| 14 Aprile 2006 |
Anno II, Numero 9 Numero Speciale |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| ROMA, giovedì, 6 aprile 2006 (ZENIT.org). | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Pubblichiamo il commento al Vangelo della liturgia eucaristica della Domenica delle Palme – 9 aprile – di padre Raniero Cantalamessa OFM Cap (predicatore della Casa Pontificia), che venerdì prossimo concluderà le sue prediche di Quaresima al Papa e ai suoi collaboratori della Curia romana. Domenica delle Palme - B (Isaia 50,4-7; Filippesi 2,6-11; Marco 14,1-15,47) La Domenica delle Palme è l’unica occasione, in tutto l’anno, in cui si ascolta per intero il racconto evangelico della passione. Il dato che più colpisce, leggendo la passione secondo Marco è il rilievo dato al tradimento di Pietro. Esso è prima annunciato da Gesù nell’ultima cena, poi descritto in tutto il suo umiliante svolgimento. Questa insistenza è significativa, perché Marco era una specie di segretario di Pietro e scrisse il suo Vangelo mettendo insieme i ricordi e le informazioni che gli venivano proprio da lui. È stato dunque Pietro stesso che ha divulgato la storia del suo tradimento. Ne ha fatto una specie di confessione pubblica. Nella gioia del perdono ritrovato, a Pietro non ha importato niente del suo buon nome e della sua reputazione come capo degli apostoli. Ha voluto che nessuno di quelli che, in seguito, fossero caduti come lui disperasse del perdono. Bisogna leggere la storia del rinnegamento di Pietro in parallelo con quella del tradimento di Giuda. Anche questo è preannunciato prima da Cristo nel cenacolo, poi consumato nel giardino degli ulivi. Di Pietro, si legge che Gesù passando “lo guardò” (Lc 22, 61); con Giuda fece ancora di più: lo baciò. Ma l’esito fu ben diverso. Pietro, “uscito fuori, scoppiò a piangere”; Giuda, uscito fuori, andò ad impiccarsi. Queste due storie non sono chiuse; continuano, ci riguardano da vicino. Quante volte dobbiamo dire di aver fatto come Pietro! Ci siamo trovati nella condizione di dar testimonianza delle nostre convinzioni cristiane e abbiamo preferito mimetizzarci per non correre pericoli, per non esporci. Abbiamo detto, con i fatti o con il nostro silenzio: “Non conosco questo Gesù di cui parlate!”. Anche la storia di Giuda, a pensarci bene, ci è tutt’altro che estranea. Don Primo Mazzolari tenne una predica famosa, un Venerdì santo, su “nostro fratello Giuda”, facendo vedere come ognuno di noi avrebbe potuto essere al suo posto. Giuda vendette Gesù per trenta denari, e chi può dire di non averlo tradito a volte anche per molto meno? Tradimenti, certo, meno tragici del suo, ma aggravati dal fatto che noi sappiamo, meglio di Giuda, chi era Gesù. Proprio perché le due storie ci riguardano da vicino, dobbiamo vedere cos’è che fa la differenza tra l’una e l’altra: perché le due storie, di Pietro e di Giuda, finiscono in modo tanto diverso. Pietro ebbe rimorso di quello che aveva fatto, ma anche Giuda ebbe rimorso, tanto che gridò: “Ho tradito sangue innocente!” e restituì i trenta denari. Dov’è allora la differenza? In una cosa sola: Pietro ebbe fiducia nella misericordia di Cristo, Giuda no! Sul Calvario, di nuovo, la stessa vicenda. I due ladroni hanno ugualmente peccato e si sono macchiati di crimini. Uno però maledice, insulta e muore disperato; l’altro grida: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”, e si sente rispondere da lui: “In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23, 43). Fare la Pasqua significa fare una esperienza personale della misericordia di Dio in Cristo. Una volta un bambino, a cui era stata raccontata la storia di Giuda, disse con il candore e la sapienza dei bambini: “Giuda ha sbagliato l’albero a cui impiccarsi: ha scelto un albero di fico”. “E che cosa avrebbe dovuto scegliere?”, gli chiede stupita la catechista. “Doveva appendersi al collo di Gesù!”. Aveva ragione: se si fosse appeso al collo di Gesù, per chiedergli perdono, oggi sarebbe onorato come lo è san Pietro. Conosciamo l’antico “precetto” della Chiesa: “Confessarsi una volta l’anno e comunicarsi almeno a Pasqua”. Più che un obbligo, è un dono, un’offerta: è lì che ci si offre l’occasione di “appenderci al collo” di Gesù. | ||||
| CITTÀ DEL VATICANO, giovedì, 6 aprile 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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A che epoca risale la celebrazione della Settimana Santa? La Settimana Santa viene celebrata come la conosciamo oggi sin dagli inizi del Cristianesimo? P. Flores: Il nucleo originale più antico della Settimana Santa è la Veglia pasquale, di cui troviamo traccia già nel II secolo dell’era cristiana. È sempre stata una notte di veglia in ricordo e in attesa della resurrezione di Gesù Cristo. Ad essa si è aggiunta presto la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana – battesimo, cresima e eucaristia –, ed è così diventata la grande notte sacramentale della Chiesa. Successivamente la Veglia pasquale si è evoluta, estendendosi nel tempo, per trasformarsi nel triduo della passione, morte e resurrezione del Signore, di cui parla già Sant’Agostino descrivendola come una celebrazione molto diffusa. Il triduo ha aggiunto alla già esistente Veglia altri momenti importanti della celebrazione e in particolare la memoria della morte del Signore il Venerdì Santo e il Giovedì Santo. Il Giovedì contemplava peraltro niente meno che tre celebrazioni eucaristiche nettamente distinte tra loro. Secondo le fonti delle diverse liturgie, si celebrava una Messa per la riconciliazione dei peccatori, una Messa crismale e, nel pomeriggio, una Messa in ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia. Nella liturgia attuale, il Triduo pasquale inizia