24 Luglio 2006

Anno II, Numero 17

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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ROMA, venerdì, 14 luglio 2006 (ZENIT.org).-  »

Il mandato missionario di Gesù è anche per i laici, ricorda il predicatore del Papa

FATIMA, venerdì, 14 luglio 2006 (ZENIT.org) »

“La purezza è intimamente legata alla dignità del corpo umano”, afferma un Cardinale

ROMA, venerdì, 14 luglio 2006 (ZENIT.org).-  »

Messaggio per la Giornata Nazionale del Ringraziamento 2006

ROMA, domenica, 30 ottobre 2005 (ZENIT.org »

“L’Eucaristia forza dei Martiri, fonte della testimonianza cristiana”

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Perché i giovani non rispondono alla vocazione alla vita consacrata?

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"Il mandato missionario di Gesù è anche per i laici, ricorda il predicatore del Papa"
Commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM cap., alla liturgia di domenica prossima
Padre Raniero Cantalamessa, OFM cap.
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LI MANDO’ A DUE A DUE

XV Domenica del Tempo Ordinario (B)

Amos 7, 12-15; Efesini 1, 3-14; Marco 6, 7-13

“Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche...”.

Gli studiosi della Bibbia ci spiegano che, come al solito, l’evangelista Marco, nel riferire i fatti e le parole di Cristo, tiene conto della situazione e dei bisogni della chiesa al momento in cui scrive il vangelo, cioè dopo la risurrezione di Cristo. Ma il fatto centrale e le istruzioni che Cristo in questo brano da agli apostoli risalgono al Gesú terreno.

È l’inizio e come le prove generali della missione apostolica. Per il momento si tratta di una missione limitata ai villaggi vicini, cioè ai connazionali ebrei. Dopo la Pasqua questa missione sarà estesa a tutto il mondo, anche ai pagani: “Andate in tutto il mondo, predicate il vangelo ad ogni creatura…”

Questo fatto ha una importanza decisiva per capire la vita e la missione di Cristo. Egli non è venuto per realizzare un exploit personale; non ha voluto essere una meteora che attraversa il cielo per poi scomparire nel nulla. Non è venuto, in altre parole, solo per quelle poche migliaia di persone che ebbero la possibilità di vederlo e ascoltarlo di persona durante la sua vita. Ha pensato che la sua missione doveva continuare, essere permanente, in modo che ogni persona, in ogni tempo e luogo della storia, avesse la possibilità di ascoltare la buona novella dell’amore di Dio e essere salvato.

Per questo ha scelto dei collaboratori e ha cominciato a inviarli davanti a predicare il regno e guarire gli infermi. Ha fatto con i suoi apostoli quello che fa oggi con i suoi seminaristi un bravo rettore di seminario, il quale a fine settimana manda i suoi ragazzi nelle parrocchie per cominciare a fare esperienza pastorale, oppure li manda in istituzioni caritative ad aiutare quelli che si occupano dei poveri, degli extracomunitari, in modo da prepararsi a quella che un giorno sarà la loro missione.

L’invito di Gesù “andate!” è rivolto in primo luogo agli apostoli e, oggi, ai loro successori: il papa, i vescovi, i preti. Ma non ad essi soltanto. Essi devono essere le guide, gli animatori degli altri, nella comune missione. Pensare diversamente, sarebbe come dire che si può fare una guerra solo con i generali e i capitani, senza soldati; o che si può mettere in piedi una squadra di calcio, solo con un allenatore e un arbitro, senza giocatori.

Dopo questo invio degli apostoli, Gesù, si legge nel vangelo di Luca, “designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi” (Lc 10, 1). Ora questi settantadue discepoli erano probabilmente tutti quelli che egli aveva raccolto fino a quel momento, o almeno tutti quelli che lo seguivano con una certa continuità. Gesù dunque invia tutti i suoi discepoli, anche i laici.

La chiesa del dopo concilio ha assistito a un rifiorire di questa coscienza. I laici dei movimenti ecclesiali sono i successori di quei 72 discepoli…La vigilia di Pentecoste si è avuta un’immagine delle dimensioni di questo fenomeno con quelle centinaia di migliaia di giovani convenuti in Piazza S. Pietro per celebrare con il papa i Vespri della festa. La cosa che più colpiva era la gioia e l’entusiasmo dei presenti. Chiaramente per quei giovani vivere ed annunciare il vangelo non era un peso accettato solo per dovere, ma una gioia, un privilegio, qualcosa che rende la vita più bella da vivere.

Il Vangelo spende una sola parola per dire che cosa gli apostoli dovevano predicare alla gente (“che si convertisse”), mentre descrive a lungo come dovevano predicare. A questo proposito, un insegnamento importante è contenuto nel fatto stesso che Gesù li manda a due a due. Quello di andare a due a due era un uso comune a quei tempi, ma con Gesú assume un significato nuovo, non più solo pratico. Gesú li manda a due a due – spiegava san Gregorio Magno – per inculcare la carità, perché meno che tra due persone non ci può essere carità. La prima testimonianza da rendere a Gesù è quella dell’amore reciproco: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35).

Bisogna stare attenti a non interpretare male la frase di Gesú sull’andarsene scuotendo anche la polvere dai piedi quando non sono ricevuti. Questa, nelle intenzioni di Cristo, doveva essere una testimonianza “per” loro, non contro di loro. Doveva servire a far loro capire che i missionari non erano venuti per interesse, per spillare loro soldi o altro; che anzi non volevano portare via da loro neppure la loro polvere. Erano venuti per la loro salvezza e rifiutandoli essi privavano se stessi del bene più grande del mondo.

Questo va ribadito anche oggi. La chiesa non annuncia il vangelo per aumentare il suo potere o il numero dei suoi membri. Se fa così tradisce lei per prima il vangelo. Lo fa perché vuole condividere il dono ricevuto, perché ha ricevuto da Cristo il comando: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.





FATIMA, venerdì, 14 luglio 2006 (ZENIT.org) «« Ritorna all'inizio
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"“La purezza è intimamente legata alla dignità del corpo umano”, afferma un Cardinale"
James Stafford, Penitenziere maggiore della Chiesa cattolica, ha presieduto un pellegrinaggio a Fatima
James Stafford, Penitenziere maggiore della Chiesa cattolica
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Secondo il Penitenziere maggiore della Chiesa cattolica, “la purezza è intimamente legata alla dignità del corpo umano”.

