29 Maggio 2006

Anno II, Numero 13

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CITTÀ DEL VATICANO, domenica, 21 maggio 2006 (ZENIT.org).- »

La vita consacrata femminile e la missione di suscitare speranza (Parte II)

ROMA, lunedì, 22 maggio 2006 (ZENIT.org).- »

Miracoli eucaristici, tesori nascosti

CITTÀ DEL VATICANO, venerdì, 19 maggio 2006 (ZENIT.org).-  »

La vita consacrata femminile e la missione di suscitare speranza (Parte I)

ROMA, mercoledì, 24 maggio 2006 (ZENIT.org).-  »

La fedeltà vocazionale alla vita consacrata richiede cammini di formazione

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"La vita consacrata femminile e la missione di suscitare speranza (Parte II)"
Suor Marcella Farina, salesiana
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Le migliaia di donne consacrate a Dio sono un segno di speranza per l’umanità, afferma suor Marcella Farina, salesiana.

Docente Ordinario di Teologia Fondamentale e di Teologia Sistematica presso la Facoltà Pontificia di Scienze dell’Educazione,

suor Marcella Farina fa parte della Pontificia Accademia Teologica e dell’Associazione Mariologica Interdisciplinare, ed è anche membro e socio fondatore della Società Italiana per la Ricerca Teologica (SIRT).

La prima parte dell’intervista è uscita il giorno 19 maggio 2006.

Qual è la principale sfida della vita religiosa femminile?

Suor Farina: La domanda esige un discernimento da operare dentro le svariate istanze, questioni, prospettive che emergono dalla vita religiosa femminile. Esistono sfide-possibilità profetiche molteplici. Senza dubbio alla base vi è la trasparenza della radicalità evangelica, ossia la fedeltà al Vangelo resa leggibile con la testimonianza, con uno stile di esistenza dal quale risplende la bellezza della sequela.

Certo tutta la Chiesa, quindi ogni singola persona credente, è interpellata a passare dalla teologia alla teofania, dal discorso su Dio alla rivelazione di Dio, dalla cristologia alla cristofania, dal discorso su Gesù Cristo alla rivelazione di Lui, dalla conoscenza della sua persona alla conoscenza di Lui in persona.

La persona chiamata a seguire Gesù più da vicino, amandoLo con cuore indiviso, è interpellata a rivelare la misericordia del Signore a titolo speciale. All’esigenza di radicalità evangelica si aggancia la sfida di tradurre questa realtà al femminile.

Che significa rendere visibile la radicalità evangelica al femminile?

Suor Farina: Vi sono alcune dimensioni che emergono dalla storia. Partirei dall’indicazione che ci offre il Vangelo di Luca al cap. 8 vv. 1-3: “Gesù se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni”. Applicando a questi versetti l’esegesi del silenzio, cioè collocando queste scarne indicazioni nel contesto socio-religioso del tempo, emerge che Gesù, libero da ogni stereotipo antifemminile, ha accolto al suo seguito delle donne. A parte la nota “erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità” che tradisce lo stereotipo antifemminile della donna “pericolo morale”, non facendo alcun accenno alla liberazione spirituale dei Dodici.

Queste donne hanno colto nel messaggio di Gesù una tale potenza di liberazione e di autenticità che le ha condotte a oltrepassare pregiudizi, limiti, paure, a rischiare il giudizio altrui. Si sa quanto erano pesanti e ingiuste le norme che tenevano legate le donne al potere maschile paterno e maritale, per cui non potevano decidere di sé, del proprio progetto di vita; in concreto non potevano disporre del proprio corpo, quindi della propria sessualità e del proprio mondo affettivo, e delle loro risorse economiche. Esse hanno avuto l’ardire di decidersi per Gesù e il Vangelo, affermando con la vita che del loro corpo e dei loro beni decidevano liberamente loro secondo le esigenze della sequela del Cristo.

La storia del cristianesimo, anche se persistono tuttora letture ideologiche che affermano il contrario, attesta a chiare lettere che le donne più degli uomini hanno trovato nel Vangelo uno spazio singolare di libertà e di autonomia, di realizzazione di sé e di servizio religioso e sociale, quindi di visibilità storica.

Si pensi all’epoca delle persecuzioni: sono numerose le donne, dalle fanciulle alle donne sposate e alle vedove, che testimoniano la fede in Gesù fino al martirio. Così il “sesso debole” si mostra fortissimo, lasciando sbalorditi i persecutori.

