15 Maggio 2006

Anno II, Numero 12

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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san Pio X "Haerent animo"

CITTA' DEL VATICANO, 7 MAG. 2006 (VIS) »

il sacerdote deve vivere per cristo e per tutti

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 7 maggio 2006 (ZENIT.org).-  »

Nonostante la crisi delle vocazioni, Cristo continua a chiamare al sacerdozio, afferma il Papa

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 7 maggio 2006 (ZENIT.org). »

Il sacerdozio non è un modo per fare carriera, avverte il Papa ordinando 15 presbiteri

 



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"Che fai qui?"
John C. Hopkins, L. C.
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E John Hopkins è nato a Syracuse, New York, Stati Uniti, il 10 dicembre 1960. È entrato a far parte della Legione di Cristo nel settembre 1979. È stato direttore dei gruppi giovanili a Monterrey, Messico, dove ha inoltre prestato servizio come orientatore vo-cazionale. Ha avuto quest'incarico anche negli Stati Uniti. Ha diretto gruppi giovanili universitari a Roma. Attualmente è orientatore vocaziona-le e direttore di gruppi laici negli Stati Uniti.

Chi può capire un fratello maggiore che vuole abbandonare tutto per essere sacerdote? Mi è costato non poco immaginare sa­cerdote mio fratello. La mia unica consolazione fu che non mi a-vrebbe più dato fastidio a casa. Mi colpiva molto pensare che non avremmo più litigato, giocato a hockey su ghiaccio o partecipato in­sieme alle feste. Sentii l'obbligo morale di divertirmi per tutti e due mentre lui avrebbe potuto dedicarsi all'ufficio di preghiera. L'unica cosa che non sapevo era che Dio aveva altri progetti per me e la mia famiglia.

L'idea della vocazione religiosa sembrava qualcosa di molto strano alla nostra famiglia. I miei genitori non affrontarono mai questo tema direttamente. Potevamo immaginare che Peter riuscisse a diventare un buon venditore; Edward un giocatore di hockey su ghiaccio o un uomo d'affari; Mimi (Marian) un'attivista; Stephen un avvocato sulle orme di nostro padre. Io volevo essere un politi­co. Sapevamo di poter contare sull'appoggio totale dei nostri geni­tori qualunque carriera avessimo scelto. La cosa più importante non era tanto la nostra professione, ma la nostra vita come autentici cattolici in mezzo ad un mondo più o meno ostile ai nostri valori.

I nostri genitori ci trasmisero due valori che sarebbero stati fondamentali nelle nostre vite future. In primo luogo lottare sem­pre per un ideale, cercando di essere uomini di principi. Per loro essere cattolici o cristiani significava sempre aspirare ad una vita differente da quella dei più. Non avremmo potuto conformarci ad una vita facile. Essere buoni non era sufficiente. La Chiesa ed il mondo si trovavano in una situazione che richiedeva la lotta dei propri figli. Lottare non nel senso di polemizzare, ma in quello di la­vorare positivamente e costruttivamente. I miei genitori hanno vis­suto questo ideale in prima persona, insegnando catechismo. Mio padre offre i suoi servigi di avvocato al movimento Pro-Life e mia madre è la responsabile di un centro, che si chiama Birthright, che appoggia donne incinte che non vogliono abortire.

Ci proponevano come esempi, giganti della fede come il car­dinale Mindszenty, primate di Ungheria, Monsignor Walsh, ex­prigioniero nella Cina comunista e padre Miguel Pro, martire mes­sicano. Ogni giorno li ricordavamo nelle nostre preghiere serali.

Il secondo valore che ci insegnarono fu il sacrificio. Per esse­re felici nella vita bisogna sacrificarsi. Sapevamo di poter contare sui nostri genitori in tutto senza che importasse quanto questo sa­rebbe costato. La loro vita era dedicata alla famiglia. Con un simile esempio non ci sembrò strana l'idea di offrire la vita intera a Dio.

Gli anni della mia adolescenza furono pieni di contrasti. Gli sports, soprattutto hockey su ghiaccio, sci e motocross, dominaro­no i miei interessi quasi quanto la vita di società. Tutto ciò esercita­va un notevole influsso sulla mia vita, ma, nello stesso tempo, speri­mentavo una sensazione di vuoto che soltanto Dio poteva colmare.

Cominciai ad assistere alla messa e a ricevere la comunione ogni giorno.

Il ruolo svolto dai miei fratelli durante questo periodo fu vita­le. Frequentemente pensavo che se i miei fratelli riuscivano a vive­re la fede in mezzo ad un ambiente ostile, anch'io lo potevo. Mi die­dero l'esempio validissimo di come godere del mondo senza mai contrastare i principi cattolici. Non volevo essere un individuo di quelli rari che hanno paura ad andare alle feste o a ballare, ma nemmeno volevo comportarmi come i miei amici.

Nel penultimo anno di liceo mio fratello maggiore Peter de­cise di entrare a far parte della Legione di Cristo. Provai una sensa­zione di orgoglio per la sua generosità e, nello stesso tempo, mi sentivo confuso per la mia ignoranza perché non sapevo con chiarezza cosa fosse la vocazione. Prima di entrare nella Legione mi regalò il suo rosario con la condizione che recitassi per lo meno un mistero al giorno. La sua vocazione era qualcosa che gli appar­teneva, un aspetto che mai avrei compreso (per lo meno così pensai in quei momenti) e qualcosa che, allora, non solo non costi­tuiva una possibilità per me, ma neppure qualcosa a cui potessi ad­dirittura pensare.

Durante il periodo in cui Peter rimase nel noviziato di Orange, Connecticut, tutti insieme andammo a visitarlo. Così co­nobbi la Legione ed i suoi membri; e cominciai a pensare che quel gruppo di uomini si preparava davvero ad esercitare un'influenza profonda e concreta sul mondo. Finalmente giunsi alla conclusione che non c'era nulla di più degno nella vita che essere legionario. Ma, certo, questo andava bene per i legionari. La possibilità di una chiamata da parte di Dio mi avrebbe causato allora una combina­zione di incredulità e risate.

Nel gennaio del mio ultimo anno di studi pre-universitari, du­rante una visita al noviziato, Peter mi guardò pieno di convinzione e mi chiese: "Quando entrerai nel noviziato?". Mi sentii come se qual­cuno mi avesse scaricato addosso una tonnellata di pietre. "Io legio­nario? Si, forse quando avrò ottant'anni e mia moglie sarà morta!" gli risposi. Ma qualcosa al mio interno mi diceva: "E perché no, se è la cosa più degna che si può fare con la propria vita?". Durante i seguenti cinque mesi cercai di fuggire, di scappare. Non persi ne u-na festa ne un ballo. Visitai varie università, da New York alla California, cercando di convincermi che lì avrei potuto maturare sufficientemente. Ma mentre il tempo passava cresceva la convin­zione che sarebbe stato troppo facile perdere la vocazione in am­bienti come quelli. Se realmente avevo una vocazione sacerdotale, tanto valeva scoprirlo subito. Così decisi di recarmi al centro di for­mazione dei candidati della Legione di Cristo per assicurarmi del fatto che non avevo affatto la vocazione.

Era necessario comunicare ai miei genitori questa decisione. Che cosa avrebbero detto sulla mia intenzione di entrare a diciotto anni? Un giorno dissi loro che forse avrei aspettato un anno prima di iniziare gli studi universitari. Prima che potessero rispondere qualcosa, aprii la porta e me ne andai. Quando finalmente dissi loro chiaramente ciò che avevo intenzione di fare, mi dissero che mi a-vrebbero appoggiato incondizionatamente, ma mi accorsi di quanto questo costasse loro.