Il Cardinale James Francis Stafford ha affrontato il tema della purezza e della castità presiedendo questo mercoledì e giovedì il Pellegrinaggio Internazionale a Fatima che celebra gli 89 anni della terza apparizione della Madonna nella città portoghese, avvenuta il 13 luglio 1917.

Nel contesto del tema del pellegrinaggio, “Crescete e moltiplicatevi”, il Cardinale ha analizzato – nella sua omelia pronunciata durante l’Eucaristia della veglia notturna di preghiera di mercoledì – “la più misteriosa delle virtù”, la purezza, alla quale i “cristiani non avrebbero mai neanche pensato” “se non avessero guardato avanti alla resurrezione del corpo”.

Secondo il Penitenziere maggiore, “molti di coloro che sono ancora influenzati dalle teorie meccaniciste del XIX secolo pensano che gli insegnamenti della Chiesa su ciò che riguarda la virtù siano orribili e in particolare rifiutano i suoi insegnamenti sulle virtù della castità e della purezza”.

“Deridono l’osservanza del sesto comandamento come causa di turbe emotive, affermando anche che è ripugnante e contraria alla natura”, afferma.

Il Cardinale sostiene che è fondamentale ricordare il Mistero Pasquale di Cristo e il Battesimo di ciascuno, che forniscono la base a la motivazione per la pratica della virtù della purezza e di tutte le altre virtù.

“San Paolo – osserva il Cardinale – ha insegnato esattamente la stessa norma quando ha scritto: ‘Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più… Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione; che vi asteniate dall’impudicizia” (1 Ts 4, 1-3).

“In tutto il Nuovo Testamento – spiega –, la pratica della virtù era basata sulla manifestazione dell’eskaton, vale a dire sull’opera di salvezza di Gesù attraverso la Sua Morte e Resurrezione”.

Il porporato ha rivelato nel corso dell’omelia “quanto profondamente” sia stato colpito dalla canonizzazione, il 24 giugno 1950, della giovane vergine martire Maria Goretti.

“Erano presenti in piazza San Pietro in quell’occasione la madre di lei e il suo assassino, Alessandro Serenelli”; “la sua testimonianza di purezza e di coraggio è diventata la stella polare della mia generazione”, ha detto.

Il Cardinale ha raccontato la storia del martirio: “Iniziò il 5 luglio 1902. La famiglia del suo aggressore condivideva la casa con la famiglia Goretti. Era situata sopra un vecchio fienile in una zona di poveri lavoratori, nelle paludi pontine, a sud di Roma”.

“L’aggressore, Alessandro, aveva all’epoca vent’anni; Maria 12. Lui testimoniò in seguito che Maria gli chiese di smettere per la salvezza della sua anima e di non commettere un peccato così grave. Prima di morire il giorno seguente per i colpi che le erano stati inferti, lo perdonò e pregò perché anche Dio lo perdonasse” (cfr. Un secolo dalla conversione dell’assassino di Santa Maria Goretti).

Secondo il Cardinale Stafford, “come Flannery O’Connor, Santa Maria Goretti, la cui memoria è celebrata dalla Chiesa il 6 luglio, percepì che la purezza è intimamente legata alla dignità del corpo umano”.

“Era consapevole che la Chiesa insegnava che non era l’anima, ma il corpo che doveva risuscitare glorioso. In unione con la Chiesa professava tutte le domeniche: ‘Credo nella resurrezione della carne (del corpo)’. Testimoniò questo mistero: che l’Incarnazione e Resurrezione di Gesù costituiscono le vere leggi della natura, della carne e del fisico”, ha affermato.





ROMA, venerdì, 14 luglio 2006 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Messaggio per la Giornata Nazionale del Ringraziamento 2006"
“La terra: un dono per l’intera famiglia umana”
La Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace
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LA TERRA: UN DONO PER L’INTERA FAMIGLIA UMANA

1. Guardare alle necessità degli uomini con lo sguardo di Cristo

Nel ritorno quieto e silenzioso della natura, riconosciamo la fedeltà di Dio alla sua promessa: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto» (Gn 1,11). Ma se nel contatto con la meraviglia dei prodotti della terra percepiamo il dono inesauribile della Provvidenza divina, con tristezza, dobbiamo anche constatare come la creazione «geme e soffre nelle doglie del parto» in attesa del compimento della speranza di essere liberata «dalla schiavitù della corruzione» (Rm 8,21-22). In particolare non possiamo nasconderci la realtà di un mondo che non ha ancora risolto il problema della fame e dove sussistono disparità di sviluppo di gravità tale da porre intere popolazioni di fronte a gesti disperati.

Occorre rimuovere questa vergogna dall’umanità con appropriate scelte politiche ed economiche di respiro planetario. È necessaria «un’azione concreta e tempestiva per garantire a tutti, in particolare ai bambini, la “libertà dalla fame”» (Benedetto XVI, Parole alla recita del Regina Caeli, 21 maggio 2006). Ci conforta il Messaggio che Benedetto XVI ha offerto alla nostra riflessione la scorsa Quaresima “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36): «Anche oggi lo “sguardo” commosso di Cristo non cessa di posarsi sugli uomini e sui popoli. Egli li guarda sapendo che il “progetto” divino ne prevede la chiamata alla salvezza. Gesù conosce le insidie che si oppongono a tale progetto e si commuove per le folle: decide di difenderle dai lupi anche a prezzo della sua vita. Con quello sguardo Gesù abbraccia i singoli e le moltitudini e tutti consegna al Padre, offrendo se stesso in sacrificio di espiazione. Illuminata da questa verità pasquale, la Chiesa sa che, per promuovere un pieno sviluppo, è necessario che il nostro “sguardo” sull’uomo si misuri su quello di Cristo. Infatti, in nessun modo è possibile separare la risposta ai bisogni materiali e sociali degli uomini dal soddisfacimento delle profonde necessità del loro cuore».

2. Responsabilità e solidarietà

L’attenzione alle necessità alimentari dei popoli parte da un’attenta valorizzazione delle potenzialità della nostra terra. Ci si deve muovere in un contesto di responsabilità sociale dell’impresa e in un ritrovato ruolo di un’agricoltura che può tutelare l’ambiente e puntare alla caratterizzazione di prodotti che sono espressione del territorio; cioè, delle sue peculiarità naturali inserite in una tradizione e in una cultura che ne fanno qualcosa di più di una merce, ovvero, una manifestazione di senso connessa alla cultura della vita.

