| April 22, 2002 |
Anno 1, Numero 7 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| PAROLE DEL SANTO PADRE | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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1. "Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1) Queste parole, riportate nel brano evangelico appena proclamato, ben sottolineano il clima del Giovedì Santo. Esse ci fanno intuire i sentimenti provati da Cristo "nella notte in cui veniva tradito" (1 Cor 11, 22), e ci stimolano a partecipare con intensa e intima gratitudine al solenne rito che stiamo compiendo. Questa sera entriamo nella Pasqua di Cristo, che costituisce il momento drammatico e conclusivo, lungamente preparato ed atteso, dell'esistenza terrena del Verbo di Dio. Gesù è venuto tra di noi non per essere servito, ma per servire, ed ha assunto su di sé i drammi e le speranze degli uomini di tutti i tempi. Anticipando misticamente il sacrificio della Croce, nel Cenacolo ha voluto restare con noi sotto le specie del pane e del vino ed ha affidato agli Apostoli e ai loro successori la missione e il potere di perpetuarne la memoria viva ed efficace nel rito eucaristico. Questa celebrazione, pertanto, ci coinvolge misticamente tutti e ci immette nel Triduo Sacro, durante il quale anche noi impareremo dall'unico "Maestro e Signore" a "tendere le mani" per andare là dove ci chiama il compimento della volontà del Padre celeste. 2. "Fate questo in memoria di me" (1 Cor 11,24-25). Con questo comando, che ci impegna a ripetere il suo gesto, Gesù conclude l'istituzione del Sacramento dell'Altare. Anche al termine della lavanda dei piedi Egli ci invita ad imitarlo: "Vi ho dato l'esempio perché come ho fatto io facciate anche voi" (Gv 13,15). Stabilisce in tal modo un'intima correlazione tra l'Eucaristia, sacramento del suo dono sacrificale, e il comandamento dell'amore, che ci impegna ad accogliere e servire i fratelli. Non si può disgiungere la partecipazione alla mensa del Signore dal dovere di amare il prossimo. Ogni volta che partecipiamo all'Eucaristia, anche noi pronunciamo il nostro “Amen” davanti al Corpo e al Sangue del Signore. Ci impegniamo in tal modo a far ciò che Cristo ha fatto, "lavare i piedi" dei fratelli, trasformandoci in immagine concreta e trasparente di Colui che "spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo" (Fil 2,7). E' l'amore l'eredità più preziosa che Egli lascia a quanti chiama alla sua sequela. E' il suo amore, condiviso dai suoi discepoli, che questa sera viene offerto all'intera umanità. 3. "Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna" (1 Cor 11,29). Grande dono è l'Eucaristia, ma anche una grande responsabilità per chi la riceve. Gesù, dinanzi a Pietro che è riluttante a farsi lavare i piedi, insiste sulla necessità di essere mondi per prendere parte al banchetto sacrificale dell'Eucaristia. La tradizione della Chiesa ha sempre evidenziato il legame esistente tra l'Eucaristia e il sacramento della Riconciliazione. Ho voluto ribadirlo anch'io nella Lettera ai Sacerdoti per il Giovedì Santo di quest'anno, invitando anzitutto i presbiteri a considerare con rinnovato stupore la bellezza del Sacramento del perdono. Solo così potranno poi farlo riscoprire ai fedeli affidati alle loro cure pastorali. Il sacramento della Penitenza restituisce ai battezzati la grazia divina perduta con il peccato mortale, e li dispone a ricevere degnamente l'Eucaristia. Inoltre, nel colloquio diretto che la sua celebrazione ordinaria comporta, il Sacramento può venire incontro all'esigenza di comunicazione personale, resa oggi sempre più difficile dai ritmi frenetici della società tecnologica. Con la sua opera illuminata e paziente il confessore può introdurre il penitente a quella comunione profonda con Cristo che il Sacramento ridona e l'Eucaristia porta a pieno compimento. Possa la riscoperta del sacramento della Riconciliazione aiutare tutti i credenti ad accostarsi con rispetto e devozione alla Mensa del Corpo e del Sangue del Signore. 