Marzo 30, 2005

Anno 2005, Numero 1

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"Tempo di avvento"
Certo l'attesa è la nostra condizione piú vera
P. Giupeppe Gamelli

Tempo di Avvento

In attesa della Sua venuta la liturgia ci insegna ad annunciare la Sua morte e proclamare la Sua risurrezione.

Certo lattesa è la nostra condizione più vera. E la parola che esprime meglio ciò che stiamo vivendo. Cè però la tentazione, grave, di vivere unattesa passiva, non operativa, fatalistica, che sopporta tutto tacendo (o brontolando), unattesa da mezzi uomini, da gente che non rischia nulla, da persone condizionate, non libere nelle scelte. Unattesa nella quale la vita ci passa sopra, ci sfugge. Unattesa dove lo sguardo non è nemmeno puntato più in là ma si concentra tutto su noi stessi e la nostra piccola esistenza più o meno dolorante o dolorosa.

Si cade a volte in questo tipo di circolo vizioso dellio seduto, mezzo vivo, apatico.

Pensando a Gesù me lo immagino per trentanni, prima giovane, amato dalla sua famiglia, estroverso, dotato di una naturale profondità di rapporto con gli altri, sensibile e curioso, segni questi di unintelligenza acuta. Ma lo immagino anche umile nellapprendere il mestiere del padre, mentre realizza prima maldestramente e poi sempre meglio i manufatti in legno, qualche mobile, qualche porta, le travature di qualche terrazzo. Penso anche che abbia prima disegnato, magari per terra con un bastone, ciò che stava per realizzare, discutendo con il padre sul modo migliore di operare.

Insomma stava vivendo, lavorava per poter mangiare, si occupava di cose molto concrete, si sarà anche ferito usando gli attrezzi da lavoro, si sarà impolverato e avrà sudato a volte anche molto per finire per tempo ciò che era stato promesso al cliente. Forse non doveva fare pubblicità ma contava sul passa-parola dei clienti soddisfatti. Non cercava consulenti di marketing ma dialogava con il padre e la madre su come era meglio fare per mandare avanti la baracca. Sicuramente me lo immagino anche tutto preso in alcuni momenti della giornata a dialogare con il Padre celeste. A questo non rinunciava proprio mai almeno che qualcuno non avesse bisogno di una mano, di una parola di conforto. Beh, in quel caso mollava tutto e sorridendo faceva ciò che andava fatto. Rimandava in quei casi lappuntamento della preghiera, del dialogo con il Padre, un po più tardi, a volte anche a notte fonda, vincendo la stanchezza.

Scopre pian piano chi è. Legge le scritture nella sinagoga il sabato e gli sembra di leggere la propria storia. Il Padre gliela sta rivelando sempre più chiaramente. Maria glielo testimonia. Giuseppe racconta come sono andate le cose facendo una pausa, togliendosi la polvere e scostando gli attrezzi da lavoro. Mentre ascolta, Gesù ricollega tutto, capisce in modo chiaro e le tante domande che portava nel cuore trovano la risposta che il Padre celeste gli stava suggerendo da tempo.

Un giorno sono invitati ad una festa di nozze. Si reca lì con la madre. Lei, sempre attenta si accorge che manca qualcosa, appena cercano una risposta da lei indica il Figlio........

E un Gesù che vive, lavora, prende coscienza di se, ama le persone, la sua famiglia, si accorge delle ingiustizie e dei vizi degli uomini e delle donne e le presenta al Padre, sceglie le cose da fare e da non fare. Interviene dove può, nelle situazione che incontra, a volte va in cerca di chi ha più bisogno. Insomma vive intensamente, sempre collegato in diretta con il Padre. Ha uno sguardo che ti legge nel profondo, dice poche parole, semplici che spiegano la storia e nella storia la tua storia e della tua storia tutto il senso.

Gesù è in cammino verso Gerusalemme: è lì che incontrerà il Padre ritornando a Lui. A questo non ci rinuncia. Deve donarsi completamente e lo fa fino allultima goccia di sangue, fino allultima goccia dellacqua della pleure squarciata dalla lancia. Dona tutto, anche sua Madre, unico conforto umano lì sotto la croce.

Questo Suo attendere

è la nostra condizione più vera.





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