In una realtà, inoltre come quella italiana, articolata e ricca di protagonisti che incarnano una pluralità di interessi di fronte alle sfide della globalizzazione, è importante identificare e costruire insieme un orizzonte imperniato su un’attività agricola multifunzionale, capace di valorizzare tutte le dimensioni del suo rapporto con il territorio.

Questo orizzonte è, allo stesso tempo, un obiettivo percorribile e un ideale, perché in esso convergono numerose istanze che ne delineano lo spessore strategico e valoriale: dall’esigenza di diversificazione all’interno di mercati internazionali in cui le spinte alla standardizzazione potrebbero lasciare ben pochi spazi alla nostra produzione agricola, alla rigenerazione dell’agricoltura e delle realtà socio-economiche locali secondo percorsi attenti alle radici dell’identità e aperti all’interdipendenza globale, all’informazione e responsabilizzazione del rapporto fra il cittadino-consumatore e i produttori agricoli, del rapporto tra consumo e alimentazione.

Alla luce di quest’ultimo punto, anche la questione agricola locale e nazionale, oltre a quella del rapporto tra agricolture e mercati del Nord e del Sud del mondo, viene ad incidere su quella libertà e responsabilità del cittadino-consumatore che, insieme alla responsabilità sociale delle imprese e delle istituzioni, è al centro di ogni percorso di superamento dei limiti, personali e comunitari, del consumismo di massa.

Quest’orizzonte orienta verso un contesto economico agroalimentare internazionale di competizione-collaborativa, piuttosto che di competizione-conflittuale. Esso prefigura una tavola imbandita con i prodotti e il contributo delle tradizioni alimentari del pianeta, invece dell’omogeneizzazione e delle manipolazioni dei grandi fenomeni consumistici. In breve, esso rappresenta un modello di sviluppo che include, sollecita la partecipazione, la responsabilizzazione degli agricoltori e degli imprenditori agricoli, promuove il dialogo con l’intera società; adattandosi e calandosi nelle diverse situazioni delle realtà rurali del pianeta, apre la porta alla promozione dello sviluppo umano di tutte le persone e di tutta la persona.

Roma, 11 luglio 2006

Festa di san Benedetto abate, patrono d’Europa

La Commissione Episcopale

per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace





ROMA, domenica, 30 ottobre 2005 (ZENIT.org «« Ritorna all'inizio
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"“L’Eucaristia forza dei Martiri, fonte della testimonianza cristiana”"
Convegno alla Pontificia Accademia “Cultorum Martyrum”
La Pontificia Accademia "Cultorum Martyrum"
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In occasione dell'Anno dell'Eucaristia, indetto da Giovanni Paolo II , la Pontificia Accademia “Cultorum Martyrum” ha organizzato giovedì 27 ottobre presso l’Aula delle conferenze del Collegio Teutonico di S. Maria in Camposanto, all’interno della Città del Vaticano, una giornata di Studio sul tema: “L'Eucaristia forza dei Martiri, fonte della testimonianza cristiana”.

A margine del Convegno ZENIT ha intervistato un relatore, monsignor Pasquale Iacobone, Sacerdos dell’Accademia e addetto di segreteria al Pontificio Consiglio della Cultura, il quale ha detto che “già il Cardinale Joseph Ratzinger, ora Pontefice Benedetto XVI, ha spiegato che il martirio è il divenire, il farsi Eucaristia del cristiano”.

“Nell’antichità – ha continuato – abbiamo tanti martiri catturati o trucidati durante la celebrazione dell’Eucaristia, come per esempio i martiri di Abitene (303 – 304) dove 49 cristiani, vennero trucidati perché celebrarono l’Eucaristia nonostante il divieto dell’Imperatore Diocleziano; il Pontefice Sisto II (regnante dal 257 al 258) il quale venne catturato sulla via Appia insieme ai quattro diaconi, tra cui Lorenzo, proprio mentre celebravano l’Eucaristia”.

“Questo non toglie che tutti i martiri sono discepoli che si fanno Eucaristia donando in nome e per conto di Cristo la propria vita”, ha spiegato monsignor Iacobone.

“C’è un aspetto del martirio cristiano che viene sottolineato sia da San Paolo nelle sue lettere che in tutta la letteratura successiva – ha poi chiarito –, e cioè che il martirio cristiano è espressione di un donare con gioia la propria vita”.

“Lo stesso Pontefice ha sottolineato come la gioia è uno dei sentimenti che ricorre spesso nei martiri. Non si tratta di ingenuità, non è evasione dalla realtà, ma è una profondità che altri non hanno”, ha aggiunto.

“Questa profondità che si manifesta nella gioia anche quando uno dona la vita diventa attrattiva, diventa punto di meraviglia e domanda per gli altri”, ha poi concluso.

In una breve intervista rilasciata a ZENIT, un altro relatore al Convegno, Lorenzo Dattrino, docente di Patrologia alla Pontificia Università Lateranense e Prelato d’Onore di Sua Santità, ha indicato come esempio di martirio eucaristico quello di Ignazio Vescovo di Antiochia di Siria (primo secolo).

“Ignazio era un Vescovo molto noto. L’imperatore Comodo voleva dare uno spettacolo solenne dandolo in pasto alle belve. Nel corso del viaggio verso Roma Ignazio fu autore di sette lettere, e avendo saputo che i cristiani di Roma si stavano movendo per cercare di evitare la sua morte, scrisse: ‘se veramente mi volete bene non fate nulla lasciate che il sole che nasce in Oriente tramonti in Occidente’”.

Dotato di una spiccata spiritualità eucaristica, il Vescovo Ignazio scrisse una volta: “Siccome per avere il pane bisogna macinare il grano, per avere il vino bisogna pigiare l’uva, così io voglio che le mie membra siano sbranate e macinate dai denti delle belve per diventare sacrificio gradito a Dio”.

“Nutrendoci dell’Eucaristia noi veniamo cristificati, perché il primo martire è Cristo, e quindi siamo martiri alla scuola di Cristo”, ha poi concluso il professor Dattrino.

Fondata sotto il titolo di "Collegium Cultorum Martyrum" il 2 febbraio 1879, la Pontificia Accademia ha lo scopo di promuovere il culto dei Santi Martiri e di incrementare ed approfondire l'esatta storia dei Testimoni della Fede e dei monumenti ad essi collegati, fin dai primi secoli del cristianesimo.

