte e da esso sono attivate, mentre le altre sono legate a congregazioni religiose che comunque hanno custodito tale tesoro anche negli anni difficili del passato. Dal 2 marzo di quest’anno poi, grazie alle parole del Papa che ha chiesto al Cardinale Vicario Camillo Ruini di aprire almeno una cappella di adorazione eucaristica perpetua in ciascuno dei cinque Settori di Roma, certamente le aspirazioni di tanti bravi sacerdoti del nostro Clero di Roma si trasformeranno in un forte slancio accompagnato dalla generosità del Popolo di Dio, così assetato di Spiritualità vera.

In tutto ciò molti dei movimenti ecclesiali esercitano il loro benefico influsso nel riportare l’esperienza di fede alla preghiera, “di rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero ‘invaghimento’ del cuore…” (N.M.I. 33). Si sta sviluppando nel popolo di Dio, guidato dai suoi pastori della Diocesi di Roma un progetto chiamato “IHSCINQUESETTORI” con la sua casella di posta elettronica ihscinquesettori@yahoo.it che mira a realizzare il desiderio del Papa e facilitare il compito al suo Cardinale Vicario. Già da tempo alcuni parroci avevano in cuore di aprire nelle loro parrocchie l’adorazione eucaristica perpetua e ne avevano fatto esperienze temporanee con grande successo ed entusiasmo, ma attendevano il tempo propizio per fare il passo nella fede: questo tempo è venuto, finalmente!

E nel mondo?

Don Alberto Pacini: Solo negli Stati Uniti sono molte più di mille, in alcune grandi città ce ne sono decine; mentre nel mondo sono varie migliaia, come hanno messo in evidenza le cifre offerte dal Congresso Eucaristico di Guadalajara e dal Sinodo sull’Eucaristia. Ciò a conferma ancora delle parole profetiche e realistiche di Papa Giovanni Paolo II che individuava nella Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte uno dei segni del nostro tempo proprio in un rinnovato bisogno di spiritualità, nonostante il diffuso secolarismo. Io stesso, pur nel mio piccolissimo osservatorio dell’esperienza in America Latina, Africa, Europa ed Asia, posso dire che dovunque si vede la stessa esigenza e le medesime risposte di popolo, quando si propone l’adorazione eucaristica. Quanto suonano attuali nei deserti dell’umanità le parole del Libro dell’Apocalisse 21,5-6 “Ecco, io faccio nuove tutte le cose… io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita”.

Lei è convinto che l'adorazione eucaristica sia uno strumento decisivo per vincere le sfide moderne della secolarizzazione, del relativismo morale e religioso, del nichilismo diffuso, della perdita del senso della famiglia. Può illustrarci come e perché l'adorazione eucaristica può rispondere a queste sfide?

Don Alberto Pacini: Sono certo che Gesù è la risposta unica a tutte le sfide dell’Umanità, perché Egli è il vero Uomo secondo il progetto di Dio. Quindi l’esperienza dell’Eucaristia celebrata bene e con amore (come riecheggiano i documenti Ecclesia de Eucaristia e Mane Nobiscum Domine) e quindi adorata nel riceverla ma anche in lunghi tempi di silenzio per entrare nell’intimità del Cuore di Cristo, è il segreto per la rinascita delle “nostre comunità cristiane che devono diventare vere scuole di preghiera…” (N.M.I. 33), scuole nelle quali noi preti dobbiamo diventare i maestri non solo di preghiera, ma anche di annuncio e testimonianza della carità, frutti che nascono solo dal Cuore di Cristo. Se questo Sacro Cuore Misericordioso è messo in contatto con il cuore dei suoi figli, può trasformarne i cuori di pietra in cuori di carne per scriverci i suoi precetti col suo Sangue ed il suo Spirito, rigenerando dal di dentro la nostra società vuota di valori e flagellata dal demonio.





CASTEL GANDOLFO, giovedì, 21 settembre 2006 (ZENIT.org). «« Ritorna all'inizio
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"La preghiera: il consiglio del Papa ai nuovi Vescovi"
Per non cadere nell’attivismo esagerato
PAPA BENEDETTO XVI
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Incontrando questo giovedì i Vescovi che sono stati ordinati nell’ultimo anno, Benedetto XVI ha lasciato loro un consiglio molto personale che ripete anche ai sacerdoti: preghiera per non cadere nell’attivismo esagerato.