Durante il periodo trascorso come candidato non riuscii a convincermi del fatto che non avevo una vocazione. Di fatto mi sen­tivo molto a mio agio in quel genere di vita. Anche se sapevo di star perdendo la battaglia, non mi arresi nello sforzo di convincermi che non avevo vocazione. Finalmente mi decisi ad entrare nel novi­ziato per "un anno". Prima di entrarvi ritornai alcuni giorni a casa e repentinamente mi resi conto che non sarei potuto essere felice se non nella Legione. Da quel momento non ho più dubitato dell'esi­stenza della mia vocazione. Non tutto è stato sempre facile, ma non ho mai perso l'intima convinzione che Dio mi avesse chiamato.

Seguire il noviziato di Orange in condizioni difficili ha creato un ambiente di "fondazione". Ci piacque molto poter offrire al Signore le nostre carenze materiali. In realtà non davamo loro mol­ta importanza. L'unica cosa importante di fronte alle generazioni future era la nostra fedeltà. Prima di rendermene conto mi trovai a Salamanca cercando di parlare con le mani mentre la lingua si abi­tuava agli strani suoni dello spagnolo. Anche se gli studi sono stati difficili, l'esperienza del carattere internazionale della Legione mi ha aiutato ad aprire gli orizzonti. Forse è stato l'anno più difficile per gli studi a causa della lingua, ma, a parte ciò, penso che sia sta­to anche uno dei momenti di maggior crescita nella mia vocazione. Giungere a Roma significò un ulteriore ampliamento d'orizzonte. Trovarmi tanto vicino al Santo Padre, contemplare la Chiesa nella sua universalità e vivere nella stessa casa del nostro Padre Fonda­tore, tutto ciò mi diede ancor più stimoli per una buona formazione.

Molta gente mi ha chiesto come sia possibile che nella mia famiglia vi siano state quattro vocazioni. Io sempre dico che ve ne sono sette. Oltre ai miei due fratelli legionari e ad una sorella do­menicana, mio fratello Stephen ha una vocazione forte e concreta come laico convinto che lavora in molte forme per la Chiesa. Dico anche che i miei genitori sono stati chiamati da Dio per una missio­ne altrettanto degna della vocazione religiosa. Perché in una fami­glia di cinque figli quattro si sono consacrati a Dio? È un mistero a cui solo Dio può rispondere. Già molto tempo fa capii quanto fosse inutile cercare ragioni puramente umane.





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"Consigli per un novizio"
MicheleA

Michele chiede:

Sono un novizio in un ordine religioso. Stavo fantasticando se tu potessi avere qualche suggerimento per me per ottenere il massimo dai miei anni di noviziato. Grazie e che Dio ti benedica.

Michele

Caro Michele,

Penso che il Noviziato sia il più importante passo nella formazione di un religioso. E’ il luogo dove riconosci e fai tue le due forze convergenti nella tua vita, il lavorio dello Spirito Santo all’interno della tua anima che ti chiama a servirlo in un modo particolare e il carisma del Fondatore del tuo ordine religioso che fa eco a quegli ordini dello Spirito e esercitano una misteriosa attrazione su di te, che ti attraggono verso il tuo ordine. E’ un tempo durante il quale assorbire il suo spirito i di riconoscere in lui la via che Dio vuole che tu segua, ed è anche il tempo in cui di cominciare a seguire quella via, modellando il tuo spirito e tutti gli aspetti della tua vita alla visione del tuo Fondatore. Crescita in preghiera, crescita nella tua personale conoscenza di Cristo, crescita nelle abitudini e attitudini di un religioso, il tuo apprezzamento e comprensione dei voti vissuti nel tuo ordine, crescita nel tuo amore per la Chiesa e la tua decisione di servirla secondo il carisma del tuo ordine, crescita in amore e apprezzamento degli altri ordini e movimenti in seno alla Chiesa. C’è così tanto da fare in noviziato, le fondamenta di tutto quello che viene dopo.

Penso che è molto importante che tu ti metta sotto la guida di un religioso che ama il tuo ordine e il suo Fondatore, ed è totalmente dedicato a lui. Se il tuo ordine ha una lunga storia studiala, impara dalle vite dei grandi uomini e santi che ha dato alla Chiesa. Soprattutto, fisa nella tua vita una solida base di preghiera e la tua capacità di sacrificarti per poter essere fedele. Impara ad amare I tuoi voti come mezzo per donare te stesso interamente a Cristo e alla Chiesa, ed acquista le abitudini necessarie per mantenerle: uno spirito di fede e sacrificio, soprattutto.

Spero che questo ti aiuti in qualche modo. Probabilmente non ti ho detto nulla che tu non abbia gia sentito dai tuoi educatori..

Rimani sicuro delle mie preghiere e che Dio ti benedica.





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"san Pio X "Haerent animo""
San Pio X, enciclica Haerent animo. La santificazione personale e' vista come la premessa indispensabile per l'azione apostolica. Da qui una particolare insistenza sulle pratiche di pieta', la meditazione e i ritiri spirituali
Papa San Pio X
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I. MOTIVI E INTENTI

1. Scopo dell’esortazione – L’avvenire della Chiesa dipende dalla qualità degli Ecclesiastici

Abbiamo scolpite nella mente e ci riempiono di salutare timore le parole dell’Apostolo agli Ebrei (Eb 13,17), che, inculcando loro il dovere dell’ubbidienza verso i superiori, affermava con tutta la sua autorità: "Essi vegliano come responsabili che dovranno render conto delle anime vostre". Se questa sentenza riguarda tutti quelli, che hanno nella Chiesa una qualunque preminenza, principalmente riguarda noi, che, benché impari a tanto officio, abbiamo nella Chiesa la suprema autorità. Quindi notte e giorno senza posa non ci stanchiamo di meditare e di tentare tutto quanto interessa l’incolumità e la prosperità del gregge affidatoci da Dio. Fra queste preoccupazioni una più delle altre ci sta a cuore, ed è che i sacerdoti siano tali, quali li esige la dignità del loro ministero, poiché a nostro avviso, per questa via principalmente, possiamo nutrire liete speranze dell’avvenire della religione. Così, non appena saliti al soglio pontificio, benché, volgendo uno sguardo all’universalità del clero, scorgessimo in esso molteplici titoli di lode, tuttavia non potemmo non esortare con ogni studio i nostri venerandi fratelli, i vescovi dell’orbe cattolico, che in nulla ponessero tanta perseveranza e tanta cura, quanto nel formar Cristo in quelli che a formar Cristo negli altri sono destinati. Né ci sfugge lo zelo e l’attività, che dispiegano nell’educare il clero alla virtù, del che ci torna dolce non tanto di render loro una pubblica lode, quanto di esprimere i sensi della più viva riconoscenza.