Si pensi all’azione evangelizzatrice svolta dalle donne nel mondo aristocratico imperiale attraverso le relazioni domestiche. Si pensi al monachesimo e alla socializzazione dei saperi, da quelli culturali a quelli relativi ai mestieri.

Si pensi alle congregazioni religiose moderne e al coraggio delle donne di essere nel mondo, oltrepassando lo stereotipo di custodi del focolare domestico, con la passione evangelizzatrice e soccorritrice di Cristo. La memoria storica dovrebbe risultare una effettiva risorsa profetica per il futuro. In tal senso segnalo qualche ambito in cui tale profezia dovrebbe esercitarsi.

Dove sono questi nuovi ambiti?

Suor Farina: Oggi, in un contesto di secolarizzazione e anche di più o meno latente ostilità al Vangelo, noi donne consacrate dovremmo testimoniare la potenza emancipatrice della sequela di Gesù, irradiando la bellezza di autocomprenderci alla luce di Lui e del suo messaggio. Alla scuola di Maria, sua e nostra Madre, dovremmo ricomprendere la nostra esistenza nella grandi opere di Dio, nella sua misericordia, come la vergine del Magnificat.

Non è un fatto scontato. Esige coraggio, ardimento e umiltà. È il coraggio di andare fino in fondo, fino al dono della vita soprattutto con la testimonianza di fede coraggiosa, uscendo dal privato, dalla concezione illuministica che persiste – nonostante le smentite storiche – nel considerare la dimensione religiosa come un fatto privato, quindi invisibile, senza incidenza nella costruzione della società.

In una cultura che rischia di centrarsi sul tecnologico siamo interpellate a testimoniare il raccordo, la sintesi tra ragione e sentimento, tra razionalità e relazionalità.

In un contesto in cui emerge la conflittualità e l’interesse individuale è un seme di speranza di singolare fecondità portare uno stile di esistenza solidale ove si attua lo scambio di saperi e si opera l’empowerement (il darsi reciprocamente potere, riconoscimento, incoraggiamento) tra donne per il bene di tutta l’umanità.

Tutto questo esige una capacità di discernimento e il suo esercizio concreto, fondati su una visione teologale della storia, quindi su una visione aperta alla speranza, fiduciosa nell’anticipo di fiducia che il Signore ci dona costantemente e gratuitamente.

Lei coordina corsi di formazione. Dove vede le lacune più grandi?

Suor Farina: Va premesso che il panorama geografico della vita consacrata femminile è cambiato rispetto a solo un decennio fa. Oggi è prevalente il mondo asiatico e africano rispetto a quello europeo e americano. Lo costato concretamente nel “Corso annuale di qualifica per Formatrici e Formatori nell’ambito della vita consacrata”.

Questa diversa provenienza socio-culturale e socio-religiosa pone nuove urgenze educative, mentre offre nuove opportunità e sensibilità nella ricomprensione dell’esperienza evangelica e carismatica.

La riflessione teologica, anche quella relativa alla vita consacrata e ai carismi dei singoli istituti, fino al Vaticano II, si è elaborata in gran parte in Occidente con categorie concettuali, accentuazioni, tradizioni e traduzioni pratiche legate a questo contesto. Gli Istituti stessi sono sorti in prevalenza in Occidente, soprattutto in Europa e, in particolare, in Italia.

Ne consegue che prima nella trasmissione di contenuti teologici e carismatici si potevano presupporre elementi culturali e religiosi, esperienze e comportamenti (dottrina, storia, filosofia, arte, letteratura, stili di vita, saggezza popolare) che oggi non si possono più dare per scontati.

Può accadere che le stesse parole veicolino concetti e modi di sentire diversi i quali potrebbero non coincidere con il messaggio evangelico e carismatico.

Pertanto, nei percorsi formativi bisogna assicurare le condizioni di possibilità fondamentali per una corretta inculturazione e riespressione della fede e della vita consacrata, senza illudersi in facili traduzioni. Non basta trasmettere contenuti informativi, occorre favorire l’assimilazione dei valori in una elaborazione esistenziale di sintesi evangelica e carismatica che rende possibile il discernimento personale e comunitario. È questa una domanda fondamentale alla quale occorre rispondere in modo pertinente.