nel pomeriggio del Giovedì Santo con la Messa nella Cena del Signore, che si aggiunge al primo giorno del Triduo che è in effetti il Venerdì Santo della Passione del Signore. Il secondo giorno è il Sabato Santo della sepoltura del Signore: un giorno di silenzio, digiuno e di attesa. Non si celebra l’Eucaristia in quel giorno in segno di attesa. La Chiesa si ferma davanti al Sepolcro del Signore deposto dalla croce e attende la sua Resurrezione. Con la Veglia pasquale, nella notte del Sabato Santo, inizia il terzo giorno del Triduo pasquale: la Domenica della Resurrezione del Signore. Perché si dice che la Pasqua è il giorno più importante dell’anno? P. Flores: La Domenica di Resurrezione è il giorno più importante dell’anno liturgico. Al centro vi è proprio la Veglia pasquale, dalla notte del Sabato Santo alla Domenica di Resurrezione, la quale appartiene integralmente alla Domenica. È la celebrazione più importante dell’anno, centro di ogni ciclo liturgico. È la grande notte sacramentale della Chiesa. Lo è stata per secoli e, grazie alla riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II, è tornata ad esserlo. I cristiani rinnovano le loro promesse battesimali, mentre contemplano i nuovi cristiani che si incorporano alla Chiesa. Costituisce l’origine di ogni celebrazione liturgica e in essa culmina tutta la liturgia. Per questo, l’importanza che era stata data, nel corso degli ultimi secoli, al Giovedì Santo è stata ora trasferita alla Veglia pasquale, grazie al recente rinnovo dei libri liturgici, e ciò si ripercuote anche sul modo di celebrare. La Messa crismale deve aver luogo il Giovedì Santo o può variare? P. Flores: La Messa del Crisma è antichissima in tutta la Chiesa. In essa, il Vescovo consacra i tre oli che sono necessari per l’amministrazione dei sacramenti: il santo Crisma, l’olio dei catecumeni e l’olio degli infermi. Le fonti liturgiche ci parlano della sua importanza e antichità. A Roma ha acquisito un’importanza speciale e si è arricchita di simbologia. Oggi, ogni Vescovo nella sua chiesa cattedrale benedice e consacra i tre tipi di oli nel corso della mattina del Giovedì Santo – luogo e momento tradizionali nella liturgia romana già dal secolo V-VI – oppure in un altro giorno non lontano, secondo la convenienza pastorale. Nella liturgia successiva al Concilio Vaticano II si è aggiunto alla Messa crismale un rito significativo: il rinnovo delle promesse sacerdotali. Tuttavia, è molto importante che al centro della celebrazione rimanga la consacrazione dei tre oli che servono per l’amministrazione dei sacramenti e non il rinnovo delle promesse sacerdotali. Come nasce l’adorazione della Croce il Venerdì Santo? P. Flores: L’adorazione della Croce era un rito peculiare della Chiesa di Gerusalemme, poiché tra le sue reliquie più preziose vi è la croce sulla quale Cristo è stato crocifisso. Il Venerdì Santo si svolgeva una cermonia molto popolare e sentita: l’adorazione della Croce. I racconti del IV secolo sono profondamente toccanti. San Cirillo di Gerusalemme ce li narra con profusione di dettagli. Ad un certo momento, questo rito arriva a Roma, che da parte sua celebrava la Passione del Signore con la lettura del Vangelo secondo San Giovanni e le note Orazioni solenni del Venerdì Santo. A queste si aggiunge quindi l’adorazione della Croce che è stata mantenuta fino ad oggi, ma che non costituisce il rito più importante del Venerdì Santo. L’azione liturgica continua ad essere incentrata sulla Liturgia della Parola, il cui momento culminante è la lettura della Passione del Signore, racconto, memoriale e attualizzazione della redenzione, in cui la celebrazione acquista tutta la sua forza. | ||||
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La perdita del senso del peccato e le sue drammatiche conseguenze per l’umanità saranno alcuni dei temi centrali del testo della Via Crucis al Colosseo, redatto quest’anno dall’Arcivescovo Angelo Comastri, vicario del Papa per la Città del Vaticano. Secondo quanto confermato da alcune fonti vaticane a ZENIT, le meditazioni che accompagnano ciascuna delle quattordici stazioni percorse da Gesù nella sua Passione saranno pubblicate in un volume dalla Libreria Editrice Vaticana a partire da martedì 11 aprile. Questi testi guideranno la meditazione delle decine di migliaia di pellegrini che parteciperanno con le candele in mano all’atto (che inizierà alle 21.15 ora di Roma), così come quella di Benedetto XVI, che presiederà questo tradizionale appuntamento. Al termine della Via Crucis, il Papa rivolgerà alcune parole ai presenti e impartirà la benedizione apostolica. Monsignor Comastri, 62 anni, ex Arcivescovo del Santuario Nazionale di Loreto, è dal febbraio 2005 vicario generale per lo Stato della Città del Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro. L’Arcivescovo, sulla cui vita ha avuto un’influenza decisiva Madre Teresa di Calcutta, ha predicato nel 2003 gli esercizi spirituali quaresimali a Giovanni Paolo II e alla Curia romana. Le meditazioni della Via Crucis dell’anno scorso erano state composte dal Cardinale Joseph Ratzinger su richiesta di Giovanni Paolo II. | ||||
| CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 7 aprile 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Pubblichiamo la terza ed ultima predica di Quaresima, pronunciata questo venerdì mattina davanti al Santo Padre e alla Curia romana da padre Raniero Cantalamessa O.F.M.Cap. nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico del Vaticano. Raccogliendo l’invito della Prima Lettera di Pietro, “Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme” (1 Pt 2, 21), il predicatore della Casa Pontificia ha concluso con questa meditazione le sue riflessioni su alcuni aspetti della Passione di Cristo con spirito di commossa gratitudine e volontà di imitazione. Le due prediche precedenti sono state pubblicate da ZENIT il 17 e il 31 marzo. 1. La Passione e la Sindone La Passione di Cristo è il soggetto in assoluto più trattato nell’arte occidentale. Basti pensare alle innumerevoli rappresentazioni, in pittura e in scultura, del Gesú del Getsemani, dell’Ecce homo, della crocifissione, le famose deposizioni dalla croce, dette “pietà” e, nel mondo tedesco, “Vesperbild”. Nel nostro mondo secolarizzato, l’arte è rimasta una delle poche forme di evangelizzazione che penetra anche in ambienti chiusi ad ogni altra forma di annuncio. Ho conosciuto una ragazza giapponese che si è convertita e ha ricevuto il battesimo studiando arte a Firenze. Nessuna rappresentazione artistica della Passione però ha esercitato ed esercita tuttora un fascino paragonatile a quello della Sindone. Non importa, dal nostro punto di vista, sapere se la Sindone è “autentica” o no, se l’immagine si sia formata naturalmente o artificialmente, se è soltanto un’icona o anche una reliquia. La cosa certa è che essa è la rappresentazione più solenne e più sublime della morte che occhio umano abbia mai contemplato. Se un Dio può morire, questo è il modo meno inadeguato di rappresentarci la sua morte. Le palpebre abbassate, le labbra accostate, i tratti composti del volto: più che a un morto, tutto fa pensare a un uomo immerso in profonda e silenziosa meditazione. Sembra la traduzione in immagini dell’antica antifona del Sabato Santo: “Caro mea requiescet in spe”, “la mia carne riposa nella pace”. Anche l’antica omelia sul Sabato santo che si legge nell’Ufficio delle letture acquista una forza particolare letta davanti alla Sindone: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme...” [1]. La teologia ci dice che alla morte di Cristo la sua anima si separò dal corpo come in ogni uomo che muore, ma la sua divinità rimase unita sia all’anima che al corpo. La Sindone è la più perfetta rappresentazione di questo mistero cristologico. Quel corpo è separato dall’anima, ma non dalla divinità. Qualcosa di divino aleggia sul volto martoriato ma pieno di maestà del Cristo della Sindone. Per rendersene conto basta paragonare la Sindone con altre rappresentazioni del Cristo morto fatte da mano di artisti umani, per esempio il Cristo morto di Mantegna e più ancora quello di Holbein il Giovane, nel Museo di Basilea, che rappresenta il corpo di Cristo in tutta la rigidità della morte e l’incipiente decomposizione delle membra. Davanti a questa immagine –diceva Dostoevski che l’aveva a lungo contemplata in un suo viaggio – si può facilmente perdere la fede [2]; davanti alla Sindone, al contrario, si può trovare la fede, o ritrovarla se si è perduta. Il volto di Cristo della Sindone è come un limite, una parete che separa due mondi: il mondo degli uomini pieno di agitazione, di violenza e di peccato e il mondo di Dio inaccessibile al male. È una riva su cui si infrangono tutte le onde. Come se, in Cristo, Dio dicesse alla forza del male ciò che nel libro di Giobbe dice all’oceano: “Fin qui giungerai e non oltre e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde” (Gb 38,11). Davanti alla Sindone possiamo pregare così: “Signore, fa’ di me la tua sindone. Quando, deposto nuovamente dalla croce, vieni in me nel sacramento del tuo corpo e del tuo sangue, che io ti avvolga con la mia fede e il mio amore come in un sudario, in modo che i tuoi lineamenti si imprimano nella mia anima e lascino anche in essa una traccia indelebile. Signore, fa’ del ruvido e grezzo panno della mia umanità la tua sindone!” 2. La Passione dell’anima del Salvatore In questa meditazione, ci portiamo idealmente sul Calvario. Gli evangelisti racchiudono l’evento più sconvolgente della storia del mondo in tre parole: “e lo crocifissero” (Marco e Matteo), “lì lo crocifissero” (Luca), “per crocifiggerlo” (Giovanni). I lettori a cui essi si rivolgevano sapevano bene cosa racchiudevano queste parole, noi no, dobbiamo ricavarlo da altre fonti. Anche queste però sono stranamente reticenti; il supplizio della croce era considerato così raccapricciante da doversi tenere lontano, a dire di Cicerone, “non solo dagli occhi, ma anche dalle orecchie di un cittadino romano” [3]. Non se ne doveva parlare tra gente per bene. Il condannato poteva essere o legato con funi ai polsi, o fissato con chiodi alla croce. La menzione delle ferite alle mani e ai piedi del Risorto ci dice che per Gesú fu adottato il secondo modo e si può facilmente immaginare lo strazio che questo comportava. Diverse teorie sono state proposte circa la causa fisica immediata della morte di Gesú: infarto, soffocamento; la più recente indica nella disidratazione e nella perdita di sangue la spiegazione medica più plausibile della morte di Cristo. Ma ben più profonda e dolorosa della passione del corpo, fu quella dell’anima di Cristo. Questa ebbe diverse cause. La prima è la solitudine. I vangeli insistono molto sul progressivo abbandono di Gesú nella sua Passione: da parte dalle folle, dei discepoli e infine del Padre stesso. “Voi mi lascerete solo” (Gv 16,32); “allora i discepoli tutti, abbandonandolo, fuggirono” (Mt 26, 56; Mc 14, 50). La solitudine di Cristo è impressionante soprattutto nell’episodio del Getsemani, quando egli cerca ripetutamente e invano qualcuno che gli stia vicino. Per esprimere l’angoscia di questo momento Marco e Matteo usano il verbo ademonein. In greco si sa che la lettera a- all’inizio di una parola indica assenza, privazione; demonein ha la stessa radice di demos, popolo, e di democrazia. L’idea soggiacente è dunque quella di un uomo tagliato fuori dal consorzio umano, in preda a una specie di terrore solitario, come