| 3 Aprile 2006 |
Anno II, Numero 8 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| CITTA' DEL VATICANO, 30 MAR. 2006 (VIS) | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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Venerati Fratelli nell'Episcopato, Cari fratelli e sorelle! La celebrazione della prossima Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni mi offre l'occasione per invitare tutto il Popolo di Dio a riflettere sul tema della Vocazione nel mistero della Chiesa. Scrive l’apostolo Paolo: "Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo ... In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo ... predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo" (Ef 1,3-5). Prima della creazione del mondo, prima della nostra venuta all'esistenza, il Padre celeste ci ha scelti personalmente, per chiamarci ad entrare in relazione filiale con Lui, mediante Gesù, Verbo incarnato, sotto la guida dello Spirito Santo. Morendo per noi, Gesù ci ha introdotti nel mistero dell'amore del Padre, amore che totalmente lo avvolge e che Egli offre a tutti noi. In questo modo, uniti a Gesù, che è il Capo, noi formiamo un solo corpo, la Chiesa. Il peso di due millenni di storia rende difficile percepire la novità del mistero affascinante dell'adozione divina, che è al centro dell'insegnamento di san Paolo. Il Padre, ricorda l’Apostolo, "ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà ..., il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose" (Ef 1,9-10). Ed aggiunge, non senza entusiasmo: "Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,28-29). La prospettiva è davvero affascinante: siamo chiamati a vivere da fratelli e sorelle di Gesù, a sentirci figli e figlie del medesimo Padre. E’ un dono che capovolge ogni idea e progetto esclusivamente umani. La confessione della vera fede spalanca le menti e i cuori all'inesauribile mistero di Dio, che permea l’esistenza umana. Che dire allora della tentazione, molto forte ai nostri giorni, di sentirci autosufficienti fino a chiuderci al misterioso piano di Dio nei nostri confronti? L’amore del Padre, che si rivela nella persona di Cristo, ci interpella. Per rispondere alla chiamata di Dio e mettersi in cammino, non è necessario essere già perfetti. Sappiamo che la consapevolezza del proprio peccato ha permesso al figliol prodigo di intraprendere la via del ritorno e di sperimentare così la gioia della riconciliazione con il Padre. Le fragilità e i limiti umani non rappresentano un ostacolo, a condizione che contribuiscano a renderci sempre più consapevoli del fatto che abbiamo bisogno della grazia redentrice di Cristo. E’ questa l’esperienza di san Paolo che confidava: "Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo" (2 Cor 12,9). Nel mistero della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, il potere divino dell'amore cambia il cuore dell'uomo, rendendolo capace di comunicare l'amore di Dio ai fratelli. Nel corso dei secoli tanti uomini e donne, trasformati dall’amore divino, hanno consacrato le proprie esistenze alla causa del Regno. Già sulle rive del mare di Galilea, molti si sono lasciati conquistare da Gesù: erano alla ricerca della guarigione del corpo o dello spirito e sono stati toccati dalla potenza della sua grazia. Altri sono stati scelti personalmente da Lui e sono diventati suoi apostoli. Troviamo pure persone, come Maria Maddalena e altre donne, che lo hanno seguito di propria iniziativa, semplicemente per amore, ma, al pari del discepolo Giovanni, hanno occupato esse pure un posto speciale nel suo cuore. Questi uomini e queste donne, che hanno conosciuto attraverso Cristo il mistero dell'amore del Padre, rappresentano la molteplicità delle vocazioni da sempre presenti nella Chiesa. Modello di chi è chiamato a testimoniare in maniera particolare l’amore di Dio è Maria, la Madre di Gesù, direttamente associata, nel suo pellegrinaggio di fede, al mistero dell'Incarnazione e della Redenzione. In Cristo, Capo della Chiesa, che è il suo Corpo, tutti i cristiani formano "la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui" (1 Pt 2,9). La Chiesa è santa, anche se i suoi membri hanno bisogno di essere purificati, per far sì che la santità, dono di Dio, possa in loro risplendere fino al suo pieno fulgore. Il Concilio Vaticano