Circa le eventuali lacune si può segnalare che esse sovente ricalcano gli stessi limiti che riscontriamo nella socio-cultura odierna. La mentalità del “tutto e subito” si traduce talvolta negli Istituti religiosi nella scelta di percorsi di studio brevi, magari con risvolti pratici immediati. Questo non dispone lo spirito a quel “silenzio interiore”, a quella pazienza-pace, a quella perseveranza, a quella studiositas che costituiscono l’humus dell’umile e appassionata ricerca della verità.

Ma esiste una buona formazione delle religiose?

Suor Farina: In genere noto una forma latente di analfabetismo religioso: i contenuti della fede talvolta sono appresi in modo superficiale e approssimativo. Non certo per mancanza di impegno di docenti o di studenti, ma per una certa fretta “psicologica” provocata anche dalla cultura informatica la quale, se da una parte mette a disposizione molte informazioni e strumenti, dall’altra sembra favorire l’accumulo di materiale senza una vera assimilazione, senza un genuino metabolismo spirituale.

L’effetto è il sapere “pressappoco” che non può condurre a quella saggezza esistenziale che orienta nel discernimento tra vero e falso, tra bene e male. Il pericolo è la regressione a livello culturale con l’effetto di confusione o autoreferenzialità, chiusura e difesa nelle proprie isole sicure. La società complessa e globalizzata esige persone profonde e solidali, capaci di confronto costruttivo e di progettualità solidale. Siamo interpellate a investire nella formazione, anche nella formazione culturale e professionale, per poter vivere e operare con la carica di risorse evangeliche e rispondere agli appelli della storia.

Bisogna proseguire sulle scelte coraggiose operate dalle donne consacrate dopo il Concilio Vaticano II, valorizzando le grandi opportunità formative che ci sono offerte, non temendo di intraprendere percorsi di studio lunghi, soprattutto nell’ambito delle scienze teologiche e in quello delle scienze dell’educazione nelle quali dovremmo diventare sempre più esperte. Dovremmo concretamente alimentare la consapevolezza della formazione continua.

Un altro ambito da rafforzare è il senso della verità che si fa fedeltà, quindi il senso progettuale della vita, incarnando l’ideale nel quotidiano e riducendo la distanza tra idealità e scelte concrete di ogni giorno.

Il discorso non è teoretico, astratto: è l’opzione fondamentale per Cristo da tradurre nella vita nelle sue molteplici espressioni, confidando con gratitudine nella grazia che Egli ci dona sempre abbondantemente.

È la crescita nell’identità evangelica e carismatica dentro una società in cambiamento la quale esige dalla persona e dalla comunità una costante e profonda ricomprensione del proprio essere e della propria missione.

C’è bisogno di più accompagnamento spirituale?

Suor Farina: In questa direzione si avverte l’esigenza dell’accompagnamento oggi un po’ carente. Vi sono tanti docenti, tante persone che offrono conoscenze, magari anche consigli, aiuti vari, ma le nuove generazioni – e anche quelle non più nuove – avvertono sovente una profonda solitudine, sentono il bisogno di essere aiutate concretamente a tradurre nella storia i valori evangelici.

Alcuni anni fa non si parlava di accompagnamento spirituale, ma vi erano sacerdoti che guidavano nel discernimento vocazionale e incoraggiavano a scegliere fidando nella Divina Provvidenza.

L’accompagnamento urge pure come luogo di speranza. In esso si possono creare opportunità ed occasioni, perché la persona si eserciti nel discernimento, operando scelte coerenti con ardimento e umiltà. In questo accompagnamento un’attenzione va data all’assimilazione vera dei contenuti della fede e della spiritualità del proprio istituto, con un metabolismo sano spirituale.

Un altro aspetto su cui vorrei richiamare l’attenzione è la maturazione nel senso della propria creaturalità. Vi sono alcuni elementi della cultura attuale che orientano a considerare la perfezione umana come infallibilità, che alimentano il complesso di onnipotenza e onniscienza, quindi non favoriscono la coscienza del limite, della propria precarietà.

In tal senso l’appello è a testimoniare il senso della trascendenza, del primato di Dio, l’abbandono nella Provvidenza, oltrepassando quelle forme di paura che portano al possesso, alla manipolazione, all’atteggiamento di autosalvezza.

Dentro una società che si chiude nell’immediato e nel terrestre, la vita consacrata è interpellata a richiamare l’Oltre e l’Altro, la realtà dei valori escatologici. Non significa semplicemente alimentare la tensione verso il futuro, ma coltivare l’aspirazione al Paradiso, alla patria futura acquistata lavorando per la città terrestre secondo il progetto di Dio.

