5 Dicembre 2005

Anno I, Numero 14

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 27 novembre 2005 (ZENIT.org).-  »

Avvento, momento per tornare a sperare nel rinnovamento del mondo, afferma il Papa

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 27 novembre 2005 (ZENIT.org).-  »

Benedetto XVI inizia l’anno liturgico con un appello alla santità

Approfondimento della Bibbia »

Abacuc sfama Daniele nella fossa dei leoni

Festa del Sacro Cuore di Gesù »

Il Santo Sacerdozio

Festa di S. Giuseppe »

Vocazioni Religiose e Sacerdotali

 

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"Avvento, momento per tornare a sperare nel rinnovamento del mondo, afferma il Papa"
All’inizio del periodo che prepara al Natale
Papa Benedetto XVI
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All’inizio del periodo di preparazione al Natale, Benedetto XVI ha invitato i cristiani a recuperare la fiducia nella possibilità di costruire un mondo migliore.

Nella prima domenica di Avvento, il Pontefice, parlando dalla finestra del suo studio prima della preghiera dell’Angelus, si è unito all’appello a costruire una “terra nuova” lanciato quarant’anni fa dal Concilio Vaticano II.

Il Papa ha iniziato ricordando che l’Avvento è un periodo “di grande suggestione religiosa, perché intriso di speranza e di attesa spirituale: ogni volta che la Comunità cristiana si prepara a fare memoria della nascita del Redentore, avverte in se stessa un fremito di gioia, che si comunica in certa misura all’intera società”.

Ascoltavano le parole del Vescovo di Roma migliaia di pellegrini che hanno sfidato la pioggia per riunirsi in piazza San Pietro, dove si trovano già le impalcature per la costruzione del presepe.

“In Avvento – ha ricordato – il popolo cristiano rivive un duplice movimento dello spirito: da una parte, alza lo sguardo verso la meta finale del suo pellegrinare nella storia, che è il ritorno glorioso del Signore Gesù; dall’altra, ricordandone con emozione la nascita a Betlemme, si china dinanzi al Presepe”.

“La speranza dei cristiani è rivolta al futuro, ma resta sempre ben radicata in un evento del passato”, ha spiegato.

Per questo motivo, ha auspicato, in questo periodo liturgico di preparazione alle feste natalizie “i cristiani risveglino nel loro cuore la speranza di potere, con l’aiuto di Dio, rinnovare il mondo”.

Alla vigilia del quarantesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II, il Papa ha commentato la Costituzione pastorale “Gaudium et spes” sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, in cui si assicura che l’attesa del cielo non deve portare a trascurare l’impegno a trasformare la terra.

Salutando i pellegrini in varie lingue, il Papa ha quindi augurato che l’Avvento diventi “un’occasione privilegiata per riscoprire la preghiera in famiglia, per guidare i giovani verso il Signore”.

Con il tempo di Avvento la Chiesa inizia un nuovo “anni circulus”, un ciclo annuale, nel quale celebra tutto il mistero di Cristo, dall’Incarnazione alla Pentecoste e all’attesa del ritorno del Signore.

Nelle Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario si legge che “Il tempo di Avvento ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi”.





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"Benedetto XVI inizia l’anno liturgico con un appello alla santità"
Nell’omelia improvvisata durante i primi Vespri della prima domenica di Avvento
Papa Benedetto XVI
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Benedetto XVI ha iniziato il nuovo anno liturgico presiedendo questo sabato pomeriggio i primi vespri della prima domenica di Avvento, in cui ha rivolto un appello alla santità.

Il Santo Padre ha pronunciato un’omelia spontanea, risuonata nella Basilica di San Pietro in Vaticano, commentando il brano della prima lettera ai Tessalonicesi (5, 23-24).

Nel testo, San Paolo auspica ai suoi fedeli che “il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!”.

Il primo versetto, ha affermato il Papa, “esprime l’augurio dell’Apostolo alla comunità; il secondo offre, per così dire, la garanzia del suo adempimento”.

“L’augurio è che ciascuno sia santificato da Dio e si conservi irreprensibile in tutta la sua persona – ‘spirito, anima e corpo’ – per la venuta finale del Signore Gesù; la garanzia che ciò possa avvenire è offerta dalla fedeltà di Dio stesso, il quale non mancherà di portare a compimento l’opera iniziata nei credenti”.