4. "Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1). Ritorniamo spiritualmente nel Cenacolo! Ci raccogliamo con fede intorno all'Altare del Signore, facendo memoria dell'Ultima Cena. Ripetendo i gesti di Cristo, proclamiamo che la sua morte ha redento l'umanità dal peccato, e continua a dischiudere la speranza di un futuro di salvezza per gli uomini di ogni epoca. Tocca ai sacerdoti perpetuare il rito che, sotto le specie del pane e del vino, rende presente il sacrificio di Cristo in modo vero, reale e sostanziale, fino alla fine dei tempi. Tocca a tutti i cristiani farsi servi umili e attenti dei fratelli per collaborare alla loro salvezza. E' compito di ogni credente proclamare con la vita che il Figlio di Dio ha amato i suoi "fino alla fine". Questa sera, in un silenzio carico di mistero, si alimenta la nostra fede. Uniti a tutta la Chiesa, annunciamo la tua morte, o Signore. Ripieni di gratitudine, gustiamo già la gioia della tua resurrezione. Pieni di fiducia, ci impegniamo a vivere nell'attesa del tuo ritorno glorioso. Oggi e sempre, o Cristo, nostro Redentore. Amen! | |||
| DUBBI, DOMANDE, E... | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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Salve. Io sto discernedo una chiamata al sacerdozio. Non sono sicuro che questa sia la mia vocazione, anche se a volte mi pare proprio di sì, fino al punto che mi ivene da piangere. Ci sono state anche persone che mi hanno detto che potrei avere una vocazione religiosa. Ho finito per avere discussioni circa la vocazione con chiunque... E ho concluso che Dio mi abbia detto di aspettare i prossimi due anni (per finire le superiori) senza ancora scegliere definitivamente fra il sacerdozio e il matrimonio. Ma le cose non erano per niente facili, perché ho conusciuto una ragazza che mi piaceva veramente, tanto che quasi non riuscivo a parlarle... Poi ho letto un passaggio della Bibbia (1 Corinti, vv. 6 s.) che mi ha portato a pensare che prima devo discernere la chiamata al sacerdozio e non devo preoccuparmi del matrimonio, perché, se decidessi che il sacerdozio non fa per me, potrei sempre sposarmi. Ho fatto a diverse persone la seguente domanda, e ho sempre ricavato risposte corte e confuse: se Dio mi chiama al sacerdozio, devo per forza diventare un sacerdote ordinato? Che c’è di male se mi sposo? Riceveri meno grazie come uomo sposato? So che sarebbe meglio essere celibe per il regno dei cieli e non essere spinto in due direzioni opposte, e anche ora preferisco una certa libertà che mi viene dal non avere nessun tipo di “relazione” con una ragazza. Ma una pare di me vuole veramente una famiglia... pregare il rosario insieme, con la moglie e i bambini... attraversare i momenti difficili di ogni matrimonio... condividere ogni istante della mia vita e di e stesso con qualcun’altro... Ma voglio anche servire Dio, ed essere suo ministro... Io voglio condividere la Buona Novella con altri e credo di poter essere un buon prete... eppure vorrei allo stesso tempo essere sposato... A volte ho l’impressione che il sacerdozio sia un invito, e che, comunque risponda, Dio mi benedirà ugualmente; altre volte sento che il sacerdozio è una chiamata, e che dovrei rispondere ascoltandola e accettandola, diventando sacerdote. Qui mi ci vuole un chiarimento. Io amo Dio con tutto me stesso, e sono pronto a accettare la sua volontà anche se mi costerà, ma che debba proprio diventare sacerdote, se questa è la mia vocazione... Per favore, datemi una mano (io so, comunque, che devo affrontare un percorso di discernimento, prima o poi, per sapere se ho veramente una vocazione o no, ma che questo discernimento mi porti dal dire “Dio mi chiama al sacerdozio” al dier “io voglio diventare sacerdote”...il matrimonio è bello, e so che la mia ammirazione per il matrimonio può condurmi a un saxrificio più grande e che il matrimonio è solo per un certo periodo di tempo – mentre sacerdote si diventa per sempre -, ma sinceramente lo desidero). Sto fuggendo da Dio? La mia attrazione verso il matrimonio è solamente una passione naturale, indipendentemente dalla volontà di Dio? Io ho diversi amici che stanno facendo un cammino di discernimento vocazionale, e mi dicono che la sola cosa che li attiri verso il matrimonio è il sesso. Per me il sesso non è neanche un problema. Grazie per aver letto questa lunga lettera, ho proprio bisogno di un