2. Stimolo ai ferventi ed ai meno ferventi

Se non che, mentre per una parte ci allieta il vedere che, per tali cure dei vescovi, già molti ecclesiastici si mostrano accesi di un sacro fuoco, che risuscita o ravviva in essi la grazia di Dio ricevuta nell’imposizione delle mani nella sacra ordinazione, per l’altra ci resta ancora a lamentare che alcuni altri, in diverse regioni, non sono così esemplari, che i fedeli cristiani, volgendo gli occhi in loro, quasi in uno specchio, siccome a guida, possono conformare se stessi al loro esempio. A questi vogliamo aprire il nostro cuore con questa lettera, come il cuore di un padre palpitante di ansiosa carità nel cospetto del figlio infermo. Per un tale veemente amore, aggiungiamo a quelli dei vescovi i nostri ammonimenti; i quali, benché indirizzati specialmente a ridurre a miglior consiglio i fuorviati e giacenti in letargo, tuttavia possono, come è nostro vivo desiderio, essere anche agli altri di stimolo. Noi additiamo la via, seguendo la quale, ciascuno deve sforzarsi ogni giorno più di riuscire, secondo la chiara espressione dell’Apostolo, "uomo di Dio" (1Tm 6,11), e di corrispondere alla giusta aspettazione della Chiesa. Nulla diremo di non mai udito da Voi, o di nuovo per chicchessia, ma cose, le quali conviene che ognuno si rammenti: e Dio ci infonde la speranza che la nostra voce sia per produrre notevole buon frutto. Questo è il nostro desiderio: "che vi rinnovelliate... nello spirito della vostra mente, e vi rivestiate dell’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità" (Ef 4,23-24): e sarà questo il più bello e il più gradito dono, che Ci possiate offrire nel cinquantesimo del nostro sacerdozio. E mentre noi, "contriti di anima e umiliati di spirito" (Dn 3,39), ripenseremo in Dio i passati anni del nostro sacerdozio; espieremo in certo qual modo i nostri umani mancamenti, dei quali Ci abbiamo a pentire, ammonendovi con paterna cura, "onde camminiate in maniera degna di Dio, piacendo a Lui in tutte le cose" (Col 1,10). Ed in una simile esortazione non miriamo semplicemente alla vostra utilità, ma al vantaggio generale dei fedeli cattolici, che da quella non si può separare. Poiché tale non è il sacerdote che possa essere buono o cattivo semplicemente per sé, ma l’esempio della sua vita non è a dire di quali conseguenze sia fecondo sull’indirizzo della vita dei fedeli. Ove è un sacerdote veramente buono, qual tesoro è veramente largito dal cielo!

II. LA SANTITÀ DEL SACERDOTE

3. La santità, dote prima della vita sacerdotale – L’esempio deve precedere la parola

Diamo principio, diletti figli, alla nostra esortazione, con l’incitarvi a quella santità, che è richiesta dalla dignità del vostro grado. Poiché chi è insignito del sacerdozio, non per sé soltanto, ma per gli altri ancora ne è insignito: "Ogni pontefice scelto tra gli uomini, è preposto a pro degli uomini a tutte quelle cose che riguardano Dio" (Eb 5,1). Il medesimo pensiero volle esprimere Cristo, quando, a significare quale sia il fine dell’azione sacerdotale, li paragonò al sole ed alla luce del mondo, sale della terra.

Ognuno sa che sale e luce Egli è principalmente per l’ufficio che ha di distribuire il pane della verità cristiana; ma chi è che ignori che un tale ammaestramento non approda a nulla, se il sacerdote non consacri con l’esempio le cose insegnate con la parola. Gli uditori con irriverenza sì, ma non a torto obietteranno: "Professano di conoscere Dio e lo rinnegano coi fatti" (Tt 1,16); e respingeranno la dottrina, né fruiranno della luce del sacerdozio.

Ond’è che Cristo, forma viva del sacerdote, insegnò prima con l’esempio e poi con le parole: "Principiò Gesù a fare, e poi ad insegnare" (At 1,1). Parimenti se gli si levi la santità a nessun titolo il sacerdote sarà più sale della terra: poiché ciò che è corrotto e contaminato non può servire a conferire la purezza; e, donde esula la santità, conviene che abiti la contaminazione. Perciò Gesù, continuando la medesima figura, chiama tali sacerdoti sale insipido, "che non è più buono a nulla se non ad esser gettato via e calpestato dalle genti" (Mt 5,13).

III. LA SANTITÀ DEI SACRI UFFICI

4. L’altezza della vocazione e i Sacri Uffici per se medesimi esigono la santità

Quanto si è fin qui detto riceve nuova luce, quando si pensa che noi esercitiamo l’ufficio sacerdotale non già a nostro nome, ma nel nome di Gesù. "Così", dice l’Apostolo, "ognuno consideri noi come ministri di Cristo e dispensatori de’ misteri di Dio" (1Cor 4,1); "siamo davvero adunque ambasciatori di Cristo" (2Cor 5,20). Proprio per questo motivo Cristo ci ascrisse non al numero dei suoi servi, ma degli amici: "Non vi chiamerò già più servi... Ma vi ho chiamati amici, perché tutto quello che intesi dal Padre mio, l’ho fatto sapere a voi... Io ho eletto voi, e vi ho destinati, che andiate e facciate frutto" (Gv 15,16). È quindi nostro ufficio di rappresentare la persona di Cristo e di condurre la missione da lui affidataci in maniera che ci sia dato di raggiungere il fine, che Egli ha di mira. E poiché "il bramare e schivare le cose medesime, questo è il pegno più fermo d’amicizia" , siamo tenuti, come amici, a nutrire i medesimi sentimenti, che sono in Cristo Gesù, che è "santo, innocente, immacolato, impolluto" (Eb 7,26): come suoi ambasciatori, dobbiamo conciliare gli uomini alla sua dottrina ed alla sua legge, non senza osservarle prima noi stessi: come partecipi della sua autorità nell’alleggerire le anime dalle catene della colpa, conviene che poniamo ogni studio nell’evitare di caricarci noi di tali catene. Ma più come suoi ministri nell’augusto sacrificio che, con perenne prodigio, si rinnova per la vita del mondo, dobbiamo avere la medesima disposizione di animo, con la quale Egli sull’ara della croce si offrì ostia immacolata a Dio. Poiché, se in antico, quando non esisteva che un’ombra e figura del vero sacrifizio, si esigeva nei sacri ministri tanta santità, quale non è giusto che si esiga, ora che la vittima è Cristo?

5. Due splendidi moniti di san Giovanni Crisostomo e di san Carlo Borromeo

"Quanto dunque non conviene che sia più puro chi fruisce di un tal sacrifizio? di quale raggio solare non deve essere più splendida la mano, che divide questa carne, la bocca che è saziata dal fuoco spirituale, la lingua che rosseggia di questo sacramentissimo sangue?" .

Assai opportunamente san Carlo Borromeo nei discorsi al Clero così inculcava: "Se ci ricordassimo, dilettissimi fratelli, quante e quanto preziose cose abbia poste Dio nelle nostre mani, quale stimolo non sarebbe per noi questa considerazione a farci condurre una vita degna di ecclesiastici! Che cosa non pose Iddio nelle mani, quando vi pose il proprio suo Figlio unigenito, come Lui eterno ed a Lui eguale? Nella mano mia pose i tesori suoi, tutti i sacramenti e le grazie: pose le anime che gli sono care come la pupilla e che nell’amore preferì a se stesso, che redense con il suo sangue; nelle mie mani pose il cielo che io posso aprire e chiudere agli altri... Come mai dunque potrò io essere così ingrato a tanta degnazione ed amore da peccare contro di Lui, da offenderlo nell’onore, da inquinare questo corpo che è suo, da macchiare questa dignità e questa vita al suo ossequio consacrata?".

IV. AVVERTIMENTI DELLA CHIESA

6. Avvertimenti della Chiesa nel conferire gli Ordini ai suoi Chierici

Ad ottenere nei suoi sacerdoti questa santità di vita, la Chiesa mira con assidue e non mai interrotte cure. A tal fine furono istituiti i Seminari: dove, se coloro che costituiscono le speranze della Chiesa devono essere educati nelle lettere e nelle scienze, nello stesso tempo, tuttavia, e più ancora lo devono essere sino dai più teneri anni ad una sincera pietà verso Dio. Inoltre, nel mentre promuove i candidati ai gradi sacri con non brevi intervalli, non pone fine mai, come madre amorosa, alle esortazioni, che impartisce intorno al conseguimento della santità. Richiamiamoci queste tappe gioconde. Non appena ci ascrisse nella sacra milizia, volle che dichiarassimo secondo il rito: "Il Signore è la porzione della mia eredità e del mio calice; tu sei quegli che a me restituirà la mia eredità" (Sal 16,5). Con le quali parole, commenta san Girolamo, si ammonisce "il chierico, affinché egli, che è parte del Signore o ha per sua parte il Signore, si diporti così che Egli possegga il Signore e sia dal Signore posseduto" . Quanto gravi parole rivolge poi la Chiesa ai novelli suddiaconi! Dovete considerare attentamente quale obbligo oggi di vostra spontanea volontà assumete...; quando avrete ricevuto quest’Ordine, non vi sarà più possibile di volgere indietro i passi; ma dovrete servire in perpetuo a Dio, e mantenere, con la sua grazia, la castità. E infine: se finora foste tardi alla Chiesa, d’ora innanzi dovete essere assidui; se finora foste sonnolenti, d’ora innanzi vigilanti...; se finora disonesti, d’ora innanzi casti... Riflettete di chi vi si affida il servizio!