“Il dono totale di voi stessi, che la cura del gregge del Signore domanda, ha bisogno del supporto di un’intensa vita spirituale, alimentata da assidua preghiera personale e comunitaria”, ha detto loro il Papa.

Ricevendoli nella Residenza pontificia di Castel Gandolfo, ha chiesto loro che “un costante contatto con Dio caratterizzi pertanto le vostre giornate e accompagni ogni vostra attività”.

I presuli stanno partecipando a Roma ad un pellegrinaggio sulla tomba degli apostoli e ad un corso offerto dalla Congregazione vaticana per i Vescovi sulle sfide che dovranno affrontare nel loro nuovo ministero.

“Vivere in intima unione con Cristo vi aiuterà a raggiungere quel necessario equilibrio tra il raccoglimento interiore e il necessario sforzo richiesto dalle molteplici occupazioni della vita, evitando di cadere in un attivismo esagerato”, ha osservato.

“Mediante la preghiera, le porte del vostro cuore si aprono al progetto di Dio, che è progetto di amore a cui Egli vi ha chiamati unendovi più intimamente a Cristo con la grazia dell’Episcopato”.

“Seguendo Lui, il Pastore e Vescovo delle vostre anime, sarete spinti a tendere senza stancarvi alla santità, che è lo scopo fondamentale dell’esistenza di ogni cristiano”, ha detto loro.

Per quanto riguarda lo stile pastorale, il Papa ha raccomandato ai Vescovi di farsi “tutto a tutti”, “proponendo la verità della fede, celebrando i sacramenti della nostra santificazione e testimoniando la carità del Signore”.

“Accogliete con animo aperto coloro che bussano alla vostra porta: consigliateli, consolateli e sosteneteli nella via di Dio, cercando di condurre tutti a quell’unità nella fede e nell’amore di cui, per volontà del Signore, nelle vostre Diocesi dovete essere il visibile principio ed il fondamento”.

In particolare, ha chiesto loro di prestare particolare attenzione ai sacerdoti: “Agite sempre con loro come padri e fratelli maggiori che sanno ascoltare, accogliere, confortare e, quando necessario, anche correggere”.

“Uguale sollecitudine cercate poi di rivolgere ai giovani che si preparano alla vita sacerdotale e religiosa”, ha sottolineato.

In virtù dell’ufficio di governare la Chiesa diocesana, i Vescovi sono chiamati “ad essere custodi attenti di questa comunione ecclesiale e a promuoverla e difenderla vigilando costantemente sul gregge di cui siete costituiti Pastori”.

“Si tratta di un atto di amore che richiede discernimento, coraggio apostolico e paziente bontà nel cercare di convincere e di coinvolgere, perché le vostre indicazioni siano accolte di buon animo ed eseguite con convinzione e prontezza”, ha concluso.





Piazza San Pietro Mercoledì, 27 settembre 2006 «« Ritorna all'inizio
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"BENEDETTO XVI ALL'UDIENZA: OGNI DUBBIO PUÒ APPRODARE A UN ESITO LUMINOSO"
La cosa più importante è non distaccarsi mai da Gesù
PAPA BENEDETTO XVI
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Cari fratelli e sorelle,

Cari fratelli e sorelle, proseguendo i nostri incontri con i dodici Apostoli scelti direttamente da Gesù, oggi dedichiamo la nostra attenzione a Tommaso. Sempre presente nelle quattro liste compilate dal Nuovo Testamento, egli nei primi tre Vangeli è collocato accanto a Matteo (cfr Mt 10, 3; Mc 3, 18; Lc 6, 15), mentre negli Atti si trova vicino a Filippo (cfr At 1, 13). Il suo nome deriva da una radice ebraica, ta'am, che significa "appaiato, gemello". In effetti, il Vangelo di Giovanni più volte lo chiama con il soprannome di "Didimo" (cfr Gv 11, 16; 20, 24; 21, 2), che in greco vuol dire appunto "gemello". Non è chiaro il perché di questo appellativo.

