7 Agosto 2006

Anno II, Numero 18

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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NEW YORK, sabato, 29 luglio 2006 (ZENIT.org).-  »

Dio sta vincendo

NEW YORK, sabato, 15 luglio 2006 (ZENIT.org).-  »

Alla ricerca della felicità

Roma, 15 aprile 1993 »

INTERPRETAZIONE DELLA BIBBIA NELLA VITA DELLA CHIESA

 



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"Dio sta vincendo"
Il sentimento religioso non cede il passo nel mondo moderno
Timothy Samuel Shah e Monica Duffy Toft
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Lungi dal dissolversi nell’ombra della modernità e della prosperità, il fervore religioso di fatto risulta essere in crescita. Questo è l’argomento di un articolo dal titolo “Why God is Winning” (perché Dio sta vincendo), pubblicato nell’edizione di luglio-agosto della rivista Foreign Policy.

Gli autori Timothy Samuel Shah e Monica Duffy Toft spiegano che una delle più recenti conferme alla loro tesi è arrivata lo scorso gennaio dalla vittoria del partito di Hamas alle elezioni palestinesi.

Dopo l’elezione, un sostenitore di Hamas ha sostituito la bandiera palestinese che svettava sul Parlamento, con uno stendardo raffigurante Maometto. Poco tempo dopo, le violente proteste scoppiate in molti Paesi per la pubblicazione delle vignette satiriche sul Profeta, hanno dato ulteriore prova della forza del fervore islamico.

Secondo Shah e Toft non si è trattato di un incidente isolato. “Le rivendicazioni di un’autorità trascendente stanno riempiendo le piazze pubbliche e stanno avendo la meglio in importanti sfide politiche”, affermano.

La politica ispirata alla religione ha avuto un ruolo importante in situazioni come la lotta contro l’apartheid nel Sud Africa e nella vittoria dei nazionalisti indù in India nel 1998.

Negli Stati Uniti, gli evangelici hanno assunto un ruolo sempre più importante nelle elezioni degli ultimi anni. “La democrazia sta dando voce ai popoli della terra e questi vogliono parlare di Dio”, osserva l’articolo.

Il rafforzamento della religione sta avvenendo in un momento in cui la democrazia e la libertà si sono affermate nel mondo. L’avvio di processi politici democratici in Paesi come l’India, la Nigeria, la Turchia, e l’Indonesia, nel corso dell’ultimo decennio, ha conferito alla religione un’influenza molto maggiore nella vita politica.

Una tendenza analoga si è verificata nell’ambito della vita economica. Sebbene la povertà rappresenti ancora un grave problema in numerosi Paesi, molte persone oggi si trovano in una condizione economica migliore. Ma, mentre la popolazione mondiale è diventata più ricca e più istruita, essa non ha voltato le spalle a Dio. Un caso emblematico in questo senso è quello della Cina, in cui alla rapida crescita economica si è affiancata al contempo una forte crescita della fede religiosa.

Citando i dati della World Christian Encyclopedia, l’articolo del Foreign Policy sottolinea il fatto che le due maggiori fedi cristiane - quella cattolica e quella protestante - e le due maggiori religioni non cristiane - l’Islam e l’Induismo - nel 2000 hanno registrato una crescita, nell’ambito della popolazione mondiale, rispetto al secolo precedente.

All’inizio del XX secolo, a queste quattro religioni apparteneva il 50% della popolazione mondiale; percentuale che all’inizio del XXI secolo era arrivata a quasi il 64% e che potrebbe raggiungere quasi il 70% nel 2025.

Neo-ortodossie

Ma la crescita nel fervore religioso non è distribuita in modo equo, osservano Shah e Toft. “L’espansione religiosa attuale non è tanto un ritorno all’ortodossia, quanto un’esplosione di ‘neo-ortodossie’ ”, sostengono.

Si tratta di gruppi che possiedono una buona capacità organizzativa e un’ampia dose di buon senso politico. Essi hanno dimostrato anche una certa rapidità nell’adeguarsi alle nuove tecnologie, per raggiungere potenziali fedeli e nel tradurre i loro numeri in potere politico. Questo è stato il caso dei gruppi indù in India, della Fratellanza mussulmana in Egitto, di Hamas nei Territori palestinesi e dei pentecostali in Brasile.

Non mancano tuttavia preoccupazioni per il timore che questi gruppi possano essere troppo estremisti nella loro visione e che possano provocare conflitti civili. Ma anche se qualche aspetto negativo è emerso da alcune manifestazioni del fervore religioso, la religione ha in generale svolto un ruolo positivo nel sostenere la democrazia e i diritti umani in molti Paesi.

Shah e Taft hanno poi ulteriormente spiegato la loro tesi in un’intervista pubblicata sul sito Internet del Pew Forum on Religion and Public Life. Nel testo, datato 18 luglio, si osserva che negli ultimi anni l’attenzione si è rivolta soprattutto verso la crescita dell’Islam. Ma non si tratta tuttavia solo di un fenomeno islamico. La questione islamica deve essere intesa nel più ampio contesto mondiale del fenomeno religioso.

Gli autori ammettono che una serie di Paesi occidentali, tra cui quelli europei, Canada e Giappone sono ormai piuttosto secolarizzati. Ciò nonostante, il dibattito religioso in questi Paesi svolge ancora un ruolo incisivo. In Europa, ad esempio, molti recenti dibattiti sulle questioni come quella dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea, o quella dell’immigrazione, riguardano anche la religione islamica e il ruolo della religione nell’identità europea.

Cercando di interpretare l’attuale rafforzamento della religione, Shah e Taft ritengono sia intervenuto un cambiamento alla fine degli anni Sessanta e che esso abbia accelerato nei due decenni successivi. Nel mondo avanzato, si è registrato un fallimento delle ideologie del progresso e della laicismo. Tale è stato il caso, ad esempio, sia in Egitto che in Iran.

La successiva sconfitta del comunismo sovietico ha accelerato questo processo, creando un vuoto che i gruppi religiosi hanno potuto colmare. In aggiunta, più di recente, diversi leader religiosi “profetici”, come Giovanni Paolo II e alcune figure islamiche, hanno esercitato una grande influenza sui i rispettivi fedeli. Anche la mobilitazione dei fedeli religiosi negli Stati Uniti ha rappresentato un elemento importante nell’influenzare la vita politica e sociale, con conseguenze sia interne che esterne all’America.