L'Accademia, oltre ad indire celebrazioni negli antichi cimiteri cristiani e in altri luoghi sacri, con funzioni religiose e conferenze archeologiche, tiene almeno due Assemblee Generali ogni anno, presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana e nella sua sede storica al Collegio Teutonico in Vaticano.

La Pontificia Accademia "Cultorum Martyrum" patrocina anche, durante la Quaresima, lo svolgimento della liturgia stazionale, ripristinato da monsignor Carlo Respighi, Magister dell’Accademia dal 1931 al 1947.





Saturday, 02 April @ 12:32:00 CEST «« Ritorna all'inizio
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"Pio XII: Menti nostrae"
Pio XII, enciclica Menti nostrae. Castita', obbedienza, studio, apostolato e spiritualita' liturgica, sono il programma da attuare senza cadere nella cosiddetta "eresia dell'azione", che fa dimenticare il dovere della santificazione personale
Papa Pio XII
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INTRODUZIONE

Voci che non si spengono

Risuona sempre nell’animo Nostro la voce del Divin Redentore che dice a Pietro: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di questi?... pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle" (Gv 21,15.17); e quella dello stesso Principe degli Apostoli che esorta i Vescovi ed i Sacerdoti del suo tempo: "Pascete il gregge di Dio, che da voi dipende... fatti sinceramente esemplari del gregge" (1Pt 5,2.3).

Principale necessità del nostro tempo

Meditando attentamente tali parole, stimiamo essere officio precipuo del Nostro supremo Ministero di adoperarci affinché diventi sempre più efficace l’opera dei sacri Pastori e dei Sacerdoti, che devono guidare il popolo cristiano ad evitare il male, a superare i pericoli ed a conseguire la santità. Questa infatti è la principale necessità del nostro tempo, in cui i popoli, in conseguenza della recente immane guerra, non solo sono angustiati da gravi difficoltà materiali, ma sono anche spiritualmente sconvolti, mentre i nemici del nome cristiano, fatti insolenti dalle condizioni in cui versa la società, si sforzano, con odio satanico e con sottili insidie, di allontanare gli uomini da Dio e dal suo Cristo.

Paterna sollecitudine per i Sacerdoti

La necessità, che tutti i buoni avvertono, di una restaurazione cristiana, Ci spinge a rivolgere il Nostro pensiero e il Nostro affetto in modo speciale ai Sacerdoti di tutto il mondo, perché sappiamo che soprattutto la umile, vigile, fervida opera di essi, che vivono in mezzo al popolo e ne conoscono i disagi, le pene, le angustie spirituali e materiali, può rinnovare le coscienze e stabilire in terra il Regno di Gesù Cristo, "regno di giustizia, di amore e di pace" .

Non sarà però in alcun modo possibile che il ministero sacerdotale consegua pienamente il suo fine, così da rispondere adeguatamente ai bisogni del nostro tempo, se i Sacerdoti non risplenderanno in mezzo al popolo per insigne santità, come degni "Ministri di Cristo", fedeli "dispensatori dei Misteri divini" (cf. 1Cor 4,1), efficaci "collaboratori di Dio" (cf. 1Cor 3,9), pronti ad ogni opera buona (cf. 2Tm 2,21).

Manifestazione di gratitudine

Pensiamo pertanto che non potremmo in nessun modo manifestare meglio la Nostra gratitudine ai Sacerdoti del mondo intero, i quali, nel cinquantesimo anniversario del Nostro Sacerdozio, Ci hanno dato testimonianza del loro amore elevando per Noi preghiere a Dio, che rivolgendo a tutto il clero una paterna esortazione alla santità, senza la quale il ministero ad esso affidato non può essere fecondo. L’Anno Santo, che abbiamo indetto con la speranza di un generale risanamento dei costumi secondo gli insegnamenti del Vangelo, questo desideriamo che porti come primo frutto, che cioè quelli che sono la guida del popolo cristiano, attendano con maggiore impegno alla propria santificazione, perché così sarà assicurato il rinnovamento dei popoli nello spirito di Gesù Cristo.

È tuttavia da ricordare che, se oggi gli accresciuti bisogni della Società cristiana esigono con più urgenza l’interna perfezione dai Sacerdoti, essi sono già obbligati per la stessa intima natura dell’altissimo ministero loro confidato da Dio, ad adoperarsi indefessamente, sempre ed ovunque, per la propria santificazione.

Il grande dono del Sacerdozio

Come hanno insegnato i Nostri Predecessori, e particolarmente Pio X e Pio XI , e come Noi stessi abbiamo accennato nelle Lettere Encicliche Mystici Corporis e Mediator Dei , il sacerdozio è veramente il grande dono del Divin Redentore, il quale, per rendere perenne l’opera di redenzione del genere umano da lui compiuta sulla Croce, trasmise i suoi poteri alla Chiesa, che volle partecipe del suo unico ed eterno sacerdozio. Il Sacerdote è un "alter Christus" perché è segnato con indelebile carattere che lo configura al Salvatore; il Sacerdote rappresenta Cristo, il quale disse: "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi" (Gv 20,21); "chi ascolta voi ascolta me" (Lc 10,16). Iniziato, per divina vocazione, a questo augustissimo ministero "è preposto a pro degli uomini a tutte quelle cose che riguardano Dio, affinché offra doni e sacrifici per i peccati" (Eb 5,1). A lui pertanto è necessario che ricorra chiunque vuol vivere la vita di Cristo e desidera ricevere forza, conforto ed alimento per l’anima; a lui chiederà la medicina necessaria chiunque desidera risorgere dal peccato e tornare sulla retta via. Per tal motivo, tutti i Sacerdoti possono applicare a se stessi le parole dell’Apostolo: "Siamo cooperatori di Dio" (1Cor 3,9).

Necessità della corrispondenza

Ma sì eccelsa dignità esige dai Sacerdoti che corrispondano con fedeltà somma al loro altissimo officio. Destinati a procurare la gloria di Dio in terra, ad alimentare ed accrescere il Corpo Mistico di Cristo, è assolutamente necessario che così eccellano per santità di costumi, che attraverso di essi si diffonda dovunque il "buon profumo di Cristo" (2Cor 2,15).

