| 1 Maggio 2006 |
Anno II, Numero 11 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| Piazza San Pietro Mercoledì, 19 aprile 2006 | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Cari fratelli e sorelle! All’inizio dell’odierna Udienza generale, che si svolge nel clima gioioso della Pasqua, vorrei insieme a voi ringraziare il Signore, che dopo avermi chiamato esattamente un anno fa a servire la Chiesa come Successore dell’apostolo Pietro - grazie per la vostra gioia, grazie per la vostra acclamazione -, non manca di assistermi con il suo indispensabile aiuto. Come passa in fretta il tempo! È già trascorso un anno da quando, in maniera per me assolutamente inaspettata e sorprendente, i Cardinali riuniti in Conclave hanno voluto scegliere la mia persona per succedere al compianto e amato Servo di Dio, il grande Papa, Giovanni Paolo II. Ricordo con emozione il primo impatto che dalla Loggia centrale della Basilica ho avuto, subito dopo la mia povera elezione, con i fedeli raccolti in questa stessa Piazza. Mi resta impresso nella mente e nel cuore quell’incontro al quale ne sono seguiti tanti altri, che mi hanno dato modo di sperimentare quanto sia vero ciò che ebbi a dire nel corso della solenne concelebrazione con la quale ho iniziato solennemente l’esercizio del ministero petrino: "Sento viva la consapevolezza di non dover portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo". E sempre più sento che da solo non potrei portare questo compito, questa missione. Ma sento anche come voi lo portiate con me: così sono in una grande comunione e insieme possiamo portare avanti la missione del Signore. Mi è di insostituibile sostegno la celeste protezione di Dio e dei santi, e mi conforta la vicinanza vostra, cari amici, che non mi fate mancare il dono della vostra indulgenza e del vostro amore. Grazie di vero cuore a tutti coloro che in vario modo mi affiancano da vicino o mi seguono da lontano spiritualmente con il loro affetto e la loro preghiera. A ciascuno chiedo di continuare a sostenermi pregando Iddio perché mi conceda di essere pastore mite e fermo della sua Chiesa. Narra l’evangelista Giovanni che Gesù proprio dopo la sua resurrezione chiamò Pietro a prendersi cura del suo gregge (cfr Gv 21, 15 .23). Chi avrebbe potuto allora umanamente immaginare lo sviluppo che avrebbe contrassegnato nel corso dei secoli quel piccolo gruppo di discepoli del Signore? Pietro insieme agli apostoli e poi i loro successori, dapprima a Gerusalemme e in seguito sino agli ultimi confini della terra, hanno diffuso con coraggio il messaggio evangelico il cui nucleo fondamentale e imprescindibile è costituito dal Mistero pasquale: la passione, la morte, la risurrezione di Cristo. Questo mistero la Chiesa celebra a Pasqua, prolungandone la gioiosa risonanza nei giorni successivi; canta l’alleluja per il trionfo di Cristo sul male e sulla morte. "La celebrazione della Pasqua secondo una data del calendario – nota il Papa san Leone Magno – ci ricorda la festa eterna che supera ogni tempo umano". "La Pasqua attuale – egli nota ancora – è l’ombra della Pasqua futura. E’ per questo che la celebriamo per passare da una festa annuale a una festa che sarà eterna". La gioia di questi giorni si estende all’intero anno liturgico e si rinnova particolarmente la domenica, giorno dedicato al ricordo della resurrezione del Signore. In essa, che è come la "piccola Pasqua" di ogni settimana, l’assemblea liturgica riunita per la Santa Messa proclama nel Credo che Gesù è risuscitato il terzo giorno, aggiungendo che noi aspettiamo "la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà". Si indica in tal modo che l’evento della morte e risurrezione di Gesù costituisce il centro della nostra fede ed è su quest’annuncio che si fonda e cresce la Chiesa. Ricorda in maniera incisiva sant’Agostino: «Consideriamo, carissimi, la Risurrezione di Cristo: infatti, come la sua Passione ha significato la nostra vita vecchia, così la sua risurrezione è sacramento di vita nuova…Hai creduto, sei stato battezzato: la vecchia vita è morta, uccisa nella croce, sepolta nel Battesimo. E’ stata sepolta la vecchia nella quale hai vissuto: risorga la nuova. Vivi bene: vivi così che tu viva, affinché quando sarai morto, tu non muoia» (Sermo Guelferb. 