E per i promuovendi al diaconato così prega la Chiesa per mezzo del Vescovo: "Abbondi in essi la bellezza di ogni virtù, l’autorità modesta, la pudicizia costante, la ferma purità dell’innocenza e l’osservanza della spirituale disciplina. I suoi precetti risplendano nella loro vita, affinché dall’esempio della loro castità il popolo si ecciti a imitarli santamente". Ma più commovente ancora è l’ammonizione rivolta a coloro che devono essere iniziati al sacerdozio: "Con grande timore a così alto grado si deve salire, ed allora bisogna accertarsi che una celeste sapienza, illibati costumi e lunga osservanza della legge di Dio distinguano gli eletti a tale dignità... Sia il profumo della vostra vita diletto della Chiesa di Cristo, affinché con la parola e con l’esempio edifichiate la casa della famiglia di Dio". E più di ogni cosa ci stimola la grave sentenza, che si aggiunge: "Siate all’altezza di ciò che amministrate (imitamini quod tractatis)"; il che concorda col precetto di san Paolo: "Affine di rendere perfetto ogni uomo in Cristo Gesù" (Col 1,28).

7. Padri e Dottori confermano che il Sacerdote deve essere un cielo tersissimo

Poiché questa dunque è la mente della Chiesa riguardo alla vita sacerdotale, non potrebbe riuscire ad alcuno di meraviglia, che tale sia la consonanza delle voci dei Padri e dei Dottori intorno a questo punto così che sembrino peccare di ridondanza.

Ma, se con retto giudizio li osserviamo, ci apparirà evidente come altro non dicano che il vero e il giusto. Il loro giudizio si può brevemente esporre così: tanta differenza è tra il cielo e la terra; e quindi guardi bene il sacerdote che la sua virtù non solo non sia tocca neppure dall’ombra delle più gravi colpe, ma neppure delle più lievi. A tal riguardo il Concilio di Trento fece suo il pensiero di quegli uomini venerandi, quando ammonì i chierici di fuggire anche i leggeri mancamenti, che in loro sarebbero massimi : massimi non già in sé, ma per ragione di chi li commette, al quale più ancora che all’edifizio sacro, conviene quel detto: "Alla casa tua, (o Signore), si conviene la santità" (Sal 93,5).

V. NATURA DELLA SANTITÀ SACERDOTALE

8. In che consiste la santità – Il fondamento voluto da Cristo sta proprio nelle virtù "passive"

Ed ora è da vedere in che cosa consista una tale santità, della quale il sacerdote non può esser privo senza grave vergogna; poiché se alcuno ne ignora o male ne intende l’essenza, si trova in grande pericolo. C’è chi crede, anzi chiaramente professa, che il merito del sacerdote consista semplicemente nel sacrificarsi tutto al bene degli altri; per cui neglette quasi del tutto quelle virtù, che mirano al perfezionamento individuale (le così dette virtù passive), dicono che si deve porre ogni studio per conseguire ed esercitare quelle virtù che chiamano attive. Questa è dottrina indubbiamente fallace e rovinosa. Intorno ad essa così si esprime, con la consueta sapienza, il nostro predecessore di felice memoria: "Che le cristiane virtù non siano opportune a tutti i tempi non può cadere in mente se non a chi si sia scordato delle parole dell’Apostolo: "Coloro che Egli previde, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figliol suo" (Rm 8,29)" . Cristo è maestro ed esemplare di ogni forma di santità, al cui esempio è necessario che si modellino tutti quanti vogliono essere accolti nel regno dei cieli. Ora Cristo non muta col passare dei secoli; ma è il medesimo "ieri, e oggi; ed è sempre Lui anche nei secoli" (Eb 13,8). Quindi agli uomini di tutti i tempi è rivolta quella parola: "Imparate da me, che son mite e umile di cuore" (Mt 11,29); in ogni tempo Cristo ci si presenta "ubbidiente sino alla morte" (Fil 2,8); e vale per tutte le età la sentenza dell’Apostolo: "Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne co’ vizi e con le concupiscenze" (Gal 5,24).

9. La "conditio sine qua non" è l’abnegazione di sé – Condanna dei metodi propri nel mondo

I quali documenti sono rivolti a ciascheduno dei fedeli, in modo tutto speciale riguardano i sacerdoti: essi, più che gli altri, devono prendere come a sé rivolte le parole, che il medesimo nostro predecessore con apostolico zelo aggiunge: "Ed oh! fossero più numerosi i cultori di tali virtù, a imitazione dei santi delle passate età: i quali con l’umiltà, l’ubbidienza, la mortificazione di sé, furono potenti in opere e in parole, con indicibile vantaggio non solo della religione, ma dello stato e della civiltà". Dove cade opportuno osservare come il sapientissimo Pontefice fa menzione speciale della mortificazione che con evangelica parola diciamo: abnegazione di sé. Poiché, di qui specialmente, dipende, o diletti figli, la forza e la virtù e il frutto del ministero sacerdotale; al contrario dalla negligenza di questa virtù, nasce tutto quanto nei costumi e nella vita del sacerdote può offendere gli occhi e sconcertare gli animi dei fedeli. Poiché l’agire a solo scopo di turpe lucro, l’ingolfarsi negli affari mondani, l’aspirare ai primi gradi e sprezzare i più modesti, il condiscendere alla carne e al sangue col troppo affetto ai parenti, il soverchio studio di piacere agli uomini, il porre la fiducia del proprio successo nell’umana destrezza della parola: tutte queste cose derivano dalla negligenza del precetto di Cristo e dal respingere la condizione, che egli ci pose: "Chi vuol venir dietro a me rinneghi se stesso" (Mt 16,24).

VI. DALLA SANTITÀ I FRUTTI DEL MINISTERO

10. L’abnegazione di sé e la vita interiore sono però male intese se trascurano i gravi doveri di apostolico ministero

Nel mentre inculchiamo così vivamente questo dovere dell’ecclesiastico, non possiamo non avvertire nel medesimo tempo che il sacerdote deve vivere santo non per sé solo; poiché egli è il lavoratore, che Cristo "mandò a lavorare nella sua vigna" (Mt 20,1). È dunque suo officio di svellere le male erbe, seminare quelle buone e fruttifere, innaffiare, badar bene che l’uomo nemico non vi semini fra mezzo la zizzania. Perciò deve il sacerdote stare in guardia, affinché indotto da un malinteso desiderio della sua perfezione interiore, non trascuri alcune di quelle parti del suo ministero, che spettano al bene dei fedeli. Tali sono la predicazione della parola di Dio, l’ascoltare le confessioni, l’assistere gli infermi e specialmente i moribondi, l’istruire gli ignoranti nelle cose di fede, il consolare gli afflitti, il ricondurre i fuorviati, l’imitare in ogni cosa Cristo, "il quale passò la sua vita facendo del bene e sanando tutti coloro che erano oppressi dal diavolo" (At 10,38).