II mette in luce l'universale chiamata alla santità, affermando che "i seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi" (Lumen gentium, 40). Nel quadro di questa chiamata universale, Cristo, Sommo Sacerdote, nella sua sollecitudine per la Chiesa chiama poi, in ogni generazione, persone che si prendano cura del suo popolo; in particolare, chiama al ministero sacerdotale uomini che esercitino una funzione paterna, la cui sorgente è nella paternità stessa di Dio (cfr Ef 3,15). La missione del sacerdote nella Chiesa è insostituibile. Pertanto, anche se in alcune regioni si registra scarsità di clero, non deve mai venir meno la certezza che Cristo continua a suscitare uomini, i quali, come gli Apostoli, abbandonata ogni altra occupazione, si dedicano totalmente alla celebrazione dei sacri misteri, alla predicazione del Vangelo e al ministero pastorale. Nell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis, il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II ha scritto in proposito: "La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e, in Lui, con la sua Chiesa si situa nell'essere stesso del sacerdote, in forza della sua consacrazione-unzione sacramentale, e nel suo agire, ossia nella sua missione o ministero. In particolare, «il sacerdote ministro è servitore di Cristo presente nella Chiesa mistero, comunione e missione. Per il fatto di partecipare all’"unzione" e alla "missione" di Cristo, egli può prolungare nella Chiesa la sua preghiera, la sua parola, il suo sacrificio, la sua azione salvifica. E’ dunque servitore della Chiesa mistero perché attua i segni ecclesiali e sacramentali della presenza di Cristo risorto»" (n. 16). Un’altra vocazione speciale, che occupa un posto d'onore nella Chiesa, è la chiamata alla vita consacrata. Sull'esempio di Maria di Betania, che "sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola" (Lc 10,39), molti uomini e donne si consacrano ad una sequela totale ed esclusiva di Cristo. Essi, pur svolgendo diversi servizi nel campo della formazione umana e della cura dei poveri, nell'insegnamento o nell’assistenza dei malati, non considerano queste attività come lo scopo principale della loro vita, poiché, come ben sottolinea il Codice di Diritto Canonico, "primo e particolare dovere di tutti i religiosi deve essere la contemplazione delle verità divine e la costante unione con Dio nell'orazione" (can. 663, § 1). E nell'Esortazione apostolica Vita consecrata Giovanni Paolo II annotava: "Nella tradizione della Chiesa la professione religiosa viene considerata come un singolare e fecondo approfondimento della consacrazione battesimale in quanto, per suo mezzo, l'intima unione con Cristo, già inaugurata col Battesimo, si sviluppa nel dono di una conformazione più compiutamente espressa e realizzata, attraverso la professione dei consigli evangelici" (n. 30). Memori della raccomandazione di Gesù: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!" (Mt 9,37), avvertiamo vivamente il bisogno di pregare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Non sorprende che, laddove si prega con fervore, fioriscano le vocazioni. La santità della Chiesa dipende essenzialmente dall'unione con Cristo e dall'apertura al mistero della grazia che opera nel cuore dei credenti. Per questo vorrei invitare tutti i fedeli a coltivare un’intima relazione con Cristo, Maestro e Pastore del suo popolo, imitando Maria, che custodiva nell’animo i divini misteri e li meditava assiduamente (cfr Lc 2,19). Insieme con Lei, che occupa un posto centrale nel mistero della Chiesa, preghiamo: O Padre, fa’ sorgere fra i cristiani numerose e sante vocazioni al sacerdozio, che mantengano viva la fede e custodiscano la grata memoria del tuo Figlio Gesù mediante la predicazione della sua parola e l'amministrazione dei Sacramenti, con i quali tu rinnovi continuamente i tuoi fedeli. Donaci santi ministri del tuo altare, che siano attenti e fervorosi custodi dell'Eucaristia, sacramento del dono supremo di Cristo per la redenzione del mondo. Chiama ministri della tua misericordia, che, mediante il sacramento della Riconciliazione, diffondano la gioia del tuo perdono. Fa', o Padre, che la Chiesa accolga con gioia le numerose ispirazioni dello Spirito del Figlio tuo e, docile ai suoi insegnamenti, si curi delle vocazioni al ministero sacerdotale e alla vita consacrata. Sostieni i Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e tutti i battezzati in Cristo, affinché adempiano fedelmente la loro missione al servizio del Vangelo. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen. Maria, Regina degli Apostoli, prega per noi! BENEDICTUS PP. XVI | |||
| CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 29 marzo 2006 (ZENIT.org) | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Pubblichiamo l'intervento pronunciato da Benedetto XVI questo mercoledì in occasione dell'udienza generale, nella quale ha meditato sul tema "Il dono della 'Comunione'". Cari fratelli e sorelle, attraverso il ministero apostolico la Chiesa, comunità radunata dal Figlio di Dio venuto nella carne, vivrà nel succedersi dei tempi edificando e nutrendo la comunione in Cristo e nello Spirito, alla quale tutti sono chiamati e nella quale possono fare esperienza della salvezza donata dal Padre. I Dodici - come dice il Papa Clemente, terzo Successore di Pietro, alla fine del I secolo - ebbero cura, infatti, di costituirsi dei successori (cfr 1 Clem 42,4), affinché la missione loro affidata continuasse dopo la loro morte. Nel corso dei secoli la Chiesa, organicamente strutturata sotto la guida dei legittimi Pastori, ha così continuato a vivere nel mondo come mistero di comunione, nel quale si rispecchia in qualche misura la stessa comunione trinitaria, il mistero di Dio stesso. Già l'apostolo Paolo accenna a questa suprema sorgente trinitaria, quando augura ai suoi cristiani: "La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi" (2 Cor 13,13). Queste parole, probabile eco del culto della Chiesa nascente, evidenziano come il dono gratuito dell'amore del Padre in Gesù Cristo si realizzi e si esprima nella comunione attuata dallo Spirito Santo. Questa interpretazione, basata sullo stretto parallelismo che il testo stabilisce fra i tre genitivi ("la grazia del Signore Gesù Cristo . l'amore di Dio . e la comunione dello Spirito Santo"), presenta la "comunione" come dono specifico dello Spirito, frutto dell'amore donato da Dio Padre e della grazia offerta dal Signore Gesù. Peraltro, il contesto immediato, caratterizzato dall'insistenza sulla comunione fraterna, ci orienta a vedere nella "koinonía" dello Spirito Santo non solo la "partecipazione" alla vita divina quasi singolarmente, ognuno per sé, ma anche logicamente la "comunione" tra i credenti che lo Spirito stesso suscita come suo artefice e principale agente (cfr Fil 2,1). Si potrebbe affermare che grazia, amore e comunione, riferiti rispettivamente al Cristo, al Padre e allo Spirito, sono aspetti diversi dell'unica azione divina per la nostra salvezza, azione che crea la Chiesa e fa della Chiesa - come dice san Cipriano nel III secolo - "un popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (De Orat. Dom., 23: PL 4,536, cit. in Lumen gentium, 4). L'idea della comunione come partecipazione alla vita trinitaria è illuminata con particolare intensità nel Vangelo di Giovanni, dove la comunione d'amore che lega il Figlio al Padre e agli uomini è al tempo stesso il modello e la sorgente della comunione fraterna, che deve unire i discepoli fra loro: "Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi" (Gv 15,12; cfr 13,34). "Che essi siano uno, come noi siamo uno" (Gv 17,21.22). Quindi, comunione degli uomini col Dio Trinitario e comunione degli uomini tra loro. Nel tempo del pellegrinaggio terreno il discepolo, mediante la comunione col Figlio, può già partecipare della vita divina di Lui e del Padre: "La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1 Gv 1,3). Questa vita di comunione con Dio e fra noi è la finalità propria dell'annuncio del Vangelo, la finalità della conversione al cristianesimo: "Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi" (1 Gv 1,2). Quindi, questa duplice comunione con Dio e tra di noi è inseparabile. Dove si distrugge la comunione con Dio, che è comunione col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo, si distrugge anche la radice e la sorgente della comunione fra di noi. E dove non viene vissuta la comunione fra di noi, anche la comunione col Dio Trinitario non è viva e vera, come abbiamo sentito. Adesso facciamo un ulteriore passo. La comunione - frutto dello