uno che si trova proiettato in un punto remoto dell’universo dove, se grida, la sua voce si perde in un vuoto siderale. La solitudine raggiunge il culmine sulla croce quando Gesú, nella sua umanità, si sente abbandonato perfino dal Padre: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Questo non fu un grido di sconforto e di disperazione, come a volte si è pensato. Se gli evangelisti lo avessero ritenuto tale non avrebbero certo fatto dipendere da esso la confessione di fede del centurione romano: “Davvero, questi era il Figlio di Dio!” (Mt 27, 54; Mc 15,39). Nulla tuttavia impedisce di pensare che gli evangelisti abbiano interpretato il grido di Gesú, alla luce del salmo citato, come espressione dell’estrema solitudine e abbandono che Gesú sperimenta in questo momento nella sua umanità [4]. Quello che l’apostolo Paolo ipotizza come la suprema rinuncia e sofferenza possibile al mondo, “diventare anatema, separato da Cristo, a vantaggio dei suoi fratelli di sangue” (cfr. Rom 9,1), Cristo sulla croce lo ha di fatto sperimentato nei confronti di Dio. Egli è diventato l’ateo, il senza Dio, perché gli uomini potessero ritornare a Dio. C’è infatti un ateismo attivo, colpevole, che consiste nel rifiutare Dio e c’è un ateismo passivo, di pena e di espiazione, che consiste nell’essere rifiutato, o sentirsi rifiutato, da Dio. Bisogna interrogare i mistici che hanno condiviso in piccola parte la notte oscura di Cristo, ultima tra loro Madre Teresa di Calcutta, per sapere quanto è dolorosa questa forma di ateismo… Un altro aspetto della Passione interiore di Cristo è l’umiliazione e il disprezzo. “Disprezzato e reietto dagli uomini…maltrattato, si lasciò umiliare” (Is 53, 3. 7). Così aveva predetto Isaia e così avvenne. Dal momento dell’arresto fin sotto la croce è un crescendo di disprezzo, insulti e scherni intorno alla persona di Cristo. “Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo: Salve, re dei Giudei! E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo” (Mc 15, 17-20). Sotto la croce “i gran sacerdoti, schernendolo con gli scribi e gli anziani, dicevano: Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso” (Mt 27, 41 s.). Gesú è lo sconfitto. Tutti gli innumerevoli “sconfitti” della vita hanno qualcuno che può capirli e aiutarli. Ma la passione dell’anima del Salvatore ha una causa ancora più profonda della solitudine e dell’umiliazione. Nel Getsemani egli prega che sia allontanato da lui il calice (cf. Mc 14, 36). L’immagine del calice evoca quasi sempre, nella Bibbia, l’idea dell’ira di Dio contro il peccato (cf. Is 51, 22; Sal 75, 9; Ap 14, 10). All’inizio della Lettera, san Paolo ha stabilito un fatto che ha valore di principio universale: “L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà” (Rm 1, 18). Dove c’è il peccato, là non può non appuntarsi il giudizio di Dio contro di esso, altrimenti Dio verrebbe a compromesso con il peccato e verrebbe a cadere la stessa distinzione tra il bene e il male. L’ira di Dio è la stessa cosa che la santità di Dio. Ora, Gesù nel Getsemani è l’empietà, tutta l’empietà del mondo. Egli, scrive l’Apostolo, è l’uomo “fatto peccato” (2 Cor 5, 21). È contro di lui che “si rivela” l’ira di Dio. L’infinita attrazione che c’è dall’eternità tra Padre e Figlio è attraversata ora da una repulsione altrettanto infinita tra la santità di Dio e la malizia del peccato e questo è “bere il calice”. 3. “Sono forse io, Signore?” È il momento ora di passare dalla contemplazione della Passione alla nostra risposta ad essa. Ho accennato all’inizio al ruolo svolto dall’arte nei confronti della Passione di Cristo. Accanto alla pittura e alla scultura, bisogna ricordare con gratitudine anche la musica. Per molte persone, dentro e fuori il cristianesimo, la Passione secondo san Matteo di Bach è l’unico tramite di conoscenza della Passione di Cristo. Un tramite di fronte al quale è difficile rimanere del tutto neutrali e distaccati. Al racconto dei fatti (recitativi), si alterna in essa la meditazione (le arie), la preghiera (corali), lo slancio del cuore; il tutto che penetra nei sensi e nell’anima per la suggestione di una musica che tocca qui uno dei suoi vertici più sublimi. Ho voluto riascoltare la Passione secondo S. Matteo di Bach in vista di queste meditazioni e c’è stato un momento che mi ha commosso profondamente. All’annuncio del tradimento, tutti gli apostoli domandano a Gesù: “Sono forse io, Signore?” “Herr, bin ich’s?”. Prima però di farci ascoltare la risposta di Cristo, annullando ogni distanza tra l’evento e la sua commemorazione, il compositore fa intervenire il devoto cristiano di oggi che grida la sua confessione: “Sì, sono io, io il traditore!”, “Ich bib’s, ich sollte büßen”. Questa interpretazione è profondamente biblica. Il kerigma, o annuncio, della passione è formato sempre da due elementi: un fatto – “patì”, “morì” –, e la motivazione del fatto – “per noi”, “per i nostri peccati” –. È stato messo a morte – dice l’Apostolo – “per i nostri peccati” (Rm 4, 25); morì “per gli empi”, è morto “per noi” (Rm 5, 6.8). Sempre così. La passione ci resta inevitabilmente estranea, finché non vi si entra dentro attraverso quella porticina stretta del “per noi”. Conosce veramente la passione solo colui che riconosce che essa è anche opera sua. Senza questo il resto è divagazione. Sono io Giuda che tradisce, Pietro che rinnega, la folla che grida “Barabba non costui!”