| 21 Novembre 2005 |
Anno I, Numero 13 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| BERLINO, sabato, 5 novembre 2005 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Da un recente studio risulta che più di due terzi dei Paesi presentano gravi livelli di corruzione. Il 18 ottobre, l’organizzazione Transparency International con sede a Berlino ha pubblicato il suo rapporto annuale Corruption Perceptions Index (CPI) per il 2005, l’indice sulla percezione della corruzione nel mondo. Il CPI classifica i Paesi sulla base di una scala da 1 a 10, in cui il 10 corrisponde ad una percezione di assenza totale di corruzione nella pubblica amministrazione e nella politica. Il punteggio viene assegnato sulla base di sondaggi e riflette la visione degli uomini di affari, degli analisti e degli esperti locali dei Paesi presi in esame. Dei 159 Paesi esaminati, 113 hanno ottenuto meno di 5, e 70 meno di 3. “È interessante notare che molti dei Paesi con i punteggi più bassi sono anche tra i Paesi più poveri”, ha osservato il Presidente di Transparency International, Peter Eigen, nel corso della presentazione del rapporto. “I due flagelli si alimentano a vicenda, intrappolando le popolazioni in un circolo di miseria”, ha affermato. “La corruzione deve essere affrontata con forza se vogliamo che gli aiuti incidano in modo significativo nel liberare la gente dalla povertà”. Eigen ha poi precisato che anche i Paesi ricchi sono affetti dalla corruzione. E ad essi è anche da imputare una parte della responsabilità per la presenza della corruzione nei Paesi in via di sviluppo. Nel passato - ha osservato - le società dei Paesi più ricchi pagavano volontariamente tangenti per gli affari che svolgevano all’estero. La Convenzione contro la corruzione, elaborata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), rappresenta un elemento positivo. Ma, secondo Eigen, i Paesi ricchi devono lavorare a stretto contatto con quelli poveri, per rompere il circolo della corruzione. Il rapporto spiega che gli investimenti stranieri sono minori nei Paesi in cui è percepito un certo grado di corruzione, cosa che ostacola ulteriormente la loro possibilità di prosperare. Ridurre la corruzione li aiuterebbe ad attrarre maggiori investimenti esteri e ad aumentare il loro ritmo di sviluppo. Nessuna regione è esente da problemi di corruzione, ha osservato David Nussbaum, responsabile di Transparency International. Anche nell’Unione europea allargata, il punteggio medio si attesta solo ad uno scarso 6,7, “che indica che molti dei Paesi europei stanno ancora lottando contro una corruzione di dimensioni significative”. Le aree di maggior corruzione sono quelle dell’Europa centrale e orientale, con un punteggio medio di 2,7. Questo significa sono presenti “livelli devastanti di corruzione percepita, che pregiudicano seriamente la stabilità politica e sociale, oltre a compromettere la vita quotidiana della gente che abita quei Paesi”, ha affermato Nussbaum. La cancellazione del debito è a rischio Transparency International ha poi sottolineato il fatto che la corruzione potrebbe mettere a rischio i benefici economici derivanti dalla cancellazione del debito. 19 Paesi tra quelli più poveri al mondo hanno potuto usufruire di una cancellazione del debito, sulla base dell’iniziativa HIPC (Heavily Indebted Poor Countries) per i Paesi poveri altamente indebitati. Ma nessuno di essi supera un punteggio di 4 sull’indice, cosa che indica livelli seri o gravi di corruzione. Il rischio è che i soldi liberati dalla cancellazione del debito non vengano utilizzati per alimentare lo sviluppo, ma vengano bruciati attraverso la corruzione e la cattiva amministrazione. Il rapporto sostiene che la lotta alla corruzione è essenziale per rendere gli aiuti più efficaci. Arricchirsi, tuttavia, non significa che i Paesi possano rilassare il loro impegno contro la corruzione. Transparency International ha osservato che, secondo un’analisi di lungo periodo dei cambiamenti negli indici di corruzione, risulta che la percezione della corruzione è diminuita