| 7 Novembre 2005 |
Anno I, Numero 13 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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Il segreto della felicità sta nella docilità a Dio e nella generosità verso i più bisognosi, ha assicurato Benedetto XVI questo mercoledì, nel corso dell’Udienza generale. Incontrandosi con più di 20.000 pellegrini riunitisi in piazza San Pietro nel giorno dei Fedeli Defunti, il Papa ha dedicato la sua catechesi al commento del Salmo 111, “Beatitudine dell’uomo giusto”. Secondo quanto constatato dal Santo Padre, “la docilità a Dio” è “radice di speranza e di armonia interiore ed esteriore”. “L’osservanza della legge morale è sorgente di profonda pace della coscienza. Anzi, secondo la visione biblica della ‘retribuzione’, sul giusto si stende il manto della benedizione divina, che imprime stabilità e successo alle sue opere e a quelle dei suoi discendenti”, ha aggiunto. “Il cuore di questa fedeltà alla Parola divina consiste in una scelta fondamentale, cioè la carità verso i poveri e i bisognosi”, ha spiegato il Pontefice richiamando poi le parole espresse dal Salmista: “Felice l’uomo pietoso che dà in prestito… Egli dona largamente ai poveri” (vv. 5.9). “Il giusto, raccogliendo il monito costante dei profeti, si schiera dalla parte degli emarginati, e li sostiene con aiuti abbondanti”, ha spiegato il Vescovo di Roma, “esprimendo così un’estrema generosità, completamente disinteressata”. Alla luce di questi insegnamenti fondamentali della Sacra Scrittura, il Papa ha affermato che è possibile contemplare l’ “enigma umano della morte”, ricordato dalla festa celebrata quest’oggi dai cristiani, “con serenità e speranza”. La morte, ha ricordato prima di congedarsi, non è “una fine, è una nuova nascita, è il passaggio obbligato attraverso il quale possono raggiungere la vita in pienezza coloro che modellano la loro esistenza terrena secondo le indicazioni della Parola di Dio”. | ||
| CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 2 novembre 2005 (ZENIT.org) | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Il segreto della felicità sta nella docilità a Dio e nella generosità verso i più bisognosi, ha assicurato Benedetto XVI questo mercoledì, nel corso dell’Udienza generale. Incontrandosi con più di 20.000 pellegrini riunitisi in piazza San Pietro nel giorno dei Fedeli Defunti, il Papa ha dedicato la sua catechesi al commento del Salmo 111, “Beatitudine dell’uomo giusto”. Secondo quanto constatato dal Santo Padre, “la docilità a Dio” è “radice di speranza e di armonia interiore ed esteriore”. “L’osservanza della legge morale è sorgente di profonda pace della coscienza. Anzi, secondo la visione biblica della ‘retribuzione’, sul giusto si stende il manto della benedizione divina, che imprime stabilità e successo alle sue opere e a quelle dei suoi discendenti”, ha aggiunto. “Il cuore di questa fedeltà alla Parola divina consiste in una scelta fondamentale, cioè la carità verso i poveri e i bisognosi”, ha spiegato il Pontefice richiamando poi le parole espresse dal Salmista: “Felice l’uomo pietoso che dà in prestito… Egli dona largamente ai poveri” (vv. 5.9). “Il giusto, raccogliendo il monito costante dei profeti, si schiera dalla parte degli emarginati, e li sostiene con aiuti abbondanti”, ha spiegato il Vescovo di Roma, “esprimendo così un’estrema generosità, completamente disinteressata”. Alla luce di questi insegnamenti fondamentali della Sacra Scrittura, il Papa ha affermato che è possibile contemplare l’ “enigma umano della morte”, ricordato dalla festa celebrata quest’oggi dai cristiani, “con serenità e speranza”. La morte, ha ricordato prima di congedarsi, non è “una fine, è una nuova nascita, è il passaggio obbligato attraverso il quale possono raggiungere la vita in pienezza coloro che modellano la loro esistenza terrena secondo le indicazioni della Parola di Dio”. | ||||