Soprattutto il Quarto Vangelo ci offre alcune notizie che ritraggono qualche lineamento significativo della sua personalità. La prima riguarda l'esortazione, che egli fece agli altri Apostoli, quando Gesù, in un momento critico della sua vita, decise di andare a Betania per risuscitare Lazzaro, avvicinandosi così pericolosamente a Gerusalemme (cfr Mc 10, 32). In quell'occasione Tommaso disse ai suoi condiscepoli: "Andiamo anche noi e moriamo con lui" (Gv 11, 16). Questa sua determinazione nel seguire il Maestro è davvero esemplare e ci offre un prezioso insegnamento: rivela la totale disponibilità ad aderire a Gesù, fino ad identificare la propria sorte con quella di Lui ed a voler condividere con Lui la prova suprema della morte. In effetti, la cosa più importante è non distaccarsi mai da Gesù. D'altronde, quando i Vangeli usano il verbo "seguire" è per significare che dove si dirige Lui, là deve andare anche il suo discepolo. In questo modo, la vita cristiana si definisce come una vita con Gesù Cristo, una vita da trascorrere insieme con Lui. San Paolo scrive qualcosa di analogo, quando così rassicura i cristiani di Corinto: "Voi siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere" (2 Cor 7, 3). Ciò che si verifica tra l'Apostolo e i suoi cristiani deve, ovviamente, valere prima di tutto per il rapporto tra i cristiani e Gesù stesso: morire insieme, vivere insieme, stare nel suo cuore come Lui sta nel nostro.

Un secondo intervento di Tommaso è registrato nell'Ultima Cena. In quell'occasione Gesù, predicendo la propria imminente dipartita, annuncia di andare a preparare un posto ai discepoli perché siano anch'essi dove si trova lui; e precisa loro: "Del luogo dove io vado, voi conoscete la via" (Gv 14, 4). È allora che Tommaso interviene dicendo: "Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?" (Gv 14, 5). In realtà, con questa uscita egli si pone ad un livello di comprensione piuttosto basso; ma queste sue parole forniscono a Gesù l'occasione per pronunciare la celebre definizione: "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14, 6). È dunque primariamente a Tommaso che viene fatta questa rivelazione, ma essa vale per tutti noi e per tutti i tempi. Ogni volta che noi sentiamo o leggiamo queste parole, possiamo metterci col pensiero al fianco di Tommaso ed immaginare che il Signore parli anche con noi così come parlò con lui. Nello stesso tempo, la sua domanda conferisce anche a noi il diritto, per così dire, di chiedere spiegazioni a Gesù. Noi spesso non lo comprendiamo. Abbiamo il coraggio di dire: non ti comprendo, Signore, ascoltami, aiutami a capire. In tal modo, con questa franchezza che è il vero modo di pregare, di parlare con Gesù, esprimiamo la pochezza della nostra capacità di comprendere, al tempo stesso ci poniamo nell'atteggiamento fiducioso di chi si attende luce e forza da chi è in grado di donarle.