significativamente in alcuni Paesi di basso reddito come l’Estonia, la Colombia e la Bulgaria, nel corso dell’ultimo decennio. Allo stesso tempo, alcuni Paesi più ricchi come il Canada e l’Irlanda hanno fatto registrare bruschi aumenti nella percezione della corruzione. Il rapporto esprime l’auspicio che la Convenzione ONU contro la corruzione, la cui entrata in vigore è prevista per dicembre, possa instaurare un quadro giuridico globale per la lotta contro la corruzione. La Convenzione è diretta ad accelerare il recupero dei fondi sottratti e a spingere le banche a prendere provvedimenti contro il riciclaggio di denaro sporco. Essa consentirà alle nazioni di perseguire le società estere e le persone straniere che hanno commesso atti di corruzione sul proprio territorio e a vietare simili atti nei confronti di funzionari pubblici stranieri. L’ambito imprenditoriale La crescita economia è poi ostacolata da un’altra serie di fattori, trattati dal rapporto “Doing Business in 2006: Creating Jobs”. Secondo il rapporto, pubblicato nel mese di settembre dalla Banca mondiale, un grande stimolo all’attività economica deriverebbe dalla riforma della burocrazia e dalla semplificazione del sistema fiscale. “L’occupazione è una priorità per ogni Paese e in particolare per quelli più poveri”, ha dichiarato Paul Wolfowitz, presidente della Banca mondiale. “Adoperarsi di più per migliorare la burocrazia e aiutare gli imprenditori è essenziale per creare posti di lavoro e una maggiore crescita economica”, Il rapporto mette a confronto il successo economico dei Paesi dell’Europa orientale, che sono stati in grado di ottimizzare la regolamentazione e incoraggiare gli imprenditori, rispetto ai Paesi africani. Per la prima volta il rapporto annuale dà una valutazione globale 155 nazioni, nella loro regolamentazione economica essenziale e nelle riforme. Risulta che le nazioni africane sono quelle che impongono i maggiori ostacoli burocratici sugli imprenditori e che nell’ultimo anno hanno attuato meno riforme. Per contro, ogni Paesi dell’Europa dell’Est ha migliorato almeno un aspetto del contesto economico. Il rapporto fornisce poi una serie di grafici esemplificativi dei problemi del mondo imprenditoriale in Africa. Ad esempio un imprenditore in Mozambico deve sottoporsi a 14 procedure separate, per un totale di 153 giorni per registrare una nuova attività economica. Nella Sierra Leone, se tutte le tasse venissero pagate, esse ammonterebbero al 164% del profitto lordo dell’impresa. Nel Burundi ci vogliono 55 firme e 124 giorni perché i beni importati raggiungano, dal porto di arrivo, i cancelli delle fabbriche. Durante lo scorso anno, alcuni Paesi africani hanno in effetti introdotto qualche riforma, ma secondo il rapporto ancora molto rimane da fare. Gli Stati africani hanno i più alti livelli al mondo di tassazione sulle attività economiche: in media arrivano al 62% dei profitti lordi. L’ingente prelievo fiscale costituisce un incentivo all’evasione e porta molte imprese a lavorare nell’economia sommersa. L’eccessiva regolamentazione e gli alti livelli di tassazione, inoltre, impediscono ai Paesi di crescere nelle esportazioni. In Etiopia, ad esempio, gli esportatori devono ottenere ben 33 firme prima che i propri beni possano raggiungere i porti per la spedizione all’estero. E in Nigeria i costi amministrativi raggiungono la quota del 18% del valore delle esportazioni stesse. Il rapporto dichiara inoltre che gli Stati dell’America latina e dei Caraibi devono attuare ulteriori riforme per aiutare le piccole e medie imprese a creare maggiori posti di lavoro. Qualche progresso è stato fatto, ma nella zona rimangono presenti ancora grossi fardelli burocratici sull’economia. Tra questi Stati, solo il Cile rientra tra i 30 Paesi in cui l’attività d’impresa è più agevole. Principi morali Il recente Compendio della dottrina sociale della Chiesa tratta anche della corruzione e della burocrazia. In diversi paragrafi la corruzione è considerata come ostacolo allo sviluppo economico. Ed al n. 411, nel contesto del sistema