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Per chi crede in Cristo, la morte è un passaggio verso la Patria celeste, un momento, pertanto, che non deve essere visto con timore, assicura Benedetto XVI. Questa la meditazione sulla vita e la morte offerta dal Papa questo martedì, Solennità di Tutti i Santi, nel discorso introduttivo alla preghiera mariana dell’Angelus, recitata insieme alle decine le decine di migliaia di pellegrini riunitisi in piazza San Pietro. Di fatto, ha spiegato, “con l’incarnazione del Figlio, la sua morte e risurrezione, Dio ha voluto riconciliare a Sé l’umanità ed aprirla alla condivisione della stessa sua vita”. “Per chi vive in Cristo la morte è il passaggio dal pellegrinaggio terreno alla patria del Cielo, dove il Padre accoglie tutti i suoi figli”, ha indicato il Santo Padre. “Per questo è molto significativo e appropriato che dopo la festa di Tutti i Santi la Liturgia ci faccia celebrare domani la Commemorazione di tutti i fedeli defunti”, ha poi considerato. In particolare, in questi giorni la Chiesa invita a riscoprire la "comunione dei santi", che i cristiani professano nel Credo. “E’ la realtà di una famiglia legata da profondi vincoli di spirituale solidarietà, che unisce i fedeli defunti a quanti sono pellegrini nel mondo”, ha spiegato. “Un legame misterioso ma reale – ha quindi sottolineato –, alimentato dalla preghiera e dalla partecipazione al sacramento dell’Eucaristia”. “Nel Corpo mistico di Cristo le anime dei fedeli si incontrano superando la barriera della morte, pregano le une per le altre, realizzano nella carità un intimo scambio di doni”, ha di seguito aggiunto il Vescovo di Roma. In questa prospettiva, ha ricordato, “si comprende anche la prassi di offrire per i defunti preghiere di suffragio, in modo speciale il Sacrificio eucaristico, memoriale della Pasqua di Cristo, che ha aperto ai credenti il passaggio alla vita eterna”. Per questa ragione, ha poi concluso, “la sosta di questi giorni presso le tombe dei nostri defunti” rappresenta “un’occasione per pensare senza timore al mistero della morte e coltivare quell’incessante vigilanza che ci prepara ad affrontarlo con serenità”. | ||||
| ROMA, mercoledì, 2 novembre 2005 (ZENIT.org). | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Il professor Alberto Gambino, Ordinario di Diritto Privato presso l'Università Europea di Roma, sostiene che il nucleo di valori condivisi su cui è possibile fondare una pacifica convivenza sociale fra uomini di culture diverse va rintracciato nell’orizzonte dei diritti e doveri fondamentali della persona umana, che accomunano le diverse religioni monoteiste. In questa intervista a ZENIT, il professor Alberto Gambino, che è anche docente di Filosofia del Diritto all'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, afferma, in particolare, che in un contesto come quello europeo “i valori morali della tradizione cristiana ben possono essere utilizzati quali canoni interpretativi per una legge che sia davvero conforme alle aspirazioni dei consociati”. Sulla base dei suoi studi, lei crede possibile un recupero del concetto di "legge naturale" per fondare un diritto comune tra cittadini di Paesi diversi, con differenze di cultura e di religione? Prof. Alberto Gambino: Oggi emerge sempre più chiaramente l'esigenza di rintracciare norme comuni a carattere universale e perciò idonee a disciplinare i molteplici rapporti umani che non si legano esclusivamente ad un diritto dai confini territoriali definiti. Il fare dunque appello ad un "vocabolario comune" fondato su valori condivisi fornisce la possibilità di avanzare istanze che possano andare oltre il diritto dei singoli Stati, di immaginare scenari più ampi nel contesto della globalizzazione estremamente necessari, dal momento che un vero e proprio diritto sovranazionale ancora non esiste. Quale potrebbe essere il nucleo di questi "valori condivisi"? Prof. Alberto Gambino: Il carattere più importante è senz'altro quello di radicarsi nell'orizzonte dei diritti e doveri fondamentali della persona umana. E' un carattere sufficiente per trovare un denominatore comune anche con popoli che fondano i loro valori su confessioni, religioni