L’auspicio espresso dall’apostolo, secondo il Vescovo di Roma, “contiene una verità fondamentale, che egli cerca di inculcare nei fedeli della comunità da lui fondata e che possiamo riassumere così: Dio ci chiama alla comunione con sé, che si realizzerà pienamente al ritorno di Cristo, e Lui stesso si impegna a far sì che giungiamo preparati a questo incontro finale e decisivo”.

“Il futuro è, per così dire, contenuto nel presente o, meglio, nella presenza di Dio stesso, del suo amore indefettibile, che non ci lascia soli, non ci abbandona nemmeno un istante, come un padre e una madre non smettono mai di seguire i propri figli nel loro cammino di crescita”, ha riconosciuto il Pontefice nel parlare a braccio.

“Di fronte al Cristo che viene – ha osservato –, l’uomo si sente interpellato con tutto il suo essere, che l’Apostolo riassume nei termini ‘spirito, anima e corpo’, indicando così l’intera persona umana, quale unità articolata di dimensione somatica, psichica e spirituale”.

“La santificazione è dono di Dio e iniziativa sua, ma l’essere umano è chiamato a corrispondere con tutto se stesso, senza che nulla di lui resti escluso”, ha spiegato il successore di Pietro.

“Ed è proprio lo Spirito Santo, che nel grembo della Vergine ha formato Gesù, Uomo perfetto, a portare a compimento nella persona umana il mirabile progetto di Dio, trasformando innanzitutto il cuore e, a partire da questo centro, tutto il resto”.

“Avviene così che in ogni singola persona si riassume l’intera opera della creazione e della redenzione, che Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, va compiendo dall’inizio alla fine del cosmo e della storia”, ha proseguito.

“E come nella storia dell’umanità vi è al centro il primo avvento di Cristo e alla fine il suo ritorno glorioso, così ogni esistenza personale è chiamata a misurarsi con lui – in modo misterioso e multiforme – durante il pellegrinaggio terreno, per essere trovata ‘in lui’ al momento del suo ritorno”, ha indicato Benedetto XVI.

”Ci guidi Maria Santissima, Vergine fedele, a fare di questo tempo di Avvento e di tutto il nuovo Anno liturgico un cammino di autentica santificazione, a lode e gloria di Dio Padre, Figlio e Spirito”, ha concluso infine.





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"Abacuc sfama Daniele nella fossa dei leoni"
Avvento: Il nostro cuore anela al Signore
Mons. Gian Franco Ravasi
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L'ingresso nell’Avvento, il tempo dell’attesa messianica, ci spinge a introdurre nella nostra galleria di ntrattibiblici una serie di profeti minori, testimoni della speranza di Israele. Una speranza, però, non astratta, che faccia decollare dalla storia verso orizzonti mitici, ma radicata nella realtà del presente. Abbiamo pensato di iniziare con un profeta di cui si ignora quasi tutto, persino il significato del suo nome, Abacuc, che forse corrisponde a quello di una pianta acquatica o di un’ortensia. Qualche allusione dispersa nel suo libretto (solo 3 capitoli) ha fatto ipotizzare una sua collocazione cronologica nell’epoca del re Ioiakim, avversario di Geremia, successore nel 609 a.C. del giusto e sfortunato re Giosia, ucciso in battaglia dal faraone Necao.

Siamo, quindi, in un’epoca drammatica per il regno di Giuda, alle soglie della sua fine, mentre risuona la voce di quel Geremia di cui oggi la liturgia ci propone un brano come prima lettura (33,14-16). Il Signore — dice, infatti, Abacuc — sta per inviare «i Caldei (cioè i Babilonesi), un popoio feroce e impetuoso..., feroce e terribile», che vuole imporre «il suo diritto e la sua grandezza», i cui cavalli sono «più veloci dei leopardi e più agili dei lupi della sera», mentre i cavalieri «volano come aquila che piomba per divorare, avanzano solo per la rapina..., ammassano i prigionieri come la sabbia» (1,6-9).