Tuttavia, fino a poco tempo fa, gli studiosi attribuivano poca importanza all’influenza dell’elemento religioso nella politica. Anche questo ora è cambiato e sia l’ambiente accademico, sia i governi, stanno ora considerando la religione più seriamente.

Rinascita mondiale

Un’altra visione della religione nel mondo moderno arriva da Ronald Inglehart, presidente di World Values Survey, e professore dell’Università di Michigan. Sul sito Internet del Pew Forum on Religion and Public Life è disponibile la trascrizione del suo intervento dell’ambito di una conferenza che si è svolta presso il National Press Club di Washington l’8 maggio scorso. L’ultimo studio mondiale sui valori, il quinto, è in fase di elaborazione e sarà presentato il prossimo anno.

Inglehart sottolinea la complessità della situazione relativa alla religione. In molti Paesi la religione è in declino. Ma - prosegue Inglehart - “il numero di persone che condivide valori religiosi tradizionali è oggi ai massimi livelli storici, e rappresenta una quota della popolazione mondiale maggiore rispetto a quella di 20 anni fa”.

Insieme ai cambiamenti di natura economica si è verificato anche un processo di secolarizzazione, in cui tuttavia gli Stati Uniti rappresentano un’eccezione. Ma la secolarizzazione è avvenuta principalmente nel periodo dell’industrializzazione ed è ancora in corso in alcuni Paesi. Questo ha portato ad un declino della religione in molti Paesi e all’indebolimento delle istituzioni religiose. In molte nazioni occidentali, ad esempio il numero delle persone che vanno in chiesa è diminuito.

La situazione è cambiata nelle società post-industriali o - come si usa dire - “basate sulla conoscenza”. In questi Paesi cresce il dibattito sulle questioni legate a i valori religiosi, come ad esempio la questione del matrimonio omosessuale.

Quindi, sebbene le Chiese tradizionali stiano attraversando difficoltà, le popolazioni stanno dimostrando un accresciuto interesse per le questioni spirituali. La cultura e la religione, quindi, hanno un peso maggiore nel mondo di oggi.

Inglehart ha anche evidenziato che vi è una notevole differenza tra i Paesi economicamente avanzati e le nazioni in via di sviluppo. Il rinnovato interesse per la religione nei Paesi avanzati è caratterizzato piuttosto da una minore propensione ad accettare un’autorità e da un più stretto legame con le convinzioni del cosiddetto new age. Nei Paesi in via di sviluppo, invece, vi è un’enfasi maggiore per le religioni tradizionali e questo non è cambiato negli ultimi anni. Questi Paesi infatti non si stanno secolarizzando, ma anzi stanno dando maggiore importanza alla religione tradizionale.

Questa divergenza negli atteggiamenti religiosi è una possibile fonte di conflitto, osserva Inglehart. Un conflitto non inevitabile, ma che prefigura il rischio di una vera rottura ove si dovesse verificare. Quindi la globalizzazione non ha portato ad una maggiore conformità e convergenza in termini di valori culturali e religiosi. Una situazione che sarà senza dubbio studiata con maggiore attenzione nei prossimi anni.





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"Alla ricerca della felicità"
Non tutto si può acquistare con il denaro
Alan Krueger
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Nell’eterna ricerca della felicità, alcuni studiosi hanno di recente dato ulteriore conferma del fatto che il benessere materiale da solo non è in grado di assicurare una gioia piena e duratura.

Un recente articolo apparso sulla rivista Science, afferma che è illusorio pensare che un maggior reddito possa portare automaticamente ad una maggiore felicità.

Il 3 luglio, il Washington Post si è soffermato su questo studio apparso su Science, nel quale i ricercatori hanno concluso che le persone con un reddito superiore alla media non sono molto più felici degli altri e tendono invece ad essere più nervosi.

“Le persone esagerano l’importanza dell’impatto sul proprio benessere, derivante da un reddito maggiore”, ha affermato Alan Krueger, uno degli autori di questo studio, professore di economia e di affari pubblici presso la Princeton University.

Secondo il Post, da una nutrita serie di dati emersi nel corso degli ultimi anni risulta che, una volta che il reddito personale supera il livello dei 12.000 dollari l’anno, un ulteriore aumento degli introiti praticamente non provoca alcun miglioramento nel livello di soddisfazione della vita.

Qualche giorno prima, è stato pubblicato uno studio da cui risulta che l’Islanda è il Paese in cui abitano le persone più felici, seguita dall’Australia.

Questo studio elaborato dagli economisti Andrew Leigh, della Australian National University, e Justin Wolfers, della Wharton University in Pennsylvania, è stato ripreso da un articolo pubblicato sul quotidiano australiano Adelaide Advertiser il 28 giugno.

Secondo questo articolo, Leigh sostiene che, mentre dalla ricerca risulta che le nazioni più sviluppate generalmente godono di livelli più alti di felicità, gli studi dimostrano anche che le persone dei Paesi in via di sviluppo sono più felici rispetto a quelle del mondo sviluppato. Ad esempio, i messicani e i nigeriani si attestano ad un buon livello di felicità, nonostante i bassi redditi dei rispettivi Paesi.

Lo stesso argomento è stato trattato anche in Scozia, dove alcuni ricercatori della Aberdeen University hanno concluso che la felicità sul lavoro rappresenta la chiave della felicità personale.

Tuttavia, nel rapporto, apparso il 30 giugno sul quotidiano Scotsman, il ricercatore Ioannis Theodossiou, che ha guidato l’equipe in questo studio, ha riferito che la soddisfazione derivante dal lavoro non dipende esclusivamente dallo stipendio, anche se questo svolge un ruolo importante. Anche altri fattori, come la sicurezza sul lavoro e il controllo sull’orario di lavoro, svolgono un ruolo importante nel determinare la soddisfazione e quindi la felicità personale.

La tentazione materiale

Un approfondimento sul rapporto tra benessere materiale e felicità è contenuto in un libro di recente pubblicazione intitolato “The Challenge of Affluence” (Oxford University Press). Il volume, scritto da Avner Offer, professore di storia economica presso l’Università di Oxford, esamina l’esperienza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti sin dal 1950.