9, 3). I racconti evangelici, che riferiscono le apparizioni del Risorto, si concludono abitualmente con l’invito a superare ogni incertezza, a confrontare l’evento con le Scritture, ad annunciare che Gesù, al di là della morte, è l’eterno vivente, fonte di vita nuova per tutti coloro che credono. Così avviene, ad esempio, nel caso di Maria Maddalena (cfr Gv 20,11-18), che scopre il sepolcro aperto e vuoto, e subito teme che il corpo del Signore sia stato portato via. Il Signore allora la chiama per nome, e a quel punto avviene in lei un profondo cambiamento: lo sconforto e il disorientamento si convertono in gioia ed entusiasmo. Con sollecitudine ella si reca dagli Apostoli e annunzia: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18). Ecco: chi incontra Gesù risuscitato viene interiormente trasformato; non si può "vedere" il Risorto senza "credere" in lui. Preghiamolo affinché chiami ognuno di noi per nome e così ci converta, aprendoci alla "visione" della fede. La fede nasce dall’incontro personale con Cristo risorto, e diventa slancio di coraggio e di libertà che fa gridare al mondo: Gesù è risorto e vive per sempre. E’ questa la missione dei discepoli del Signore di ogni epoca e anche di questo nostro tempo: "Se siete risorti con Cristo – esorta san Paolo – cercate le cose di lassù… pensate alle cose di lassù, e non a quelle della terra" (Col 3,1-2). Questo non vuol dire estraniarsi dagli impegni quotidiani, disinteressarsi delle realtà terrene; significa piuttosto ravvivare ogni umana attività come un respiro soprannaturale, significa farsi gioiosi annunciatori e testimoni della risurrezione di Cristo, vivente in eterno (cfr Gv 20,25; Lc 24,33-34). Cari fratelli e sorelle, nella Pasqua del suo Figlio unigenito Dio rivela pienamente se stesso, la sua forza vittoriosa sulle forze della morte, la forza dell’Amore trinitario. La Vergine Maria, che è stata intimamente associata alla passione, morte e risurrezione del Figlio e ai piedi della Croce è diventata Madre di tutti i credenti, ci aiuti a comprendere questo mistero di amore che cambia i cuori e ci faccia pienamente gustare la gioia pasquale, per poter poi comunicarla a nostra volta agli uomini e alle donne del terzo millennio. -------------------------------------------------------------------------------- Dopo i saluti................ APPELLO DEL SANTO PADRE SUL MEDIO ORIENTE Con grande dolore ho appreso la notizia del terribile attentato avvenuto lunedì scorso a Tel Aviv, in Israele, e sento il dovere di esprimere la più ferma condanna per tale atto terroristico. Non è con simili esecrabili atti che si possono tutelare i pur legittimi diritti di un popolo. Il Signore, Principe della pace, sia vicino ad israeliani e palestinesi affinché non si lascino andare ad una tragica deriva, ma riprendano i passi che li portino a vivere in pace e sicurezza, gli uni accanto agli altri, come figli dello stesso padre che sta nei cieli. | ||||
| Roma, 19 Aprile 2006 | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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«Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti...». Così, alle 18.48 di quel 19 aprile 2005, il nuovo Papa si presentava al mondo, «un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Era come la prima rivelazione di un'imprevedibile novità: il cardinale Ratzinger, il grande teologo, l'uomo noto al vasto pubblico come custode della dottrina, iniziava a lasciare il passo a Benedetto XVI. Un anno dopo il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente dei vescovi italiani, ci aiuta a leggere questo inizio di pontificato. Eminenza, Benedetto XVI è "diverso" dal cardinale Ratzinger? «È la stessa persona, nel senso che non si può capire il pontificato di Papa Benedetto senza conoscere il sacerdote e teologo Joseph Ratzinger. La missione di Pontefice è diversa, unica: mette a disposizione di chi la svolge una grazia specifica, conferisce una notorietà enorme e pone la gente in un atteggiamento nuovo rispetto a un personaggio che, sebbene già conosciuto, è diventato successore di Pietro. Tutto ciò che Benedetto XVI dice presuppone quello che egli è stato, come grande teologo e uomo di Chiesa». C'è un aspetto della biografia teologica ed ecclesiale di Ratzinger che ha inciso in maggior misura sinora? «Certamente più d'uno. Penso alla risposta del Papa a una domanda sulla sua chiamata al sacerdozio formulata da uno dei giovani romani accorsi per incontrarlo in piazza San Pietro, il 6 aprile. La sua vocazione - ha detto - è maturata e si è approfondita nella partecipazione alla liturgia, nella frequentazione della Parola di Dio, nello studio della teologia. Un tratto caratterizzante di questo pontificato è l'amore alla liturgia, che è amore a Cristo. Al centro dell'esperienza cristiana il Papa poi colloca i sacramenti, in particolare il battesimo, l'Eucaristia e la penitenza». Quali sono gli insegnamenti centrali di questo primo anno di magistero? «Benedetto XVI è spontaneamente portato a porre il centro della fede nel rapporto di questa non solo con l'umanità concreta ma anche con l'epoca storica che stiamo vivendo. È un messaggio che può essere