Notissima, poi, e persino proverbiale è la scena di Tommaso incredulo, avvenuta otto giorni dopo la Pasqua. In un primo tempo, egli non aveva creduto a Gesù apparso in sua assenza, e aveva detto: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!" (Gv 20, 25). In fondo, da queste parole emerge la convinzione che Gesù sia ormai riconoscibile non tanto dal viso quanto dalle piaghe. Tommaso ritiene che segni qualificanti dell'identità di Gesù siano ora soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela fino a che punto Egli ci ha amati. In questo l'Apostolo non si sbaglia. Come sappiamo, otto giorni dopo Gesù ricompare in mezzo ai suoi discepoli, e questa volta Tommaso è presente. E Gesù lo interpella: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente" (Gv 20, 27). Tommaso reagisce con la più splendida professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20, 28). A questo proposito commenta Sant'Agostino: Tommaso "vedeva e toccava l'uomo, ma confessava la sua fede in Dio, che non vedeva né toccava. Ma quanto vedeva e toccava lo induceva a credere in ciò di cui sino ad allora aveva dubitato" (In Iohann. 121, 5). L'evangelista prosegue con un'ultima parola di Gesù a Tommaso: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20, 29). Questa frase si può anche mettere al presente: "Beati quelli che non vedono eppure credono". In ogni caso, qui Gesù enuncia un principio fondamentale per i cristiani che verranno dopo Tommaso, quindi per tutti noi. È interessante osservare come un altro Tommaso, il grande teologo medioevale di Aquino, accosti a questa formula di beatitudine quella apparentemente opposta riportata da Luca: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete" (Lc 10, 23). Ma l'Aquinate commenta: "Merita molto di più chi crede senza vedere che non chi crede vedendo" (In Johann. XX lectio VI 2566). In effetti, la Lettera agli Ebrei, richiamando tutta la serie degli antichi Patriarchi biblici, che credettero in Dio senza vedere il compimento delle sue promesse, definisce la fede come "fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono" (11, 1). Il caso dell'apostolo Tommaso è importante per noi per almeno tre motivi: primo, perché ci conforta nelle nostre insicurezze; secondo, perché ci dimostra che ogni dubbio può approdare a un esito luminoso oltre ogni incertezza; e, infine, perché le parole rivolte a lui da Gesù ci ricordano il vero senso della fede matura e ci incoraggiano a proseguire, nonostante la difficoltà, sul nostro cammino di adesione a Lui.

Un'ultima annotazione su Tommaso ci è conservata dal Quarto Vangelo, che lo presenta come testimone del Risorto nel successivo momento della pesca miracolosa sul Lago di Tiberiade (cfr Gv 21, 2). In quell'occasione egli è menzionato addirittura subito dopo Simon Pietro: segno evidente della notevole importanza di cui godeva nell'ambito delle prime comunità cristiane. In effetti, nel suo nome vennero poi scritti gli Atti e il Vangelo di Tommaso, ambedue apocrifi ma comunque importanti per lo studio delle origini cristiane. Ricordiamo infine che, secondo un'antica tradizione, Tommaso evangelizzò prima la Siria e la Persia (così riferisce già Origene, riportato da Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. 3, 1) e poi si spinse fino all'India occidentale (cfr Atti di Tommaso 1-2 e 17ss), da dove poi il cristianesimo raggiunse anche l'India meridionale. In questa prospettiva missionaria terminiamo la nostra riflessione, esprimendo l'auspicio che l'esempio di Tommaso corrobori sempre più la nostra fede in Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio.





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"Mi stavo domandando se tu potessi darmi qualche dritta per aiutarmi ad aprirmi completamente col mio Direttore Spirituale, mi è difficile farlo, ma sò che dovrò eventualmente dirgli del discernimento della mia vocazione."
Maria

Maria chiede:

Mi stavo domandando se tu potessi darmi qualche dritta per aiutarmi ad aprirmi completamente col mio Direttore Spirituale, mi è difficile farlo, ma sò che dovrò eventualmente dirgli del discernimento della mia vocazione... Grazie per il tuo aiuto!

Cara Maria,

La cosa principale che ti può far aprire con il tuo direttore spirituale è il ricordarti la ragione per cui ne hai uno. La ragione per cui abbiamo un direttore spirituale è perché ci confondiamo così facilmente quando proviamo ad auto-medicarci spiritualmente. Non siamo dei bravi giudici quando si tratta di noi stessi. Quindi il nostro direttore spirituale fornisce un altro paio di occhi per aiutarci a vedere più chiaramente chi siamo e che cosa Dio vuole che facciamo.

Quindi, ricordati che il tuo direttore spirituale è la persona messa da Dio qui per aiutarti a riconoscere la sua voce e trovare la via verso di Lui.

Ricorda inoltre che è suo interesse aiutarti ad essere una buona amica di Gesù, e a crescere nella tua relazione con Lui. Il tuo direttore spirituale sarà capace daiutarti a vedere se i tuoi pensieri riguardo la tua vocazione vengono da Dio o no, e che cosa devi fare in ciascuno dei casi. Ti aiuterà anche a essere forte quando ti senti debole e a trovare la luce quando ti senti insicura.

