March 4, 2002

Anno 1, Numero 3

Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi
ShoreLines - un servizio di vocazione.org
 
Cerca le Domande frequenti

Manda in regalo un'abbonamento
Manda un'abbonamento in regalo gratis a chiunque scrivendo qui il loro indirizzo email.


Agisci
 
 

questa settimana su ShoreLines

PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II »

Angosce di un moribondo, gioia di un risanato

DUBBI, DOMANDE E... »

Diaconato permanente, ma chi decide?

DUBBI, DOMANDE, E... »

Perché sempre meno vocazioni?

MEDITAZIONE »

Dio ci chiama al combattimento spirituale.

SPIRITUALITÀ »

Prendi il Largo!

 



PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
" Angosce di un moribondo, gioia di un risanato"
Udienza generale del 27 febbraio 2002

Cantico di Ezechia - Angosce di un moribondo, gioia di un risanato

Lodi Martedì 2a Settimana (Lettura: Is 38, 10.12b.17b.19).

1. La Liturgia delle Ore nei vari Cantici che vengono affiancati ai Salmi ci presenta anche un inno di ringraziamento che reca questo titolo: "Cantico di Ezechia re di Giuda, quando cadde malato e guarì dalla malattia" (Is 38,9). Esso è incastonato in una sezione del libro del profeta Isaia di impronta storico-narrativa (cfr Is 36-39), i cui dati ricalcano - con alcune varianti - quelli offerti dal Secondo Libro dei Re (cfr cc. 18-20).

Noi ora sulla scia della Liturgia delle Lodi abbiamo ascoltato e trasformato in preghiera due grandi strofe di quel Cantico che descrivono i due movimenti tipici delle orazioni di ringraziamento: da un lato, viene evocato l’incubo della sofferenza da cui il Signore ha liberato il suo fedele e, dall’altro, si canta con gioia la gratitudine per la vita e la salvezza riconquistata.

Il re Ezechia, un sovrano giusto e amico del profeta Isaia, era stato colpito da una grave malattia, che il profeta Isaia aveva dichiarato mortale (cfr Is 38, 1). "Ezechia allora voltò la faccia verso la parete e pregò il Signore. Egli disse: «Signore, ricordati che ho passato la vita dinanzi a te con fedeltà e con cuore sincero e ho compiuto ciò che era gradito ai tuoi occhi». Ezechia pianse molto. Allora la parola del Signore fu rivolta a Isaia: «Va’ e riferisci a Ezechia: Dice il Signore Dio di Davide, tuo padre: Ho ascoltato la tua preghiera e ho visto le tue lacrime; ecco, io aggiungerò alla tua vita quindici anni!»" (Is 38, 2-5).

2. È a questo punto che sgorga dal cuore del Re il cantico di riconoscenza. Come si diceva, esso si volge prima di tutto verso il passato. Secondo l’antica concezione di Israele, la morte introduceva in un orizzonte sotterraneo, chiamato in ebraico sheol, ove la luce si spegneva, l’esistenza si attenuava e si faceva quasi spettrale, il tempo si fermava, la speranza si estingueva e soprattutto non si aveva più la possibilità di invocare e incontrare Dio nel culto.

Per questo Ezechia ricorda innanzitutto le parole piene di amarezza pronunziate quando la sua vita stava scivolando verso la frontiera della morte: "Non vedrò più il Signore nella terra dei viventi" (v. 11). Anche il Salmista pregava così nel giorno della malattia: "Nessuno tra i morti ti ricorda, o Signore. Chi negli inferi canta le tue lodi?" (Sal 6, 6). Invece, liberato dal pericolo di morte, Ezechia può ribadire con forza e con gioia: "Il vivente, il vivente ti rende grazie come io faccio quest’oggi" (Is 38, 19).

3. Il Cantico di Ezechia proprio su questo tema acquista una nuova tonalità, se letto alla luce della Pasqua. Già nell’Antico Testamento si aprivano grandi squarci di luce nei Salmi, quando l’orante proclamava la sua certezza che "tu non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, o Signore, né lascerai che il tuo servo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra" (Sal 15, 10-11; cfr Sal 48 e 72). L’autore del Libro della Sapienza, da parte sua, non esiterà più ad affermare che la speranza dei giusti è "piena di immortalità" (Sap 3, 4), perché egli è convinto che l’esperienza di comunione con Dio vissuta durante l’esistenza terrena non verrà infranta. Noi resteremo sempre, oltre la morte, sostenuti e protetti dal Dio eterno e infinito, perché "le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà" (Sap 3, 1).

Soprattutto con la morte e la risurrezione del Figlio di Dio, Gesù Cristo, un seme di eternità è deposto e fatto germogliare nella nostra caducità mortale, per cui possiamo ripetere le parole dell’Apostolo, fondate sull’Antico Testamento: "Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: «La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?»" (1Cor 15, 54-55; cfr Is 25, 8; Os 13, 14).

4. Il canto del re Ezechia, però, ci invita anche a riflettere sulla nostra fragilità di creature. Le immagini sono suggestive. La vita umana è descritta con il simbolo nomadico della tenda: noi siamo sempre pellegrini e ospiti sulla terra. Si ricorre anche all’immagine della tela, che viene tessuta e che può rimanere incompleta quando si taglia il filo e il lavoro viene interrotto (cfr Is 38, 12). Anche il Salmista avverte la stessa sensazione: "In pochi palmi hai misurato i miei giorni e la mia esistenza davanti a te è un nulla. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come un’ombra è l’uomo che passa; solo un soffio che si agita" (Sal 38, 6-7). Bisogna ritrovare la consapevolezza del nostro limite, sapere che "gli anni della nostra vita - come ancora dichiara il Salmista - sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo" (Sal 89, 10).