Spirito Santo - è nutrita dal Pane eucaristico (cfr 1 Cor,10,16-17) e si esprime nelle relazioni fraterne, in una sorta di anticipazione del mondo futuro. Nell'Eucaristia Gesù ci nutre, ci unisce con Sé, con il Padre, con lo Spirito Santo e tra di noi, e questa rete di unità che abbraccia il mondo è un'anticipazione del mondo futuro in questo nostro tempo. Proprio così, essendo anticipazione del mondo futuro, la comunione è un dono anche con conseguenze molto reali, ci fa uscire dalle nostre solitudini, dalle chiusure in noi stessi, e ci rende partecipi dell'amore che ci unisce a Dio e fra di noi. E' facile comprendere quanto grande sia questo dono, se solo pensiamo alle frammentazioni e ai conflitti che affliggono le relazioni fra i singoli, i gruppi e i popoli interi. E se non c'è il dono dell'unità nello Spirito Santo, la frammentazione dell'umanità è inevitabile. La "comunione" è veramente la buona novella, il rimedio donatoci dal Signore contro la solitudine che oggi minaccia tutti, il dono prezioso che ci fa sentire accolti e amati in Dio, nell'unità del suo Popolo radunato nel nome della Trinità; è la luce che fa risplendere la Chiesa come segno innalzato fra i popoli: "Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri" (1 Gv 1,6s). La Chiesa si rivela così, nonostante tutte le fragilità umane che appartengono alla sua fisionomia storica, una meravigliosa creazione d'amore, fatta per rendere Cristo vicino a ogni uomo e a ogni donna che voglia veramente incontrarlo, fino alla fine dei tempi. E nella Chiesa il Signore rimane sempre contemporaneo con noi. La Scrittura non è una cosa del passato. Il Signore non parla nel passato ma parla nel presente, parla oggi con noi, ci dà luce, ci mostra la strada della vita, ci dà comunione e così ci prepara e ci apre alla pace. | ||||
| CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 30 marzo 2006 (ZENIT.org) | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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Di fronte alla scarsità di sacerdoti e consacrati che sperimenta la Chiesa, Benedetto XVI ha preso carta e penna per chiedere a tutti i cattolici più preghiere. “La missione del sacerdote nella Chiesa è insostituibile. Pertanto, anche se in alcune regioni si registra scarsità di clero, non deve mai venir meno la certezza che Cristo continua a suscitare uomini, i quali, come gli Apostoli, abbandonata ogni altra occupazione, si dedicano totalmente alla celebrazione dei sacri misteri, alla predicazione del Vangelo e al ministero pastorale”, afferma. Sono alcune righe del messaggio che il Pontefice ha scritto in occasione della XLIII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni – che si celebrerà il 7 maggio –, pubblicato questo giovedì dalla Sala Stampa della Santa Sede. Approfondendo il tema della Giornata, “La Vocazione nel mistero della Chiesa”, il Papa analizza anche la chiamata alla vita consacrata, vale a dire, la vocazione di uomini e donne che “si consacrano ad una sequela totale ed esclusiva di Cristo”. Dopo aver ricordato la raccomandazione di Gesù, “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!” (Mt 9,37), il Papa scrive: “Avvertiamo vivamente il bisogno di pregare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata”. “Non sorprende che, laddove si prega con fervore, fioriscano le vocazioni”, osserva. Spiegandone il motivo, ha continuato: “La santità della Chiesa dipende essenzialmente dall'unione con Cristo e dall'apertura al mistero della grazia che opera nel cuore dei credenti”. Per questo, il Vescovo di Roma ha lasciato un consiglio ai mille milioni di cattolici del mondo: “Coltivare un’intima relazione con Cristo, Maestro e Pastore del suo popolo, imitando Maria, che custodiva nell’animo i divini misteri e li meditava assiduamente”. | |||
| CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 31 marzo 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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L'obbedienza identifica la nostra volontà con quella di Dio e porta a compimento la nostra vocazione di vivere "a sua immagine e somiglianza", ha ricordato questo venerdì mattina, davanti al Papa e alla Curia Romana, padre Raniero Cantalamessa O.F.M.Cap. Per affrontare l'importanza del tema, il predicatore della Casa Pontificia - proseguendo con le sue riflessioni quaresimali su alcuni aspetti della Passione di Cristo - ha proposto di approfondire l'obbedienza di Gesù fino alla morte, "chiave di lettura dell'intera storia della Passione, quello da cui questa prende senso e valore". "Non è tanto la morte di Cristo per se stessa che ci ha salvato, quanto la sua obbedienza fino alla morte", ha affermato padre Cantalamessa ricordando San Bernardo, che diceva che al Padre non è la morte del Figlio che è stata gradita, "ma la volontà di colui che spontaneamente moriva". "L'obbedienza, Dio la vuole per se stessa, il sacrificio, lo vuole solo indirettamente, come la condizione che sola rende possibile e autentica l'obbedienza - ha spiegato -. In questo senso la Lettera agli Ebrei dice che 'Cristo imparò l'obbedienza dalle cose che patì'. La Passione fu la prova e la misura della sua obbedienza". Questa è stata un'"assoluta sottomissione a Dio, realizzata in una situazione di estrema difficoltà", ha ricordato. Nella Cappella "Redemptoris Mater" del Palazzo Apostolico è risuonato l'avvertimento della Prima Lettera di Pietro per bocca del predicatore del Papa: "Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme". Per questo, ha concretizzato vari aspetti dell'obbedienza a Dio nella vita cristiana. "Solo se si crede in una 'Signoria' attuale e puntuale del Risorto sulla Chiesa" si comprende "la necessità e l'importanza dell'obbedienza a Dio" e si presta "ascolto al Dio che parla, nella Chiesa, attraverso il suo Spirito, il quale illumina le parole di Gesù e di tutta la Bibbia e conferisce a esse autorità, facendone canali della vivente e attuale volontà di Dio per noi", ha avvertito. "L'obbedienza spirituale a Dio - ha sottolineato padre Cantalamessa - non distoglie dall'obbedienza all'autorità visibile e istituzionale" - "nella Chiesa istituzione e mistero" sono "uniti" -, ma "la rinnova, la rafforza e la vivifica". Nella Chiesa tutto si è costruito a partire dall'obbedienza a Dio, per cui questa "non può essere dimenticata neppure dopo che è finita la costruzione - ha sottolineato -. In caso contrario, tutto entra in crisi". Il predicatore della Casa Pontificia ha sottolineato che "l'obbedienza a Dio è qualcosa che si può fare sempre" e "che possiamo fare tutti, sia sudditi che superiori": "bisogna saper obbedire per poter comandare". "Quando un ordine viene dato da un superiore che si sforza di vivere nella volontà di Dio, che ha pregato prima e non ha interessi personali da difendere, ma solo il bene del fratello, allora l'autorità stessa di Dio fa da contrafforte a tale ordine o decisione", ha affermato. In questioni di una "certa serietà", "di obbedienze a ordini e autorità visibili, capita di farne solo ogni tanto" (.); "di obbedienze a Dio", invece, "ce ne sono tante", e "più si obbedisce, più si moltiplicano gli ordini di Dio", "perché egli sa che questo è il dono più bello che può fare, quello che fece al suo diletto Figlio Gesù". In questo modo, "quando Dio trova un'anima decisa a obbedire, allora egli prende in mano la sua vita" e "diventa sul serio, e non solo in teoria, 'Signore'", "colui che 'regge', che 'governa' determinando, si può dire, momento per momento, i gesti, le parole di quella persona, il suo modo di impiegare il tempo, tutto". E' una sorte di "direzione spirituale si esercita attraverso le buone ispirazioni" e più spesso ancora attraverso le parole di Dio della Bibbia, grazie all'azione dello Spirito Santo. "Perché è così importante obbedire a Dio? Perché Dio ci tiene tanto a essere obbedito? Non certo per il gusto di comandare e di avere dei sudditi!", ha esclamato padre Cantalamessa. "È importante perché obbedendo noi facciamo la volontà di Dio, vogliamo le stesse cose che vuole Dio - ha sottolineato - e così realizziamo la nostra vocazione originaria che è di essere 'a sua immagine e somiglianza'. Siamo nella verità, nella luce e di conseguenza nella pace". Insieme a Gesù, padre Raniero Cantalamessa ha presentato come "icona vivente dell'obbedienza" Maria, che "non solo ha imitato l'obbedienza del Servo, ma l'ha vissuta con lui". "Insegnaci, Maria, a compiere il volere di Dio come l'hai compiuto tu!", ha concluso il predicatore del Papa. | ||||