e culture diverse? Prof. Alberto Gambino: I diritti e i doveri fondamentali della persona sono compresi nelle grandi religioni monoteiste e rappresentano la migliore garanzia per una convivenza pacifica planetaria, fondata su valori condivisi, proprio secondo una concezione della morale umana come "sentinella del diritto". Se, ad esempio, ben guardiamo il cuore dell'Islam possiamo a ragione considerare alcuni valori, come la centralità della persona e la tutela della sua dignità, che ben si conciliano con i valori della tradizione cristiana. Il problema è piuttosto l'interpretazione a carattere fondamentalista che stravolge i principi religiosi fornendo un'interpretazione difforme della dottrina. Tuttavia in un contesto secolarizzato come l'attuale, dove il laicismo spesso predomina, non le pare quantomeno difficoltoso proporre una lettura del diritto che si apra a valori esterni e non giuspositivistici? Prof. Alberto Gambino: Senz'altro è difficile, ma allo stesso tempo è necessario. Anzi direi vitale. Inoltre occorre riaffermare che il diritto, le norme giuridiche, si fondano su valori morali condivisi, che non sono dunque "esterni". E' solo il caso di ricordare che l'apice del positivismo, di un diritto cioè scollegato dalla morale, si è realizzato con l'Olocausto. Ogni riflessione filosofico-giuridica, anche quella più aggressivamente laicista, non può prescindere da quel fatto, vergognoso per l'intera umanità. Lei però sembra spingersi ancora più in là, rispetto all'esigenza di riconoscere una legge naturale condivisibile da tutti, quando afferma che "il diritto interpella anche i valori cristiani". Prof. Alberto Gambino: Qui gioca la distinzione tra fondamenti del diritto e interpretazione della legge. Un diritto perché sia davvero globale deve senz'altro fondarsi su valori umani condivisi, pena la sua inefficacia. Tuttavia l'interpretazione della legge ha grandi spazi in quanto si lega anche alla cultura dell'interprete e della società di riferimento. Il diritto è infatti composto da un'insieme di norme, che hanno forza di legge in quanto promulgate secondo le procedure legislative previste. Una volta venute ad esistenza molte norme rinviano, per una loro corretta interpretazione, a elementi e criteri sociali, che non sono definiti dalla legge stessa. Si pensi al criterio della "buona fede", al principio della "correttezza", alla "diligenza del buon padre di famiglia", al "buon costume", al richiamo all'"equità". Quindi, dal punto di vista ermeneutico, l'interpretazione del diritto può passare anche attraverso i valori cristiani, come facenti parte di un patrimonio comune e riconosciuti in contesti sociali, secondo usi e prassi non codificati. In questo senso proprio i valori morali della tradizione cristiana ben possono essere utilizzati quali canoni interpretativi per una legge che sia davvero conforme alle aspirazioni dei consociati. Del resto proprio un richiamo alle "radici cristiane" nel "Trattato che stabilisce una Costituzione per l'Europa", oltre che un onesto riconoscimento storico, avrebbe rappresentato, in quanto strumento di interpretazione delle norme del Trattato, la migliore garanzia di apertura verso gli altri popoli, essendo il Cristianesimo espressione di umanità e di fratellanza. Qualcuno potrebbe dire che così viene meno il principio di laicità dello Stato. Prof. Alberto Gambino: Distinguiamo tra laicità e laicismo, laddove un richiamo ai valori cristiani viene rifiutato dal laicista come una degenerazione del principio di laicità. Che un politico laico possa conformare le proprie proposte legislative, le ragioni di un voto, anche alla sua ispirazione cristiana non significa tradire il principio di laicità. Anzi significa rispettarlo in quanto quella scelta politica discende da un'opzione personale. Altro è dire, invece, che le leggi dello Stato debbano conformarsi necessariamente alle direttive dell'autorità ecclesiastica. Questo sì significherebbe tradire il principio di laicità. | ||||
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