riassunto in alcuni concetti fondamentali. Anzitutto il Papa chiede di allargare gli spazi della razionalità, senza restare prigionieri di una cultura esclusivamente scientifica e funzionale, che prescinde dalla questione fondamentale sul senso della vita. Egli pone poi la grande questione della libertà, ritenendo che l'adesione di fede sia un'opzione nella quale l'uomo mette in gioco tutto se stesso. È da respingere invece una libertà intesa in maniera individualistica e posta come criterio unico dell'etica e dei comportamenti, nella vita personale come in quella pubblica. Così concepita, la libertà alimenta quel relativismo che poi degenera in una sorta di totalitarismo occulto. Si tratta infatti di una cultura che tende a eliminare dalla vita individuale e collettiva valori senza i quali l'uomo non riesce a essere se stesso e la società non può diventare autenticamente umana». Altro grande tema è stato quello della laicità... «Benedetto XVI ha ricordato la distinzione netta tra Chiesa e Stato, tra fede e politica, dicendo allo stesso tempo che per essere feconda la laicità dev'essere aperta. Vuol dire che l'autorità dello Stato e la vita pubblica non possono prescindere dalle grandi istanze dell'etica, che alla fine hanno il loro fondamento nella religione, in concreto da quelle fonti etiche che il cristianesimo ha dischiuso all'umanità. Diversamente, dalla laicità si passa a un laicismo che aliena le nostre società - in particolare l'Europa e l'Italia - da loro stesse, impoverendole al punto da metterne radicalmente a rischio identità e capacità di futuro. E questo è particolarmente pericoloso in un contesto, come quello attuale, di confronto e dialogo tra le diverse civiltà». Nell'Italia dalla cultura pubblica infiltrata di relativismo sono risuon ate a più riprese le parole di Benedetto XVI sulle «verità elementari che riguardano la nostra comune umanità» e sui «princìpi non negoziabili». Perché? «Perché se si viene meno a essi si compromette l'umanità della persona. Essa è per sua natura in rapporto con gli altri: può realizzare se stessa solo se riesce a instaurare relazioni positive, nelle quali dà e riceve. Tutti avvertiamo la superiorità di un'etica che assuma l'amore come criterio d'ispirazione. La libertà, inoltre, non può prescindere dalla realtà del nostro essere, perché se ciò accade essa fatalmente diventa vuota, ci si ritorce contro e l'uomo vi si smarrisce inseguendo illusioni che lo impoveriscono. Questa considerazione vale con forza particolare quando si parla di vita e di famiglia, cioè delle strutture elementari di ogni rapporto tra le persone». Per Benedetto XVI quali sono le priorità per il nostro Paese? «Il Papa conosce bene l'Italia e la ama. Aveva già dato molto al nostro Paese come cardinale e moltissimo sta dando in questi mesi, con numerosi interventi nei quali sottolinea una specificità dell'Italia in Occidente: quella di una nazione alle prese con la secolarizzazione e la scristianizzazione ma che può contare su una vitalità religiosa, su un radicamento popolare della fede, su una presenza capillare della Chiesa e anche su una capacità di risposta culturale all'egemonia della razionalità "chiusa". Nella coscienza degli italiani ci sono convinzioni profonde che riguardano proprio i valori non negoziabili. Come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI attribuisce all'Italia il compito di offrire all'Europa una testimonianza tangibile di come sia possibile essere un Paese moderno e laico che però sa vivere attingendo oggi alle sue radici cristiane». Benedetto XVI si è caratterizzato da subito per un suo stile tutto nuovo. Possiamo provare a descriverlo? «Come Giovanni Paolo II, anche Benedetto XVI ha uno stile assolutamente personale, spontaneo: lo stile di chi è capace di spiegare i misteri della fede nel loro rapporto con l'uomo di oggi in maniera comprensibile e persuasiva. Il pensiero e la comunicazione in lui sono sempre lineari». E la gente come ha accolto Benedetto XVI? «Sin dall'inizio si è potuto scorgere un legame vero, intenso. Le persone colgono un dato di fondo: che il Papa è una persona genuina, vuole il loro bene, e al contempo è un uomo autentico, che vive quello che dice: un testimone molto credibile del Signore». Colpisce la venerazione di Benedetto verso Giovanni Paolo. In cosa si coglie una continuità, e in che modo Benedetto XVI ha raccolto un'eredità così pesante? «La continuità si nota soprattutto nei contenuti, che sono i medesimi sia per la proposta della fede sia per i rapporti tra questa e l'etica personale e pubblica. Era quasi inevitabile concepire l'eredità di Giovanni Paolo II come un handicap per chiunque gli fosse succeduto: come si fa a sostituire un Pontefice