In questo periodo, osserva Offer, gli americani e i britannici sono arrivati a godere di un’abbondanza materiale senza precedenti. Tuttavia, a partire dagli anni ’70, i livelli di felicità non hanno fatto registrare aumenti sensibili e talvolta sono persino diminuiti. Quindi, gli ulteriori aumenti dei redditi non hanno prodotto un maggiore senso di benessere. In aggiunta, sono sorti numerosi problemi sociali e personali: la separazione familiare, la tossicodipendenza, il crimine, l’insicurezza economica e il calo nel senso di fiducia.

Le società liberali consentono ad ogni persona di scegliere come meglio crede per raggiungere la propria realizzazione. La libera società e il libero mercato forniscono all’individuo le condizioni per perseguire la ricchezza e per fare le proprie scelte. Ma le scelte possono essere spesso anche sbagliate o non sempre coerenti e, per di più, l’assunzione di un maggior numero di obiettivi da raggiungere comporta un alto livello d’impegno.

Pertanto, l’esercizio della libera scelta richiede autocontrollo e prudenza, qualità che sono sempre più rare nelle società benestanti. Infatti le società di mercato favoriscono la novità e l’innovazione, cosa che invece tende a pregiudicare il valore delle convenzioni, di usi e costumi e delle istituzioni.

Offer sostiene che un sistema di mercato tende anche a promuovere la gratificazione immediata, l’individualismo e l’edonismo. E questo fa venir meno l’impegno necessario per ottenere gratificazioni di lungo termine che sono di maggiore soddisfazione e più appaganti anche se più difficili da ottenere.

Secondo Offer, un altro elemento che mina la nostra felicità è la sperequazione tra i redditi. Sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, l’ineguaglianza si è aggravata negli ultimi anni e questo è uno degli elementi principali che spiegano la scarsa soddisfazione delle persone per la propria situazione. Le persone che godono di alti redditi, ma vedono che altri hanno realizzato un progresso ancora maggiore, non traggono felicità dal proprio miglioramento.

L’amore, il matrimonio e la famiglia costituiscono un altro ambito in cui eventuali fallimenti procurano una minore felicità. Il matrimonio si è indebolito anche a causa di una combinazione di fattori quali la contraccezione, il divorzio unilaterale, la diffusione della convivenza, e le maggiori nascite al di fuori del matrimonio. Anche la maggiore diffusione di una sessualità esplicita e di rapporti sessuali al di fuori del matrimonio ha indebolito la forza dell’amore e dell’impegno all’interno del vincolo matrimoniale.

Il matrimonio, osserva Offer, genera importanti effetti positivi: salute fisica e mentale, longevità, felicità, e numerosi benefici per i figli. Tuttavia, la percentuale delle persone sposate è diminuita e circa un adulto su sette non gode della tutela e dei benefici del matrimonio. Quindi, mentre alcuni propongono modifiche al matrimonio e alla famiglia, sulla base di presunti benefici che deriverebbero da maggiori libertà e spazi di “autorealizzazione”, la gente ne paga le gravi conseguenze.

Offer sostiene comunque che la crescita economica non è di per sé negativa. Tuttavia, essa non deve essere messa al primo posto tra le nostre priorità e l’idea che da essa dipenda ogni realizzazione deve essere vista con sospetto.

Nelle società già ricche, gli ulteriori sforzi diretti ad aumentare la crescita economica devono essere valutati unitamente ai costi che ciò comporta. Riscoprire le virtù della moderazione e dell’autocontrollo potrebbe essere di grande beneficio per la società. Secondo Offer, quindi, il benessere dipende da quanto siamo in grado di comprendere noi stessi e non meramente da un maggior possesso materiale.

Il senso della felicità

Della felicità parla anche un articolo pubblicato sull’edizione del 20 maggio della rivista “La Civiltà Cattolica”. L’articolo dal titolo “Il malessere nella società del benessere”, scritto dal sacerdote gesuita Gianpaolo Salvini, osserva che molti italiani, sebbene vivano in un Paese ricco, non sono soddisfatti della propria vita.

Aristotele, osserva padre Salvini, riteneva impossibile essere felici senza essere al contempo anche virtuosi. Un numero sempre maggiore di scrittori contemporanei, come il premio Nobel per l’economia Amartya Sen, ammette che la felicità consiste non solo nel possesso materiale, ma anche in una serie di beni che danno un senso di piena realizzazione nella vita.

In particolare, secondo padre Salvini, si tratta di quei beni di natura relazionale, tra cui l’amicizia, la famiglia, i rapporti sociali, che sono essenziali per il raggiungimento della felicità.

Il Catechismo della Chiesa cattolica spiega che le Beatitudini del Nuovo Testamento rispondono proprio al nostro naturale desiderio di felicità. “Questo desiderio è di origine divina; Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare” (n. 1718).

Un altro elemento per comprendere il nostro desiderio di felicità è la virtù cristiana della speranza. Dio ha posto nel cuore di ogni uomo il desiderio della felicità e la speranza risponde a questo, spiega il numero 1818 del Catechismo. Le attese che ispirano le attività degli uomini sono purificate dalla virtù della speranza, che non solo ci salvaguarda dallo scoraggiamento, ma ci preserva dall’egoismo e ci conduce alla gioia della carità.

Per quanto riguarda i beni materiali e la felicità, il Catechismo ricorda ai fedeli le parole di Gesù che esorta i suoi discepoli a rinunciare a tutti i loro averi per lui e per il Vangelo (Lc 14,33).

Allo stesso numero 2544 e ai numeri seguenti, il Catechismo tratta del tema della povertà del cuore, ricordando ai cristiani in che modo Gesù motiva i suoi discepoli a rinunciare alle ricchezze del mondo e a porre la loro fiducia in Dio.

La vera felicità non deriva dalle ricchezze, dalla fama o dal potere, spiega il numero 1723 del Catechismo. Queste cose sono buone e utili, ma la piena felicità si trova solo in Dio, sorgente di ogni bene e di ogni amore.

Una lezione non sempre facile da ricordare.





Roma, 15 aprile 1993 «« Ritorna all'inizio
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"INTERPRETAZIONE DELLA BIBBIA NELLA VITA DELLA CHIESA "
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L’interpretazione della Bibbia, anche se compito particolare degli esegeti, non è tuttavia loro monopolio poiché essa comporta nella Chiesa, degli aspetti che vanno al di là dell’analisi scientifica dei testi. La Chiesa, infatti, non considera la Bibbia semplicemente un insieme di documenti storici concernenti le sue origini; l’accoglie come Parola di Dio che si rivolge ad essa, e al mondo intero nel tempo presente. Questa convinzione di fede ha come conseguenza uno sforzo di attualizzazione e di inculturazione del messaggio biblico, come pure l’elaborazione di diversi modi di uso di testi ispirati, nella liturgia, nella lectio divina, nel ministero pastorale e nel movimento ecumenico.