Che Dio ti benedica.





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"Come vengono vagliate le chiamate personali per verificarne lautenticità?"
Tommaso

Tommaso chiede:

Capisco che la questione delle chiamate può essere/è così grande o così varia come gli individui che sono chiamati al sacerdozio. Spero che ci siano dei parametri di base che permettono di giudicare e che mi possa spiegare. Come viene vagliata laffermazione dellindividuo che dice dessere stato chiamato al sacerdozio per assicurare che è veramente una chiamata di Dio? Ti prego dessere libero delaborare al massimo. Ti ringrazio per la risposta che mi darai.

Caro Tommaso,

La tua è una buona domanda, e addita qualcosa di fondamentale che possiamo facilmente passare oltre in una vocazione. Vedi, tendiamo normalmente a trattare una vocazione dal punto di vista dei nostri sentimenti, e questo ci fa pensare che se sentiamo daverne una significa che labbiamo, e se sentiamo di non averla vuol dire che non labbiamo. Quindi la tua domanda è molto perspicace. Non tutto è in funzione delle nostre sensazioni. Se cè veramente una chiamata, le nostre sensazioni positive devono essere comprovate, così come anche le nostre sensazioni negative (contro una vocazione, o che ci spingano ad abbandonarne una) devono essere verificate per determinare che non ci sia una vocazione.

Le basi di una chiamata sono: avere le necessarie qualità umane (salute fisica, appropriate maturità psicologica e auto controllo, la necessaria intelligenza); avere le necessarie qualità spirituali (per esempio, la necessaria appropriata stabilità nella vita di grazia); avere la propria motivazione, essere interessati al sacerdozio per una ragione spirituale.

Riguardo al processo di vagliatura, si riferisce principalmente alle aree testè menzionate. Ogni particolare vocazione (il sacerdozio diocesano, questo o quelordine religioso) avranno i loro parametri o criteri, ed alcuni potranno avere aree addizionali sulle quali basano i loro criteri valutativi (ad esempio: alcuni gruppi non accettano candidati che non abbiano completato luniversità). Generalmente, richiederanno di conoscerti personalmente, poi ti chiederanno prove documentali di quelle aree che possono essere provate con documenti (copie, risultati di esami medici, etc.) ; poi avranno sicuramente qualche sistema per vagliare le aree che richiedono determinazione specializzata (ad esempio: test psicologici), usualmente chiedono di passare del tempo con la comunità in modo da conoscerti personalmente.

Lindagine è più approfondita per lentrata in seminario, ma non viene fatta una sola volta: continuerà durante tutto il periodo di formazione, e sarà generalmente centrata sui risultati da te ottenuti nei differenti aspetti della tua vita come sacerdote: i tuoi progressi spirituali, la tua maturità umana, i tuoi studi, le tue capacità di comunicazione ed interazione sociale, la tua attitudine, il tuo amore per le anime e la Chiesa, etc.

Spero che questo ti aiuti.

Che il Signore ti benedica.





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"Sono un giovane di 14 anni e sono quasi sicuro davere una vocazione al sacerdozio. Che cosa mi suggerisci di fare?"
Raffaele

Raffaele chiede:

Caro Padre Giuseppe,

Sono un giovane di 14 anni e sono quasi sicuro davere una vocazione al sacerdozio. Sto considerando di diventare un sacerdote del gruppo Meryknoll, oppure un sacerdote diocesano. Ho molto pregato chiedendo a Dio dilluminare una mia decisione, ma fino ad ora non ho ricevuto una risposta. Che cosa mi suggerisci di fare?

Caro Raffaele,

Se sei quasi sicuro davere una vocazione al sacerdozio ed i tuoi genitori sono daccordo, sarebbe bene che tu cercassi una scuola seminario superiore se la tua diocesi ne ha una o se tu ne conosci una.

