April 8, 2002

Anno 1, Numero 5

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
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PAROLE DEL SANTO PADRE »

REGINA COELI

DUBBI, DOMANDE, E... »

Le vocazioni richiedono lavoro.

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Come posso aiutare mio figlio?

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P. Anton Luli, Martire dell’Albania – Seconda Parte

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Prendi il Largo!

 



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"REGINA COELI"
Lunedì dell'Angelo, 1 aprile 2002

1. Risuona con forza il grande annuncio della risurrezione di Gesù anche in questo Lunedì dell'Angelo, che ricorda l'incontro del messo celeste con le donne accorse al sepolcro. "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto" (Mt 28,5-6).

Dalla tomba vuota quest'annuncio angelico si diffonde nel mondo e raggiunge ogni angolo della terra; è un messaggio di speranza per tutti. Da quando il Nazareno crocifisso è risuscitato all'alba del terzo giorno, l'ultima parola non è più quella della morte, ma della vita! Nel Signore risorto Dio ha rivelato in pienezza il suo amore per l'intera umanità.

2. Prima le donne, poi i discepoli e quindi lo stesso Pietro constatano la consolante verità: "Questo Gesù Dio l'ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni" (At 2,32).

Carissimi Fratelli e Sorelle, come loro e insieme con loro, anche noi siamo chiamati a diffondere tra gli uomini e le donne del nostro tempo questa "buona" notizia: "Cristo, mia speranza, è risorto" (Sequenza pasquale).

Come vorrei che l'annuncio pasquale rinvigorisse sempre più la fede di ogni battezzato! Come vorrei che la pace, dono di Cristo risorto, raggiungesse ogni cuore umano e ridonasse speranza a chiunque è oppresso e sofferente!

3. Maria, testimone silenziosa della morte e della risurrezione del figlio Gesù, ci aiuti a credere sino in fondo a questo mistero di salvezza che, accolto con fede profonda, può cambiare la vita. Faccia sì che lo trasmettiamo con gioia a quanti incontriamo, come coerenti e coraggiosi discepoli del Signore risuscitato.

È questo il mio augurio per tutti. Lo affido alla Madonna, che ora invochiamo cantando il Regina caeli.

Dopo Regina Coeli

Oggi vi invito a pregare in modo particolare per gli abitanti di Betlemme, la città della nascita di Gesù, la quale in questo momento sta vivendo ore difficili e si trova in grave pericolo. Giungono infatti notizie tristi e preoccupanti che hanno turbato l’atmosfera del giorno di Pasqua, che dovrebbe essere festa di pace, di gioia e di vita.

Con grande apprensione e dolore il Papa è vicino a questi nostri fratelli e sorelle, come lo è anche la Chiesa intera che prega e lavora perché presto abbia fine un così doloroso calvario.





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"Le vocazioni richiedono lavoro."
Le cose che vorresti “chiarire con qualcuno, ma non c’è mai la persona giusta!”

...E poi, che posso fare per capire un po’ meglioil sacerdozio? Un’altra domanda: come si fa a capire se c’è una vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa? Grazie e che Dio vi benedica.

Caro Joe,

Per saperne di più sul sacerdozio puoi leggere illibro di Papa Giovanni Paolo II sulla sua vocazione e le sue riflessioni personali sul sacerdozio in “Dono e Mistero”. Vedi se riesci a trovare il libro di Fulton Sheen intitolato “Questi preti misteriosi” (ma è parecchio difficile a trovarsi). Qualsiasi “vita di Cristo”, purché ben fatta (a me piace moltissimo quella dello stesso F. Sheen) ti aiuterà a capire meglio la chiamata al sacerdozio.

Per capire se c’è una chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa, occorre guardare bene alla vocazione di ognuno. E’ un ottimo segno il fatto che tu te lo chieda, ma c’è bisogno di qualcuno che ti conosca per poteri dare una rispota. Oppure potresti visitare un seminario o un ordine che ti interessa, loro potranno aiutarti.





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"Come posso aiutare mio figlio?"
Le cose che vorresti “chiarire con qualcuno, ma non c’è mai la persona giusta!”

Ho un figlio che frequenta le sccuole superiori e che recentemente ha detto che potrebbe avere una vocazione al sacerdozio. La cosa non mi sorprende. Vorrei incoraggiarlo, ma allo stesso tempo non vorrei mettergli pressione. Mi ha chiesto di informarmi sui passi da compiersi per diventare sacerdote. Mi osno rivolta al nostro parroco e al responsabile per le vocazioni della docesi, ma non ho ancora ricevuto nessuna risposta. Lei ha qualche suggerimento? Dovrei forse ritirarmi completamnete dalla scena e far s’ che se la veda lui (salvo per la preghiera)? Grazie per l’aiuto che mi darà.