11. La base insostituibile: la santità e l’unione con Dio

Certo, vi stia scolpito in mente l’insigne ammonimento di san Paolo: "Non è nulla né colui che pianta, né colui che innaffia, ma è Dio che dà il crescere" (1Cor 3,7). Voi potete ben gettare i semi camminando e piangendo, voi potete ben coltivarli con ogni fatica; ma che germoglino e diano i desiderati frutti, è opera del solo Dio e del suo potentissimo intervento. Di più, non bisogna dimenticare che altro non sono gli uomini se non istrumenti, dei quali si serve Dio per la salute delle anime; e che per conseguenza devono essere idonei ad essere maneggiati da Dio. E ciò in qual maniera? Crediamo dunque che Dio si muova a servirsi di noi; per propagare la sua gloria, in vista di una nostra eccellenza o capacità congenita o acquisita? Non già, poiché sta scritto: "Le cose stolte del mondo elesse Dio per confondere i sapienti: e le cose deboli del mondo elesse Dio per confondere i forti; e le ignobili cose del mondo e le spregevoli elesse Dio e quelle che non sono per distruggere quelle che sono" (1Cor 1,27-28). Una cosa sola assolutamente serve per unire l’uomo a Dio, a renderlo a Dio grato, e ministro non indegno delle sue misericordie: la santità della vita e del costume.

12. L’unica scienza che vale – L’esempio del Santo Curato d’Ars

Quando manchi al sacerdote questa, che solo costituisce la sovraeminente scienza di Gesù Cristo, gli manca ogni cosa. Poiché senza questa scienza la stessa vastità di una raffinata cultura (che pure noi medesimi con ogni cura ci studiamo di promuovere per il Clero) e la stessa destrezza e solerzia negli affari, quand’anche potessero essere di qualche frutto alla Chiesa o ai singoli fedeli, non raramente tuttavia sono a loro causa deplorevole di detrimento. Ma quanto possa nel popolo di Dio intraprendere e condurre a termine chi sia ornato di santità, anche nell’infimo grado della gerarchia, ce lo dicono numerosi esempi tratti da ogni età della storia; basti ricordare tra i recenti il Curato d’Ars, Giovanni Battista Vianney, al quale siamo lieti di avere noi medesimi decretato gli onori dei Beati. La santità sola ci rende quali ci richiede la nostra vocazione divina, uomini cioè crocifissi al mondo, e ai quali il mondo è crocifisso; uomini che camminano "vivendo nuova vita" (Rm 4,4), i quali, secondo l’avviso di san Paolo (2Cor 6,5-7) nelle fatiche, "nelle vigilie, nei digiuni, con la castità, con la scienza, con la mansuetudine, con la soavità, con lo Spirito Santo, con la carità non simulata; con le parole di verità", si manifestino veri ministri di Dio: che unicamente tendano alle cose celesti e si studino con ogni zelo di rivolgere al cielo le anime degli altri.

VII. IL SUSSIDIO DELLA PREGHIERA

13. La preghiera indispensabile sussidio della santità – Esempio e precetti di Cristo

Ma poiché, come nessuno ignora, la santità in tanto è frutto della nostra volontà, in quanto questa è sostenuta dalla grazia di Dio, Dio provvide largamente a che non mai avessimo a patire difetto, purché lo si voglia, del dono della grazia; e questa si ottiene in primis con la preghiera. Non vi è dubbio che tra la preghiera e la santità intercorre tale relazione che l’una non può sussistere senza l’altra. Quindi corrisponde pienamente alla verità quella sentenza del Crisostomo: "Io penso senz’altro che riesca a tutti evidente, come è impossibile, senza il sussidio della preghiera, viver virtuosamente" e acutamente concluse sant’Agostino: "Veramente sa viver bene chi sa pregar bene" . E tali insegnamenti Cristo medesimo consacrò con la sua parola e più ancora col suo esempio. Poiché, per raccogliersi nella preghiera, si ritirava solitario nei deserti o saliva sulle montagne; passava le intiere notti in questo esercizio; era assiduo al tempio; che, anzi, anche se circondato dalle turbe, levati gli occhi al cielo dinanzi a tutti pregava; e in fine, confitto alla croce, fra i dolori della morte, con alto grido e lacrime volse al Padre l’ultima preghiera.

14. Il pericolo dell’abitudine e del ridurre le preghiere – Il continuo bisogno di preghiera per sé e per il popolo

Teniamo quindi come cosa certa e definita che il sacerdote, per sostenere degnamente il grado e ufficio, deve essere dedito in maniera esimia alla preghiera. Troppo sovente c’è da dolersi che egli si dedichi alla preghiera più per abitudine che per zelo, che a certe ore stabilite salmeggi con sonnolenza o preferisca preghiere piuttosto brevi o pochine, né poi consacri più alcun frammento della giornata a parlar con Dio, innalzandosi piamente alle cose del cielo. Mentre invece il sacerdote più di tutti gli altri deve obbedire al precetto di Cristo: "Si deve sempre pregare" (Lc 18,1); conformandosi al quale san Paolo tanto inculcava: "Siate perseveranti nell’orazione vegliando in essa, e nei rendimenti di grazie" (Col 4,2): "Orate sine intermissione" (1Ts 5,17). E invero quante occasioni si offrono di elevarsi a Dio ad un’anima desiderosa della propria santificazione non meno che della salute degli altri! Le angustie interiori, la forza e insistenza delle tentazioni, la povertà di virtù, la piccolezza e sterilità delle nostre fatiche, i difetti e le negligenze frequenti, infine il timore dei giudizi divini, tutti questi sono stimoli a farci piangere dinanzi a Dio, col vantaggio di arricchirci di meriti al suo cospetto, oltre che di aver impetrato la grazia, l’aiuto divino. Né solamente per noi dobbiamo piangere. Nella colluvie di colpe che ovunque si diffonde, a noi specialmente si addice di pregare e muovere la divina pietà e di insistere presso Cristo, prodigo benignissimamente di ogni grazia nel mirabile sacramento dell’altare: Perdona, Signore, perdona al tuo popolo.

VIII. NECESSITÀ DELLA MEDITAZIONE

15. Necessità e vantaggi provenienti dalla meditazione

Caposaldo principalissimo del profitto della virtù è il dedicare ogni giorno una parte del nostro tempo alla meditazione delle cose eterne. Non vi è sacerdote che se ne possa esimere, senza grave nota di negligenza e detrimento dell’anima sua. San Bernardo scrivendo ad Eugenio III, suo antico discepolo ed allora divenuto romano pontefice, con franchezza e viva apprensione lo ammoniva a non mai lasciare la quotidiana meditazione delle cose divine, e a non ammettere, per dispensarsene, alcun pretesto di occupazioni, benché molte e gravissime ne porti con sé il supremo apostolato. E diceva di aver appunto gravi motivi di rivolgergli tali avvertimenti per i sommi vantaggi di questo esercizio quali egli così sapientemente enumerava: "La meditazione purifica la sorgente da cui nasce, cioè l’intelletto. Poi regola gli affetti, indirizza gli atti, corregge i difetti, riforma i costumi, eleva e ordina la vita: in una parola conferisce la scienza delle divine e delle umane cose. La meditazione chiarisce le cose confuse, colma le lacune della mente, rannoda le idee sparse, scruta i segreti, investiga la verità, esamina il verosimile, mette a nudo la finzione e la menzogna. Essa preordina le azioni da compiersi, essa chiama a rendiconto le già compiute affinché nulla resti nella mente di incorretto e di ambiguo. Essa fa presentire nella prosperità la sfortuna, nella sfortuna evita il troppo impressionarsi, e questo è infusione di fortezza, quello di prudenza" .

Questo compendio delle grandi utilità, che la meditazione per sua natura produce, ci dice quanto sia non solamente salutare, ma pure necessaria.

16. La meditazione salvaguardia del fervore e contro i pericoli del mondo

Poiché, sebbene i vari uffici del sacerdozio siano augusti e venerandi tutti, la forza dell’abitudine fa sì che i destinati ad essi non vi mettano quella religiosa attenzione come si conviene.