irripetibile, dotato di una personalità straordinaria? Papa Benedetto, anch'egli personalità eccezionale, ha risposto restando semplicemente se stesso. Quello che sembrava un handicap si è così rivelato un vantaggio: Benedetto XVI ha potuto infatti beneficiare della formidabile spinta del pontificato precedente, che non si è affatto esaurita ma è spontaneamente continuata nel successore. Il frutto spirituale del pontificato di Giovanni Paolo II emerge nel riversarsi sul suo successore dell'immenso capitale di amore di cui egli godeva». Un anno fa, cercando di decifrare cosa mosse il Conclave così rapidamente a convergere sulla persona di Ratzinger, si disse che si era voluto sottolineare il primato della fede in tempi di travagli epocali. È una tesi che ha trovato riscontri? «Questo Papa affronta le sfide della storia nella prospettiva della fede, dimostrando come essa non sia qualcosa di aggiunto ma una realtà che tocca l'uomo nel più profondo. Un motivo centrale del suo magistero è che n el cristianesimo non va perduto nulla di ciò che è veramente umano: Cristo non ci chiede di rinunciare a niente di quanto nella nostra vita è veramente bello, giusto, vero. Anzi, se lo affidiamo a lui lo ritroviamo purificato e potenziato sino alla sua pienezza». Torniamo a quell'immagine del "lavoratore nella vigna del Signore": un anno dopo, come risuonano quelle parole? «È un appello a servire che ho sentito ancora risuonare il Giovedì Santo nella splendida omelia di Benedetto XVI per la Messa crismale: sulla base dell'amicizia con Gesù il sacerdote, così come ogni cristiano, è chiamato a servire per amore. Si serve veramente solo quando si ama, e quando si ama davvero non si può non servire, fino al dono di sé. Come don Andrea Santoro». I giovani hanno accolto Benedetto XVI con un affetto che sorprende, sapendo quanto si sentissero legati a Giovanni Paolo II. Come lo interpreta? «Il legame dei giovani con Giovanni Paolo II sussiste tuttora pienamente, ma il trasporto nei suoi confronti non va a scapito del nuovo Papa. Ai giovani Benedetto XVI ha detto alcune cose che corrispondono in profondità a ciò che essi si attendono: anzitutto che la fede è la perla della vita, che in Cristo troviamo ciò che stiamo cercando, che l'amore è il centro dell'esistenza, che non c'è contrasto ma unità profonda tra eros e agàpe, tra desiderio dell'altro e generosità verso l'altro. Per questa strada, fidandosi della Chiesa e imparando a riconoscerne il volto materno, si può conseguire il grande obiettivo di cambiare davvero se stessi per rinnovare il mondo, anche se i giovani avvertono e temono la loro fragilità e inadeguatezza». In dicembre, 40 anni dopo la conclusione del Vaticano II, Benedetto XVI ha parlato di una nuova tappa di attuazione del Concilio. Lungo quale rotta? «Come ha detto nel discorso alla Curia romana per gli auguri natalizi, il Concilio ha portato grandi novità ma nella continuità: è stato una riforma, non una rottura del la grande tradizione ecclesiale. Sulla base di questa interpretazione, il Papa ha elencato le grandi questioni poste dal Concilio che ancora stanno davanti a noi e che vanno affrontate con apertura mentale e chiarezza di discernimento: il rapporto tra fede e razionalità scientifica, tra Chiesa e Stato moderno, tra il cristianesimo e le altre religioni del mondo». Di fronte a queste sfide, che 40 anni dopo sembrano emergere in tutta la loro ampiezza, quali cristiani si attende Benedetto XVI? «L'ha detto nel suo discorso a Subiaco il 1° aprile 2005: uomini che "attraverso una fede illuminata e vissuta rendano Dio credibile in questo mondo", che "tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità", uomini "il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all'intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri". Non c'è una parola da aggiungere». A tu per tu, eminenza, cosa colpisce di questo Papa? «È un uomo di grandissima gentilezza, rispettoso, capace di ascoltare e pronto - quando si entra nel merito dei problemi - a rispondere subito in maniera puntuale ed esplicita. Ha una eccezionale rapidità nel cogliere i problemi e una grande franchezza e precisione nell'esprimersi. Questa concretezza aiuta molto nell'azione pastorale». Come può essere definito Benedetto XVI? «Come il Papa proteso a rendere Dio credibile in questo mondo, e che per questo chiama la Chiesa a purificare se stessa, mettendo al centro Cristo, la preghiera, la liturgia e l'ascolto della Parola, molto più dei programmi e dell'organizzazione». | ||||
| CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 24 aprile 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Benedetto XVI ha spiegato questo lunedì che il sacerdozio non deve essere mai visto come un modo per migliorare il proprio standard di vita. Incontrando i Vescovi cattolici del Ghana, che il 23 aprile hanno celebrato il centesimo anniversario dell’arrivo dei missionari nella zona settentrionale di questo Paese africano, il Papa ha riconosciuto che il dono di sé agli altri è “al centro del sacramento dell’ordine sacro”. “Quanti ricevono questo sacramento sono configurati in modo particolare a Cristo Capo della Chiesa. Sono quindi chiamati a donarsi completamente per il bene dei loro fratelli e delle loro sorelle”, ha spiegato. “Ciò può accadere solo quando la volontà di Dio non viene più vista come qualcosa imposto dall’esterno, ma diventa ‘la mia stessa volontà, in base all'esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso’”, ha detto citando la sua prima Enciclica, “Deus caritas est” (n. 17). Per questo motivo, “il sacerdozio non deve essere mai visto come un modo per migliorare la propria posizione sociale o il proprio standard di vita”, ha sottolineato. “Se è così, allora il dono sacerdotale di sé e la docilità ai progetti di Dio lasceranno il posto a desideri personali, rendendo il sacerdote inefficace e insoddisfatto”. Il Papa ha incoraggiato i Vescovi del Ghana “ad assicurare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e a garantire un’adeguata formazione sacerdotale a quanti stanno studiando per il sacro ministero”. “Dobbiamo sforzarci di aiutarli a discernere la volontà di Cristo e a nutrire questo dono di modo che possano diventare ministri efficaci e realizzati di questa gioia”, ha affermato nell’udienza con cui i Vescovi del Ghana hanno concluso la loro visita quinquennale al Successore di Pietro e ai suoi collaboratori di Curia. | ||||
| ROMA, martedì, 25 aprile 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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In un contesto in cui la ricerca e lo studio scientifici tendono a specializzarsi, Benedetto XVI conserva un approccio “unificante” alla teologia, sostiene il professor Scott Hahn. Fondatore e Presidente del “Saint Paul Center for Biblical Theology” e professore di Teologia Biblica presso la “Franciscan University of Steubenville”, il Collegio Pontificio Josephinum e il “Saint Vincent’s Seminary” a Latrobe (Pennsylvania, USA), il professor Hahn ha spiegato a ZENIT l’originalità del pensiero di Papa Ratzinger. Lei ha svolto recentemente, presso la Pontificia Università della Santa Croce qui a Roma, un corso intensivo sulla teologia di Papa Benedetto XVI. Il Santo Padre ha iniziato nel frattempo un nuovo ciclo di Catechesi, nelle Udienze generali, sul “mistero del rapporto tra Cristo e la Chiesa”. In che modo questa nuova serie di riflessioni si inserisce nel particolare approccio teologico del Pontefice? Professor Hahn: È da molto tempo ormai che sono immerso nell’analisi del suo lavoro e la cosa che a mio avviso più lo caratterizza, adesso come allora quando iniziai a scoprirlo nei miei anni “precattolici” (20 anni fa), è la sua visione unitiva. Non fui sorpreso allora nel constatare questo approccio unificante che ora rivediamo in questo nuovo ciclo di Catechesi sull’unità tra Gesù e la Chiesa. Cosa c’è di così significativo in questo approccio unificante? Professor Hahn: In un contesto in cui la ricerca e lo studio tendono a specializzarsi e quindi a frammentarsi e a suddividersi, il Papa Benedetto conserva invece un metodo integrato che è molto raro nella teologia odierna. Ad esempio, egli combina esegesi e dogma, mentre in gran parte del mondo accademico, l’esegesi da una parte e il dogma dall’altra sono separati dal “Grand Canyon”. Questo principio lo vediamo anche nella sua teologia biblica, in cui egli insiste nel mettere insieme l’Antico e il Nuovo Testamento. È una sorprendente sintesi che deriva dalla migliore scuola di tutti i tempi. E non è selettiva: egli ha ottenuto il suo primo dottorato su Sant’Agostino, che è medievale, e il secondo su San Bonaventura, quindi patristico, e allo stesso tempo è in grado di essere pienamente moderno. In questo senso troviamo un’ampiezza di visione che per molti versi ha fatto da base agli insegnamenti a noi ben noti di Giovanni Paolo II. E si capisce perché un uomo come Wojtyla, divenendo Papa, si è rivolto ad un uomo come il cardinale Ratzinger per reggere la Congregazione per la dottrina della fede: non per assicurare una certa rigidità ortodossa, ma per la sua visione autenticamente e profondamente cattolica, che è al contempo biblica e dottrinale, antica e nuova. Quali conseguenze derivano quindi dal fatto che il Papa Benedetto porti al papato tutti questi anni di prospettive unificanti? Professor Hahn: Questa è una domanda su cui mi sono soffermato per l’intero semestre, ma direi