A. Attualizzazione

Già all’interno stesso della Bibbia, come abbiamo osservato nel capitolo precedente, si può notare la pratica dell’attualizzazione: i testi più antichi sono stati riletti alla luce di circostanze nuove e applicati alla situazione presente del popolo di Dio. L’attualizzazione, basata sulle stesse convinzioni, continua necessariamente a essere praticata nelle comunità credenti.

1. Principi

I principi che fondano la pratica dell’attualizzazione sono i seguenti:

L’attualizzazione è possibile, perché il testo biblico, per la su pienezza di significato, ha valore per tutte le epoche e tutte le culture (cf. Is 40, 8; 66, 18-21; Mt 28, 19-20). Il messaggio biblico può al tempo stesso relativizzare e fecondare i sistemi di valori e le norme di comportamento di ogni generazione.

L’attualizzazione è necessaria, perché, anche se il loro messaggio ha valore duraturo, i testi della Bibbia sono stati redatti in funzione di circostanze passate e in un linguaggio condizionato da epoche diverse. Per manifestare la portata che hanno per gli uomini e le donne di oggi, è necessario applicare il loro messaggio alle circostanze presenti ed esprimerlo in un linguaggio adattato al tempo attuale. Ciò presuppone uno sforzo ermeneutico che miri a discernere attraverso il condizionamento storico i punti essenziali del messaggio.

L’attualizzazione deve costantemente tener conto dei complessi rapporti che esistono, nella Bibbia cristiana, tra il Nuovo Testamento e l’Antico, per il fatto che il Nuovo si presenta al tempo stesso come compimento e superamento dell’Antico. L’attualizzazione si effettua in conformità con l’unità dinamica così costituita.

L’attualizzazione si realizza grazie al dinamismo della tradizione vivente della comunità di fede. Questa si situa esplicitamente nel prolungamento delle comunità in cui la Scrittura è nata, è stata conservata e trasmessa.

Nell’attualizzazione la tradizione adempie un duplice ruolo: procura, da una parte, una protezione contro le interpretazioni aberranti e assicura, dall’altra, la trasmissione del dinamismo originale.

Attualizzazione non significa dunque manipolazione dei testi. Non si tratta di proiettare sugli scritti biblici opinioni o ideologie nuove, ma di ricercare con sincerità la luce che essi contengono per il tempo presente. Il testo della Bibbia ha autorità in tutti i tempi sulla Chiesa cristiana e, anche se sono passati parecchi secoli dal tempo della sua composizione, conserva il suo ruolo di guida privilegiata che non può essere manipolata. Il magistero della Chiesa «non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente la ascolta, santamente la custodisce e fedelmente la espone» (Dei Verbum, 10).

2. Metodi

Partendo da questi principi, si possono utilizzare diversi metodi di attualizzazione.

L’attualizzazione, praticata già all’interno della Bibbia, è proseguita poi nella Tradizione giudaica per mezzo di procedimenti che si possono osservare nei targumim e nei midrashim: ricerca di passi paralleli (gezerah shawah), modifiche nella lettura del testo (‘al tiqrey), adozione di un secondo significato (tartey mishma’), ecc.

Da parte loro, i Padri della Chiesa hanno fatto ricorso alla tipologia e all’allegoria per attualizzare i testi biblici in modo adatto alla situazione dei cristiani del loro tempo. Nel nostro tempo l’attualizzazione deve tener conto dell’evoluzione della mentalità e dello sviluppo dei metodi di interpretazione.

L’attualizzazione presuppone una corretta esegesi del testo, che ne determini il senso letterale. Se la persona che attualizza non ha personalmente una formazione esegetica, deve ricorrere a buone guide di lettura che permettano di ben orientare l’interpretazione.

Per portare a buon fine l’attualizzazione, l’interpretazione della Scrittura mediante la Scrittura è il metodo più sicuro e più fecondo, specialmente nel caso dei testi dell’Antico Testamento che sono stati riletti nell’Antico Testamento stesso (per es. la manna di Es 16 in Sap 16, 20-29) e/o nel Nuovo Testamento (Gv 6). L’attualizzazione di un testo biblico nell’esistenza cristiana non può realizzarsi correttamente se manca la relazione con il mistero di Cristo e della Chiesa. Non sarebbe normale, per esempio, proporre ai cristiani, come modelli per una lotta di liberazione, unicamente episodi dell’Antico Testamento (Esodo, 1-2; Maccabei).

L’operazione ermeneutica, ispirata da filosofie ermeneutiche, comporta quindi tre tappe: 1) ascoltare la Parola a partire dalla situazione presente; 2) discernere gli aspetti della situazione presente che il testo biblico illumina o mette in discussione; 3) trarre dalla pienezza di significato del testo biblico gli elementi suscettibili di far evolvere la situazione presente in maniera feconda, conforme alla volontà salvifica di Dio in Cristo.

Grazie all’attualizzazione, la Bibbia chiarisce molti problemi attuali, per esempio: la questione dei ministeri, la dimensione comunitaria della Chiesa, l’opzione preferenziale per i poveri, la teologi della liberazione, la condizione della donna. L’attualizzazione può anche essere attenta ai valori sempre più sentiti dalla coscienza moderna, come i diritti della persona, la protezione della vita umana la preservazione dell’ambiente naturale, l’aspirazione alla pace universale.

3. Limiti

Per restare in accordo con la verità salvifica espressa nella Bibbia, l’attualizzazione deve rispettare certi limiti e guardarsi da possibili deviazioni.

Benché ogni lettura della Bibbia sia necessariamente selettive sono da evitare le letture tendenziose, cioè quelle che, invece di essere docili al testo, non fanno che utilizzarlo per i loro fini limitati (come nel caso dell’attualizzazione fatta da alcune sette, per esempio i Testimoni di Geova).

L’attualizzazione perde ogni validità se si basa su principi teorici che sono in disaccordo con gli orientamenti fondamentali della Bibbia, come, ad esempio, il razionalismo opposto alla fede o materialismo ateo. Va evidentemente condannata anche ogni attualizzazione orientata in senso contrario alla giustizia e alla carità evangelica; ad esempio quelle che vorrebbero basare sui testi biblici la segregazione razziale, l’antisemitismo o il sessismo, sia esso maschile o femminile.