Cara Maureen,

Se tuo figlio ti ha chiesto di informarti sui passi da farsi per diventare prete, è segno che ti preso in confidenza, e non credo che tu deba semplicemente faerti da partecompletamente propirio ora cha la tua prima ricerca non ha avuto esito. Io credo che sia meglio che tu gil racconti quello che hai fatto, che gli chieda se si sente più attratto al sacerdozio diocesano o alla vita religiosa, che lo incoraggi a fare a sua volta qualche ricerca, a scrivere a qualsiasi ordine dicui abbia sentito parlare e che lo attragga. Potrebbe essere utile che fissiate un giorno la settimana in cui tutti e due offriate tutte le vostre preghiere, la Messa, il Rosario, per l’intenzione che lui scopra quale sia la volontà di Dio per lui e che abbia la generosità di farlo. Pregherò per voi.





SPECIALE «« Ritorna all'inizio
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"P. Anton Luli, Martire dell’Albania – Seconda Parte"

Il solito processo-farsa.

Poi vi fu il solito processo-farsa, tipico in tutto l'"impero comunista". Dopo, puntuale, la sentenza e la condanna "ovvia" ai lavori forzati. Venne mandato a Bedèn dove c'erano paludi da prosciugare. I prigionieri dovevano lavorare tutto il giorno nutrendosi con 750 grammi di pane (la razione era aumentata...) e una brodaglia. Dopo sei anni di lavori in quelle condizioni, Padre Luli venne trasferito nella famigerata prigione di Burrèl, chiamata "simpaticamente" campo di annientamento. Più o meno "la Siberia albanese".

Là erano rinchiusi soprattutto i prigionieri politici. «Io vi fui mandato - spiegava sereno - semplicemente al posto di un altro al quale, per intrallazzi e favoritismi personali, fu risparmiata tale pena. Siccome il governo esigeva diciassette prigionieri per Burrèl, io fui il diciassettesimo». E ciò che ti scuoteva era che Padre Luli ne parlava senza alcun rancore verso i suoi aguzzini.

Finita la condanna, il 20 ottobre 1954 venne liberato. Senza perdere tempo e per nulla impaurito da ciò che gli era stato inflitto, ricominciò subito a fare il parroco a Shenkóll dove rimase per undici anni e mezzo, in un clima di grande precarietà. Il 6 dicembre 1966 la sua parrocchia venne chiusa e adibita a "sala di cultura". Tutte le chiese cattoliche vennero sigillate il 19 marzo 1967, nella Solennità di san Giuseppe che quell'anno coincideva con la Domenica delle Palme. Il 1967 fu un anno tragico: l'Albania si proclamò ufficialmente "primo Stato realmente ateo del mondo".

Per sopravvivere, Padre Anton fece il contadino nella sua città natale, sempre sorvegliato a vista dalla polizia in cerca di un pretesto per arrestarlo di nuovo. Così, ogni giorno celebrava la Messa in segreto.

Il 30 aprile 1979 il pretesto - ma i comunisti non avevano certo bisogno di pretesti... - venne trovato, così fu di nuovo rinchiuso in carcere a Scutari. In una cella di quattro metri per quattro erano costrette anche venti persone. Non mancarono le torture. Dopo nove mesi si tenne il processo, ancora una volta senza alcun fondamento giuridico serio, e la condanna stavolta fu alla fucilazione con l'accusa di "sabotaggio contro il popolo". La pena venne commutata in 25 anni di carcere e in 5 di confino. Padre Luli aveva già 70 anni.

La liberazione avvenuta nel 1989.

Venne rinchiuso prima a Fìeri e poi a Shenkóll, dove era stato parroco. Nel 1987 venne trasferito nella prigione di Saranda, dove rimase fino alla liberazione definitiva avvenuta il 15 aprile 1989. Aveva 79 anni ed erano passati 42 anni dal primo arresto. «Celebrai la prima Messa pubblica nel cimitero di Bushàti - ricordava Padre Anton -, il 25 novembre 1990. Tutti per la commozione piangevano come bambini. Nonostante la giornata fredda, c'era una folla straordinaria, c'erano persino tanti musulmani». Non perse tempo e si buttò di nuovo nel ministero pastorale, senza preoccuparsi dell'età e delle condizioni di salute.

In tutti quei lunghi anni di carcere e di isolamento, Padre Anton non era mai stato informato di nulla di ciò che era accaduto o accadeva nel mondo. «Non avevo mai neppure sentito parlare del Concilio Vaticano II» diceva. Poi si trovò protagonista di un "vortice" di eventi eccezionali. Dal pellegrinaggio del Papa (22 aprile 1993) nel Santuario di Genazzano, vicino Roma, dove è custodita l'immagine della Madonna del Buon Consiglio, particolarmente cara al popolo albanese, alla storica visita pastorale di Giovanni Paolo II in Albania il 25 aprile 1993 con l'ordinazione di quattro Vescovi, fino alla difficile ma continua rinascita della Chiesa cattolica albanese.

Una grande esperienza sacerdotale.