che per capire ciò che sta avvenendo oggi in questo pontificato, occorre considerare non solo il suo lavoro da accademico e da Prefetto della Curia. Occorre fare un passo indietro e ricordare che egli ha partecipato ad un qualcosa di veramente significativo: la convergenza di tre movimenti di rinnovamento iniziati proprio nella prima metà del XX secolo, prima dell’inizio della sua carriera accademica... Si tratta del rinnovamento liturgico, del rinnovamento patristico, e anche di quel grande rinnovamento biblico che ha avuto il suo culmine nel 1943 con l’Enciclica di Papa Pio XII “Divino afflante Spiritu”. Questi movimenti si svolgevano contemporaneamente, rafforzandosi reciprocamente, e il Papa Benedetto li ha vissuti appieno; egli è stato una delle poche personalità che non ha politicizzato il suo lavoro e ha mantenuto l’interconnessione. Inoltre, nel suo lavoro iniziale egli ha messo in evidenza il mondo in cui le Scritture vengono lette liturgicamente e come esse sono dense di liturgia. Quindi questi elementi costituiscono non solo la base del suo lavoro ma anche la stessa sostanza di tutta la sua preparazione, la sua ricerca, i suoi scritti e ora non più solo delle sue azioni e insegnamenti ma anche della sua predicazione. In una rara intervista in inglese concessa negli anni Novanta, il cardinale Ratzinger ha parlato specificamente della centralità eucaristica della liturgia (che sta riprendendo ora nella sua nuova serie di riflessioni) come momento in cui l’intero cosmo, l’intera creazione, rende lode a Dio. In che modo questa visione di Benedetto XVI di una struttura cosmica – per così dire – della liturgia si pone in relazione con la sua visione dell’universalità della Chiesa? Professor Hahn: La vera genialità di questo Papa non si limita semplicemente al suo essere brillante, né alla sua profonda intelligenza: si tratta invece del riconoscimento quasi infantile del fatto che è nella liturgia che Nostro Signore tiene tutto insieme; che non ci si può limitare alla sfera accademica; che la Chiesa stessa è il mistero di Cristo. L’Incarnazione non è semplicemente un evento del passato, avvenuto nel primo secolo, ma è una realtà continua. Il mistero è avvenuto nel primo secolo, ma attraverso i sacramenti e in particolare la liturgia, Cristo continua ad essere presente in mezzo a noi e noi ad essere il suo popolo. La liturgia non è solo un momento di aggregazione locale della Chiesa. Ciò che il cardinale Ratzinger ha illustrato, e che ora il Papa Benedetto sta insegnando, è che l’universalità della liturgia unisce non solo i diversi popoli e popolazioni e i diversi continenti, ma essa unisce il cielo e la terra. Questo emerge nel suo libro “Introduzione allo spirito della liturgia” ed è molto chiaro anche nel “Cantate al Signore un canto nuovo”. Ma si ritrova anche nei suoi primi scritti come “La fraternità cristiana”, fino al suo lavoro più accademico “Escatologia”. Egli evidenzia che quando noi rendiamo culto, cantiamo le stesse canzoni e offriamo il medesimo sacrificio e le stesse preghiere degli angeli e dei santi. Egli quindi mantiene un costante riferimento al libro dell’Apocalisse, in cui si descrive la liturgia celeste nella Nuova Gerusalemme, dove gli angeli e i santi cantano “Santo, Santo” e “Amen”; dove c’è l’incenso, un libro, un altare e 7 calici; dove Cristo è vestito in cielo con le vesti di un sommo sacerdote. Le stesse canzoni, le stesse preghiere, le stesse azioni liturgiche sono rivelate a Giovanni nella sua visione, per farci capire che non è necessario morire per andare in Paradiso: tutto ciò che dobbiamo fare è andare a messa e lì che il cielo e la terra sono uniti, lì il divino e l’umano sono uniti, in una sorta di matrimonio cosmico che culmina nel pranzo matrimoniale dell’agnello. Per Papa Benedetto XVI ciò ha anche un senso eucaristico: qui e adesso. Vi è un aspetto presente, ed un aspetto futuro. Quindi il pranzo matrimoniale dell’agnello è una liturgia eucaristica realmente universale: non solo in senso internazionale, ma nel senso di una universalità cosmica. Lei ha citato l’escatologia. Alcuni sostengono che il pensiero del Papa Benedetto XVI sia segnato da un forte senso agostiniano dell’éschaton. Alcuni sono andati anche oltre per interpretare questo come una sorta di pessimismo riguardo la condizione umana. Vi è qualche fondamento in una simile interpretazione? Professor Hahn: A me sembra più una questione di percezione. Anzitutto non credo che egli sia semplicemente agostiniano. Credo che la sua teologia della storia derivi anche da altre figure, come ho detto prima. Qualche riserva è stata espressa da alcuni componenti della sua commissione su questo tema perché a quel tempo egli stava mostrando come