Il dovere fondamentale

Il giorno stesso in cui voi, diletti figli, foste innalzati alla dignità sacerdotale, il Vescovo, a nome di Dio, vi ha solennemente indicato quale fosse il vostro dovere fondamentale: "Comprendete ciò che fate, imitate ciò che trattate, affinché, celebrando il mistero della morte del Signore, procuriate di mortificare le vostre membra da tutti i vizi e le concupiscenze. Sia, la vostra dottrina, spirituale medicina al popolo di Dio; sia il profumo della vostra vita il diletto della Chiesa di Cristo, affinché con la predicazione e con l’esempio, edifichiate la casa, che è famiglia di Dio" .

Totalmente immune da peccato, la vostra vita, più di quella dei semplici fedeli, sia nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). Soltanto adorni di quella esimia virtù che esige la vostra dignità, potrete attendere all’officio cui vi ha destinati la sacra ordinazione, di continuare e completare l’opera della redenzione.

Questo è il programma da voi liberamente e spontaneamente assunto; siate santi, perché santo è il vostro ministero.

Parte I - LA SANTITÀ DELLA VITA

La perfezione consiste nel fervore della carità

Secondo l’insegnamento del Divino Maestro, la perfezione della vita cristiana consiste nell’amore verso Dio e verso il prossimo (Mt 22,37.38.39), amore che sia però veramente fervido, premuroso, attivo. Se esso ha queste doti, può dirsi veramente che abbraccia tutte le virtù (cf. 1Cor 13,4s), ed a ragione può chiamarsi "vincolo di perfezione" (Col 3,14). In qualunque stato pertanto l’uomo si trovi, a questo fine deve dirigere le sue intenzioni e le sue azioni.

Il Sacerdote è chiamato alla perfezione

A questo dovere tuttavia è tenuto in modo particolare il Sacerdote. Ogni sua azione sacerdotale infatti, per sua stessa natura – in quanto proprio a tal fine il Sacerdote è stato per divina vocazione chiamato, e destinato ad un divino officio ed insignito di un divino carisma – tende a questo; egli infatti deve prestare la sua cooperazione a Cristo, unico ed eterno Sacerdote; è necessario pertanto che segua ed imiti Colui il quale, durante la sua vita terrena, non ebbe altro scopo che dimostrare il suo ardentissimo amore verso il Padre e partecipare agli uomini gli infiniti tesori del suo Cuore.

IMITAZIONE DI CRISTO

Intima unione con Gesù

Il primo impulso, dal quale deve esser mosso lo spirito sacerdotale, deve esser quello di unirsi strettamente al Divin Redentore, per accettare docilmente ed in tutta la loro integrità i divini insegnamenti, e per applicarli diligentemente in tutti i momenti della sua esistenza, di modo che la fede sia costantemente la luce della sua condotta e la sua condotta sia il riflesso della sua fede.

Tenere lo sguardo fisso in lui

Seguendo la luce di questa virtù, egli terrà fisso lo sguardo in Cristo, ne seguirà gli insegnamenti e gli esempi, intimamente persuaso che non è sufficiente per lui limitarsi a compiere i doveri cui sono tenuti i semplici fedeli, ma deve tendere con sempre maggior lena a quella santità che esige la dignità sacerdotale, secondo l’avvertimento della Chiesa: "I chierici devono condurre vita più santa dei laici, ed essere a questi di esempio nella virtù e nel retto operare" .

Vita cristocentrica

La vita sacerdotale, come deriva da Cristo, così tutta e sempre deve dirigersi a lui. Cristo è il Verbo di Dio, che non sdegnò di assumere la natura umana; che visse la sua vita terrena per compiere la volontà dell’Eterno Padre; che diffonde intorno a sé il profumo del giglio; che visse nella povertà; "che passò facendo del bene e sanando tutti" (At 10,38); che infine si immolò ostia per la salvezza dei fratelli. Ecco, diletti figli, la sintesi di quella mirabile vita; studiatevi di riprodurla in voi, memori dell’esortazione: "Vi ho dato l’esempio, affinché, come io ho fatto, così facciate anche voi" (Gv 13,15).

Pratica dell’umiltà

L’inizio della perfezione cristiana è nell’umiltà. "Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore" (Mt 11,29). Di fronte all’altezza della dignità alla quale siamo stati elevati con il Battesimo e l’Ordine Sacro, la consapevolezza della nostra miseria spirituale deve indurci a meditare la divina sentenza di Gesù Cristo: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15,5).

Diffidenza di sé stessi

Il Sacerdote non confidi nelle proprie forze, non si compiaccia delle proprie doti, non cerchi la stima e la lode degli uomini, non aspiri a posti elevati, ma imiti Cristo, il quale non venne "per essere servito, ma a servire" (Mt 20,28); e rinneghi se stesso secondo l’insegnamento del Vangelo (cf. Mt 16,24), distaccando l’animo dalle cose terrene per seguire più speditamente il Divino Maestro. Tutto ciò che egli ha, tutto ciò che è, viene dalla bontà e dalla potenza di Dio: se vuole dunque gloriarsi, ricordi le parole dell’Apostolo: "Quanto a me, di niente mi glorierò, se non delle mie debolezze" (2Cor 12,5).

Immolazione della volontà

Lo spirito di umiltà, illuminato dalla fede, dispone l’anima alla immolazione della volontà attraverso l’obbedienza. Cristo stesso, nella società da lui fondata, ha stabilito un’autorità legittima, che è una continuazione della sua. Perciò, chi obbedisce ai Superiori, obbedisce allo stesso Redentore.

Necessità dell’obbedienza

In un’età come la nostra, in cui il principio d’autorità è gravemente scosso, è assolutamente necessario che il Sacerdote, saldo nei principii della fede, consideri e accetti l’autorità non solo come baluardo dell’ordine sociale e religioso, ma anche come fondamento della sua stessa santificazione personale. Mentre i nemici di Dio, con criminosa astuzia, si sforzano di sobillare e solleticare le smoderate bramosie di qualcuno, per indurlo ad erigersi contro la Santa Madre Chiesa, Noi desideriamo dare la dovuta lode e sostenere con paterno animo quella larga schiera di Ministri di Dio, che per dimostrare apertamente la loro cristiana obbedienza e conservare intatta la propria fedeltà a Gesù ed alla legittima autorità da lui stabilita, "sono stati trovati degni di soffrire contumelie per il nome di Cristo" (At 5,41), e non solo contumelie, ma persecuzioni e carceri e morte.