Di qui venendo meno a poco a poco il fervore è facile il passo alla negligenza e fino al fastidio delle cose più sacre. Aggiungasi la necessità che si impone al sacerdote, di convivere "in mezzo ad una nazione prava" (Fil 2,15); così che, sovente, nello stesso esercizio della carità pastorale, egli ha da temere stiano nascoste le insidie dell’antico serpente. Quanto è facile che anche i cuori religiosi si velino di mondana polvere! Appare quindi quale e quanta necessità vi sia di tornare ogni giorno alla contemplazione delle cose del cielo, affinché la mente e la volontà si rafforzino contro le seduzioni del mondo. Di più è compito del sacerdote di conseguire una certa facilità di assurgere e di raccogliersi nelle cose celesti, lui che deve intendersi delle cose celesti, insegnarle ed inculcarle ai fedeli; lui che deve condurre un tenore di vita in una sfera superiore alla umana, così che egli compia secondo Dio con lo spirito e la guida della fede quanto esige il suo ministero. Ora nulla più che la meditazione quotidiana è efficace a produrre e mantenere questa disposizione, questa quasi naturale unione con Dio; cosa che a ognuno, che abbia discernimento, è così ovvia che non vale la pena di ragionarne di più.

IX. DANNI DEL TRASCURARE LE MEDITAZIONI

17. Triste quadro dei danni che nascono in chi trascurasse la meditazione

Una triste conferma di quanto si è detto ci esibisce la vita di questi sacerdoti, che fanno poco conto della meditazione delle cose divine o del tutto l’hanno in fastidio. Tu vedi in loro illanguidito quell’inestimabile tesoro, mondani, seguaci di mere vanità, intrattenersi in frivolezze, accostarsi alle sacre cose tiepidi, gelidi e forse indegni. Dapprima, quando era in loro recente il carisma dell’unzione sacerdotale, preparavano lo spirito diligentemente alla recita dei salmi per non essere simili a chi tenta Dio; fissavano il tempo a ciò più opportuno, e il più remoto ritiro, si industriavano di scrutare i sensi segreti delle cose divine, lodavano Dio, gemevano, esultavano, effondevano lo spirito col Salmista. E ora invece qual cambiamento!

Quasi più nulla resta in essi di quell’ardente pietà, che un tempo dimostravano per i divini misteri. Quanto diletti erano allora quei tabernacoli! L’anima esultava di trovarsi intorno alla mensa del Signore e di chiamare ad essa in gran folla i devoti. Prima della celebrazione dei sacri misteri quale mondezza! quali preghiere partite dall’anima desiderosa! E quanta riverenza nel modo di trattare le cose sante: quale decoro nell’eseguire le auguste cerimonie, quale effusione di grazie dal profondo del cuore e come felicemente diffondevasi nel popolo il soave profumo di Cristo!... "Richiamate", ve ne preghiamo, o figli diletti, "richiamate alla memoria quei primi giorni" (Eb 10,32), allora l’anima era fervorosa perché nutrita del cibo della santa meditazione.

18. Da respingersi l’eventuale scusa o vano pretesto di essere troppo assorbito nell’azione

Non manca fra quelli che hanno a fastidio o trascurano di "riflettere in cuor loro" (Ger 12,11), non manca chi riconosca la povertà dell’anima sua, ma poi se ne scusi col pretesto di essersi dedicato interamente alle esigenze sempre più attive e dinamiche del ministero, ad utilità degli altri. Ma si ingannano miseramente. Poiché, non avvezzi a parlar con Dio, quando parlano di Dio agli uomini o impartiscono consigli intorno alla vita cristiana, sono privi di ispirazione divina; così che la parola di Dio è in essi quasi morta. La loro voce, per quanto dotta e feconda, non imita la voce del buon pastore, che le pecorelle ascoltano salutarmente; poiché strepita con inutile pompa di parole che si perde nel vuoto ed è anzi fertile talora di dannoso esempio, non senza vergogna della religione e scandalo dei buoni. Né altrimenti accade negli altri settori della vita attiva: poiché nessun vantaggio di solida utilità ne ricavano o per lo meno non dura che breve ora, mancando la rugiada celeste che scende invece copiosissima sull’"orazione di colui che si umilia" (cf. Sir 35,21).

19. Gravi conseguenze per chi mostrasse disprezzo della preghiera

E qui non possiamo non dolerci vivamente di coloro che, trascinati dal soffio di pestifere novità, non si vergognano della loro mentalità contraria alla vita interiore e reputano quasi perduta l’ora consacrata alla meditazione e alla preghiera. Funesta cecità! Volesse il cielo che raccogliendosi una buona volta in se stessi si accorgessero finalmente a quale abisso conduce questa negligenza e disprezzo della preghiera! Di qui germoglia la superbia e la caparbietà; dalle quali maturano troppo amari frutti, che il paterno cuore rifugge dal rammentare quanto desidera di recidere completamente. Ascolti Iddio i nostri voti, e, benignamente riguardando i fuorviati, effonda tanto largamente sopra di essi lo "spirito di grazia e di orazione" (Zc 12,10), che, a comune allegrezza, piangendo il loro errore, ritornino sulla male abbandonata via e cautamente la seguano per l’avvenire. Come già l’Apostolo (Fil 1,8), ci sia testimone Dio come li amiamo tutti nelle viscere di Gesù Cristo!

X. ECCITAMENTI ALLA MEDITAZIONE

20. La meditazione, segreto per operare con criterio e zelo

Ad essi dunque e a voi tutti figli nostri, sia scolpita in mente la nostra esortazione, che è quella di Cristo Signore: "State attenti, vegliate e pregate" (Mc 12,33). Principalmente nella sua meditazione ognuno ponga la sua industria: e risvegli tutta la sua fiducia in Dio, sovente pregando: "Signore, insegnaci a pregare" (Lc 11,1). Né di lieve incitamento a meditare deve esser per tutti questo speciale motivo, che dalla meditazione nasce quella particolare luce di consiglio e quella speciale energia di virtù che si esigono nella cura delle anime, opera sopra tutte difficilissima. Qui cade opportuno, ricordare la pastorale esortazione di san Carlo: "Intendete, o fratelli, che nulla è così necessario a tutti gli ecclesiastici come l’orazione mentale la quale precede tutte le nostre azioni, le accompagna e le segue: canterò, dice il profeta, e ben studierò e intenderò (cf. Sal 101,2). Fratello, se amministri i sacramenti, medita su quello che fai; se celebri la Messa, medita sul sacrificio che offerisci; se salmeggi, medita a chi parli e di che cosa; se guidi le anime, medita da qual Sangue sono state redente" .

21. Mediti su Cristo chi è "alter Christus"

Perciò con ogni ragione la Chiesa ci impone di ripetere frequentemente quelle sentenze di Davide: "Beato l’uomo che medita nella legge del Signore; vi perdura con diletto, di giorno e di notte; tutto quello che egli farà avrà prospero effetto" (Sal 1,1-3). E alla meditazione ci sia di stimolo anche il pensiero che il sacerdote è un altro Cristo; e, se è tale per partecipazione di autorità, non dovrà essere tale per imitazione delle opere sante? "Sia dunque nostra somma premura di meditare sulla vita di Gesù Cristo" .