Abacuc ha uno stile brillante e icastico: un commentatore ha scritto che «per l’armoniosa bellezza di alcuni passi, perla nobiltà e la sincerità dell’accento, il suo libretto è uno dei più attraenti della Bibbia». Ma per la tradizione cristiana egli è diventato celebre per una frase di sole tre parole ebraiche: saddfq be’emunatòjihjeh, «il giusto vivrà per la sua fede» (2,4).

Il senso inteso dal profeta era semplice: chi confida in Dio, restandogli fedele, salverà la sua vita, mentre «soccomberà chi non ha l’animo retto». Noi sappiamo, però, che san Paolo ha assunto questa frase come sintesi e sigla del suo capolavoro teologico, la Lettera ai Romani (1,17), vera e propria base della sua teologia della giustificazione attraverso la fede. L’Apostolo l’intendeva così: «Colui che è giusto (giustificato) per la fede, costui vivrà».

Dal libretto già breve di Abacuc bisogna forse scorporare anche la terza pagina, il capitolo 3. Essa, infatti, secondo gli studiosi contiene un inno arcaico, composto forse tre secoli prima, nel X secolo a.C. È un testo potente che mette in scena una terribile epifania divina che sconvolge l’universo. Preceduto da una terrificante avanguardia, la Peste personificata, e seguito da una retroguardia altrettanto paurosa, la Febbre ardente, il Signore irrompe sulla scena scavalcando monti e seminando panico.

Nulla può opporsi al divino Arciere che scaglia lampi come frecce. Ma su questo orizzonte devastato spunta un’aurora di speranza e di gioia: «il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa canmiinare» (3,19).

Una curiosità. Abacuc riappare in un racconto dai toni miracolistici eleggendari del libro di Daniele (14,3 1-42). Un giorno aveva preparato una minestra e stava portandola in campagna ai mietitori. Un angelo «lo afferrò per i capelli e con la velocità del vento lo trasferì in Babilonia e lo posò sull’orlo della fossa dei leoni» dov’era confinato Daniele. «Gridò Abacuc: Daniele, Daniele, prendi il cibo che Dio ti ha mandato!». Daniele si sfamò, «mentre l’angelo di Dio riportava subito Abacuc» in Giudea, sempre per via aerea. Unbell’esempio di solidarietà tra profeti!





Festa del Sacro Cuore di Gesù «« Ritorna all'inizio
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"Il Santo Sacerdozio"
S.E. Mons. Mark A. Pivarunas, CMRI
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Carissimi beneamati in Cristo,

Nel Vangelo di S. Matteo, leggiamo della chiamata dei due primi Apostoli, S. Pietro e suo fratello S. Andrea, da parte del Nostro Divino Signore Gesù Cristo:

“Mentre camminava presso il mar di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e suo fratello Andrea, che gettavano una rete in mare (poiché erano pescatori). E disse loro: ‘Venite, seguitemi, e vi farò pescatori di uomini. E subito lasciarono le reti, e Lo seguirono” (Matt. 4:18).

Quello che Gesù Cristo fece circa 1900 anni fa, ha continuato a farlo in ogni epoca, cioè chiamare degli uomini che lascino ogni cosa per seguirLo e diventare “pescatori di uomini”.

In questa lettera pastorale, ammiriamo la bontà e misericordia di Dio nell’istituzione del Sacramento dell’Ordine Sacro col quale degli uomini vengono ordinati per continuare la missione cominciata da Cristo qui sulla terra — di glorificare il Padre (con la rinnovazione del Sacrificio del Calvario nella Santa Messa) e di lavorare per la salvezza delle anime (mediante l’amministrazione dei Sacramenti e la predicazione del Vangelo).

Quando consideriamo il Sacramento dell’Ordine, la primissima domanda che ci viene alla mente è: che cos’è un prete? Un prete è definito precisamente come un alter Christus — un altro Cristo. Egli continua con il suo ministero terrestre la vita di Cristo qui sulla terra; con la sua ordinazione sacerdotale, agisce in persona Christi (in persona di Cristo).

S. Paolo ci dice nella sua Epistola agli Ebrei:

“Poiché ogni gran sacerdote, preso tra gli uomini, è incaricato per gli uomini delle cose che si riferiscono a Dio....” (Ebrei 5:1).