Rinunce del celibato

Il Sacerdote ha come campo della propria attività tutto ciò che si riferisce alla vita soprannaturale, ed è organo di comunicazione e di incremento della stessa vita nel Corpo Mistico di Cristo. Perciò è necessario che egli rinunci a "tutto ciò che è del mondo", per curare solamente ciò "che è del Signore" (1Cor 7,32.33). Ed è appunto perché egli deve essere libero dalle preoccupazioni del mondo per dedicarsi tutto al divino servizio, che la Chiesa ha stabilito la legge del celibato, affinché fosse sempre più manifesto a tutti che il Sacerdote è Ministro di Dio e padre delle anime. Con la legge del celibato, il Sacerdote, piuttosto che perdere il dono e l’ufficio della paternità, lo accresce all’infinito, giacché se non genera una figliolanza a questa vita terrena e caduca, la genera a quella celeste ed eterna.

Quanto più rifulge la castità sacerdotale, tanto più il Sacerdote diventa insieme con Cristo "ostia pura, ostia santa, ostia immacolata" .

Per custodire integerrima, quale tesoro inestimabile, la purezza sacerdotale, è necessario attenersi fedelmente a quella esortazione del Principe degli Apostoli, che ogni giorno ripetiamo nel divino officio: "Siate sobrii, e vigilate" (1Pt 5,8).

Vigilanza e preghiera, custodi della castità

Sì, vigilate, diletti figli, poiché la castità sacerdotale è esposta a molti pericoli, sia per la dissolutezza dei costumi, sia per gli allettamenti del vizio che sono così frequenti ed insidiosi, sia infine per quella eccessiva libertà che s’introduce sempre più nei rapporti tra i due sessi e che tenta di penetrare anche nell’esercizio del sacro ministero. "Vigilate e pregate" (Mc 14,38), memori che le vostre mani toccano le cose più sante, e che voi siete consacrati a Dio ed a lui solo dovete servire. L’abito stesso che portate vi ammonisce che non dovete vivere al mondo, ma a Dio. Adoperatevi dunque con ardore e con alacrità, confidando nella protezione della Vergine Madre di Dio, per conservarvi sempre "nitidi, mondi, puri, casti, come si conviene a Ministri di Cristo ed a dispensatori dei misteri di Dio" .

Evitare le familiarità

A tal proposito vi rivolgiamo una particolare esortazione perché nel dirigere le associazioni ed i sodalizi femminili, vi mostriate come si addice a Sacerdoti; evitate ogni familiarità; quando è necessario che diate la vostra opera, datela come sacri Ministri. Nel dirigere poi queste associazioni, la vostra parte si limiti a quanto richiesto dal sacro ministero.

Distacco dai beni terreni

Al distacco dalla vostra volontà e da voi stessi con la generosa obbedienza ai Superiori ed alla rinuncia ai piaceri terreni con la castità, dovete unire il distacco dell’animo dalle ricchezze e dalle cose terrene. Vi esortiamo ardentemente, o fratelli, a non attaccarvi con l’affetto alle cose di questa terra, transitorie e periture. Prendete ad esempio i grandi Santi degli antichi e nostri tempi, i quali, unendo il necessario distacco dai beni materiali ad una grandissima fiducia nella Provvidenza e ad un ardentissimo zelo sacerdotale, hanno compiuto opere mirabili, confidando unicamente in Dio, il quale non fa mai mancare il necessario. Anche il Sacerdote, che non fa professione di povertà con particolare voto, deve essere sempre guidato dallo spirito e dall’amore di questa virtù; amore che deve dimostrare con la semplicità e la modestia del tenore di vita, dell’abitazione e nella generosità verso i poveri. In modo particolarissimo poi aborrisca dall’immischiarsi in imprese economiche, imprese che gli impedirebbero di compiere i suoi doveri pastorali e gli diminuirebbero la dovuta considerazione dei fedeli. Il Sacerdote, poiché deve attendere con ogni impegno a procurare la salvezza delle anime, deve sempre poter applicare a se stesso il detto di San Paolo: "Non cerco le cose vostre ma voi" (2Cor 12,14).

Essere modelli di ogni virtù

Molto avremmo ancora da dire su tutte le virtù con le quali il Sacerdote deve riprodurre in se stesso, nel miglior modo possibile, l’esemplare divino che è Gesù Cristo. Abbiamo tuttavia preferito fermare la vostra attenzione su ciò che Ci sembra più necessario ai nostri tempi. Vi ricordiamo peraltro le parole dell’aureo libro dell’Imitazione di Cristo: "Il Sacerdote deve essere adorno di tutte le virtù, e dare agli altri esempio di retta vita. La sua conversazione non sia secondo le volgari e comuni vie degli uomini, ma con gli Angeli e gli uomini perfetti" .

NECESSITÀ DELLA GRAZIA PER LA SANTIFICAZIONE

Verità consolanti

Nessuno ignora, diletti figli, come non sia possibile ad alcun cristiano, ed in special modo ai Sacerdoti, di imitare i mirabili esempi del Divino Maestro, senza l’aiuto della grazia, e senza l’uso di quegli strumenti della grazia che egli stesso ha messo a nostra disposizione: uso che è tanto più necessario, quanto più alto è il grado di perfezione che noi dobbiamo conseguire e quanto più gravi sono le difficoltà, che derivano dalla nostra natura incline al male. Per questa ragione, giudichiamo opportuno passare alla considerazione di altre verità, quanto mai sublimi e consolanti, dalle quali ancor più chiaramente appare quanto profonda debba essere la santità sacerdotale e quanto efficaci siano gli aiuti datici dal Signore perché possiamo compiere in noi i disegni della divina misericordia.

Vita di sacrificio

Come tutta la vita del Salvatore fu ordinata al sacrificio di se stesso, così anche la vita del Sacerdote, che deve riprodurre in sé l’immagine di Cristo, deve essere con Lui, per Lui, ed in Lui, un accettevole sacrificio.

Ad esempio di Gesù sul Calvario

Difatti, l’offerta che il Signore fece sul Calvario, non fu soltanto l’immolazione del suo Corpo; Egli offrì se stesso, ostia di espiazione, come Capo dell’umanità, e perciò "mentre raccomanda il suo spirito nelle mani del Padre, raccomanda se stesso a Dio come uomo, per raccomandargli tutti gli uomini" .