XI. UTILITÀ DELLE SACRE LETTURE

22. Utilità della lettura spirituale soprattutto delle Sacre Scritture

Con la meditazione quotidiana delle cose divine conviene che il Sacerdote unisca la lettura di più libri, specialmente di quelli che sono divinamente ispirati. Così san Paolo prescriveva a Timoteo: "Attendi alla lettura" (1Tm 4,13). Così san Girolamo, ammaestrando Nepoziano intorno alla vita sacerdotale, inculcava: "Non deporre mai dalle tue mani il libro della sacra lettura"; e ne soggiungeva questo motivo: "Impara ciò che devi insegnare; ottieni quella sincera sapienza, che è nutrita di verace dottrina, affinché con essa tu possa esortare gli altri e ribattere gli avversari". Quanto grande è il vantaggio di quei sacerdoti che hanno questa costante abitudine: con quale unzione predicano Cristo e, anziché blandire gli uditori, come li spingono al meglio e li innalzano a celesti desideri!

23. I santi libri sono veri amici

Ma pure eccovi un’altra prova, e che fa proprio al caso vostro, della verità del consiglio di san Girolamo: "Sempre fra le tue mani sia la sacra lettura" . Chi non sa quanto grande sia sull’anima dell’amico la forza persuasiva dell’amico, che candidamente ammonisca, consigli, riprenda, ecciti, rimuova dall’errore? "Beato chi trova un vero amico" (Sir 25,12); "chi lo trova ha trovato un tesoro" (Sir 6,14). Ora dobbiamo avere nel numero dei nostri fedeli amici i libri di lettura spirituale. Essi ci ammoniscono gravemente intorno ai nostri doveri ed ai precetti della legittima disciplina, risuscitano nell’anima i richiami celesti prima soffocati e repressi, ci rinfacciano i propositi non mantenuti, scuotono la coscienza addormentata in un pericoloso ottimismo; mettono in luce le tendenze meno corrette che vorrebbero star dissimulate; scoprono i pericoli che sogliono sorprendere i malaccorti. E tutti questi buoni uffici prestano con una tale e tacita benevolenza, che non solo ci si mostrano amici, ma i migliori nostri amici. Poiché li abbiamo quando ci piace, quasi al nostro fianco, pronti ad ogni ora alle nostre necessità interiori; la loro voce non è mai acerba, il loro consiglio non è mai determinato da volgari interessi, la parola non mai vile o bugiarda. Sono molti ed insigni gli esempi della salutare efficacia delle devote letture; ma nessuno sovrasta a quello di sant’Agostino, i cui meriti eminenti verso la Chiesa presero da esse inizio ed auspicio: "Tolle, lege; tolle, lege... Prendi, leggi; prendi, leggi... Afferrai (le lettere di Paolo Apostolo), le apersi e lessi in silenzio... Si diffuse nel mio cuore come una luce di sicurezza, svanirono tutte le tenebre del dubbio" .

24. Guardarsi da letture non ben discriminate

Invece di sovente accade ai nostri tempi che ecclesiastici si lascino a poco a poco annebbiare la mente dalle tenebre del dubbio e seguano le oblique vie del mondo, e ciò specialmente perché, negletti i sacri e divini libri, si danno ad altre letture di ogni genere di libri e giornali infetti di errori pestiferi blandamente insinuatisi. Siate guardinghi, o diletti figli, non vi fidate ciecamente della vostra provetta età, né lasciatevi illudere dal pretesto di conoscere il male e così poter meglio provvedere al bene comune. Non si passino quei limiti, che stabiliscono sia le leggi della Chiesa, sia la prudenza e la carità verso se stessi; poiché una volta imbevuti di questi veleni, non possiamo più sfuggirne le funeste conseguenze.

XII. L’ESAME DI COSCIENZA

25. Non si ometta l’esame di coscienza

Ma i vantaggi della lettura spirituale e della meditazione delle cose celesti riusciranno, senza dubbio, per il sacerdote più copiosi, quando egli abbia un mezzo con cui possa distinguere se davvero fu messo in pratica e santamente, quanto fu oggetto di lettura e meditazione. Viene a proposito un eccellente insegnamento del Crisostomo, rivolto specialmente al Sacerdote: "Ogni sera, prima di abbandonarti al sonno, fa’ un po’ di processo alla tua coscienza, esigi da essa il rendiconto, e se fra il giorno ti appigliasti a cattivi partiti... sbarbicali dalla radice e determina per essi un castigo" . Quanto ciò sia conveniente e fruttuoso per il progresso nella cristiana virtù, i più sapienti maestri di spirito luminosamente confermano coi loro ottimi ammonimenti. Ci piace di riferire quello insigne, che ho tolto dagli insegnamenti di san Bernardo: "Curioso indagatore della tua irreprensibilità, esamina la tua vita con quotidiana diligenza. Osserva attentamente di quanto progredisci o indietreggi. Studia di conoscere te... Poni davanti agli occhi tuoi tutte le tue mancanze. Costituisci te in giudizio dinanzi a te, quasi dinanzi ad un’altra persona; e così deplora e colpisci te stesso" .

XIII. PATERNI LAMENTI

26. Grande frutto se si usasse in questo esame la premura che pongono gli uomini nei loro affari

Anche su questo punto sarebbe veramente vergogna che si verificasse quel detto di Cristo: "I figli di questo secolo sono più prudenti dei figli della luce" (Lc 16,8). Ognuno vede con quanta solerzia essi attendano ai loro affari; come di sovente facciano e rifacciano i calcoli del dare e dell’avere: con quale scrupolosa meticolosità facciano i loro conti e tirino le somme, come lamentino le perdite patite ed eccitino se stessi con accaniti sforzi per risarcirle. E a noi, a cui forse arde in cuore la brama di vane onorificenze, di accrescere il patrimonio della famiglia, di acquistar solo fama e gloria di scienziati, invece languidamente e con noia trattiamo l’affare massimo e sommamente arduo, che è la nostra santificazione. Giacché appena raramente ci raccogliamo per scrutare la nostra anima, che per conseguenza si copre di sterpi al pari della vigna del pigro, della quale sta scritto: "Passai pel campo di un infingardo, e per la vigna di un uomo stolto, e vidi come tutto era pieno di ortica, e le spine l’avevano coperta quanto ella è grande, e la muraglia intorno era rovinata" (Pr 24,30-31).

27. L’esame costante e ben fatto rinvigorisce l’anima, trascurato la mette in pericolo

La cosa si fa più grave per la frequenza dei mali esempi, che ne circondano, insidiosi estremamente alla virtù sacerdotale; così che è necessario camminare sempre più guardinghi e far più apertamente violenza.

Ora l’esperienza ci dice che colui, il quale esercita una censura frequente e severa sopra i suoi pensieri, parole e azioni, è più energico sia nell’odio e nella fuga del male, e sia nell’amore e nello studio del bene. Né meno ci dice l’esperienza quali danni gravissimi siano d’ordinaria conseguenza per chi evita quel tribunale, ove siede giudice la giustizia e sta accusata e accusatrice la coscienza. Invano cercheresti in lui quella circospezione, dote così lodevole del buon cristiano, di evitare anche le minori colpe e imperfezioni e quel delicatissimo scrupolo che dovrebb’essere pregio speciale del sacerdote, che si fa paventare della benché minima offesa recata a Dio.

28. Danni di chi trascurasse la frequente confessione

Che anzi la negligenza e la trascuratezza di sé giunge fino all’oblio dello stesso sacramento della penitenza: del quale nulla ci diede Cristo, nella sua estrema bontà, che fosse più salutare all’umana miseria. Non si può negare ed è degno di acerbo pianto, il caso non raro di chi mentre, fulminando e terrorizzando dal pulpito, trattiene con la sfolgorante sua eloquenza gli altri dal peccare, nulla tema per sé di tutto ciò, e si indurisca nella colpa; di chi esorta e stimola gli altri, che siano solleciti a detergere col sacramento le macchie dell’anima, e lui stesso sia in ciò tanto restio e negligente e vi frapponga intervalli di più mesi; di chi sa cospargere le altrui ferite di olio e di vino, e giaccia poi egli ferito lungo la via, né si dia pensiero di invocare la mano medicatrice del fratello che gli passa vicino. Ahi! quali tristi conseguenze ne vennero e vengono tuttora, indegne al cospetto di Dio e della Chiesa, perniciose al popolo cristiano, indecorose per il ceto sacerdotale!