Un’attenzione particolare è necessaria, secondo lo spirito del concilio Vaticano II (Nostra aetate, 4), per evitare assolutamente attualizzare alcuni testi del Nuovo Testamento in un senso che potrebbe provocare o rafforzare atteggiamenti ostili nei riguardi de ebrei. Gli eventi tragici del passato devono, al contrario, spingere a ricordare senza posa che, secondo il Nuovo Testamento, gli ebrei restano «amati» da Dio, «perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11, 28-29).

Le deviazioni saranno evitate se l’attualizzazione parte da una corretta interpretazione del testo e si effettua nella corrente Tradizione vivente, sotto la guida del magistero della Chiesa.

Ad ogni modo, i rischi di deviazione non possono costituire un’obiezione valida contro l’adempimento di un compito necessario, quello di far pervenire il messaggio della Bibbia fino alle chiese al cuore delle nostre generazioni.

B. Inculturazione

Allo sforzo di attualizzazione, che consente alla Bibbia di conservare la sua fecondità anche attraverso i mutamenti dei tempi corrisponde, per la diversità dei luoghi, lo sforzo di inculturazione che assicura il radicamento del messaggio biblico nei terreni più diversi. Questa diversità non è del resto mai totale. Ogni autentica cultura, infatti, è portatrice, a suo modo, di valori universali fondati da Dio.

Il fondamento teologico dell’inculturazione è la convinzione fede che la Parola di Dio trascende le culture nelle quali è stata espressa e ha la capacità di propagarsi nelle altre culture, in modo da raggiungere tutte le persone umane nel contesto culturale cui vivono. Questa convinzione deriva dalla Bibbia stessa, che, fin dal libro della Genesi, assume un orientamento universale (Gn 1, 27-28), lo mantiene poi nella benedizione promessa a tutti i popoli grazie ad Abramo e alla sua discendenza (Gn 12.3; Gv 18, 18) e lo conferma definitivamente estendendo a «tutte le nazioni» l’evangelizzazione cristiana (Mt 28, 18-20; Rm 4, 16-17; Ef 3,

6).

La prima tappa dell’inculturazione consiste nel tradurre in un’altra lingua la Scrittura ispirata. Questa tappa ha avuto inizio fin dai tempi dell’Antico Testamento quando il testo ebraico della Bibbia fu tradotto oralmente in aramaico (Ne 8, 8.12) e, più tardi, per iscritto in greco.

Una traduzione infatti è sempre qualcosa di più di una semplice trascrizione del testo originale. Il passaggio da una lingua a un’altra comporta necessariamente un cambiamento di contesto culturale: i concetti non sono identici e la portata dei simboli è differente, perché mettono in rapporto con altre tradizioni di pensiero e altri modi di vivere.

Il Nuovo Testamento, scritto in greco, è segnato tutto quanto da un dinamismo di inculturazione, perché traspone nella cultura giudaico-ellenistica il messaggio palestinese di Gesù, manifestando con ciò una chiara volontà di superare i limiti di un ambiente culturale unico.

La traduzione dei testi biblici, tappa fondamentale, non può però essere sufficiente ad assicurare una vera inculturazione. Questa deve costituirsi grazie a un’interpretazione che metta il messaggio biblico in rapporto più esplicito con i modi di sentire, di pensare, di vivere e di esprimersi propri della cultura locale. Dall’interpretazione si passa poi ad altre tappe dell’inculturazione, che portano alla formazione di una cultura locale cristiana, che si estende a tutte le dimensioni dell’esistenza (preghiera, lavoro, vita sociale, costumi, legislazione, scienza e arte, riflessione filosofica e teologica). La Parola di Dio è infatti un seme che trae dalla terra in cui si trova gli elementi utili alla sua crescita e alla sua fecondità (cf. Ad Gentes, 22). Di conseguenza, i cristiani devono cercare di discernere «quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli; ma nello stesso tempo devono tentare di illuminare queste ricchezze alla luce del vangelo, di liberarle e di riferirle al dominio di Dio salvatore» (Ad Gentes, 11).

Non si tratta, come si vede, di un processo a senso unico, ma di una «reciproca fecondazione». Da una parte le ricchezze contenute nelle diverse culture permettono alla Parola di Dio di produrre nuovi frutti e, dall’altra, la luce della Parola di Dio permette di operare una scelta in ciò che le culture apportano, per rigettare gli elementi nocivi e favorire lo sviluppo di quelli validi. La piena fedeltà alla persona di Cristo, al dinamismo del suo mistero pasquale e al suo amore per la Chiesa fa evitare due false soluzioni: quella dell’“adattamento” superficiale del messaggio e quella della confusione sincretista (cf. Ad Gentes, 22).

Nell’Oriente e nell’Occidente cristiano l’inculturazione della Bibbia si è effettuata fin dai primi secoli e ha manifestato una grande fecondità. Non può, tuttavia, mai essere considerata conclusa; al contrario, deve essere ripresa costantemente, in rapporto con la continua evoluzione delle culture. Nei paesi di più recente evangelizzazione il problema si pone in termini diversi. I missionari, infatti, portano inevitabilmente la Parola di Dio nella forma in cui si è inculturata nel loro paese di origine. È necessario che le nuove chiese locali compiano sforzi enormi per passare da questa forma straniera di inculturazione della Bibbia a un’altra forma, che corrisponda alla cultura del proprio paese.

C. Uso della Bibbia

1. Nella liturgia

Fin dagli inizi della Chiesa, la lettura delle Scritture è stata considerata parte integrante della liturgia cristiana, erede in parte della liturgia sinagogale. Ancora oggi i cristiani entrano in contatto con le Scritture soprattutto attraverso la liturgia, in particolare in occasione della celebrazione eucaristica della domenica.

In linea di massima, la liturgia, e specialmente la liturgia sacramentale, di cui la celebrazione eucaristica è il vertice, realizza l’attualizzazione perfetta dei testi biblici, perché ne situa la proclamazione in seno alla comunità dei credenti riuniti intorno a Cristo per avvicinarsi a Dio. Cristo è allora «presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura» (Sacrosanctum Concilium, 7). Il testo scritto diventa così nuovamente parola viva.