Nella Santa Messa

La stessa cosa avviene nel Sacrificio Eucaristico, che è rinnovazione incruenta del sacrificio della Croce: Cristo offre se stesso al Padre per la sua gloria e per la nostra salute. Ed in quanto egli, sacerdote e vittima, agisce come Capo della Chiesa, offre ed immola non soltanto se stesso, ma tutti i fedeli, ed in certo qual modo tutti gli uomini .

I tesori del Sacrificio Eucaristico

Ora, se questo vale per tutti i fedeli, a maggior titolo vale per i Sacerdoti, i quali sono Ministri di Cristo, principalmente per la celebrazione del Sacrificio Eucaristico. Ed appunto nel Sacrificio Eucaristico, quando "in persona di Cristo", consacra il pane ed il vino che diventano Corpo e Sangue di Cristo, il Sacerdote può attingere dalla stessa sorgente della vita soprannaturale gli inesauribili tesori della salvezza e tutti quegli aiuti che sono necessari a lui personalmente ed al compimento della sua missione.

Vivere la Santa Messa

Il Sacerdote, mentre è a così stretto contatto dei divini misteri, non può non aver fame e sete di giustizia (cf. Mt 5,6), o non sentire lo stimolo ad adeguare la sua vita alla sua eccelsa dignità e ad orientarla verso il sacrificio, dovendo offrire ed immolare se stesso con Cristo. Quindi egli non soltanto celebrerà la Santa Messa, ma la vivrà intimamente; così soltanto potrà attingere quella forza soprannaturale che lo trasformerà e lo farà partecipe della vita di sacrificio del Redentore.

Trasformazione in vittime con Gesù

San Paolo pone come principio fondamentale della perfezione cristiana il precetto: "Rivestitevi del Signore Nostro Gesù Cristo" (Rm 13,14). Questo precetto, se vale per tutti i cristiani, vale in modo speciale per i Sacerdoti. Ma rivestirsi di Cristo non è soltanto ispirare il proprio pensiero alla sua dottrina, sibbene entrare in una nuova vita, la quale, per risplendere dei fulgori del Tabor, deve anche conformarsi alle sofferenze del Calvario. Ciò comporta un lavoro lungo ed arduo che trasformi l’anima allo stato di vittima, perché partecipi intimamente al sacrificio di Cristo. Questo arduo ed assiduo lavoro, non si compie con vane velleità, né si esaurisce in desideri e promesse, ma deve essere un esercizio indefesso e continuo, che porti al rinnovamento dello spirito; deve essere un esercizio di pietà, che riferisca tutto alla gloria di Dio; deve essere esercizio di penitenza, che freni e governi i moti dell’animo; deve essere atto di carità, che infiammi l’animo di amore verso Dio e verso il prossimo e stimoli ad opere di misericordia; deve essere infine volontà operosa di lotta e di fatica per fare tutto ciò che è bene.

Monito di San Pier Crisologo

Il Sacerdote deve dunque studiarsi di riprodurre nella sua anima tutto ciò che avviene sull’Altare. Come Gesù Cristo immola se stesso, così il suo Ministro deve immolarsi con Lui; come Gesù espia i peccati degli uomini, così egli, seguendo l’arduo cammino dell’ascetica cristiana, deve pervenire alla propria ed altrui purificazione. Così ammonisce San Pier Crisologo: "Sii sacrificio e Sacerdote di Dio; non perdere quel che ti diede la Divina Autorità. Rivestiti della stola della santità; cingiti della cintura della castità; sia Cristo, velo sulla tua testa; stia la Croce a baluardo sulla tua fronte; apponi al tuo petto il sacramento della scienza divina; brucia sempre il profumo della orazione; afferra la spada dello spirito; fa’ del tuo cuore come un altare ed offri così sicuro il tuo corpo vittima a Dio... Offri la fede, in modo che sia punita la perfidia; immola il digiuno, perché cessi la voracità; offri in sacrificio la castità, perché muoia la libidine; poni sull’Altare la pietà, perché sia deposta l’empietà; invita la misericordia, perché sia distrutta l’avarizia; e perché scompaia la stoltezza, conviene immolare la santità: così il tuo corpo sarà la sua ostia, se non sarà ferito da alcun dardo del peccato" .

La mistica morte in Cristo

Vogliamo qui ripetere in modo particolare ai Sacerdoti quanto abbiamo già proposto alla meditazione di tutti i fedeli nella Enciclica Mediator Dei: "È ben vero che Gesù Cristo è Sacerdote, ma non per se stesso, bensì per noi, presentando all’eterno Padre i voti ed i religiosi sensi di tutto il genere umano; Gesù è vittima, ma per noi, sostituendosi all’uomo peccatore; ora il detto dell’Apostolo: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo", esige da tutti i cristiani di riprodurre in sé, per quanto è in potere dell’uomo, lo stesso stato d’animo che aveva il Divin Redentore quando faceva il sacrificio di sé: l’umile sottomissione dello spirito cioè, l’adorazione, l’onore, la lode ed il ringraziamento alla somma Maestà di Dio; richiede inoltre di riprodurre in se stessi le condizioni della vittima; l’abnegazione di sé secondo i precetti del Vangelo, il volontario e spontaneo esercizio della penitenza, il dolore e l’espiazione dei propri peccati. Esige, in una parola, la nostra mistica morte in croce col Cristo, in modo da poter dire con Paolo: "Sono confitto con Cristo in croce"" .

Valerci delle ricchezze del Sangue di Gesù

Sacerdoti e figli diletti, abbiamo nelle nostre mani un grande tesoro, una preziosissima margherita, le ricchezze inesauribili del Sangue di Gesù Cristo; avvaliamocene con la più grande larghezza per essere, con il sacrificio totale di noi stessi offerti al Padre con Gesù Cristo, i veri mediatori di giustizia "in quelle cose che riguardano Dio" (Eb 5,1), e per meritare che le nostre preghiere siano accette ed impetrino grazie sovrabbondanti per tutta la Chiesa e per tutte le anime. Solo dopo che saremo divenuti una sola cosa con Cristo mediante la sua e nostra oblazione, ed avremo elevata la nostra voce con il coro degli abitanti della celeste Gerusalemme, "illi canentes iungimur almae Sionis aemuli" , solo allora corroborati dalla virtù del Salvatore, potremo scendere sicuri dal monte della santità che avremo conseguita, per portare a tutti gli uomini la vita e la luce di Dio attraverso il ministero sacerdotale.