. Ogni volta che ho preferito la mia soddisfazione, il mio comodo, il mio onore a quelli di Cristo si è realizzato questo. Don Primo Mazzolari, in un memorabile discorso per il venerdì Santo, non aveva torto di parlare del “nostro fratello Giuda”. Se Cristo è morto “per me” e “per i miei peccati”, allora vuol dire – volgendo semplicemente la frase all’attivo – che io ho ucciso Gesù di Nazaret, che i miei peccati lo hanno schiacciato. È quello che Pietro proclama con forza ai tremila ascoltatori, il giorno di Pentecoste: “Voi avete ucciso Gesù di Nazaret!”, “Avete rinnegato il Santo e il Giusto!” (cf At 2, 23; 3, 14). Quei tremila non erano stati tutti presenti sul Calvario a battere i chiodi e neppure davanti a Pilato a chiedere che fosse crocifisso. Avrebbero potuto protestare, invece accettano l’accusa e dicono agli apostoli: “Che dobbiamo fare, fratelli? ” (At 2, 37). Lo Spirito Santo li aveva “convinti di peccato” facendo fare ad essi un semplice ragionamento: se il Messia è morto per i peccati del suo popolo e io ho commesso un peccato, io ho ucciso il Messia. È scritto che al momento della morte di Cristo ”il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono” (Mt 27,51 s.). Di questi segni si da, di solito, una spiegazione apocalittica (linguaggio simbolico per descrivere l’evento escatologico), ma essi hanno anche un significato parenetico: indicano quello che deve avvenire nel cuore di chi legge e medita la Passione di Cristo. Scrive san Leone Magno: “Tremi la natura umana di fronte al supplizio del Redentore, si spezzino le rocce dei cuori infedeli e quelli che erano chiusi nei sepolcri della loro mortalità vengano fuori, sollevando la pietra che gravava su di loro” [5]. Siamo giunti al punto in cui dobbiamo raccogliere il frutto di tutta la nostra meditazione della Passione. La Bibbia ha spiegato il senso profondo della parola metanoia, conversione, come un cambiamento di cuore: “Crea in me, o Dio, un cuore nuovo”, “Laceratevi il cuore, non le vesti” (Gl 2, 23). Anche la conversione della folla che ha ascoltato il discorso di Pietro è espressa mediante l’immagine del cuore: “Si sentirono trafiggere il cuore” (Atti 2, 37). Ogni conversione suppone un movimento, un passaggio da uno stato a un altro, da un punto di partenza a un punto di arrivo. Il punto di partenza, lo stato da cui si deve uscire, è per la Scrittura quello della durezza di cuore: “L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore, che seguisse il proprio consiglio” (Sal 80,13), “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli” (Mt 19, 8), “Rattristato per la durezza dei loro cuori” (Mc 3,5), “Li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore” (Mc 16,14), “Con la tua durezza e il tuo cuore impenitente accumuli collera su di te” (Rom 2, 5). In tutta la Bibbia, ma specialmente nel Nuovo Testamento, il cuore indica la sede della vita interiore, in contrasto con l’apparenza esteriore: “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16, 7). Il cuore sta per l’io profondo dell’uomo, la sua stessa persona, in particolare la sua intelligenza e volontà. È il centro della vita religiosa, il punto in cui Dio si rivolge all’uomo e l’uomo decide la sua risposta a Dio. Si comprende allora cosa rappresenta per la Scrittura la durezza di cuore: il rifiuto di sottomettersi a Dio, di amarlo con tutto il cuore, di obbedire alla sua legge. Il termine sclerocardia, inventato dalla Bibbia, è significativo. Il cuore duro è un cuore sclerotizzato, infeltrito, impermeabile a ogni forma di amore che non sia amore di se stesso. Le immagini usate dalla Scrittura sono quelle del “cuore di pietra” (Ez 36, 26), del “cuore incirconciso” (Ger 9, 26), della “dura cervice” (Dt 31, 27). Il termine ad quem, o il punto di arrivo della conversione è descritto, coerentemente, con le immagini del cuore contrito, ferito, lacerato, circonciso, del cuore di carne, del cuore nuovo: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (Sal 51,19); “Su chi volgerò lo sguardo? Sull'umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme la mia parola” (Is 66,2); “Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato” (Dn 3,39). 4. “Io sto alla porta e busso” Cerchiamo ora di capire come si opera questo cambiamento del cuore. Bisogna distinguere due situazioni. Quando si tratta della prima conversione, dall’incredulità alla fede, o dal peccato alla grazia, Cristo è fuori e bussa alle pareti del cuore per entrare; quando si tratta di successive conversioni, da uno stato di grazia a uno più alto, dalla tiepidezza al fervore, avviene il contrario: Cristo è dentro e bussa alle pareti del cuore per uscire! Mi spiego. Nel battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito di Cristo; esso rimane in noi come nel suo tempio (1 Cor 3,16), finché non ne viene scacciato dal peccato mortale. Ma può succedere che questo Spirito finisca per essere come imprigionato e murato dal cuore di pietra che gli si forma intorno. Non ha la possibilità di espandersi e permeare di sé le facoltà, le azioni e i sentimenti della persona. Quando leggiamo la frase di Cristo nell’Apocalisse: “Ecco io sto alla porta e busso” (Ap 3, 20), dovremmo capire che egli non bussa dall’esterno, ma dall’interno; non vuole entrare, ma uscire. L’Apostolo dice che Cristo deve essere “formato” in noi (Gal 4, 19), cioè svilupparsi e ricevere la sua piena forma; è questo sviluppo che è impedito dal cuore di pietra. A volte si vedono ai lati delle strade grossi alberi (a Roma sono in genere i pini) le cui radici imprigionate dall’asfalto lottano per espandersi, sollevando a tratti lo stesso cemento. Così dobbiamo immaginare che è il regno di Dio dentro di noi: un seme destinato a diventare un albero maestoso su cui si posano gli uccelli del cielo, ma che fa fatica a svilupparsi per la resistenza del nostro egoismo. Vi sono ovviamente gradi diversi in questa situazione. Nella maggioranza delle anime impegnate in un cammino spirituale Cristo non è imprigionato dentro una corazza, ma per così dire in libertà vigilata. È libero di