| CITTÀ DEL VATICANO, sabato, 18 marzo 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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L’indifferenza o l’ostilità alla religione è un fenomeno fortemente radicato in molti Paesi occidentali. Eventi recenti quale quello delle vignette satiriche su Maometto sottolineano la gravità delle conseguenze che derivano da una società secolarizzata che è incapace di valutare le sensibilità religiose, dando luogo ad offese gratuite. In questo contesto, il documento pubblicato di recente sul sito Internet del Vaticano merita un’attenzione particolare. “La fede cristiana all’alba del nuovo millennio e la sfida della non credenza e dell’indifferenza religiosa”, contiene le conclusioni dell’Assemblea plenaria, del marzo 2004, del Pontificio Consiglio della Cultura. In preparazione di questo incontro, il Consiglio ha raccolto informazioni relative a numerosi Paesi. Le considerazioni in esso contenute danno una panoramica delle principali caratteristiche della secolarizzazione. Il documento inizia mettendo in evidenza la perdita di fede da parte del mondo di oggi. È in atto “una rottura della trasmissione della fede, intimamente legata ad un processo di allontanamento da una cultura popolare profondamente e da secoli segnata dal cristianesimo”, si afferma nell’introduzione. L’indebolimento di questa cultura religiosa popolare porta con sé gravi conseguenze sul modo di pensare, di comportarsi, come pure sui criteri di giudizio e sui valori. “La Chiesa oggi è chiamata a confrontarsi più con l’indifferenza e con la non credenza pratica che non con l’ateismo in regresso nel mondo”, osserva il Pontificio Consiglio. Salvo qualche eccezione, i governi non affermano più pubblicamente l’ateismo. Eppure, mentre sono diminuiti i regimi segnati da un sistema politico ateo, una certa ostilità culturale nei confronti della religione si è comunque diffusa. Questo è palpabile in alcuni settori dei mezzi di comunicazione, in cui viene attaccato il Cristianesimo e in particolare il Cattolicesimo, osserva il documento. Il rischio in questo caso è molto sottile. “Vera malattia dell’anima che induce a vivere ‘come se Dio non esistesse’, è un neopaganesimo che idolatra i beni materiali, i benefici della tecnica e i frutti del potere”, secondo il Consiglio. Questo porta a ciò che il documento definisce come “homo indifferens”, la cui ricerca della felicità è spesso ridotta al desiderio del benessere economico e alla soddisfazione delle pulsioni sessuali. Le cause della non credenza Il documento osserva che esistono vecchie e nuove cause dietro la perdita della fede religiosa. Rivolgendosi, in parte, all’analisi contenuta nella costituzione pastorale “Gaudium et spes” del Concilio Vaticano II, il Pontificio Consiglio della cultura identifica alcune delle cause principali. -- La presunzione totalizzante della scienza moderna. Questa visione del mondo senza alcun riferimento a Dio, la cui esistenza viene scartata in nome dei principi della scienza, si è largamente diffusa a livello popolare ed è divenuta un luogo comune. -- L’assolutizzazione dell’uomo come centro dell’universo. La cultura occidentale è permeata da una forma di soggettivismo che professa la soggettività assoluta dell’individuo e nega l’esistenza di verità o valori oggettivi. Questa esaltazione dell’individuo implica che la Chiesa non sia più accettata come autorità dottrinale e morale. -- Lo scandalo del male. “Il mistero del male è uno scandalo per l’intelligenza, e solo la luce del Cristo crocifisso e glorificato può illuminarne il significato”, osserva il Pontificio Consiglio della cultura. Oggi - aggiunge il documento - la presenza del male è ulteriormente amplificata dai mezzi di comunicazione sociale. -- I limiti storici della presenza dei cristiani e della Chiesa nel mondo. Le esperienze negative o spiacevoli, o gli scandali provocati da sacerdoti, possono allontanare dalla Chiesa. -- La rottura nel processo di trasmissione della fede. I cambiamenti nella famiglia e nelle scuole cattoliche rendono la trasmissione della fede alle nuove generazioni più difficile. Anche il potere dei mezzi di comunicazione rischia di pregiudicare le pratiche tradizionali culturali religiose. -- La secolarizzazione dei credenti. Molti credenti seguono forme di vita in cui Dio, o la religione, sembrano non esercitare alcuna influenza. Anche i cambiamenti