E che cosa sono queste “cose che si riferiscono a Dio”? Come prima cosa e più importante, il prete offre il Santo Sacrificio della Messa — la rinnovazione incruenta del Calvario. Il sacrificio è in qualche modo sinonimo di religione, perché senza sacrificio non c’è religione. Nel Vecchio Testamento, troviamo frequentemente riferimenti all’offerta di sacrifici a Dio per soddisfare per i peccati. Nel libro dell’Esodo, leggiamo di Mosè:

“E prese il sangue e lo spruzzò sul popolo, e disse: ‘Questo è il sangue dell’alleanza che il Signore ha fatto con voi riguardo a tutte queste parole” (Esodo 24:8).

Quanto simili sono queste parole di Mosè: “Questo è il sangue dell’alleanza” alle parole di Cristo all’Ultima Cena: “Questo è il Calice del Mio Sangue”. Tuttavia, questi sacrifici del Vecchio Testamento erano solo una prefigurazione dell’unico e solo accettabile sacrificio di Cristo sulla Croce e della rinnovazione incruenta di quello stesso sacrificio durante la Santa Messa. All’Ultima Cena, il Nostro Divino Signore prese il pane ed il vino e con la sua Onnipotenza lo cambiò nel Suo Corpo e Sangue, quando disse:

“Prendete e mangiatene; questo è il Mio Corpo....

“Bevetene tutti; perché questo è il Mio Sangue della Nuova Alleanza, sparso per molti in remissione dei peccati” (Matt. 26:26).

E immediatamente dopo la transustanziazione del pane e del vino nel Suo Corpo e Sangue, Nostro Signore comandò ai discepoli:

“Fate questo in memoria di Me” (Luca 22:19).

Con queste parole, Cristo comandò agli Apostoli, i primi preti, di fare esattamente la stessa cosa — cambiare il mero pane e vino nel Suo proprio Corpo e Sangue. E sappiamo che gli Apostoli eseguirono questo comando, perchè S. Paolo nella prima Epistola ai Corinzi ricorda loro che:

“Ogni volta che mangerete questo pane e berrete questo calice, proclamerete la morte del Signore, finchè Egli venga.” (1 Cor. 11:26).

E che:

“Il calice di benedizione che benediciamo, non è forse la partecipazione del Sangue di Cristo? E il pane che spezziamo, non è forse la condivisione del Corpo del Signore?” (1 Cor. 10:16).

Che meravigliosa condiscendenza! Nostro Signore diede agli Apostoli, e tramite loro mediante il Sacramento dell’Ordine a coloro che verranno ordinati al sacerdozio in futuro, il potere di offrire il Santo Sacrificio della Messa e di consacrare il pane e il vino mutandoli nel Suo proprio Corpo e Sangue. Il Concilio di Trento fu assai chiaro a questo riguardo:

“Sebbene Cristo Nostro Signore stesse per offrirsi una sola volta all’Eterno Padre sull’altare della Croce morendo attualmente per ottenerci l’eterna redenzione, tuttavia affinché il Suo sacerdozio non si estinguesse con la Sua morte, allo scopo di lasciare alla Chiesa un visibile sacrificio adatto alla presente condizione degli uomini, un sacrificio che potesse allo stesso tempo rappresentarci il cruento sacrificio consumato sulla Croce, preservare la memoria di esso fino alla fine del mondo, ed applicare i suoi salutari frutti per la remissione dei peccati che commettiamo giornalmente; durante l’ultima cena, proprio nella notte in cui fu tradito, dando prova di essere stabilito sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedech, offrì a Dio il Suo Corpo e Sangue, sotto le apparenze del pane e del vino, e, sotto gli stessi simboli, li diede agli Apostoli, che costituì al tempo stesso sacerdoti della Nuova Legge. Con queste parole: ’Fate questo in memoria di Me, li incaricò, insieme ai loro successori nel sacerdozio, di consacrare ed offrire il Suo Corpo e Sangue, come la Chiesa Cattolica ha sempre compreso ed insegnato.”

E più oltre il Concilio dichiara che Nostro Signore, placato con l’oblazione del Sacrificio della Messa, ci garantisce le Sue grazie e la remissione del peccato. Esso dice:

“Essa è una sola e medesima Vittima; Colui che offre il sacrificio è quello stesso che, dopo aver sacrificato se stesso sulla Croce, offre ora se stesso tramite il ministero del prete; non c’è differenza eccetto che nella maniera dell’offrire.”.