la Rivelazione sia necessariamente storica e non solamente ispirata. Mentre la gente diceva che era propositiva e interpersonale, egli aggiungeva che era anche imprescindibilmente storica. Essendo la presenza reale di Cristo sempre storica, sempre eucaristica e liturgica, e poiché la liturgia unisce il cielo e la terra, la visione del Papa sulla storia non è ottimistica nel senso comune del termine. Piuttosto essa si fonda sulla virtù teologale o soprannaturale della speranza. Non è un qualcosa che prevede un migliore futuro per l’umanità terrena, per i governi umani, l’istruzione, ecc. Il Regno di Dio non è un qualcosa che costruiamo principalmente con i mezzi sociopolitici, con la legislazione e l’azione sociale, ma è piuttosto qualcosa che scende a noi in spirito dalla nuova Gerusalemme, attraverso i sacramenti e la liturgia; il regno dei cieli è già in mezzo a noi perché la liturgia sulla terra ci porta in cielo. È ottimismo questo? Non certo nel senso comune del termine. È speranza questa? Sì, nel più profondo senso del termine. Quindi direi che non vi è pessimismo nel suo pensiero se teniamo presente questa visione biblica e patristica della liturgia. La liturgia non è solo un qualcosa che facciamo, ma è ciò che siamo. E per questo influisce su tutto ciò che facciamo. All’inizio del suo ciclo di Catechesi, il Papa Benedetto ha approfondito la cosiddetta struttura della Chiesa. Molte persone, quando pensano alla “struttura” della Chiesa, pensano in termini di “democrazia”, ecc. In che modo, secondo lei, il Santo Padre intende la struttura della Chiesa? Professor Hahn: Dunque, il Papa come interpreta la Chiesa? Certamente vi sono elementi di democrazia nei suoi scritti. Ad esempio, nel libro “Il sale della terra”, egli sottolinea che la democrazia in realtà deve essere fatta risalire, più che agli antichi greci, alle costituzioni monastiche, in cui nelle comunità religiose si svolgevano elezioni e regnava l’eguaglianza e la fratellanza. Ma questo tipo di ambiente democratico è molto difficile da mantenere se manca la religione, se la comunità non è più unita dal culto, e se vige la libertà di perseguire cose come i soldi, la politica o l’intrattenimento in qualsiasi modo. Il Papa ritiene che dietro la nostra cultura vi sia un insieme di priorità molto più profondo e credo che la sua ecclesiologia derivi molto più da questo che dai vari tentativi di politicizzare o democratizzare la Chiesa sulla base del capitolo della Lumen Gentium, “Il popolo di Dio”. La democrazia è certamente un elemento proprio della Chiesa, perché siamo il popolo di Dio, “démos” in greco significa “popolo”, tuttavia il popolo di Dio, come egli sottolinea, si fonda sul termine ebraico di “ami Yahweh”, che nell’Antico Testamento, per gli antichi israeliti, aveva il significato letterale di “famiglia di Yahweh”, “familiari di Yahweh”. Sebbene in una grande famiglia siano certamente presenti gli elementi della fratellanza e della democrazia, non bisogna dimenticare anche la questione della paternità e maternità e della filiazione, che noi tutti condividiamo in questa grande grazia della Figliolanza divina di Cristo. Credo quindi che la sua visione della Chiesa sia più trinitaria ed eucaristica, che semplicemente democratica. Un altro punto di discussione è la questione recentemente riemersa che riguarda le donne. Poco prima di iniziare la nuova serie di Udienze generali, il Papa ha parlato con i sacerdoti della diocesi di Roma, invitando la Chiesa a considerare nuove forme di apertura al contributo delle donne. Il Santo Padre ha anche scritto molto sulla Lettera Apostolica del suo predecessore, Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem. Qual è, secondo lei, la visione di Benedetto XVI in merito? Professor Hahn: Direi che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI condividono veramente la stessa serie di convinzioni, tra cui il fatto che il sacerdozio è espressione di una paternità spirituale. È questo il motivo per cui Cristo ha nominato 12 uomini ad essere apostoli e sacerdoti della nuova alleanza. Mentre Cristo era pronto ad infrangere così tanti costumi meramente culturali, egli manteneva fermo l’elemento dell’antica religione di Israele espresso dalla frase “sarai per noi padre e sacerdote”, che si trova nella Genesi e, nel periodo patriarcale, nel libro dei Giudici capitolo 18, versetto 19. Il Nuovo Testamento è intriso della consapevolezza che il sacerdozio è veramente una paternità spirituale. Quindi non si possono fare donne preti tanto quanto non possono esistere donne padri. D’altra parte non può esistere una realtà familiare con la sola paternità. Serve quindi la maternità, la maternità spirituale – non quella meramente naturale, ma