La riforma liturgica decisa dal concilio Vaticano II si è sforzata di presentare ai cattolici un più ricco nutrimento biblico. I tre cicli di letture delle messe domenicali accordano un posto privilegiato ai vangeli, in modo da mettere bene in evidenza il mistero del Cristo come principio della nostra salvezza. Mettendo regolarmente un testo dell’Antico Testamento in rapporto con il testo del vangelo, questo ciclo suggerisce spesso per l’interpretazione scritturistica le vie della tipologia. Questa, si sa, non è la sola lettura possibile. L’omelia, che attualizza più esplicitamente la Parola di Dio, fa parte integrante della liturgia. Ne riparleremo più avanti, a proposito del ministero pastorale.

Il lezionario, nato dalle direttive del concilio (Sacrosanctum Concilium, 35), doveva permettere una lettura della Sacra Scritture «più abbondante, più varia e più adatta». Nel suo stato attuale esso risponde solo in parte a questo orientamento. Tuttavia la sua esistenza ha avuto felici effetti ecumenici. In alcuni paesi ha fatto anche misurare la mancanza di familiarità dei cattolici con la Scrittura.

La liturgia della Parola è un elemento decisivo nella celebrazione di ciascun sacramento della Chiesa. Non consiste solo in un semplice successione di letture, ma deve comportare anche dei tempi di silenzio e di preghiera. Questa liturgia, in particolare la liturgia delle ore, attinge dal libro dei Salmi per far pregare la comunità cristiana. Inni e preghiere sono tutte impregnate del linguaggio biblico e del suo simbolismo. Ciò dimostra quanto sia necessario che la partecipazione alla liturgia sia preparata e accompagnata da una pratica della lettura della Bibbia.

Se nelle letture «Dio rivolge la parola al suo popolo» (Missale Romanum, n. 35), la liturgia della Parola esige una grande cura sia per la proclamazione delle letture che per la loro interpretazione. È quindi auspicabile che la formazione dei futuri presidenti di assemblee e dei loro collaboratori tenga conto delle esigenze di una liturgia della Parola di Dio fortemente rinnovata. Così, grazie agli sforzi di tutti, la Chiesa proseguirà la missione che le è stata affidata «di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli» (Dei Verbum, 21).

2. Lectio divina

La lectio divina è una lettura, individuale o comunitaria, di un passo più o meno lungo della Scrittura accolta come Parola di Dio e che si sviluppa sotto lo stimolo dello Spirito in meditazione, preghiera e contemplazione.

La preoccupazione di una lettura regolare, anche quotidiana, della Scrittura corrisponde a una pratica antica della Chiesa. Come pratica collettiva, è attestata nel III secolo, all’epoca di Origene; questi faceva l’omelia a partire da un testo della Scrittura letto in modo continuato durante la settimana. Esistevano allora assemblee quotidiane dedicate alla lettura e alla spiegazione della Scrittura. Questa pratica, in seguito abbandonata, non incontrava sempre un grande successo presso i cristiani (cf. Origene, Hom. Gen., X, 1).

La lectio divina come pratica soprattutto individuale è attestata nell’ambiente monastico dei primi tempi. Nel nostro tempo un’Istruzione della Commissione Biblica approvata dal papa Pio XII l’ha raccomandata a tutti i chierici, secolari e religiosi (De Scriptura Sacra, 1950; EB 592).

L’insistenza sulla lectio divina sotto il suo duplice aspetto, comunitario e individuale, è quindi diventata nuovamente attuale. Lo scopo inteso è quello di suscitare e alimentare «un amore effettivo e costante» per la Sacra Scrittura, fonte di vita interiore e di fecondità apostolica (EB 591 e 567), di favorire anche una migliore comprensione della liturgia e di assicurare alla Bibbia un posto più importante negli studi teologici e nella preghiera.

La costituzione conciliare Dei Verbum (n. 25) insiste ugualmente su una lettura assidua delle Scritture per i sacerdoti e i religiosi. Inoltre, ed è questa una novità, invita tutti «i fedeli di Cristo» ad apprendere «la sublime conoscenza di Gesù Cristo» (Fil 3, 8). Vengono proposti diversi mezzi. Accanto a una lettura individuale, viene suggerita una lettura in gruppo. Il testo conciliare sottolinea che la lettura della Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera, poiché questa è la risposta alla Parola di Dio incontrata nella Scrittura sotto l’ispirazione dello Spirito. Nel popolo cristiano sono state intraprese numerose iniziative per una lettura comunitaria e non si può che incoraggiare questo desiderio di una migliore conoscenza di Dio e del suo disegno di salvezza in Gesù Cristo attraverso le Scritture.

3. Nel ministero pastorale

Il ricorso frequente alla Bibbia nel ministero pastorale, raccomandato dalla Dei Verbum (n. 24), assume forme diverse a seconda del tipo di ermeneutica di cui si servono i pastori e che i fedeli possono comprendere. Si possono distinguere tre situazioni principali: la catechesi, la predicazione e l’apostolato biblico. Intervengono numerosi fattori, in rapporto con il livello generale di vita cristiana. La spiegazione della Parola di Dio nella catechesi –Sacrosanctum Concilium, 35; Direttorio Generale della Catechesi, 1971, 16– ha come fonte primaria la Sacra Scrittura, che, spiegata nel contesto della Tradizione, fornisce il punto di partenza, il fondamento e la norma dell’insegnamento catechetico. Uno degli scopi della catechesi dovrebbe essere quello di introdurre a una retta comprensione della Bibbia e alla sua lettura fruttuosa, che permetta di scoprire la verità divina che essa contiene e che susciti una risposta, la più generosa possibile, al messaggio che Dio rivolge attraverso la sua Parola all’umanità.

La catechesi deve partire dal contesto storico della rivelazione divina per presentare personaggi e avvenimenti dell’Antico Testamento e del Nuovo alla luce del disegno di Dio.

Per passare dal testo biblico al suo significato di salvezza per il tempo presente, si utilizzano procedimenti ermeneutici diversi, che producono vari tipi di commenti. La fecondità della catechesi dipende dal valore dell’ermeneutica usata. C’è il pericolo di limitarsi a un commento superficiale, che si fermi a una considerazione cronologica della successione degli eventi e dei personaggi.