La natura sacrificale del sacerdozio e la dottrina secondo la quale il prete agisce come Persona di Cristo sono aspetti molto importanti da ricordare, specialmente ai tempi nostri, nei quali la Chiesa Moderna ha mutilato la Messa ed l’ha sostituita con il Novus Ordo (la Nuova Messa Moderna). Nella vera Messa, il prete consacra le Sacre Specie col potere che possiede dalla sua sacra ordinazione, con il quale agisce come Persona di Cristo. Perciò il prete dice nella Consacrazione durante la Messa: “Questo è il Mio Corpo”; “Questo è il Calice del Mio Sangue”, e non “Questo è il Corpo di Cristo”, né “Questo è il Calice del Suo Sangue”. Nella Messa del Novus Ordo, troviamo invece una nuova definizione della Messa nella Prefazione Generale, dove si legge:

“La Cena del Signore è la sacra sinassi o assemblea del popolo di Dio, presieduta dal sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. Vale perciò eminentemente per questa assemblea locale della Chiesa, la promessa di Cristo: ‘Là dove due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro.” (Istruzione Generale del Novus Ordo, 6 aprile 1969).

Si noti la terminologia del “sacerdote presidente” e il riferimento scritturale: “Là dove due o tre sono riuniti nel mio nome”. Nel Novus Ordo, il prete non offre più il Santo Sacrificio e non consacra il pane e il vino in Corpo e Sangue di Cristo in persona Christi (come Persona di Cristo); ora egli meramente presiede l’assemblea, e l’assemblea, cioè il popolo insieme adunato, causa una spirituale presenza di Cristo. Questa nuova definizione della Messa è una definizione luterana!

Quando si legge nella storia ecclesiastica della distruzione del Santo Sacrificio della Messa in Germania per opera di Martin Lutero, ed in Inghilterra per opera dell’Arcivescovo Cranmer, si trova che la storia si è ripetuta negli scorsi anni ‘60 con l’introduzione del Novus Ordo Missae, ma su una scala ben più vasta. E riguardo a questo ripetersi della storia sorge il medesimo serio dubbio che esiste riguardo alla validità delle "ordinazioni" che hanno luogo nella Chiesa Conciliare del Vaticano II.

Con questa nuova definizione della Messa secondo Lutero, è stato cambiato proprio lo scopo stesso del sacerdozio. Questa fu una delle ragioni per le quali Papa Leone XIII dichiarò nella Costituzione Apostolica “Apostolicae Curae” invalide le ordinazioni Anglicane — per mancanza di intenzione di ordinare preti per offrire il Santo Sacrificio della Messa.

Ancora una volta, apprezziamo l’inestimabile dono del santo sacerdozio, per mezzo del quale abbiamo il Santo Sacrificio della Messa.

Il ruolo secondario del prete è la salvezza delle anime, specialmente mediante l’amministrazione dei Sacramenti. Nel Vangelo di S. Giovanni, si legge come il Nostro Divino Signore, dopo la Risurrezione, apparve agli Apostoli:

“Egli quindi disse loro di nuovo: ‘La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato Me, anch’io mando voi’. E dopo che ebbe detto ciò, soffiò su di loro, e disse: ‘Ricevete lo Spirito Santo; a coloro ai quali perdonerete i peccati, questi saranno loro perdonati; a coloro ai quali li riterrete, saranno ritenuti”. (Giov. 20:21).

Qui, dobbiamo ripetere che il prete, agendo in Persona di Cristo, dice: “Ego te absolvo a peccatis tuis” — “Io ti assolvo dai tuoi peccati” e non “Cristo ti assolve dai tuoi peccati”. Con l’ordinazione, il prete si identifica con Cristo.

Dove saremmo spiritualmente senza il Sacramento della Penitenza? Come sarebbero gravate le nostre anime, senza la rassicurante certezza offertaci dalle parole del prete:“Ego te absolvo a peccatis tuis....” (Io ti assolvo dai tuoi peccati).

All’inizio della nostra vita spirituale, fu il sacerdote che mondò la nostra anima dal peccato originale e ci diede la vita di Dio — la grazia santificante — attraverso il Sacramento del Battesimo. Mediante questo necessarissimo Sacramento, diventiamo figli di Dio ed eredi del paradiso, come disse Nostro Signore:

“In verità, in verità vi dico, che se un uomo non rinasce di acqua e Spirito Santo, non può entrare nel Regno di Dio” (Giov. 3:5).