Padre Anton ha lasciato alla rinata Chiesa albanese una grande consegna che si riconosce nelle parole che pronunciò il 7 novembre 1996 nell'Aula Paolo VI in Vaticano, in occasione del Giubileo Sacerdotale di Giovanni Paolo II: «In queste sofferenze ho avuto accanto la confortante presenza del Signore Gesù, sommo ed eterno Sacerdote, a volte anche con un sostegno che non posso non chiamare straordinario, tanta era la gioia e la consolazione che mi comunicava».

I cattolici albanesi non devono ricostruire la Chiesa senza tener conto di ciò che è accaduto. È proprio la fede delle catacombe, delle prigioni, dei martiri, il fondamento per l'evangelizzazione nel Terzo Millennio. È ciò che ha insegnato Padre Anton.

A chi gli domandava come avesse potuto resistere per 42 anni a tutte quelle vessazioni, rispondeva: «Avevo accanto a me Cristo, un sostegno straordinario che mi dava gioia. è stata una grande esperienza sacerdotale della quale ringrazio Dio. Un'esperienza certo particolare, ma non unica. Sono innumerevoli i sacerdoti che hanno subito la persecuzione a causa di Cristo. Ci può essere tolto tutto, ma nessuno potrà mai strapparci dal cuore l'amore per Gesù, l'amore per i fratelli».

L'abbraccio al suo aguzzino.

Padre Anton Luli viveva nel profondo queste parole. Una volta gli chiedemmo se aveva rivisto qualcuno dei suoi aguzzini. Sorrise. «Sì - rispose -, incontrai un mio carceriere per caso in mezzo alla strada. Era uno di quelli che, umanamente parlando, mi avevano rubato la vita. Ebbi compassione di lui, gli andai incontro e lo abbracciai». Padre Anton ci ha lasciato, insieme con una straordinaria testimonianza di fede, anche una grande lezione di perdono cristiano. A Tirana la gente continua a chiamarlo "i shenjti" che in albanese significa "il santo". Persino i comunisti, suoi acerrimi persecutori, lo indicano come "i shenjti": anche loro lo hanno visto stringere in un abbraccio di perdono, in mezzo alla strada, uno tra i suoi più accaniti aguzzini.

Con lui se n'è andata, ma solo fisicamente, una parte importante della Chiesa albanese. In questi ultimi anni sono morti testimoni eroici della fede in terra d'Albania come il Cardinale Mikel Koliqi e Padre Gjergj Vata (due fra i pochi sacerdoti sopravvissuti alla persecuzione). A loro bisogna aggiungere la donna albanese più famosa del mondo, Madre Teresa di Calcutta. È sulla testimonianza di questi cristiani straordinari che la Chiesa che è in Albania deve costruire un futuro di speranza.

Padre Luli amava definirsi "un povero sacerdote". Diceva: «Il sacerdote è prima di tutto uno che ha conosciuto l'amore, il sacerdote è un uomo che vive per amare. Per amare Gesù Cristo e per amare tutti in Lui, in ogni situazione della vita, fino a dare la propria vita». E ripeteva con gioia e con convinzione le parole dell'Apostolo Paolo nella Lettera ai Romani (8, 35-37): «Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di Colui che ci ha amati».





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"Prendi il Largo!"
Le condizioni per seguire Gesù
P. Marcial Maciel, LC

Vi fu un giovane che sulla strada incontrò nel sentirlo parlare del Regno, nel vederlo fare miracoli, nel contemplare l’imponente personalità del Maestro, e volle seguirlo. Cristo lo amò como ama l’ardore, la vitalità, la capacità di entusiasmo e grandezza dei giovani, e gli pose le condizioni per seguirlo: un irrevocabile dono di sè, un sentirsi sciolto da tutto, lasciare tutto, per possedere soltanto a Lui. A questo punto, il giovane retrocesse impaurito, timeva di lasciare il dolce tepore della sua comodità; voltò le spalle a Cristo. Dopo, non si seppe più nulla di lui. Entrò a far parte dell’anonima massa umana di tutti i secoli e di tutti gli emisferi; avrebbe potuto essere un apostolo accanto a Pietro, come Giovanni e Giacomo, e portare la luce di Cristo ai popoli che non lo conoscevano, morire confessandolo ed essere oggi modello di donazione... Al contrario, oggi, è solo per noi un paradigma di viltà, di incoerenza e mancanza di sincerità nel suo desiderio di seguire Cristo.

Non è una esigenza soggettiva, ma una delle leggi del Regno che Cristo stabilisce quando dice: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto.” (Gv 12, 24), o anche, “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.” (Mt 16, 24). Il nostro divino Maestro mette nell’intimo di ogni vita cristiana una esigenza di radicalismo, che si può compiere solo se siamo pienamente sinceri con Lui e con noi stessi. Oggi si parla molto di autenticità, ma proponendola in concetti e atteggiamenti sofisticati; dobbiamo vivere la vera autenticità rimanendo fedeli alla nostra missione.

(lettera del 1 agosto 1970)





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