Mi sembra molto illuminante riprendere al riguardo il messaggio che Paolo VI rivolse alla IIIª Assemblea Generale dei Vescovi italiani, il 22 febbraio 1968. Egli annotava: “Né si dica che così orientati e liberi da aspirazioni temporali, noi diventiamo forestieri in questa terra, in cui la Provvidenza ci ha dato di vivere, né incapaci di colloquio col mondo profano, tutto teso verso le realtà terrene, diventate nel tempo nostro estremamente feconde e seducenti. Tutta la Costituzione conciliare Gaudium et spes è là per dimostrare il contrario e per risolvere il problema dei rapporti del cristianesimo con l’umanesimo”.

E dunque, quale sarebbe la missione?

Suor Farina: Ancora Paolo VI “la nostra missione, e proprio in questa ora inquieta e confusa, è quella di infondere speranze buone, speranze vere, speranze nuove agli uomini a cui si rivolge il nostro ministero; e ciò – sia detto con le cautele del caso – anche per la vita temporale dei nostri fratelli (tali infatti sono per noi gli uomini, che la vita vissuta rende a noi prossimi)”.

“Tocca a noi, credenti, speranti ed amanti, portare, secondo l'arte nostra, continuamente all'uomo cieco la luce, all'uomo affamato il pane, all'uomo adirato la pace, all'uomo stanco il sostegno, all'uomo sofferente il conforto, all'uomo disperato la speranza, al fanciullo la gioia della bontà, al giovane l'energia del bene”.

“Se crisi oggi nel mondo vi è, essa è quella della speranza, quella dell'ignoranza dei fini per cui valga la pena impiegare l'enorme ricchezza di mezzi, di cui la civiltà moderna ha arricchito, ma altresì appesantito la vita umana. Noi siamo le guide. Noi siamo coloro che hanno la scienza dei fini”.

“Noi dobbiamo essere maestri della speranza. E questo sia detto per voi, Pastori, a cui appunto è dato condurre il gregge umano ai pascoli della vera vita; sia detto per voi, laici cattolici, che con i Pastori apportate alla Chiesa e al mondo il pensiero e l'opera della salvezza cristiana”.





ROMA, lunedì, 22 maggio 2006 (ZENIT.org).- «« Ritorna all'inizio
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"Miracoli eucaristici, tesori nascosti"
Presentati gli Atti di un Convegno tenutosi presso la "Regina Apostolorum" il 5 maggio 2005
Giuseppina Sciascia
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La presentazione del libro "Miracoli eucaristici. Tesori nascosti" (edizioni ART, 112 pagine, 10 Euro), a cura di Rafael Pascual, L.C., e Gianluca Casagrande, svoltasi giovedì 18 maggio scorso presso l'Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum", è stata un occasione per riflettere sul ruolo dell'Eucaristia nella catechesi dei cristiani.

Nell'aprire i lavori Giuseppina Sciascia, vaticanista di "RAI international", ha affermato che "quando ancora non c'era la macchina fotografica e non era ancora stata inventata la macchina da stampa c'era un attenzione forte dei pittori da Leonardo a Raffaello, ma anche di artisti minori, verso i miracoli Eucaristici".

"La storia dell'Eucaristia e dei miracoli connessi è costellata da dimostrazioni di fede nell'esistenza del sangue e corpo di Cristo nelle ostie e nelle eresie che negano questa verità", ha spiegato la vaticanista della RAI.

"Quante volte il Signore si è mostrato da Bolsena a Lanciano, proprio nel momento in cui il celebrante nutriva qualche dubbio proprio nel momento della consacrazione", ha aggiunto.

Alle domande ed ai dubbi che ancora oggi percorrono la coscienza dei credenti ha cercato di rispondere monsignor Raffaello Martinelli, Officiale della Congregazione della Dottrina delle Fede, già a capo della Commissione che ha redatto il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Monsignor Martinelli ha precisato che "la nostra fede non è fondata sui miracoli eucaristici", e neppure esiste "un obbligo per i cristiani di credere ai miracoli eucaristici", ma non bisogna sottacere che "l'Eucaristia è il vero grande inesauribile miracolo quotidiano".