E quando la nostra vita volge al termine, ancora una volta, il prete è là per assisterci e sostenerci per mezzo del Sacramento dell’Estrema Unzione. Nell’Epistola di S. Giacomo, troviamo il riferimento scritturale di questo Sacramento:

“Vi è fra voi qualcuno che sia malato? Chiami i presbiteri della Chiesa, che preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera di fede salverà il malato, e il Signore lo farà rialzare, e se aveva dei peccati gli saranno rimessi” (Giacomo 5:14).

Avendo brevemente considerato il ruolo necessario del sacerdozio nella Chiesa, ci si deve meravigliare, allora, che il diavolo odii i preti, che desideri la loro caduta, che faccia il massimo sforzo per allontanare i giovani dal seguire la vocazione al sacerdozio? Preghiamo per i nostri preti, e preghiamo anche che Dio mandi più operai per la Sua messe! Questo mese di giugno segna il 10° anniversario della mia ordinazione sacerdotale e di quella di Padre Louis Kerfoot. Per favore, ricordateci nelle vostre preghiere il 27 giugno, festa di Nostra Madre del Perpetuo Soccorso.

In Christo Jesu et Maria Immaculata,

+ Mark A. Pivarunas, CMRI





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"Vocazioni Religiose e Sacerdotali"
S.E. Mons. Mark A. Pivarunas, CMRI

Carissimi beneamati in Cristo,

Uno degli speciali santi patroni delle vocazioni religiose e sacerdotali è S. Giuseppe, lo sposo fedele della Beatissima Vergine Maria e padre putativo del Nostro Divino Salvatore Gesù Cristo. La ragione di ciò si fonda sulla sua primaria vocazione durante la vita terrena, che fu di custodire e proteggere la Vergine delle Vergini e l’Eterno Sommo Sacerdote.

Durante questo mese di marzo, che è dedicato a S. Giuseppe, preghiamolo per un incremento delle vocazioni alla vita religiosa e al santo sacerdozio. In questa lettera pastorale, consideriamo brevemente la vocazione alla vita religiosa e al santo sacerdozio.

Che cos’è una vocazione? Il termine deriva dalla parola latina vocare, chiamare, e quindi una vocazione è una chiamata. In generale, ognuno ha una vocazione, una chiamata, perchè Iddio Onnipotente dà a ciascuno dei talenti e delle capacità particolari, in modo da provvedere alle differenti necessità del Corpo Mistico di Cristo. Per molti, la chiamata è per lo stato del matrimonio: ad essere buoni mariti e mogli, buoni padri e madri, che allevino i figli nel timor di Dio. La parola vocazione, tuttavia, è usata più comunemente quando si parla di una persona scelta da Dio per essere un religioso o un prete.

Nel Nuovo Testamento, troviamo molti riferimenti alla chiamata che Dio fa delle anime al Suo servizio. Tra di essi, nel Vangelo di S. Matteo, leggiamo del giovane che andò da Gesù e gli chiese che cosa doveva fare per avere la vita eterna. Gesù rispose:

“‘Osserva i comandamenti’... Il giovane gli disse, ’Tutte queste cose le ho osservate sin dalla mia giovinezza. Che altro debbo fare?’ Gesù gli disse, ‘Se vuoi essere perfetto, va, vendi quel che hai e dallo ai poveri, ed avrai un tesoro nel cielo: poi vieni e seguimi” (Matt.19:16-22).

In un’altra parte di questo stesso Vangelo, S. Pietro chiese al Nostro Divino Signore quale ricompensa avrebbero ricevuto lui e gli altri Apostoli per aver abbandonato tutto il resto per seguirlo, e Gesù rispose:

“In verità vi dico che... chiunque abbia lasciato la casa, o i fratelli, o le sorelle, o il padre, o la madre, o i figli, o le terre, per il Mio Nome, riceverà il centuplo in questa vita, e nell’altra la vita eterna” (Matt. 19:28-29).