La catechesi, evidentemente, non può sfruttare che una piccola parte dei testi biblici. In generale, usa soprattutto i racconti, sia del Nuovo che dell’Antico Testamento. Insiste sul decalogo. Dev’essere attenta a usare ugualmente gli oracoli dei profeti, l’insegnamento sapienziale e i grandi discorsi evangelici come quello della montagna.

La presentazione dei vangeli deve avvenire in modo da provocare un incontro con Cristo, che dà la chiave di tutta la rivelazione biblica e trasmette l’appello di Dio, al quale ciascuno deve rispondere. La parola dei profeti e quella dei «ministri della parola» (Lc 1, 2) deve apparire come rivolta ora ai cristiani.

Osservazioni analoghe si applicano al ministero della predicazione, che deve trarre dai testi antichi un nutrimento spirituale adatto ai bisogni attuali della comunità cristiana.

Attualmente, questo ministero si esercita soprattutto alla fine della prima parte della celebrazione eucaristica, con l’omelia che segue la proclamazione della Parola di Dio.

La spiegazione che viene data dei testi biblici nel corso dell’omelia non può entrare in molti dettagli. Conviene perciò mettere in luce i contributi principali di questi testi, quelli che sono più illuminanti per la fede e i più stimolanti per il progresso della vita cristiana, comunitaria o personale. Presentando questi contributi, bisogna fare opera di attualizzazione e di inculturazione, come è stato detto sopra. A questo scopo sono necessari validi principi ermeneutici. Una mancanza di preparazione in questo campo ha come conseguenza la tentazione a rinunciare ad approfondire le letture bibliche e che ci si limiti a moraleggiare o a parlare di questioni attuali, senza illuminarle con la luce della Parola di Dio.

In diversi paesi sono state realizzate pubblicazioni, con l’aiuto di esegeti, per aiutare i responsabili pastorali a interpretare correttamente le letture bibliche della liturgia e ad attualizzarle in mo valido. È auspicabile che simili sforzi abbiano una sempre maggiore diffusione.

Va certamente evitata un’insistenza unilaterale sugli obblighi che si impongono ai credenti. Il messaggio biblico deve conservare il suo carattere principale di buona novella della salvezza offerta Dio. La predicazione farà opera più utile e più conforme alla bibbia se aiuta prima di tutto i fedeli a «conoscere il dono di Dio» (Gv 4, 10), così com’è rivelato nella Scrittura, e a comprendere modo positivo le esigenze che ne derivano.

L’apostolato biblico ha l’obiettivo di far conoscere la Bibbia come Parola di Dio e fonte di vita. In primo luogo, favorisce la traduzione della Bibbia nelle lingue più diverse e la diffusione di queste traduzioni.

Suscita e sostiene numerose iniziative: formazione di gruppi biblici, conferenze sulla Bibbia, settimane bibliche, pubblicazione di riviste e di libri, ecc.

Un importante contributo viene offerto dalle associazioni e movimenti ecclesiali che mettono al primo posto la lettura d Bibbia in una prospettiva di fede e di impegno cristiano. Numerose “comunità di base” centrano le loro riunioni sulla Bibbia e propongono un triplice obiettivo: conoscere la Bibbia, costruire la comunità e servire il popolo. Anche qui l’aiuto degli esegeti è utile per evitare attualizzazioni poco fondate. Ma è motivo di gioia vedere la Bibbia presa in mano da gente umile e povera, che può fornire alla sua interpretazione e alla sua attualizzazione una luce più penetrante, dal punto di vista spirituale ed esistenziale, di quelli che viene da una scienza sicura di se stessa (cf. Mt 11, 25).

L’importanza sempre crescente dei mezzi di comunicazione di massa (mass-media), stampa, radio, televisione, esige che l’annuncio della Parola di Dio e la conoscenza della Bibbia siano propagati attivamente con questi strumenti. Gli aspetti molto particolari di questi ultimi e, d’altra parte, la loro influenza su un pubblico vasto richiedono per la loro utilizzazione una preparazione specifica che permetta di evitare pietose improvvisazioni, nonché effetti spettacolari di cattivo gusto.

Che si tratti di catechesi, di predicazione o di apostolato biblico, il testo della Bibbia dev’essere presentato sempre con il rispetto che merita.

4. Nell’ecumenismo

Se l’ecumenismo, in quanto movimento specifico e organizzato è relativamente recente, l’idea dell’unità del popolo di Dio, che questo movimento si propone di restaurare, è profondamente radicata nella Scrittura. Un tale obiettivo era la preoccupazione costante del Signore (Gv 10, 16; 17, 11.20-33). Esso suppone l’unione dei cristiani nella fede, nella speranza e nella carità (Ef 4, 2-5), nel rispetto reciproco (Fil 2, 1-5) e nella solidarietà (1Cor 12, 14-27; Rm 12, 4-5), ma anche e soprattutto l’unione organica a Cristo, come tralcio alla vite (Gv 15, 4-5), o le membra al capo (Ef 1, 22-23; 4, 12-16). Questa unione dev’essere perfetta, a immagine di quella del Padre e del Figlio (Gv 17, 11-22). La Scrittura ne definisce il fondamento teologico (Ef 4, 4-6; Gal 3, 27-28). La prima comunità apostolica ne è un modello concreto e vivo (At 2, 44; 4, 32).

La maggior parte dei problemi che affronta il dialogo ecumenico ha un rapporto con l’interpretazione dei testi biblici. Alcuni di questi problemi sono di ordine teologico: l’escatologia, la struttura della Chiesa, il primato e la collegialità, il matrimonio e il divorzio, l’attribuzione del sacerdozio ministeriale alle donne, ecc. Altri sono di ordine canonico e giurisdizionale; riguardano l’amministrazione della Chiesa universale e delle chiese locali. Altri, infine, sono di ordine strettamente biblico: la lista dei libri canonici, alcuni problemi ermeneutici, ecc.

L’esegesi biblica, anche se non può avere la pretesa di risolvere da sola tutti questi problemi, è chiamata a dare all’ecumenismo un contributo importante. Progressi notevoli si sono già registrati. Grazie all’adozione degli stessi metodi e di analoghe finalità ermeneutiche, gli esegeti di diverse confessioni cristiane sono arrivati a una grande convergenza nell’interpretazione delle Scritture, come mostrano i testi e le note di molte traduzioni ecumeniche della Bibbia, nonché altre pubblicazioni.