po’ di chiarezza, e anche se non penso che mi possa dare una risposta compiuta su un mio possiblie matrimonio, vi sono grato per il vostro aiuto. Caro Bruce, tu fai una domanda molto importante, che va al cuore del cosa sia una vocazione, cosa sia la nostra libertà,e come Dio agisce con noi. Se puoi, leggi il ilbro di George Weigel su Giovanni Paolo II, “Testimone della speranza”. All epagine 68-70 troverai una breve descrizione di come il Papa, da giovane, è arrivato a capire di avere quella vocazione, quali fossero i suoi pensieri, e che risposte ha dato alle obiezioni di quanti lo amavano veramente, ma che tentavano di dissuaderlo dal farsi prete. Penso che troverai quelle pagine di grande aiuto. La parola “vocazione” viene dal latino “chiamare”. È Dio che chiama. Quando scopriamo una vocazione, scopriamo che Dio sembra chiamarci a una relazione e ad un servizio più intimo, come dice san Paolo nella Lettera cui ti riferisci. Poiché il peccato originale ha indebolito la nostra volontà e oscurato la nostra percezione, troviamo molto difficile capire Dio, perché la sua chiamata sembra condurci a fare cose più difficili, quasi impossibili, e non quello che ci viene più naturale.Per esempio, arrivi a realizzare cosa voglia dire essere battezzato, e col fatto stesso di realizzarlo, non puoi più viver come tutti glialtri, hai una responsabilità di vivere a quel livello, una chiamata a vivere a quel livello – dai una riletta al Sermone della Montagna (capp. 5-7 di Matteo) – anche se a volte ti possa sembrare eccessivo. Ora, ci sono cose che Dio ci chiede di fare che sono intrinsecamente giuste, e non farle sarebbe un male in ogni caso, come perdonare. È giusto perdonare, sbagliato non farlo, e questo vale per tutti. Altre cose Dio vorrebe che le facessimo, ma non farle non sarebbe qualcosa di intrinsecamente cattivo, tra queste, l’essere sacerdoti. Non è un male il non essere sacerdote, e se lo fosse, davvero pochi uomini potrebbero salvarsi, e le donne... tutte dannate! Ciò che è sbagliato è, per chi è chiamato ad esserlo, non diventarlo. Ma è un altro tipo di errore rispetto al non perdono. Spero che riesca a spiegarmi. La conseguenza è questa: un uomo che non perdona ha bisogno di fare marcia indietro dalle sue decisioni, se vuole che Dio lo perdoni; ma un uomo che ha la vocazione sacerdotale e la rifiuta, e si sposa, ha fatto un torto a Dio, dicendogli di no. Ma se si accorge dell’errore, se ne pente, chiede perdono a Dio, Dio certamente glielo concederà, non gli risparmierà le sue benedizioni per vivere una vita santa e piena di frutti come persona sposata. Non ha bisogno di tornare celibe e diventare prete per essere perdonato da Dio. Mi spiego? Quando percepiamo la vocazione, possiamo sentirci “forzati”, ma non è la forza opprimente di un Dio che ci dice “se non fai ciò che ti dico, sarai dannato in eterno”, è piuttosto la forza dell’amore. Se Dio ci ha scelti da una moltitudine per portarci più vicino a Lui in un modo molto speciale, rendendoci servi del suo popolo per perdonare i suoi peccati e rendere Cristo realmente presente in mezzo a loro attraverso l’Eucaristia, abbiamo un grande privilegio, ma anche una grande responsabilità, perché Dio ha messo nelle nostre mani una grande speranza e molte vite. Quando guardi questa realtà con uno ochhi di fede, c’è solo una risposta da dare,costi quel che costi. Quando la guardi con uno sguardo di speranza, c’è solo una risposta, a prescindere dalla nostra debolezza. Quando la guardi con uno sguardo d’amore, c’è solo una risposta, nonostante le cose che ci attraggono. Il dono più prezioso che Dio ci ha fatto è la nostra capacità di amare. La libertà è un dono che Dio ci ha dato perché potessimo amare. L’intelligenza e la fede sono doni che ci ha dato perché potessimo trovare qualcosa che valesse la pena di amare, qualcosa che ci porti al di là dei limiti di questa vita e ci faccia felici eternamente. La ragione e la fede ci rendono liberi dalle apparenze e dalle nostre limitazioni, così che possiamo dare tutto noi stessi a Dio, il sommo bene che ci sia, e in quel modo usare dei beni che ci ha dato in quegli anni di vita che vivremo su questa terra nel modo più fruttuoso e buono possibile – facendo ciò che Lui vuole che noi facciamo. Che Dio ti benedica. | |||