quella soprannaturale – non solo l’elemento mariano, ma anche l’elemento materno che attraversa l’intero spettro dell’esperienza culturale: l’ambito religioso, quello lavorativo e quello domestico. Le donne rappresentano la metà della razza umana, la metà della Chiesa di Cristo, e le donne apportano un elemento di genialità propria alla famiglia di Dio, che il Papa Benedetto ha riconosciuto e approfondito nel suo lavoro “La figlia di Sion”. In quel contesto egli apprezza anche l’intuizione di Hugo Rahner, SJ, la sua visione della Chiesa in termini mariani: una Chiesa che continua a cercare di imitare Maria nella sua purezza di sposa vergine e al contempo nella fecondità della sua divina maternità. Sono considerazioni veramente profonde, ma ancora una volta, a causa della nostra tendenza verso il culturale o il “politically correct”, ci rendiamo incapaci di comprendere e apprezzare la sapienza che è al contempo puntuale e senza tempo, perché l’intera visione di questo Papa è veramente definita da questa sapienza senza tempo che risale al primo secolo e che permane ancora oggi nel XXI secolo. Credo che sarà proprio questo a caratterizzare tutto ciò che questo Papa dirà e farà in tutti gli anni che Nostro Signore gli vorrà concedere. Infine, Papa Benedetto XVI è stato descritto come uno dei più grandi teologi di tutti i tempi. Cosa significa questo per noi oggi, avendolo come Papa? Professor Hahn: Credo che il mondo abbia perso un grande filosofo quando Karol Wojtyla è diventato Giovanni Paolo II. E credo che la Chiesa abbia perso anche il più grande teologo cattolico del XX secolo quando il cardinale Ratzinger è stato nominato Prefetto della Congregazione della dottrina della fede. Per la Chiesa è stata una benedizione, ma allo stesso tempo egli non è stato più in grado di fare quel tipo di ricerca e di insegnamento che voleva portare avanti. In ogni caso, il risultato sarà che egli continuerà ad estendere ciò che già stava portato avanti in quel contesto: arricchire la nostra vita cattolica in termini biblici e liturgici. Credo che egli sia profondamente convinto che la liturgia della messa sia ciò che ci rende veramente ciò che siamo come cattolici. È quindi a messa che dobbiamo andare ogni settimana come cristiani cattolici, e non da altre parti come alle partite di pallone, al cinema, ai concerti, ecc. Siamo chiamati alla messa perché essa ci fa essere ciò che siamo. E l’unica cosa che deve essere letta in ogni messa sono le scritture: quelle antiche e quelle nuove, con il Vangelo che dà pienezza alle promesse dell’Antico Testamento. Dal 1970, con la revisione del Lezionario, le letture nella liturgia sono aumentate di più del 300%, tanto che non esiste oggi altro luogo sul pianeta dove si leggano di più le Scritture che la domenica nella locale parrocchia cattolica. Il Papa questo lo sa. Credo quindi che il suo pontificato sarà un’estensione della sua carriera teologica svolta sia come teologo, sia come Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Egli mostrerà che le scritture, la liturgia della Parola e l’Eucaristia sono tra loro inseparabili. Che nella liturgia della Parola, le promesse che Dio ci ha fatto nell’Antico Testamento, di fare di noi la sua famiglia, si realizzano nelle letture evangeliche. Che questo non è mai una cosa azzardata o arbitraria: vi è sempre una scelta consapevole delle letture della domenica. E vi è anche una sorta di coordinamento della Parola rispetto al Sacramento – delle Scritture rispetto all’Eucaristia – di modo che esse possano illuminare il mistero dell’Eucaristia, così come l’Eucaristia attualizza le verità delle Scritture che sono state appena lette, ascoltate e esposte. È questa inseparabile unità che sembra aver catturato la sua mente e il suo cuore, ed il suo ministero. Quindi, con Giovanni Paolo II avevamo un Papa che aveva portato le Scritture ad un livello totalmente nuovo. Le sue locuzioni erano sature di riferimenti biblici. Ma ora vediamo il Papa Benedetto XVI portarle ad un livello ancora più alto, in cui vi è una ancora maggiore ricchezza di riferimenti scritturistici, ma vi è anche una consapevolezza molto maggiore del senso della liturgia e della sua capacità di realizzare la Parola biblica. E credo che egli, come guida spirituale, punti proprio in quella direzione. Starà a noi riuscire a cogliere subito il suo insegnamento. | ||||
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E sbagliato per un seminarista avere dubbi riguardo alla propria vocazione al sacerdozio? Caro Taddeo, Devi essere capace di distinguere la differenza tra paura, domande, umiltà e dubbio. Quando li mettiamo assieme possiamo confonderci, e dipende anche molto da come reagiamo di fronte a loro. | |||