È opportuno, d’altra parte, riconoscere che, su alcuni punti particolari, le divergenze nell’interpretazione delle Scritture sono spesso stimolanti e possono rivelarsi complementari e fruttuose. Tale è il caso quando esse esprimono i valori delle tradizioni particolari di diverse comunità cristiane e traducono così i molteplici aspetti del mistero di Cristo.

Poiché la Bibbia è la base comune della regola di fede, l’imperativo ecumenico comporta, per tutti i cristiani, un pressante appello a rileggere i testi ispirati, nella docilità allo Spirito Santo, nella carità, nella sincerità e nell’umiltà, a meditare questi testi e a viverli, in modo da giungere alla conversione del cuore e alla santità di vita, che, insieme alla preghiera per l’unità dei cristiani, sono l’anima di tutto il movimento ecumenico (cf. Unitatis Redintegratio, 8).

Bisognerebbe perciò rendere accessibile al maggior numero possibile di cristiani l’acquisizione della Bibbia, incoraggiare le traduzioni ecumeniche, un testo comune, infatti, aiuta a una lettura e a una comprensione comuni, promuovere gruppi di preghiera ecumenici al fine di contribuire, attraverso una testimonianza autentica e vivente, alla realizzazione dell’unità nella diversità (cf. Rm 12, 4-5).

CONCLUSIONE

Da quanto è stato detto nel corso di questa lunga esposizione, che tuttavia rimane troppo breve su molti punti, la prima conclusione che emerge è che l’esegesi biblica adempie, nella chiesa e nel mondo, a un compito indispensabile. Voler fare a meno di essa per comprendere la Bibbia sarebbe un’illusione e dimostrerebbe una mancanza di rispetto per la Scrittura ispirata.

I fondamentalisti, pretendendo di ridurre gli esegeti al ruolo di traduttori (ignorando che tradurre la Bibbia significa già fare opera di esegesi) e rifiutando di seguirli più avanti nei loro studi, si rendono conto che, per un’encomiabile preoccupazione di piena fedeltà alla Parola di Dio, si incamminano in realtà su strade che li allontanano dal senso esatto dei testi biblici, come anche dalla piena accettazione delle conseguenze dell’Incarnazione. La Parola eterna si è incarnata in un momento preciso della storia, in un ambiente sociale e culturale ben determinato. Chi desidera ascolta deve umilmente cercarla là dove essa si è resa percettibile, accettando il necessario aiuto del sapere umano. Per parlare agli uomini e alle donne, fin dal tempo dell’Antico Testamento, Dio ha sfruttato tutte le possibilità del linguaggio umano, ma nello stesso tempo ha dovuto sottomettere la sua Parola a tutti i condizionamenti di questo linguaggio. Il vero rispetto per la Scrittura ispirata esige che si compiano tutti gli sforzi necessari perché si possa cogliere bene il suo significato. Certo, non è possibile che ogni cristiano faccia personalmente le ricerche di ogni tipo che consentano di meglio comprendere i testi biblici. Questo compito è affidato agli esegeti, responsabili, in questo settore, del bene di tutti.

Una seconda conclusione è che la natura stessa dei testi biblici esige che, per interpretarli, si continui a usare il metodo storico-critico, almeno nella sue operazioni principali. La Bibbia, infatti, non si presenta come una rivelazione diretta di verità atemporali, bensì come l’attestazione scritta di una serie di interventi attraverso i quali Dio si rivela nella storia umana. Diversamente da molte dottrine sacre di altre religioni, il messaggio biblico è solidamente radicato nella storia. Ne consegue che gli scritti biblici non possono essere compresi correttamente senza un esame del loro condizionamento storico. Le ricerche “diacroniche” saranno sempre indispensabili all’esegesi. Gli approcci “sincronici”, qualunque sia il loro interesse, non sono in grado di sostituirle. Per funzionare in modo fecondo, devono prima accettarne le conclusioni, almeno nelle loro grandi linee.

Ma, una volta adempiuta questa condizione, gli approcci sincronici (retorico, narrativo, semiotico e altri) possono rinnovare in parte l’esegesi e fornire un contributo molto utile. Il metodo storico-critico, infatti, non può pretendere di avere il monopolio, ma deve prendere coscienza dei suoi limiti, come pure dei pericoli cui può andare incontro. I recenti sviluppi delle ermeneutiche filosofiche e, d’altra parte, le osservazioni che abbiamo potuto fare sull’interpretazione nella tradizione biblica e nella tradizione della Chiesa hanno messo in luce vari aspetti del problema dell’interpretazione che il metodo storico-critico tendeva a ignorare. Preoccupato infatti di fissare bene il significato dei testi situandoli nel loro contesto storico di origine, questo metodo si mostra talvolta insufficientemente attento all’aspetto dinamico del significato e alle sue possibilità di sviluppo. Quando non arriva fino allo studio della redazione, ma si concentra unicamente sui problemi delle fonti e della stratificazione dei testi, esso non adempie completamente al compito esegetico.

Per fedeltà alla grande Tradizione, di cui la Bibbia stessa è testimone, l’esegesi cattolica deve evitare per quanto possibile questo genere di deformazione professionale e mantenere la sua identità di disciplina teologica, il cui scopo principale è l’approfondimento della fede. Questo non significa un minore impegno nella ricerca scientifica più rigorosa, né la deformazione dei metodi a causa di preoccupazioni apologetiche. Ogni settore della ricerca (critica testuale, studi linguistici, analisi letterarie, ecc.) ha le sue proprie regole, che deve seguire in piena autonomia. Ma nessuna di queste specialità è fine a se stessa. Nell’organizzazione d’insieme del compito esegetico, l’orientamento verso lo scopo principale deve restare effettivo e fare evitare dispersioni di energie. L’esegesi cattolica non ha il diritto di somigliare a un corso d’acqua che si perde nelle sabbie di un’analisi ipercritica. Adempie, nella Chiesa e nel mondo, una funzione vitale: quella di contribuire a una trasmissione più autentica del contenuto della Scrittura ispirata. Proprio a questo scopo tendono gli sforzi dell’esegesi cattolica, in stretta connessione col rinnovamento delle altre discipline teologiche e col lavoro pastorale di attualizzazione e di inculturazione della Parola di Dio. Esaminando la problematica attuale ed esprimendo alcune riflessioni in proposito, la presente esposizione spera di aver facilitato, da parte di tutti, una presa di coscienza più chiara del ruolo degli esegeti cattolici.





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