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È abbastanza facile per noi, nella vita quotidiana, riconoscere e biasimare quella che è stata definita Cultura della Morte. È importante che sappiamo riconoscerla; ma è anche importante che lavoriamo per contrastarla. Allo stesso tempo, siamo chiamati a sviluppare una sempre più profonda conoscenza di quella che è la Cultura della Vita. L'enciclica Evangelium Vitae ci aiuta a fare esattamente questo. Mi limiterò a presentare qui solo alcune riflessioni su alcuni elementi delle visione positiva di quella che è la Cultura della Vita. La Vita è Cristo. Il Vangelo della Vita è il Vangelo di Cristo. Un primo punto chiave qui è il comprendere che il Vangelo della Vita è l'unico, solo ed indivisibile Vangelo di Gesù Cristo. Non c'è più di un Vangelo, né esiste un impegno per la 'vita' come qualcosa di sovrapposto, di aggiunto all'impegno per il Vangelo. Costitusicono un'unica e medesima cosa. Una Cultura della Vita è una cultura che accetta il Vangelo, lo proclama, lo celebra e sta al suo servizio. «Il Vangelo dell'amore di Dio per l'uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo» (EV 2). Gesù Cristo, Colui che proclama il Vangelo e, ad un tempo, è il Vangelo, numerose volte definisce Se stesso con la parola 'Vita'. Il Santo Padre spiega: «È questo il momento nel quale il Popolo di Dio, e in esso ciascun credente, è chiamato a professare, con umiltà e coraggio, la propria fede in Gesù Cristo 'il Verbo della vita' (1 Gv 1, 1). Il Vangelo della vita non è una semplice riflessione, anche se originale e profonda, sulla vita umana; neppure è soltanto un comandamento destinato a sensibilizzare la coscienza e a provocare significativi cambiamenti nella società; tanto meno è un'illusoria promessa di un futuro migliore. Il Vangelo della vita è una realtà concreta e personale, perché consiste nell' annuncio della persona stessa di Gesù. All'apostolo Tommaso, e in lui a ogni uomo, Gesù si presenta con queste parole: "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14, 6). È la stessa identità indicata a Marta, la sorella di Lazzaro: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno" (Gv 11, 25-26). Gesù è il Figlio che dall'eternità riceve la vita dal Padre (cf. Gv 5, 26) ed è venuto tra gli uomini per farli partecipi di questo dono: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10)» (EV 29). Questa è la valida ragione per cui tutti gli insegnamenti della Chiesa devono essere accettati da chiunque si dichiari cattolico. Tali principi interagiscono tra loro come un insieme organico. Perché? Per il fatto che alla fine essi, tutti insieme, sono una persona, il Signore Gesù. Coloro che tentano di accogliere alcuni di questi insegnamenti, respingendone però degli altri, inevitabilmente si privano del fondamento in virtù del quale accettano i principi che hanno prescelto, ovvero si privano della propria adesione a Gesù. Fare esperienza della Cultura della Vita significa, innanzitutto, fare esperienza concreta della Persona di Gesù. Il Signore Gesù è vita, ed Egli dà la vita proprio perché Egli dona Se stesso. Questo donarsi esiste in eterno "all'interno" della Trinità: il Padre genera il Figlio eternamente, il Figlio ama il Padre e lo Spirito Santo è il legame del loro amore. Dio sceglie liberamente di conferire, attraverso la creazione, una condivisione nella vita e, nel creare la persona umana, le concede una condivisione tanto nella vita naturale quanto in quella soprannaturale, andando così ben oltre quel che invece è offerto al resto del creato. Questa prospettiva, centrale nella Cutura della Vita, è espressa nel seguente brano della Evangelium Vitae: «La vita è sempre un bene. È, questa, una intuizione o addirittura un dato di esperienza, di cui l'uomo è chiamato a cogliere la ragione profonda. Perché la vita è un bene? L'interrogativo attraversa tutta la Bibbia e fin dalle sue prime pagine trova una risposta efficace e mirabile. La vita che Dio dona all'uomo è diversa e originale di fronte a quella di ogni altra creatura vivente, in quanto egli, pur imparentato con la polvere della terra (cf. Gn 2, 7; 3, 19; Gb 34, 15; Sal 103/102, 14; 104/103, 29), è nel mondo manifestazione di Dio, segno della sua presenza, orma della sua gloria (cf. Gn 1, 26-27; Sal 8, 6). È quanto ha voluto sottolineare anche sant'Ireneo di Lione con la sua celebre definizione: "l'uomo che vive è la gloria di Dio".