Se questo non ti è possibile, mantieni attiva la tua vita di preghiera, persevera nei tuoi studi, fai sport, specialmente di gruppo, fai qualche servizio per il tuo prossimo o intraprendi qualche attività missionaria con un gruppo dapostolato (se non ne conosci fammelo sapere avvisandomi del tuo paese dappartenenza e ti metterò in contatto con un tale gruppo). Durante i prossimi anni, visita i seminari che tinteressano, e taccorgerai che le cose diventeranno più chiare quando il tempo di fare un passo decisivo savvicinerà.

Che Dio ti benedica.





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"C'è qualcosa che io sento che viene da fuori, e mi da un senso di tristezza al cuore quando penso alla mia vita futura."
Giancarlo

Giancarlo chiede:

Giancarlo chiede:

Caro Padre Giuseppe, mi perdoni se la disturbo. Mi chiamo Giancarlo ed ho 25 anni, mi trovo in una situazione spirituale particolare: da ormai qualche anno c'è qualcosa che io sento che viene da fuori, e mi da un senso di tristezza al cuore quando penso ad una ragazza o ad un mio futuro lavoro (sto per laurearmi in scienze politiche), sensazione che passa subito quando mi immagino prete e sento una gran pace dentro. Il problema è che questa sensazione è come se qualcuno me la mettesse dentro, perchè io non voglio fare il prete, sono cattolico praticante e partecipo a tutte le funzioni insieme alla mia famiglia, ma ho sempre sognato un'altro tipo di vita, continuo a cercare la ragazza della mia vita incurante di questa sensazione, secondo lei sto commettendo un grave peccato: continuo a sentire questa voce come estranea e cerco di rifiutarla? Anche perchè continuano a piacermi molto le ragazze ed in questo periodo ho provato anche dei sentimenti per due in particolare. La prego mi risponda presto. Grazie e mi scusi molto per il disturbo.

Giancarlo

Caro Giancarlo,

grazie per la mail e per la fiducia. Beh, vedo che nel tuo cuore c'è un po' di confusione, da una parte ciò che senti dentro, dall'altra ciò che ti piacerebbe di più, infine i sentimenti verso le ragazze che peró non si concretizzano in un cammino determinato ma in sensazioni ed amicizie. In tutto questo mi pare di capire che hai la grande opportunità di fare un po' più di chiarezza e di vedere fino in fondo qual'è il cammino che Dio ha pensato per te: da una parte il Signore non fa le cose a metà e se nel tuo cuore ci sono alcuni indizi o per lo meno chiamiamoli "sintomi" di chiamata forse vale la pena vedere più in profondità. Se il Signore, invece, ha pensato una ragazza per te non aver paura che questa arriverà. Non fermarti soltanto a ció che a te piace o non piace fare, non rimanere sordo alle ispirazioni che il Signore può mettere nel tuo cuore. Per questo motivo ti potrebbe aiutare molto, contemplando la tua vita in modo globale e avendo una volta per tutte punti fermi e chiari, un cammino di discernimento, un progetto con il quale poter mettersi di fronte a Dio e con molta pace verificare, capire e seguire ció che vuole per te. Per questo discernimento consiglio sempre alcuni punti fondamentali: una vita di preghiera fatta con il cuore e in unione con Maria, la ricerca di un buon direttore spirituale, la vita sacramentale, alcuni momenti di confronto e di comunione in qualche comunità religiosa di spessore spirituale. È un cammino, secondo me, molto valido che ti porterà a contemplare la tua vita con gli occhi del Signore.





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"Il Signore non fa mai le cose a metà"
Chiara

Cara Chiara,

grazie per la mail e per la fiducia. Cosa dirti, che il Signore non fa mai le cose a metá e che nel suo cuore c'è sempre un progetto concreto per ciascuno di noi. Forse è un po' più lento di quanto possiamo capire, forse ci porta per vie che non pensavamo... comunque sia il primo interessato affinché riusciamo a riconoscerlo e a seguirlo è proprio Lui.

Guarda un po' dove ti ha portata fino ad oggi, cerca di trovare una guida spirituale che ti sappia capire ed accompagnare. Vedrai che troverai anche tu il cammino. Affidati fortemente a Maria,

con la mia preghiera e la mia amicizia, in Cristo e in Maria, P. Giuseppe Gamelli, LC





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