Secondo l'Officiale della Congregazione della Dottrina della Fede, "i miracoli eucaristici possono aiutare a conoscere e vivere la fede, che ha il suo centro in Cristo ed in Cristo-Eucaristia"

"I miracoli eucaristici - ha sottolineato monsignor Martinelli - possono invitare, sollecitare a conoscere, apprezzare e amare l'Eucaristia. Possono aiutare la persona a riscoprire la misteriosità, la bellezza e la ricchezza dell'Eucaristia", che come dice il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica "è fonte e culmine di tutta la vita cristiana".

"Perché - ha ribadito più tardi -, non bisogna mai dimenticare che l'Eucaristia è il vero grande e inesauribile miracolo quotidiano. Il Sacramento domenicale per eccellenza". Per questo motivo, ha affermato, è "opportuno valorizzare i santuari dei miracoli eucaristici" e "manifestare la loro relazione con la pietà popolare".

Il Convegno si è concluso con la relazione di Suor Giovanna De Gregorio, delle Suore Crocifisse Adoratrici dell'Eucaristia, Segretaria Diocesana dell'USMI (Unione delle Superiore Maggiori d'Italia).

Suor Giovanna ha raccontato la storia di suor Maria della Passione (al secolo Maria Grazia Tarallo, 1866-1912), beatificata a Napoli il 14 maggio scorso.

La Beata Maria della Passione è stata una suora dolce, coraggiosa, sempre disponibile e accogliente verso tutti, innamorata del mistero dell'Eucaristia e della Passione del Signore.

Essa incarna profondamente lo spirito e il carisma delle Suore Crocifisse Adoratrici dell'Eucaristia nelle cui costituzioni è scritto: "Convinte che l'Eucaristia è il mistero centrale della Chiesa e la fonte della santità, le Crocifisse mirano a rivivere gli stati d'animo di Gesù Eucaristico nello spirito di lode al Padre, di offerta della propria vita per le necessità della Chiesa, di attenta meditazione dei momenti fondamentali dell'Opera della redenzione".

"E' ai piedi dell'altare - ha sottolineato suor Giovanna - dove abbracciamo il Cristo sofferente nei poveri, nei diseredati, negli ammalati, nei carcerati .".

Insieme alla presentazione del libro è stata annunciata la mostra sui miracoli eucaristici (a cura dell'Istituto San Clemente I Papa e Martire) - in corso dal 18 al 27 maggio, e allestita al piano dell'Auditorium dell'Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum".

L'Istituto San Clemente I Papa e Martire è particolarmente impegnato nello studio, nella pratica e nella diffusione dell'Eucaristia. A questo proposito ha pubblicato libri e saggi tra cui un volume che ha riscosso vasta eco a livello mondiale: il "Piccolo Catechismo Eucaristico" (cfr. ZENIT, 21 marzo 2006; e ZENIT, 21 giugno 2005).

[Per poter ricevere una copia del "Piccolo Catechismo Eucaristico" basta scrivere a: info@istitutosanclemente.it]





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"La vita consacrata femminile e la missione di suscitare speranza (Parte I)"
suor Marcella Farina, Figlia di Maria Ausiliatrice
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Per conoscere più approfonditamente la vita religiosa femminile, ZENIT ha interpellato suor Marcella Farina, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, una delle congregazioni più numerose al mondo.

Suor Marcella Farina è Docente Ordinario di Teologia Fondamentale e di Teologia Sistematica presso la Facoltà Pontificia di Scienze dell’Educazione, detta anche “Auxilium”.

Questa Figlia di Maria Ausiliatrice (salesiana) è anche membro della Pontificia Accademia Teologica e dell’Associazione Mariologica Interdisciplinare, nonché membro e socio fondatore della SIRT (Società Italiana per la Ricerca Teologica).

Le salesiane sono una delle congregazioni femminili più numerose al mondo. Come spiega questa grande presenza numerica?

Suor Farina: La vocazione è chiamata divina. Nasce dall’amore del tutto gratuito del Signore, dalla sua misericordiosa volontà di offrire la salvezza ad ogni sua creatura.

Certamente essa raggiunge persone concrete, dentro uno specifico contesto socio-culturale e socio-religioso. Questo radicamento antropologico non è casuale, ma scaturisce dalla natura stessa della nostra fede che si fonda sull’evento salvifico compiuto in Gesù Cristo.

La vocazione nasce dal cuore di Dio. Le ragioni antropologiche e storiche possono essere varie, ma non determinanti. Egli, nel chiamarci alla sequela, ci offre sempre un anticipo di fiducia. Egli è la nostra speranza, la speranza del mondo, sempre, in ogni evenienza, perché è fedele alla sua promessa di amore.