(23) All'uomo è donata un'altissima dignità, che ha le sue radici nell'intimo legame che lo unisce al suo Creatore: nell'uomo risplende un riflesso della stessa realtà di Dio. Lo afferma il libro della Genesi nel primo racconto delle origini, ponendo l'uomo al vertice dell'attività creatrice di Dio, come suo coronamento, al termine di un processo che dall'indistinto caos porta alla creatura più perfetta. Tutto nel creato è ordinato all'uomo e tutto è a lui sottomesso: "Riempite la terra; soggiogatela e dominate... su ogni essere vivente" (1, 28), comanda Dio all'uomo e alla donna. Un messaggio simile viene anche dall'altro racconto delle origini: "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gn 2, 15). Si riafferma così il primato dell'uomo sulle cose: esse sono finalizzate a lui e affidate alla sua responsabilità, mentre per nessuna ragione egli può essere asservito ai suoi simili e quasi ridotto al rango di cosa. Nella narrazione biblica la distinzione dell'uomo dalle altre creature è evidenziata soprattutto dal fatto che solo la sua creazione è presentata come frutto di una speciale decisione da parte di Dio, di una deliberazione che consiste nello stabilire un legame particolare e specifico con il Creatore: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza" (Gn 1, 26). La vita che Dio offre all'uomo è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di sé alla sua creatura» (EV 34). La Cultura della Vita, perciò, si fonda sulla consapevolezza di alcune verità fondamentali. La persona umana è, infatti, diversa dalle "cose" e dagli animali. Dio è ovunque, ma Egli si riflette specialmente nella persona umana. Dio ama ogni cosa, ma la persona umana dispone di un rapporto unico con Lui. Tutto quel che esiste è creato da Dio, ma essere figli di Dio è un privilegio speciale che ci viene concesso. Una prospettiva contemplativa. Ma come possiamo cominciare a comprendere queste verità e costruire su di esse una cultura della vita ed un adeguato stile di vita? La Cultura della Vita implica un modo particolare di percepire la realtà, che il Santo Padre descrive come una prospettiva contemplativa. Ecco il passaggio relativo della Evangelium Vitae: « "Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio" (Sal 139/138, 14): celebrare il Vangelo della vita. Mandati nel mondo come 'popolo per la vita', il nostro annuncio deve diventare anche una vera e propria celebrazione del Vangelo della vita. È anzi questa stessa celebrazione, con la forza evocativa dei suoi gesti, simboli e riti, a diventare luogo prezioso e significativo per trasmettere la bellezza e la grandezza di questo Vangelo. A tal fine, urge anzitutto coltivare, in noi e negli altri, uno sguardo contemplativo. (107) Questo nasce dalla fede nel Dio della vita, che ha creato ogni uomo facendolo come un prodigio (cf. Sal 139/138, 14). È lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di provocazione alla libertà e alla responsabilità. È lo sguardo di chi non pretende d'impossessarsi della realtà, ma la accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente (cf. Gn 1, 27; Sal 8, 6). Questo sguardo non si arrende sfiduciato di fronte a chi è nella malattia, nella sofferenza, nella marginalità e alle soglie della morte; ma da tutte queste situazioni si lascia interpellare per andare alla ricerca di un senso e, proprio in queste circostanze, si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà. È tempo di assumere tutti questo sguardo, ridiventando capaci, con l'animo colmo di religioso stupore, di venerare e onorare ogni uomo, come ci invitava a fare Paolo VI in uno dei suoi messaggi natalizi.