29. Nulla più lacrimevole della corruzione dei buoni

Quando, diletti figli, mossi da dovere di coscienza, noi volgiamo la mente a questi gravi inconvenienti, ci si riempie l’anima di amarezza e ne erompe una voce di lamento: guai al sacerdote che non sa mantenersi all’altezza del suo grado, e disonora infedelmente il nome santo di Dio, che deve santificare. Nulla è più lacrimevole della corruzione dei buoni: "Grande è la dignità dei sacerdoti, ma grande è pure la loro rovina, se peccano; rallegriamoci dell’esservi saliti, ma paventiamo di caderne precipitosamente; perché più grande che la gioia di avere raggiunto le altissime vette, è l’afflizione di essere precipitato di lassù!" .

Guai dunque al sacerdote che vive dimentico di sé, lascia la preghiera, respinge il pascolo delle devote letture; che non torna mai sopra se stesso per ascoltare la voce della coscienza che lo accusa. Né le ferite sanguinanti dell’anima sua, né i pianti della madre Chiesa potranno richiamare in sé il disgraziato, affinché non lo colpiscano quelle terribili minacce: "Acceca il cuore di questo popolo, e instupidisci le sue orecchie e chiudi a lui gli occhi, affinché non avvenga che coi suoi occhi egli vegga, e oda coi suoi orecchi, e col cuore comprenda e si converta, ed io lo sani" (Is 6,10).

Questo triste augurio allontani Dio misericordioso da ciascheduno di voi, o diletti figli, Dio, che vede il nostro cuore scevro da qualsiasi amarezza verso chicchessia, ma soltanto mosso all’estremo da carità di padre e di pastore: "Qual è invero la nostra speranza, o il gaudio, o la corona di gloria? Non lo siete voi forse dinanzi al Signore nostro Gesù Cristo?" (1Ts 2,19).

XIV. DOVERI ATTUALI

30. In tempi tristi il sacerdote deve splendere nella virtù

Lo vedete del resto da voi medesimi, quanti e dovunque siate, in quali tristi tempi, per arcano consiglio di Dio, si trovi oggi la Chiesa. Osservate ancora e meditate quale sacro dovere vi incombe di assistere e soccorrere nelle sue angustie quella Chiesa, che vi insignì di una sì onorevole dignità.

Quindi nel clero ora più che mai è necessaria una più che mediocre virtù, sincera così da essere un modello, viva, operosa, prontissima a fare e patire ogni cosa per Cristo. Nulla vi è che più ardentemente noi desideriamo per voi tutti e singoli, invocandolo da Dio con ferventissime preghiere. In voi dunque fiorisca la continenza con intemerato fulgore, ornamento esimio del nostro ceto; per la cui grazia il sacerdote come è fatto simile agli angeli, così presso il popolo cristiano è reputato degno di ogni onore e coglie più copiosi i frutti del suo ministero.

31. Ubbidienza inconcussa ai Vescovi e alla Sede Apostolica

Sia in voi perenne e schietta la riverenza e ubbidienza, promessa con solenne rito a coloro, che il Divino Spirito costituì reggitori della Chiesa; e soprattutto l’ossequio giustissimamente dovuto a questa Sede Apostolica congiunga a lei ogni giorno più con strettissimi vincoli le vostre menti e i vostri cuori.

32. Splenda la carità per tutti: ma speciale e zelante essa sia per i giovinetti

Brilli in ognuno la carità che non cerca in nulla se stessa, così che rintuzzati gli stimoli dell’invidia e dell’ambizione propri dell’umana natura, i vostri sforzi cospirino unanimemente, con emulazione fraterna, all’incremento della gloria di Dio.

"Una gran turba quanto mai numerosa e degna di pietà, di malati, di ciechi, di zoppi, di paralitici" (Gv 5,3) aspetta i soccorsi della vostra carità; e specialmente vi aspettano folte schiere di adolescenti, cara speranza della patria e della religione, circondati da ogni parte da insidie e da pericoli morali. Siate alacri nel bene, benemeriti di tutti, non solo con l’impartire la sacra catechesi che di nuovo e con maggior vigore vi raccomandiamo, ma prestando ogni altro possibile aiuto di consiglio e di interessamento. Alleviando, difendendo, medicando, pacificando: questa sia la vostra mira e quasi la vostra sete, di guadagnare e di condurre anime a Cristo. Oh! i nemici di Dio come laboriosi, come infaticabili, come impavidi agiscono e si danno attorno, per rovinare irreparabilmente le anime!

33. La carità della Chiesa non conosce limiti, né teme per le persecuzioni

Specialmente per questa prerogativa della carità, la Chiesa cattolica è lieta e orgogliosa del suo clero, che annuncia il Vangelo della cristiana pace, che apporta salute e civiltà fino alle nazioni selvagge; ove per le sue apostoliche fatiche, non raramente consacrate col sangue, il regno di Cristo ogni giorno più si dilata e la santa Fede splende di sempre nuove palme. Che se, o diletti figli, all’effusione della vostra carità corrisponda l’astio, la contesa, la calunnia, come suole avvenire, non vogliate soccombere allo scoraggiamento, "non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene" (2Ts 3,13). Abbiate dinanzi agli occhi le schiere di quei forti, insigni per numero e per meriti, che dietro le orme degli Apostoli fra le più scabrose torture per il nome di Cristo, "se ne andavan contenti" (At 5,41), "maledetti benedicevano". Siamo – pensate – figli e fratelli di santi, i nomi dei quali splendono nel libro della vita, le cui glorie annuncia la Chiesa: "Non si imprima questa macchia alla nostra gloria" (1Mac 9,10).

XV. SUSSIDI DELLA GRAZIA

34. Sussidi della grazia sacerdotale: gli esercizi spirituali e il ritiro mensile

Riacceso ed accresciuto nelle file del clero lo spirito della grazia sacerdotale, avranno un valore ed una esecuzione molto più efficace con la grazia di Dio, i nostri propositi di restaurare tutte quante le altre cose in Cristo. Perciò ci piace di aggiungere a tutto quanto si è detto alcune norme sicure, ossia indicare i sussidi opportuni a custodire ed alimentare la grazia medesima. Primo fra di essi a nessuno ignoto, ma del quale non tutti stimano degnamente la efficacia, è il pio ritirarsi dell’anima a compiere gli esercizi spirituali; se è possibile fatto annualmente o per conto proprio, o piuttosto in unione con altri, il che suole recare più largo frutto, regolandosi secondo le prescrizioni dei Vescovi. Già noi medesimi lodammo convenientemente l’utilità di questa istituzione quando pubblicammo alcune regole ad essa relative per la disciplina del clero romano . Né sarà meno vantaggioso alle anime un consimile ritiro mensile di poche ore, in privato o in unione con altri, il qual pio costume siamo lieti di veder invalso in più luoghi, favorito dai Vescovi stessi che talora presiedono al ritiro.

35. Vantaggi delle Mutue e più ancora dei Convegni e Unioni del Clero

Un’altra raccomandazione ancora ci sta a cuore ed è una maggiore coesione tra i sacerdoti, quale si conviene a fratelli, consolidata e regolata dall’autorità del Vescovo. È senza dubbio cosa lodevole che i Sacerdoti si uniscano in società per procurarsi uno scambievole sussidio nelle avversità, per tenere alto il prestigio e i diritti della classe e del ministero contro gli assalti degli avversari e per altri fini del genere. Ma più ancora giova che si associno a scopo di perfezionarsi nella conoscenza delle scienze sacre, e specialmente confermarsi nel santo proposito della vocazione e di promuovere la salute delle anime, con unanimità di sforzi e di iniziative.