Non si consideri questa premessa fuori posto o superflua. La vedo necessaria per evitare sia trionfalismi sia disfattismi.

Non parliamo di trionfalismi, ma di una realtà: siete in molte, voi salesiane.

Suor Farina: Dalla fine del 1800, cioè dalla fondazione da parte di don Bosco (l’Istituto è stato fondato nel 1872) ad oggi, con variazioni geografiche e cronologiche il moltiplicarsi delle Figlie di Maria Ausiliatrice è legato dal punto di vista antropologico a diversi fattori. Ne segnalo qualcuno.

In primo luogo l’urgenza dell’opera educativa rivolta alle fasce di popolazione giovanile di ceto medio, medio-basso e basso. Questa urgenza si è generalizzata con l’emergere della scolarizzazione di massa e con la richiesta di manodopera femminile in contesti socio-economici di preindustrializzazione e industrializzazione. La conseguente emigrazione interna all’Italia spiega pure l’attenzione a pensionati per ragazze operaie.

A questi fattori vanno aggiunti le povertà e i problemi educativi e assistenziali provocati dalle due guerre mondiali, in particolare la presenza di bambine, fanciulle e ragazze rimaste orfane.

Non va dimenticata l’emigrazione degli italiani all’estero con il bisogno di aiuto non solo materiale, ma soprattutto spirituale. Si presenta subito la necessità e l’urgenza dell’educazione delle loro figlie sia con le scuole che con gli oratori.

Quindi, l’urgenza e l’attualità della missione educativa nei vari contesti geografici e nelle diverse fasi storiche possono essere una ragione socio-antropologica della crescita numerica nel senso che, da una parte vi è la richiesta di presenza delle Figlie di Maria Ausiliatrice per rispondere a bisogni educativi tradizionali e nuovi, dall’altra lo stile di vita che esse conducono, caratterizzato dallo spirito di famiglia, dall’amorevolezza, dalla gioia, può suscitare nelle ragazze il desiderio di donare la vita al Signore in tale missione.

Vorrei sottolineare che don Bosco con la sua singolare prossimità al mondo giovanile, fatta di simpatia, di profonda amicizia, di paternità spirituale espressa nella operosa attenzione ai loro bisogni, ha tradotto la “conversatio inter pauperes” di s. Francesco di Assisi in spiritualità educativa.

Così lo spirito di San Francesco di Assisi tradotto in chiave educativa avrebbe ispirato don Bosco?

Suor Farina: Sappiamo che s. Francesco, con il suo stile di vita evangelico, ha soccorso i poveri non semplicemente con la “elargitio erga pauperes”, cioè con l’elargire ai poveri, ma con la “conversatio inter pauperes”, cioè stando in mezzo a loro, facendosi uno di loro, quindi capendoli dal di dentro.

Don Bosco ci ha donato uno stile di presenza educativa, ispirata al principio dell’Incarnazione, fatto di tale vicinanza alle nuove generazioni da giungere a donare tutta la sua esistenza a loro, amando ciò che esse amano per portarle ad amare ciò che egli ama.

Guardando la vita di Giovanni Paolo II si può vedere don Bosco, come egli stava in mezzo ai giovani. È una eredità bellissima, ma anche esigentissima, perché conduce al dono della propria vita per loro, per la loro salvezza.

Don Bosco ci ha lasciato un motto: “Da mihi animas coetera tolle!”, che traduceva: “Dammi le anime, prenditi il resto”. Egli si è consacrato totalmente al bene integrale dei giovani proprio puntando dal di dentro, dalla spiritualità, dalla salvezza. I giovani rispondono con entusiasmo e generosità alle proposte fatte da coloro che li amano veramente.

Questi elementi “possono” indicare una ragione della crescita numerica sia dei salesiani che nostra. Dico “possono”, cioè indico una possibilità, perché il percorso di scoperta vocazionale e della decisione a rispondervi è molto vario. A volte dipende da fattori contingenti, altre volte persino da casualità, altre volte è legata ad una ricerca intenzionale, esplicita.

A volte le vocazioni vengono da contesti socio-culturali e socio-religiosi che potremmo giudicare “inadatti” e non vengono da ambienti che sembrerebbero più “favorevoli”. Ad esempio, dalle scuole, dagli oratori, dai centri giovanili e dalle parrocchie ove noi operiamo ci aspetteremmo un numero più consistente di vocazioni, invece non sempre è così.