muoversi, ma dentro limiti ben precisi. Questo avviene quando tacitamente gli si fa capire cosa può chiederci e cosa non può chiederci. Preghiera sì, ma non da compromettere il sonno, il riposo, la sana informazione…; obbedienza sì, ma che non si abusi della nostra disponibilità; castità sì, ma non fino al punto da privarci di qualche spettacolo distensivo, anche se spinto... Insomma l’uso di mezze misure. Nella storia della santità l’esempio più famoso della prima conversione, quella dal peccato alla grazia, è sant’Agostino; l’esempio più istruttivo della seconda conversione, quella dalla tiepidezza al fervore, è santa Teresa d’Avila. Può darsi che quello che ella dice di sé nella Vita sia esagerato e dettato dalla delicatezza della sua coscienza, ma può servire a noi per un utile esame di coscienza. “Di passatempo in passatempo, di vanità in vanità, di occasione in occasione, cominciai a mettere di nuovo in pericolo la mia anima… Le cose di Dio mi davano piacere e non sapevo svincolarmi da quelle del mondo. Volevo conciliare questi due nemici tra loro tanto contrari: la vita dello spirito con i gusti e i passatempi dei sensi”. Il risultato di questo stato era una profonda infelicità in cui possiamo forse riconoscere anche la nostra: “Passai quasi vent’anni in questo mare procelloso. Cadevo e mi rialzavo, e mi rialzavo così male che ritornavo a cadere. Ero così in basso in fatto di perfezione che non facevo quasi più conto dei peccati veniali, e non temevo i mortali come avrei dovuto, perché non ne fuggivo i pericoli. Posso dire che la mia vita era delle più penose che si possano immaginare, perché non godevo di Dio, né mi sentivo contenta del mondo. Quando ero nei passatempi mondani, il pensiero di quello che dovevo a Dio me li faceva trascorrere con pena; e quando ero con Dio, mi venivano a disturbare gli affetti del mondo” [6]. Fu proprio la contemplazione della Passione a dare a Teresa la spinta decisiva al cambiamento. Ecco come la santa descrive il momento della sua “conversione”: “Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero, e per la quale era stata procurata. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell’ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più. Gli dissi che non mi sarei alzata dai suoi piedi, se non mi avesse concesso quello di cui lo pregavo. Certamente egli mi deve avere ascoltata, perché da allora in poi mi andai molto migliorando” [7].. Oggi sappiamo fino a che punto andò migliorandosi! 5. “Quanto a me non ci sia altro vanto...” È scritto che, quel giorno, “le folle, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornarono a casa percuotendosi il petto” (Lc 23, 48). Così vogliamo fare anche noi, tornando al nostro lavoro dopo essere stati con Gesú sul Calvario. Una volta passati attraverso il nostro piccolo “terremoto” spirituale, vediamo la croce e la morte di Cristo cambiare completamente di segno e, da capo d’accusa e motivo di spavento e di tristezza, trasformarsi in motivo di gioia e di sicurezza. Il propter nos, per causa nostra, si trasforma in pro nobis, a nostro favore. La croce appare ora come il vanto e la gloria, cioè, nel linguaggio paolino, come una giubilante sicurezza, accompagnata da commossa gratitudine, alla quale l’uomo si innalza nella fede e che si esprime nella lode e nel ringraziamento. Possiamo aprirci senza timore a quella dimensione gioiosa e pneumatica, in cui la croce non appare più “stoltezza e scandalo”, ma, al contrario, “potenza di Dio e sapienza di Dio”. Possiamo fare di essa il nostro motivo di incrollabile certezza, prova suprema dell’amore di Dio per noi, tema inesauribile di annuncio e, senza nessuna arroganza ma con profonda umiltà, dire con l’Apostolo: “Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo!” (Gal 6, 14). Nel momento in cui da più parti si fa pressione per rimuovere il crocifisso dalle aule e dai luoghi pubblici, noi cristiani lo dobbiamo più che mai fissare alle pareti del nostro cuore. Abbiamo iniziato questa meditazione chiedendo a Gesú di fare della nostra anima la sua sindone. A Maria chiediamo di aiutarci a realizzare questo programma con le parole dello Stabat Mater: “Sancta Mater, istud agas, / crucifixi fige plagas / cordi meo valide”: Santa Madre, deh, voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore. | ||||
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Il segreto della vita e dell’amore sta nell’offerta di se stessi, in ultima istanza nella Croce di Cristo, ha affermato Benedetto XVI nella Messa della Domenica delle Palme con cui è iniziata la Settimana Santa. Di fronte a decine di migliaia di pellegrini che riempivano piazza San Pietro in una giornata di sole, il Pontefice ha presentato nell’omelia la felicità portata da Gesù morendo sulla Croce in contrapposizione alle effimere promesse di potere di una società ossessionata dalla ricchezza. “C'è stato un periodo – e non è ancora del tutto superato – in cui si rifiutava il cristianesimo proprio a causa della Croce”, ha riconosciuto il Pontefice nella sua omelia. “La Croce parla di sacrificio, si diceva, la Croce è segno di negazione della vita. Noi invece vogliamo la vita intera senza restrizioni e senza rinunce. Vogliamo vivere, nient'altro che vivere”, ha aggiunto. Facendosi portavoce di un sentimento dominante, ha sottolineato: “Non ci lasciamo limitare da precetti e divieti; noi vogliamo ricchezza e pienezza – così si diceva e si dice ancora”. “Tutto ciò suona convincente e seducente; è il linguaggio del serpente che ci dice: ‘Non lasciatevi impaurire! Mangiate tranquillamente di tutti gli alberi del giardino!’”, ha riconosciuto il Papa. Entrando a Gerusalemme a dorso d’asino, Gesù lascia nella Domenica delle Palme un messaggio che va