nella morale sessuale hanno prodotto effetti negativi per la vita della fede, osserva il documento. Credere senza appartenere Tuttavia, secondo il Pontificio Consiglio, è errato pensare che da ciò ne discenda che la religione non possa più avere un suo ruolo specifico. Dopo un’iniziale rifiuto della religione, vi è una sorta di reazione, almeno da una parte della popolazione, e la gente torna nuovamente a cercare la spiritualità. Ma questa ricerca non è più veicolata attraverso le Chiese istituzionali e le forme di culto tradizionali. Ciò che ne consegue è “un percorso tutto individuale, autonomo e guidato dalla propria soggettività”. Questo tipo di religiosità istintiva - spiega il Consiglio - si basa più sui sentimenti che sulla dottrina e si esprime senza alcun riferimento ad un Dio personale. Il documento lo descrive come “credere senza appartenere”. La cultura moderna è quindi caratterizzata da un duplice fenomeno: “non credenza e mal credenza”. Entrambi hanno in comune il desiderio dell’autonomia. Il Pontificio Consiglio della Cultura identifica anche una serie di altre caratteristiche di queste nuove forme di religiosità. -- Si tratta di una forma romantica di religione, una religione dello spirito e dell’io, che affonda le sue radici nella crisi del soggetto che si rinchiude sempre più nel narcisismo e rifiuta ogni elemento storico-oggettivo. Questa religione “fai-da-te” porta alla creazione di nuove immagini di Dio, a seconda dello stadio di vita in cui la persona si trova e dei bisogni che esprime. -- È una religione fortemente soggettiva, in cui la persona non deve rendere ragione a nessuno del suo essere e del suo comportarsi. -- È un’adesione ad un Dio che spesso non ha volto o caratteristiche personali. Dio è spesso visto più come una forza o un essere superiore e trascendente, ma senza gli attributi di persona e tanto meno di Padre. In alcuni ambienti questo ha portato a nuove forme di panteismo. -- È una religiosità che non è interessata alla questione della verità. Per molti, la verità ha una connotazione negativa, associata a concetti come “dogmatismo, intolleranza, imposizione”. Superare gli ostacoli Il Pontificio Consiglio della cultura prosegue poi proponendo alcuni orientamenti per superare i problemi delineati. -- Il dialogo personale, paziente, rispettoso, amorevole e sostenuto dalla preghiera. Questo dialogo può vertere sulle grandi questioni esistenziali - il senso della morte, l’esperienza religiosa, la libertà interiore della persona umana - o sui grandi temi della vita sociale, quali l’educazione dei giovani, la povertà, i diritti umani, la libertà religiosa e la bioetica. -- L’evangelizzazione della cultura. Questo può essere fatto in diversi modi: la testimonianza pubblica come la partecipazione alle Giornate Mondiali della Gioventù; le missioni nelle città, che riportano la Chiesa sulla pubblica piazza; il lavoro dei movimenti e associazioni di cristiani attivi nella sfera pubblica e nei mezzi di comunicazione; la collaborazione della Chiesa con organizzazioni di non credenti, per la realizzazione di attività buone in sé; la promozione di eventi pubblici sui temi della cultura. Questa evangelizzazione, in generale, è diretta ad assicurare la presenza della Chiesa nella vita pubblica, in grado di creare un ponte tra il messaggio evangelico e la vita quotidiana. -- Aiutare le famiglie a trasmettere la fede. Questo può essere avviato nell’ambito dell’assistenza alle coppie nella loro preparazione al matrimonio. Una volta che le coppie si sposano e hanno figli esse potranno vivere la loro fede in modo concreto, attraverso la celebrazione delle feste religiose, la preghiera in famiglia e la visita nelle chiese. Attraverso questi strumenti i genitori possono operare per far crescere le virtù cristiane nei loro figli. -- Migliorare l’educazione religiosa. Questo è necessario sia nell’ambito parrocchiale che in quello scolastico. -- Dare testimonianza della carità cristiana, attraverso il perdono e l’amore fraterno. Il documento sottolinea infine la necessità di testimoniare ai non credenti che essi potranno trovare la pienezza della loro umanità solo in Cristo, vero Dio e vero Uomo. Un compito su cui ciascun credente può misurare la propria fede. | ||||
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