La vocazione, quindi, emerge sempre più come dono di Dio, specie in contesti antropologici e culturali ove la proposta religiosa sembrerebbe casuale.

Un’annotazione: credo che oggi dovremmo essere più coraggiose nel fare la proposta vocazionale, perché sovente le nuove generazioni sono sole nella ricerca e realizzazione del proprio progetto di vita secondo il disegno di Dio.





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"La fedeltà vocazionale alla vita consacrata richiede cammini di formazione"
Si è aperta l’Assemblea semestrale dell’Unione dei Superiori Generali
Zenit.org
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La fedeltà vocazionale alla vita consacrata richiede cammini di formazione da intraprendere negli ordini e istituti religiosi.

E' quanto è emerso questo mercoledì mattina, nella giornata d’apertura dei lavori della 67ma Assemblea semestrale dell’Unione dei Superiori Generali (USG), che si svolgerà a Roma presso il “Salesianum”, dal 24 al 27 maggio prossimo.

All’Assemblea partecipano i Superiori Generali di 230 Congregazioni e Ordini religiosi maschili, in rappresentanza di oltre 200 mila religiosi nel mondo.

Al centro dell’incontro vi è la necessità di indagare “le ragioni di fondo che possono prevenire gli abbandoni da una parte e rafforzare la fedeltà dall’altra”, si legge in un comunicato inviato dalla Segreteria dell’USG.

Nell’introdurre i lavori don Francesco Cereda ha affermato che questa Assemblea si propone di prendere in considerazione le sfide antropologiche alla vita consacrata, individuando alcuni itinerari formativi che possano aiutare i consacrati a vivere in pienezza la loro vocazione.

“Non è possibile, infatti, arginare il fenomeno preoccupante degli abbandoni senza l’individuazione di serie proposte di cammino”, ha detto don Cereda, secondo la sintesi offerta dal comunicato.

“Se non siamo capaci di centrare la nostra vita sull’essenziale – ha affermato nel suo saluto iniziale il Presidente dell’USG, fratel Álvaro Rodriguez Echeverrìa – corriamo il rischio di costruire sulla sabbia”.

La vita consacrata è autenticamente tale solo quando sa diventare un “movimento controculturale”, capace di “vivere con gioia e dignità” la propria consacrazione in “un mondo troppo spesso orientato verso l’individualismo, il relativismo, l’immediato, il provvisorio”, ha sottolineato.

Durante la sua relazione, il Rettore Maggiore dei Salesiani, don Pascual Chávez Villanueva, ha presentato la vita consacrata come “profezia antropologica nella post-modernità”, sostenendo che non è possibile parlare di fedeltà senza prima intendersi sul tema della storicità, come orizzonte e cammino di realizzazione umana, e su quello della libertà, come valore supremo di realizzazione umana.

“All’interno di questi valori – ha detto don Pascual Chávez – c’è una ‘parola magica’ che non va mai sottovalutata, quella dell’esperienza del proprio vissuto. E’ possibile, infatti, fare molte esperienze nella propria vita e non avere mai una reale esperienza”.

“L’individualismo e il relativismo sono spesso conseguenze tipiche di una sopravalutazione unilaterale della propria esperienza. Una delle cose forse oggi più difficili diventa allora una certa rinuncia all’esperienza”, ha continuato.

Il Rettore Maggiore dei Salesiani ha quindi sottolineato come oggi sia sempre più problematico “assumere un impegno definitivo, pronunciare un per sempre, rinunciare per principio ad ogni altra possibilità alternativa”.

Rivolgendosi ai presenti, li ha quindi invitati a non lamentarsi del tempo attuale, ma ad “assumere con fiducia nel Signore la sfida che ci pone”.





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"Devo tagliare ogni legame con la mia famiglia?"

Linda chiede:

E pratica comune che un ordine religioso pretenda che, una volta che ti unisci a loro, tu debba tagliare ogni legame con la tua famiglia dorigine?

Cara Linda,

Non conosco alcun ordine che abbia tale pretesa il minimo è che il legame spirituale rimanga, e tu sentirai sempre in cuor tuo il legame che ti attira a pregare in modo speciale per la tua famiglia, e particolarmente per i tuoi genitori.