Perché Nostro Signore fa questa grande promessa a coloro che lo seguono come preti o come religiosi? La ragione è che essi si dedicano esclusivamente al Suo servizio. Nell’Epistola ai Corinzi, S. Paolo spiega i grandi vantaggi della vocazione sacerdotale e religiosa:

“Chi è senza moglie è sollecito per le cose che riguardano il Signore, di come possa piacere a Dio. Ma chi ha una moglie è sollecito per le cose del mondo, di come possa piacere a sua moglie: ed è diviso. E la donna non sposata e la vergine pensano alle cose del Signore, e come possano essere sante sia nel corpo che nello spirito. Ma colei che è sposata pensa alle cose del mondo, e come possa piacere al marito” (I Cor. 7:32-34).

Nell’enciclica Sacra Virginitas, , Papa Pio XII ripete questa verità esposta da S. Paolo:

“E’ facile vedere, perciò, perchè le persone che desiderano consacrarsi al servizio di Dio abbracciano lo stato di verginità come una liberazione, allo scopo di essere completamente a disposizione di Dio e dedite al bene del prossimo. Come infatti avrebbero potuto, ad esempio, un missionario come il meraviglioso S. Francesco Saverio; un padre dei poveri come il caritatevole S. Vincenzo de Paul; uno zelante educatore della gioventù come S. Giovanni Bosco; una instancabile ‘madre degli emigranti’ come S. Francesca Saveria Cabrini, compiere tali gigantesche e penose fatiche, se ognuno avesse dovuto occuparsi delle necessità corporali e spirituali di una moglie o di un marito e dei figli?”

La castità ed il celibato comportano un gran sacrificio da parte del prete e del religioso, e fu per questa ragione che Gesù Cristo disse:

“Non tutti comprendono questa parola [la verginità o il celibato], ma solo coloro ai quali è dato; chi può capire, capisca.” (Matt. 29:11-12).

La nostra Santa Madre, la Chiesa, nella sua saggezza e prudenza non permette che alcuno sia ordinato al sacerdozio o che prenda voti definitivi finchè non sia stato sufficientemente provato nella vocazione. Il solo fatto che una persona possa desiderare d’essere un religioso o un prete non significa che ha una vera vocazione. Una vera vocazione si conosce quando la persona entra in convento o in seminario e vive la vita di religioso o di prete. Durante quel tempo, diviene manifesto sia ai superiori, sia agli aspiranti se il candidato è davvero chiamato. Ecco perchè è così importante per il nostro laicato comprendere che quando qualcuno lascia il convento o il seminario nei primi anni, costoro non devono venir etichettati o riguardati come se avessero rigettato la loro vocazione.

Precisamente per questa ragione, di provare la vocazione, di metterla alla prova, un religioso o un seminarista procede attraverso vari passi o gradi prima della professione definitiva o prima dell’ordinazione al sacerdozio. Per le congregazioni religiose, il Diritto Canonico stabilisce un periodo di postulantato di sei mesi, seguito da un noviziato di un anno (in alcune congregazioni due anni). Durante questo tempo, i giovani religiosi sono esposti alla vita religiosa. Se desiderano continuare nel convento e se i superiori vedono che essi posseggono le necessarie qualità (sia spirituali che naturali) per essere un buon religioso, prendono i voti per un anno, poi per tre anni, e al termine dei voti triennali, effettuano la professione religiosa definitiva. In realtà una vocazione religiosa viene di fatto provata per cinque anni e mezzo prima che si possano emettere i voti definitivi.

La vocazione al santo sacerdozio viene provata in maniera similare. Un seminarista trascorre due anni di formazione accademica e spirituale in seminario, prima che possa diventare chierico. Durante i due anni successivi, avanza lentamente attraverso gli ordini minori di Ostiario, Lettore, Esorcista e Accolito, che gli impongono le responsabilità fondamentali associate al sacerdozio. Nel corso dei primi quattro anni, è libero di lasciare il seminario se pensa che non sia la sua vocazione. Solo dopo questi quattro anni, assume un impegno definitivo alla vita di celibato mediante l’ordinazione al Suddiaconato.

Come si fa a sapere se si è chiamati oppure no al sacerdozio o allo stato religioso? I giovani a volte si preoccupano riguardo alla vocazione; si chiedono come potrebbero fare a sapere se sono chiamati. Ogni persona deve risolvere il problema da sé.