controcorrente: “Non troviamo la vita impadronendoci di essa, ma donandola”. La celebrazione eucaristica era iniziata con la benedizione delle palme e dei rami d’olivo portati dai pellegrini. “L'amore è un donare se stessi, e per questo è la via della vita vera simboleggiata dalla Croce”, ha sottolineato. Per questo motivo, una delegazione di giovani tedeschi provenienti da Colonia, dove nell’agosto scorso si è celebrata la Giornata Mondiale della Gioventù, ha consegnato ad un gruppo di ragazzi australiani – la Giornata del 2008 avrà luogo a Sydney – la Croce che Giovanni Paolo II ha affidato ai giovani perché la portassero in pellegrinaggio per il mondo. In questo modo, ha spiegato il Papa, inizia “da Colonia a Sydney un cammino attraverso i continenti e le culture, un cammino attraverso un mondo lacerato e tormentato dalla violenza”. “È il cammino di Colui che, nel segno della Croce, ci dona la pace e ci fa diventare portatori della sua pace”, ha aggiunto. Dopo aver ringraziato i giovani che porteranno per le vie del mondo questa Croce, “nella quale possiamo quasi toccare il mistero di Gesù”, il Papa ha chiesto di aprire i cuori affinché “seguendo la sua Croce noi diventiamo messaggeri del suo amore e della sua pace”. | ||||
| CITTA' DEL VATICANO, martedì, 11 aprile 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Questo martedì sera in Vaticano, si è ridata vita all’antica tradizione di realizzare, in occasione della Settimana Santa, una celebrazione della Penitenza, che ha avuto luogo attraverso il Rito per la riconciliazione comunitaria, con confessione e assoluzione individuale. A nome di Benedetto XIV, ha presieduto l’atto solenne nella Basilica di San Pietro, il Cardinale James Francis Stafford, Penitenziario Maggiore, che nella sua omelia ha spiegato che “l’oscurità del peccato non potrà mai sopprimere la luce della misericordia divina”. Il porporato statunitense ha riconosciuto che questa è la risposta per le molte persone che oggi si chiedono se sia possibile perdonare, soprattutto quando si è di fronte a crimini malvagi, come la violenza contro i bambini o le uccisioni di massa di innocenti. Seconodo quanto spiegato da monsignor Piero Marini, Maestro della Celebrazioni liturgiche pontificie, si trattava di un rito tradizionalmente celebrato a Roma il Giovedì Santo fino all'inizio del Rinascimento. La celebrazione “comunitaria” della Penitenza è servita a manifestare “la consapevolezza del bisogno di chiedere perdono per i propri peccati, davanti a Cristo Crocifisso e Risorto, dalle cui piaghe siamo stati guariti”, ha spiegato in una nota monsignor Marini. I Riti iniziali, caratterizzati da una severa sobrietà, hanno previsto una processione silenziosa, con una sosta e la preghiera colletta davanti al Crocifisso. Dopo la Liturgia della Parola e l’omelia del Cardinal Stafford, ha avuto luogo il Rito della riconciliazione, che comprendeva la formula della confessione generale dei peccati, seguita da alcune invocazioni di perdono, e dal Padre Nostro. Successivamente, si è dato spazio alla confessione e alla assoluzione sacramentale individuale, per la quale erano a disposizione 60 confessori che hanno amministrato il sacramento in 26 lingue, mentre i fedeli raccolti in Basilica cantavano salmi ed invocazioni di perdono. Concluse le confessioni individuali, dopo una breve esortazione del Cardinale Stafford a compiere opere buone, tutta l’assemblea ha reso grazie con il salmo 102 e con la preghiera finale di ringraziamento. | ||||
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Cari Fratelli e care Sorelle in Cristo, oggi la Chiesa ci esorta a compiere due azioni prima della confessione. Prima azione La Chiesa ci chiede di pregare per il perdono. Il penitente invoca la misericordia di Gesù che “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 8). Tuttavia è indiscutibile che oggi molte persone trovano difficile il perdono. Alcuni anni fa, ho incontrato alcuni giovani americani che non credevano nella possibilità di perdono. Affermavano: “E’ impossibile perdonare ciò che è successo. Come si possono annullare eventi accaduti? Nessuno può competere con la forza ostinata del passato”. Inoltre insistevano sul fatto che certe azioni umane sono così malvagie, come ad esempio la violenza contro i bambini o le uccisioni di massa di innocenti, che non si possono dimenticare, e, se ricordate, non si possono perdonare. Quei giovani ritenevano impossibile il perdono. Inoltre, sostenevano l’esistenza di una domanda assolutamente senza risposta: “Chi deve perdonare? Di certo non le innumerevoli vittime. A causa della contagiosità del male le vittime di un peccato sono così numerose che è impossibile individuarle tutte. Parimenti sembra impossibile individuare una forza, sia essa divina o umana, in grado di offrire un perdono completo”. La Settimana Santa da sola risponde alle loro obiezioni alla possibilità di perdonare. Dio incarnato è divenuto la nostra vittima sovrana e l’eterno sacerdote. Nel Vangelo di oggi Gesù ha affermato: “Il Figlio dell’uomo… è venuto… per dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45). Nel Figlio crocifisso dell’uomo il Padre celeste ha svelato il mistero del suo amore. Solo Gesù fu inviato quale vittima per prendere su di sé il giudizio adirato su tutti i peccati umani, passati, presenti e futuri. Uniti ai ventiquattro anziani nel santuario celeste intoniamo un nuovo canto all’Agnello redentore “Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione” (Ap 5, 9). La morte di Gesù fa rivivere il passato. Giovani e anziani riconoscono nella passione di Cristo tutti i peccati dell’umanità e il perdono di Dio. L’apostolo Pietro ricorda in modo essenziale ciò a cui aveva assistito in