democratico, il Compendio descrive la corruzione come un tradimento sia dei principi morali, sia delle norme di giustizia sociale. “La corruzione distorce alla radice il ruolo delle istituzioni rappresentative, perché le usa come terreno di scambio politico tra richieste clientelari e prestazioni dei governanti”, osserva il Compendio. Il paragrafo successivo rileva che l’eccesso di burocratizzazione rende le istituzioni meno efficaci. Il Compendio propone una soluzione a questi problemi fondata sui principi morali piuttosto che sugli accordi internazionali. Contro un eccesso di regolamentazione, il Compendio suggerisce che la pubblica amministrazione sia orientata dall’idea di uno Stato al servizio dei cittadini. Lo Stato è il gestore del bene del popolo, che deve amministrare in vista del bene comune. Analoga raccomandazione viene espressa al n. 410, per coloro che hanno responsabilità politiche. Essi non devono dimenticare che la “autorità responsabile” significa “autorità esercitata mediante il ricorso alle virtù che favoriscono la pratica del potere con spirito di servizio”. Consigli, questi, che potrebbero dimostrarsi un buon affare anche sul piano economico. | ||||
| CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 30 ottobre 2005 (ZENIT.org) | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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Dopo la beatificazione di otto martiri assassinati nel 1936, durante la persecuzione religiosa che ha avuto luogo in Spagna in piena Guerra Civile, Benedetto XVI ha sottolineato i loro ultimi istanti di vita ricordando che sono morti “perdonando i loro persecutori”. Questo sabato pomeriggio, il Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha presieduto la Celebrazione dell’Eucaristia all’Altare della Confessione della Basilica Vaticana e, per incarico del Papa, ha dato lettura della Lettera Apostolica con la quale il Santo Padre ha inscritto nell’albo i nuovi beati. Al termine della celebrazione, il Santo Padre Benedetto XVI è giunto in Basilica ed è salito all’Altare della Confessione. Il Pontefice ha quindi venerato le reliquie dei nuovi beati e ha rivolto alcune parole in Castigliano e Catalano per ricordare il loro modello di vita. Di Josep Tàpies i Sirvant e altri sei sacerdoti, molti dei quali parroci dediti alla pastorale nella parrocchia di Pobla de Segur (Lérida) e nelle località vicine, ha ricordato che, “perdonando i loro persecutori, hanno offerto la propria vita invocando il Re dell’Universo”. Sono stati fucilati il 13 agosto 1936 sulla porta del cimitero del paese di Salas de Pallars (I martiri della persecuzione religiosa spagnola, testimoni di riconciliazione , ZENIT, 3 maggio 2004). Gli altri sei sacerdoti erano Pasqual Araguás i Guárdia, nato nel 1899 a Pont de Claverol, parroco di Noals (provincia di Huesca); Silvestre Arnau i Pasqüet, nato a Gósol nel 1911, il più giovane di tutti, vicario parrocchiale di La Pobla de Segur; Josep Boher i Foix, nato nel 1887 a Sant Salvador de Toló, parroco di La Pobleta de Bellveí; Francesc Castells i Brenuy, nato nel 1886 a La Pobla de Segur, parroco di Tiurana ed economo di Poal; Pere Martret i Moles, nato nel 1901 a La Seu d’Urgell, economo di La Pobla de Segur; Josep-Joan Perot i Juanmartí, nato nel 1877 a Boulogne (Toulouse-Francia), allora parroco di San Joan de Vinyafrescal. Il Santo Padre ha quindi menzionato María de los Ángeles Ginard Martí (1894-1936), vergine e martire della Congregazione delle Suore Zelatrici del Culto Eucaristico, che ha sofferto il martirio a Madrid durante la stessa persecuzione. Benedetto XVI ha sottolineato in particolare il fatto che l’offerta della sua vita è stata preparata da “lunghe ore di adorazione del Santissimo Sacramento, senza trascurare il suo servizio alla comunità”. “Questi nuovi beati sono per tutti noi un esempio vivo di identità sacerdotale e di consacrazione religiosa”, ha concluso il Papa. | |||