(108) Animato da questo sguardo contemplativo, il popolo nuovo dei redenti non può non prorompere in inni di gioia, di lode e di ringraziamento per il dono inestimabile della vita, per il mistero della chiamata di ogni uomo a partecipare in Cristo alla vita di grazia e a un'esistenza di comunione senza fine con Dio Creatore e Padre» (EV 83). Si può comprendere la "prospettiva contemplativa" confrontando due diversi modi di guardare un albero. Nell'osservare l'albero, posso iniziare a immaginare quanto legno o carta si potrebbero produrre da esso. Questo è un guardare nel senso dell'uso, dell'efficienza, del dominare. E, a dir il vero, un tal modo di considerare le cose può avere la sua validità. Guardare lo stesso albero in una prospettiva contemplativa, d'altra parte, significa percepirne la bellezza, e lasciarsi commuovere da esso, ovvero andare oltre l'albero, per apprezzarlo e lodare Colui che lo ha creato. Un dono ricevuto, una vita donata. Un altro punto fondamentale della Cultura della Vita è c ostituito proprio dal modo in cui la Vita è stata donata al mondo attraverso Cristo: Egli ha donato Se stesso. La Cultura della Vita è segnata dal dono di sé, sia del coniuge al coniuge, sia dei genitori ai figli, dei sacerdoti alla loro comunità, delle persone della comunità agli altri nella società e a Dio. Questo è l'essenza dell'amore. L'Evangelium Vitae ci insegna: «Lui, che non era "venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10, 45), raggiunge sulla Croce il vertice dell'amore. "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 13). Ed egli è morto per noi mentre eravamo ancora peccatori (cf. Rm 5, 8). In tal modo egli proclama che la vita raggiunge il suo centro, il suo senso e la sua pienezza quando viene donata. La meditazione a questo punto si fa lode e ringraziamento e, nello stesso tempo, ci sollecita a imitare Gesù e a seguirne le orme (cf. 1 Pt 2, 21). Anche noi siamo chiamati a dare la nostra vita per i fratelli realizzando così in pienezza di verità il senso e il destino della nostra esistenza» (EV 51). Questa verità, questo insegnamento è, a dir il vero, un paradosso, ed è proprio quel "principio scomodo" sul quale alcuni inciampano e ricadono nella Cultura della Morte. Nella verità e nella bellezza del dono di sé, non solo troviamo il senso della Cultura della Vita, ma la concreta soluzione al problema della Cultura della Morte. Il potere che noi abbiamo come membri del Popolo della Vita non è uno di quelli che si manifesta attraverso la politica, i media o l'economia. Piuttosto, è il potere del dono di sé. Quando doniamo noi stessi a chi ha bisogno di noi, come la donna sola nella gravidanza o il malato terminale, noi infondiamo loro una speranza, ed è proprio questa speranza che può evitare che essi ricorrano a soluzioni estreme quali l'aborto o l'eutanasia. Questo Vangelo ci insegna chi è Dio e ci rivela le altezze del cielo. Ma, allo stesso tempo, è solo l'ultima risorsa per la sopravvivenza della nostra specie qui sulla terra. La Cultura della Vita, in definitiva, è il mondo così come è stato infuso dal Vangelo di Cristo, che si è davvero rivelato come la prima ed unica essenza in virtù della quale il mondo può esistere. | ||||
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Cristo, apostolo che esce da se stesso, che non tiene conto di sé quando deve realizzare la sua missione, che la vive senza mediocrità, senza sconti, con limpidezza. Cristo che cerca la gloria dell’Altro, non la sua gloria, il Cristo sereno, obbiettivo ed umile, non il Cristo agitato, paranoico e superbo. Cristo, sereno e soddisfatto della sua vita, sempre contento e sicuro di sé, Cristo Dio e Uomo, Signore della storia, Figlio di Maria, amico, compagno e fratello. Questo Cristo concreto, concretissimo, vivo e operante, è il motore della nostra vita nel Movimento, il motore di ognuno degli uomini e delle donne del Movimento, l’oggetto della nostra concentrazione, l’ideale esigente, ma amabile che dobbiamo seguire, trasmettere, al quale dobbiamo donarci, senza riserve, con passione; il Cristo innamorato di noi, colui che esige da noi amore, ma non un amore irreale, al contrario un innamoramento, un possesso pieno, in modo da essere capaci di superare le vette più alte, per conquistarlo per noi e per gli altri, per le società; un amore eroico di ognuno degli uomini del Movimento. (conferenza, Monticchio, 13 agosto 1971) | ||||
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