lacrime: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1 Pt 2, 24). Lo Spirito Santo ci ha riunito intorno al martyrium di san Pietro a Roma. Il detto secondo cui la città è l’anima scritta in grande è valido per l’antica Roma. Infatti questa città è l’anima cristiana scritta in grande. Le virtù intellettuali, morali e teologiche dei romani sono particolarmente evidenti nell’approccio più distaccato al martyrium di san Pietro al di là di Ponte Sant’Angelo. Otto angeli scolpiti si trovano su quell’antico ponte e ognuno reca un simbolo della passione di Cristo. I pellegrini giunti a Roma contemplano gli angeli che piangono su questi simboli. Ispirando la scena alla prima settimana degli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, il Bernini immaginò che attraversare il ponte sul Tevere avrebbe condotto i pellegrini alla compunzione, il rovello della coscienza. Solo allora sarebbero stati pronti a intraprendere il passo successivo e cruciale degli Esercizi Spirituali, la Confessione Generale. Il piedistallo del quarto angelo reca una iscrizione sorprendente. “Regnavit Deus a legno”. Tali parole “il Signore regna” appaiono nel Salmo 95, 10. L’aggiunta di a legno, è una prima glossa. Il mistero di Dio che regna dal legno come Sacerdote e Vittima viene ricordato questa settimana. Molti penitenti sono vittime di azioni ingiuste da parte di altri per i quali nutrono rabbia. Tuttavia, perfino le vittime devono riscoprire che solo Gesù è “vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4, 10). A nome di ogni vittima Gesù “con una unica oblazione ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati” (Eb 10, 14). L’uomo divino senza peccato “si sostituisce” ai peccatori, vincendo in tal modo l’irreversibilità del tempo. Tutte le persone sono dunque libere, riscattate, purificate, liberate dalla colpa e dal peccato. E Dio è fedele alla sua promessa: “E non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità ” (Eb 10, 17). Seconda azione Nell’esortare a un esame di coscienza, la Chiesa suggerisce come ausilio il Discorso della Montagna. Le parole di Gesù sono il testo rappresentativo della nuova legge. La Croce è l’immagine speculare del Discorso. Il corpo straziato di Gesù è la luce che non è stata sconfitta dalle tenebre. L’oscurità del peccato non potrà mai sopprimere la luce della misericordia divina. I penitenti si lasciano l’oscurità alle spalle grazie a una confessione sincera dei peccati. Affinché approfondiate la vostra compunzione vi propongo il seguente esame. ► Abbandono l’orgoglio, l’invidia e l’ambizione e seguo il cammino di umiltà di Gesù? La scelta fra orgoglio e umiltà è resa concreta dal mio atteggiamento nei confronti delle Scritture? Sono docile e aperto alla Parola di Dio? Sono pronto a farmi giudicare da essa invece di giudicarla io? Trascorro una quantità di tempo sproporzionata leggendo quotidiani e giornali, guardando la televisione e utilizzando Internet in confronto al tempo che investo nella meditazione e nella lettura delle Sacre Scritture? ► Sono stato povero di spirito e quindi incapace di santificare il nome di Dio fra gli uomini? Ho riposto la mia felicità nel possesso di beni esterni? Ho incoraggiato chi era in dubbio o in errore a seguire ciò che è vero e buono? ► Non ho avuto l’umiltà di invocare l’avvento del Regno di Dio e di non resistergli? ► Mi sono mancate le lacrime per dolermi della consapevolezza che la volontà di Dio sulla terra deve essere realizzata in seno al conflitto fra corpo e spirito, fra cielo e terra poiché sono costretto a dire: “vedo un’altra legge nelle mie membra, mi preoccupo per quella nella mia mente?”. ► Non ho avuto fame e sete di giustizia cosicché io stesso ed altri, in particolare i poveri, non abbiamo ricevuto il sostegno del pane quotidiano? ► Non sono stato tanto misericordioso da perdonare le offese di altri? ► Non sono stato puro di cuore e mi sono dunque arreso alla tentazione che crea duplicità nel cuore? Ho cercato soddisfazione affettiva con atti o pensieri malvagi con me stesso o con altri perdendo così la semplicità di un cuore concentrato solo su Dio? ►Non ho avuto la volontà di portare la pace con cui altri mi hanno chiamato figlio di Dio? ► Ho ricevuto le buone cose della munificenza di Dio con profondo senso di gratitudine e ho accettato con pazienza il male che mi è capitato? ► Non ho praticato la giustizia che regola i miei rapporti con gli altri e ha per fine l’instaurazione della pace? ► Nel mio lavoro e nell’espletamento delle mie responsabilità civili e politiche ho riconosciuto che la perfezione di tutte le beatitudini risiede nell’accettazione della persecuzione per il bene del Regno di Dio? ►Ho seguito i precetti della nuova giustizia che Gesù menziona dopo le beatitudini, ossia i precetti del digiuno, dell’orazione e del perdono? Riuniti intorno alla tomba dell’Apostolo Pietro, ricordiamo il motivo per cui Pietro pentito e piangente decise di obbedire al comandamento di Gesù: fu il suo amore per Lui. Anche i penitenti dovrebbero sforzarsi di osservare i comandamenti solo per amore. La rivelazione del cuore straziato di Gesù è sufficiente. Per san Paolo non fu necessario nient’altro. Scrisse. “Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20). Nulla è necessario oltre all’amore di Gesù. Tutto il resto è conseguente. Lo Spirito Santo è sulla Cattedra di Pietro. Abbiamo ripetuto qui, oggi, cosa accadde alla Chiesa riunita nel cenacolo nella prima Pasqua. I penitenti sono chiamati da quello stesso Spirito a osservare i comandamenti per amore, con cuor disposto al perdono, affinché possano anch’essi essere liberati “dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm, 8, 21). | ||||
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