| ROMA, domenica, 30 ottobre 2005 (ZENIT.org | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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In occasione dell'Anno dell'Eucaristia, indetto da Giovanni Paolo II , la Pontificia Accademia “Cultorum Martyrum” ha organizzato giovedì 27 ottobre presso l’Aula delle conferenze del Collegio Teutonico di S. Maria in Camposanto, all’interno della Città del Vaticano, una giornata di Studio sul tema: “L'Eucaristia forza dei Martiri, fonte della testimonianza cristiana”. A margine del Convegno ZENIT ha intervistato un relatore, monsignor Pasquale Iacobone, Sacerdos dell’Accademia e addetto di segreteria al Pontificio Consiglio della Cultura, il quale ha detto che “già il Cardinale Joseph Ratzinger, ora Pontefice Benedetto XVI, ha spiegato che il martirio è il divenire, il farsi Eucaristia del cristiano”. “Nell’antichità – ha continuato – abbiamo tanti martiri catturati o trucidati durante la celebrazione dell’Eucaristia, come per esempio i martiri di Abitene (303 – 304) dove 49 cristiani, vennero trucidati perché celebrarono l’Eucaristia nonostante il divieto dell’Imperatore Diocleziano; il Pontefice Sisto II (regnante dal 257 al 258) il quale venne catturato sulla via Appia insieme ai quattro diaconi, tra cui Lorenzo, proprio mentre celebravano l’Eucaristia”. “Questo non toglie che tutti i martiri sono discepoli che si fanno Eucaristia donando in nome e per conto di Cristo la propria vita”, ha spiegato monsignor Iacobone. “C’è un aspetto del martirio cristiano che viene sottolineato sia da San Paolo nelle sue lettere che in tutta la letteratura successiva – ha poi chiarito –, e cioè che il martirio cristiano è espressione di un donare con gioia la propria vita”. “Lo stesso Pontefice ha sottolineato come la gioia è uno dei sentimenti che ricorre spesso nei martiri. Non si tratta di ingenuità, non è evasione dalla realtà, ma è una profondità che altri non hanno”, ha aggiunto. “Questa profondità che si manifesta nella gioia anche quando uno dona la vita diventa attrattiva, diventa punto di meraviglia e domanda per gli altri”, ha poi concluso. In una breve intervista rilasciata a ZENIT, un altro relatore al Convegno, Lorenzo Dattrino, docente di Patrologia alla Pontificia Università Lateranense e Prelato d’Onore di Sua Santità, ha indicato come esempio di martirio eucaristico quello di Ignazio Vescovo di Antiochia di Siria (primo secolo). “Ignazio era un Vescovo molto noto. L’imperatore Comodo voleva dare uno spettacolo solenne dandolo in pasto alle belve. Nel corso del viaggio verso Roma Ignazio fu autore di sette lettere, e avendo saputo che i cristiani di Roma si stavano movendo per cercare di evitare la sua morte, scrisse: ‘se veramente mi volete bene non fate nulla lasciate che il sole che nasce in Oriente tramonti in Occidente’”. Dotato di una spiccata spiritualità eucaristica, il Vescovo Ignazio scrisse una volta: “Siccome per avere il pane bisogna macinare il grano, per avere il vino bisogna pigiare l’uva, così io voglio che le mie membra siano sbranate e macinate dai denti delle belve per diventare sacrificio gradito a Dio”. “Nutrendoci dell’Eucaristia noi veniamo cristificati, perché il primo martire è Cristo, e quindi siamo martiri alla scuola di Cristo”, ha poi concluso il professor Dattrino. Fondata sotto il titolo di "Collegium Cultorum Martyrum" il 2 febbraio 1879, la Pontificia Accademia ha lo scopo di promuovere il culto dei Santi Martiri e di incrementare ed approfondire l'esatta storia dei Testimoni della Fede e dei monumenti ad essi collegati, fin dai primi secoli del cristianesimo. L'Accademia, oltre ad indire celebrazioni negli antichi cimiteri cristiani e in altri luoghi sacri, con funzioni religiose e conferenze archeologiche, tiene almeno due Assemblee Generali ogni anno, presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana e nella sua sede storica al Collegio Teutonico in Vaticano. La Pontificia Accademia "Cultorum Martyrum" patrocina anche, durante la Quaresima, lo svolgimento della liturgia stazionale, ripristinato da monsignor Carlo Respighi, Magister dell’Accademia dal 1931 al 1947. | |||
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