Un grande sbaglio dei giovani è di pensare che se Dio li chiama al Suo servizio, Egli lo manifesterà loro in qualche modo straordinario. Essi non devono attendersi che un angelo glielo dica. Questa non è certamente la maniera usuale in cui sono date le vocazioni. La chiamata di Dio può essere una voce interiore entro l’anima, può essere una certa attrazione spirituale per la vita religiosa o per il sacerdozio, oppure può essere un lievissimo sussurro udito occasionalmente da Dio: “Vieni, seguimi”.

La disposizione più importante che i nostri giovani debbono avere è il semplice desiderio di fare la Volontà di Dio. Così la Beatissima Vergine Maria pregava all’Annunciazione: “Fiat mihi secundum verbum tuum,” “Mi sia fatto secondo la tua parola.” Se i nostri giovani hanno questa disposizione di conformità alla Volontà di Dio, troveranno la vocazione alla quale Dio li chiama nella vita. Molto importante è anche che ricevano consiglio dal loro direttore spirituale o dal confessore che li conosce spiritualmente molto bene e può dare loro un parere fondato.

Il terreno primario per la tutela delle vocazioni è la casa cattolica, il luogo dove i genitori allevano i figli con amore per Dio e per la preziosa Fede cattolica, dove i membri della famiglia frequentano i sacramenti, e dove prevalga uno spirito di umiltà, obbedienza, amore reciproco e disciplina. Le vocazioni sono tutelate in giovanissima età allorché i genitori insegnano ai figli, con la parola e con l’esempio, uno spirito di generosità e di abnegazione.

Nell’ Ad Catholici Sacerdotii, Papa Pio XI insegnò:

“Ma il primo e più naturale luogo dove i fiori del santuario dovrebbero quasi spontaneamente crescere e fiorire resta quasi sempre la famiglia vera e profondamente cristiana. La maggior parte dei santi vescovi e preti dei quali ‘la Chiesa dichiara il pregio’ (Eccl. 44:15) debbono l’inizio della loro vocazione e della loro santità all’esempio e all’insegnamento di un padre forte nella fede e nelle principali virtù, di una pura, devota madre, di una famiglia in cui l’amor di Dio e del prossimo, uniti alla semplicità di vita, hanno regnato supremi.”

I genitori cattolici dovrebbero ricordare che non possono ottenere maggiori benedizioni sulla loro famiglia che dall’avere uno dei membri chiamato alla vita religiosa o al santo sacerdozio. Nell’enciclica Sacra virginitas Papa Pio XII esorta i genitori a riflettere sul grande privilegio che è per loro d’avere figli chiamati da Dio:

“I genitori considerino che grande onore sia il vedere un figlio elevato al sacerdozio, o una figlia consacrare la verginità al Divino Sposo. Riguardo alle vergini consacrate, il Vescovo di Milano (S. Carlo Borromeo) scrive: ‘Avete udito, genitori, che una vergine è un dono di Dio, l’oblazione dei genitori, il sacerdozio della castità. La vergine è la vittima d’una madre, mediante il quotidiano sacrificio della quale si placa l’ira divina.’”

Inoltre, negli scritti del gran Dottore della Chiesa, S. Alfonso de Liguori troviamo che, dopo il dono della vera fede, la vocazione di servire Dio è il più gran dono che Dio possa dare ad un’anima. Il santo Dottore dichiara che una vocazione è una prova singolare dell’amore speciale di Dio per quell’anima.

Ai nostri tempi, nei quali vi è così grande bisogno di preti e religiosi per continuare la missione della Chiesa, dobbiamo lavorare per aumentare le vocazioni. Ma come si può ottenerlo? La risposta si trova nel Vangelo di S. Matteo:

“E Gesù andava in tutte le città e villaggi, insegnando nelle sinagoghe, e predicando il Vangelo... Ma vedendo le folle, era mosso da compassione per loro, perchè erano abbandonate e derelitte, come pecore senza pastore. Allora disse ai discepoli: ‘La messe è invero abbondante, ma gli operai sono pochi. Pregate quindi il Signore della messe di inviare operai per la Sua messe” (Matt. 9:35-38).

In Christo Jesu et Maria Immaculata,

+ Mark A. Pivarunas, CMRI





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