NECESSITÀ DELLA PREGHIERA E DELLA PIETÀ

L’obbligo del Divin Ufficio

La santità perfetta richiede anche una continua comunicazione con Dio; e perché questo intimo contatto che l’anima sacerdotale deve stabilire con Dio non fosse mai interrotto nella successione dei giorni e delle ore, la Chiesa ha fatto obbligo al Sacerdote di recitare l’Ufficio Divino. Essa ha in tal modo raccolto fedelmente il precetto del Signore: "Bisogna pregare sempre e non stancarsi" (Lc 18,1).

La Chiesa, come non cessa mai di pregare, così desidera ardentemente che i suoi figli facciano lo stesso, ripetendo la parola dell’Apostolo: "Per Lui adunque offriamo sempre a Dio l’ostia di lode, cioè il frutto delle labbra, che confessino il suo nome" (Eb 13,15). Ai Sacerdoti essa ha commesso il compito particolare di consacrare a Dio, pregando anche a nome del popolo, tutto il tempo e tutte le circostanze.

Voce di Cristo e della Chiesa

Conformandosi a questa disposizione, il Sacerdote continua a fare nel corso dei secoli quello che fece Cristo, il quale "nei giorni della sua carne, avendo offerto preghiere e suppliche con grande grido... fu esaudito per la sua reverenza" (Eb 5,7). Questa preghiera ha una efficacia singolare, perché è fatta in nome di Cristo "per il Signor Nostro Gesù Cristo" il quale è nostro mediatore presso il Padre, ed a Lui presenta incessantemente la sua soddisfazione, i suoi meriti, ed il prezzo sommo del suo Sangue. Essa è veramente la "voce di Cristo", il quale "prega per noi quale nostro Sacerdote, prega in noi quale nostro Capo" . È parimenti sempre la "voce della Chiesa" che riassume i voti ed i desideri di tutti i fedeli, i quali, associati alla voce ed alla fede del Sacerdote, lodano Gesù Cristo e, per mezzo di Lui, ringraziano l’Eterno Padre e ne impetrano gli aiuti necessari nelle vicende di ogni giorno e di ogni ora. In tal modo si ripete per mezzo dei Sacerdoti quel che Mosè fece sul Monte Sinai, quando, levate le braccia al Cielo, parlava a Dio e ne otteneva misericordia a favore del suo popolo, che penava nella valle sottostante.

Mezzi efficienti di santificazione

L’Ufficio Divino è anche un mezzo quanto mai efficace di santificazione. Non è infatti soltanto una recita di formule, né di cantici da eseguirsi con arte; non si tratta soltanto del rispetto di certe norme, dette rubriche, o di cerimonie esterne del culto: ma si tratta piuttosto dell’elevazione della mente e dell’anima a Dio perché si uniscano all’armonia degli spiriti beati ; elevazione che suppone quelle disposizioni interiori ricordate al principio dell’Ufficio Divino: "degnamente, attentamente, devotamente".

Avere le intenzioni stesse di Gesù

È perciò necessario che il Sacerdote preghi con la stessa intenzione del Redentore. È dunque quasi la stessa voce del Signore, il quale, tramite il suo Sacerdote, continua ad implorare dalla clemenza del Padre i benefici della Redenzione; è la voce del Signore, cui si associano le schiere degli Angeli e dei Santi in Cielo e dei fedeli tutti sulla terra, per glorificare debitamente Dio; è la voce stessa di Cristo nostro avvocato, attraverso la quale ci vengono ottenuti gli immensi tesori dei suoi meriti.

La meditazione accurata del Breviario

Meditate perciò attentamente quelle verità feconde che lo Spirito Santo ci elargisce nelle Sacre Scritture e che gli scritti dei Padri e dei Dottori commentano. Mentre le vostre labbra ripetono le parole dettate dallo Spirito Santo, studiatevi di non perdere nulla di tanto tesoro e, affinché nella vostra anima sia viva l’eco della voce di Dio, allontanate con cura quanto può distrarvi e raccogliete i vostri pensieri, in modo da attendere più facilmente e con maggior frutto alla contemplazione delle verità eterne.

Seguire il ciclo liturgico

Nella Nostra Enciclica Mediator Dei, abbiamo diffusamente spiegato a quale scopo il ciclo liturgico rievochi e rappresenti ordinatamente, durante l’anno, i Misteri di Nostro Signor Gesù Cristo, e celebri le Feste della Beata Vergine e dei Santi. Quegli insegnamenti, che abbiamo impartito a tutti perché a tutti utilissimi, devono essere meditati specialmente da voi, o Sacerdoti; voi, che con il Sacrificio Eucaristico e con il Divino Ufficio, avete una parte tanto importante nello svolgimento del ciclo liturgico.

Perché progrediscano sempre più speditamente nella via della santità, la Chiesa raccomanda vivamente ai Sacerdoti, oltre che la celebrazione del Sacrificio Eucaristico e la recita del Divino Ufficio, anche altri esercizi di pietà. Intorno ad essi giova proporre qualche cosa alla vostra considerazione.

La contemplazione delle cose celesti...

La Chiesa ci esorta innanzi tutto alla meditazione, la quale solleva l’anima alla contemplazione delle cose celesti, la guida verso Dio, e la fa vivere in quell’atmosfera soprannaturale di pensieri e di affetti che costituiscono la migliore preparazione ed il più fruttuoso ringraziamento alla Santa Messa. La meditazione inoltre dispone l’anima a gustare e comprendere le bellezze della liturgia, e le fa contemplare le verità eterne ed i mirabili esempi ed insegnamenti del Vangelo. Ora a questo il Sacerdote deve continuamente mirare per riprodurre in se stesso le virtù del Redentore.

...e dei misteri della vita di Gesù

Ma come il cibo materiale non alimenta la vita, non la sostenta, non la accresce, se non è convenientemente assimilato, così il Sacerdote non può acquistare il dominio di se stesso e dei suoi sensi, né purificare il suo spirito, né tendere – come deve – alla virtù, né, infine, compiere con alacre fedeltà e con frutto i doveri del suo sacro ministero, se non avrà approfondito, con meditazione assidua ed incessante, i misteri del Redentore Divino, modello supremo della vita sacerdotale e fonte inesauribile di santità.

Danni gravi per chi la trascura