La vita religiosa include, comunque, un certo grado di separazione dalla famiglia, che varia in accordo con lo spirito e la vocazione di ogni diversa congregazione o ordine religioso. Molte congregazioni e ordini religiosi, hanno anche differenti regole dipendenti dallo stadio della formazione attraverso il quale il singolo procede ad esempio, succede che comunemente si hanno meno contatti con la propria famiglia durante il Noviziato, a causa della sua particolare natura.

Questo non è sempre facile e penso che la famiglia, in modo particolare i genitori, possono sentirlo maggiormente che non il religioso stesso, che in realtà sè unito ad una nuova famiglia, e vive una vita più attiva per via della formazione e dellapostolato. Ma Dio benedice le famiglie ed i religiosi per il sacrificio a cui sono chiamati, e man mano che ognuuno cresce nella comprensione della propria vocazione percepisce la sorgente della grazia che è questo sacrificio, per tutti loro, perché Dio non può essere mai superato in generosità. Un paradosso viene speri-mentato da molti, i genitori savvicinano spiritualmente di più al figlio che sembra maggiormente assente, ed hanno la consolazione di sapere del bene che il loro figlio o figlia stanno facendo.

Che Dio ti benedica.





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"Puoi dirmi come posso sentire Dio?"

Gregorio chiede:

Caro Padre Giuseppe,

Mi chiedevo se mi puoi aiutare con la mia vocazione per vedere se ho la chiamata ad essere un sacerdote. Prego Dio in Chiesa. Mi puoi dire come posso sentire Dio in Chiesa? Sto provando a chiedergli se ho la chiamata ad essere un sacerdote ma non capisco quello che Dio mi dice. Provo ad ascoltarlo ma non lo sento. Puoi dirmi come posso sentire Dio?

Caro Gregorio,

E bello parlarti. Mi scuso per aver ritardato nel risponderti. Iniziai la risposta immediatamente dopo aver ricevuto la tua lettera, ma, nel formulare la risposta, mi accorsi daver complicato le cose che in effetti sono molto semplici per questo avevo messo da parte la lettera e solamente ora mi sono messo a risponderti.

Bisognaricordare che Dio non ci parla solamente quando gli parliamo (come quando preghiamo), ci parla sempre, ed in molti modi differenti. Il modo più importante con cui ci parla è attraverso le parole e lesempio di Gesù ogni parola che leggiamo nel Vangelo ed in ogni cosa che la Chiesa ci dice sullessere fedeli a Lui. Quindi, quando preghiamo e vogliamo sentirlo, non dovremmo cercare di sentire o chiedergli di dirci cose nuove, dovremmo cercare di sentire quello che ha già detto, andare a leggere il Vangelo e sentire quello che Lui ha detto in precedenza. Ci parla anche attraverso quelli che ha messo vicin a noi per aiutarci ed insegnarci la sua via. Quando i tuoi genitori ti dicono di fare qualcosa tu sai che è Dio che vuole che tu faccia quella cosa, quindi quando obbedisci ai tuoi genitori, in verità dici a Dio che lo stai ascoltando. Lo stesso succede quando un Cattolico obbedisce al Papa, sta obbedendo a Dio.

E Dio ci parla anche attraverso gli altri. Se vedi qualcuno che ha bisogno daiuto, o un altro ragazzo che non sa nulla di Gesù, e tu cerchi di aiutarlo o dinsegnargli, in verità stai aiutando e sei gentile con Gesù. Per cui, quando preghi Dio per la tua vocazione per vedere se ti vuole come suo sacerdote, non riceverai una risposta come la ricevi da una persona con la quale stai conversando. Ma Dio ti darà risposte in molti modi: anche se leggendo il Vangelo e guardando ciò che Gesù fece pensi di diventare un sacerdote, potrebbe essere Dio che mette quel pensiero nel tuo cuore; o quando vedi quanto la gente ha bisogno di Dio e quanto soffrano senza di Lui, e pensi di dare la tua vita per servirli e dare loro Gesù, può essere Dio che tinvita.

Quindi, se questi pensieri entrano la tua mente e desideri sapere se vengono da Dio, dovresti parlare con quelli con i quali Dio si prende cura di te, specialmente i tuoi genitori, o un sacerdote del quale hai fiducia. Loro sapranno aiutarti a capire che cosa Dio potrebbe dire, e quello che puoi fare proprio ora per divenire un sempre miglior amico di Gesù in modo che ti chiami, tu sarai in grado di dire sì e diventare un buon sacerdote.

Spero, con questa mia rsposta, daverti aiutato. Che Dio ti benedica.





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