5. Nel giorno della malattia e della sofferenza è, comunque, giusto elevare a Dio il proprio lamento, come ci insegna Ezechia che, usando immagini poetiche, descrive il suo pianto come il pigolare di una rondine e il gemere di una colomba (cfr Is 38, 14). E, anche se non esita a confessare di sentire Dio come un avversario, quasi un leone che stritola le ossa (cfr v. 13), non cessa di invocarlo: "Signore, io sono oppresso; proteggimi!" (v. 14).

Il Signore non resta indifferente alle lacrime del sofferente e, sebbene per vie che non sempre coincidono con quelle delle nostre attese, risponde, consola e salva. È ciò che Ezechia confessa alla fine, invitando tutti a sperare, a pregare, ad aver fiducia, nella certezza che Dio non abbandona le sue creature: "Il Signore si è degnato di aiutarmi; per questo canteremo sulle cetre tutti i giorni della nostra vita, canteremo nel tempio del Signore" (v. 20).

6. Di questo Cantico del re Ezechia la tradizione latina medievale conserva un commento spirituale di Bernardo di Chiaravalle, uno dei mistici più rappresentativi del monachesimo occidentale. Si tratta del terzo dei Sermoni vari, in cui Bernardo, applicando alla vita di ognuno il dramma vissuto dal sovrano di Giuda e, interiorizzandone il contenuto, scrive fra l’altro: "Benedirò il Signore in ogni tempo, cioè dal mattino alla sera, come ho imparato a fare, e non come quelli che ti lodano quando tu fai loro del bene, né come quelli che credono per un certo tempo, ma nell’ora della tentazione vengono meno; ma come i santi dirò: Se dalla mano di Dio abbiamo accolto il bene, perché non dovremmo accettare anche il male?… Così ambedue questi momenti del giorno saranno un tempo di servizio a Dio, poiché alla sera rimarrà il pianto, e al mattino ecco la gioia. Mi immergerò nel dolore la sera per poter poi godere la letizia del mattino" (Scriptorium Claravallense, Sermo III, n. 6, Milano 2000, pp. 59-60).

La supplica del re viene, perciò, letta da san Bernardo come una raffigurazione del canto orante del cristiano, che deve risuonare, con la stessa costanza e serenità, nella tenebra della notte e della prova come nella luce del giorno e della gioia.





DUBBI, DOMANDE E... «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"Diaconato permanente, ma chi decide?"
Le cose che vorresti “chiarire con qualcuno, ma non c’è mai la persona giusta!”

Sarei così felice se qualcuno dei miei figli diventasse sacerdote o qualcuna delle mie figlie divenatasse suora. Solo il più giovane sembra essere aperto. Come posso affrontare il discorso con loro? Il più piccolo dice “se dovessi diventare sacerdote”, e io posso incoraggiarlo a continuare a pensarci. Ma come fare con glòi altri due? La loro chiusura può vooler dire che non hanno vocazione?

Cara Rosa,

ai figli possono capitare lel cose più strane.

A volte quello cui sembra che le cose che dici importino poco è quello che le assorbe meglio. Quando insegni ai tuoi figli ad essere aperti con Dio, è importante che vedano in te l’esempio.

Assorbiranno le priorità dai mille modi in cui tu le rifletterai nel tuo comportamento, e se il tuo comportamento è coerente, se dai ragioni ogni volta che ti chiederanno conto delle tue scelte (l’adolescenza è alle porte, se non è già arrivata), probabilmente col tempo queste scelte diventeranno le loro.

Allora, sii quel che devi essere. Senza affettazione, lascia che ti guardino quando preghi, insegnagli a pregare, insegnagli l’esempio di Gesù, parlagli di Maria, rendili personaggi rilevanti per la loro vita. Dirigi e incoraggia tutto ciò che è buono. Correggi ciò che è sbagliato. Sopporta le loro resistenze, e resta ferma nelle tue posizioni. Aiutali a crescere secondo la loro età nella relazione con Dio e nella conoscenza della fede. Stimolali. Le vite dei santi sono stimoli eccellenti per i figli (e non solo per i figli).

Ciò che sei chiamata a fare è preparare il terreno cosicché, appena Dio comincerà a dargli indizi di quello che ha in mente per loro, sapranno riconoscere e rispondere alla chiamata.

Per quel che riguarda lo stimolare la vocazione, non insistere mai, ma non stare neanche sempre in silenzio. Rispondi alle domande, certe volte sii tu stessa a farle, accenna alla possiblità. Mi pare che ciò che stai facendo sarà di grande aiuto per loro.





DUBBI, DOMANDE, E... «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"Perché sempre meno vocazioni?"

st





MEDITAZIONE «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"Dio ci chiama al combattimento spirituale."
Da un testo di P. Antonio Izquierdo, LC

Scegli il momento giusto per fare questa meditazione, tenendo conto degli altri impegni. L’ideale è stabilire un tempo fisso, durante l’intera settimana, in cui fare la meditazione.

Dal momento che la meditazione è un incontro con Dio nella preghiera, riservale un tempo opportuno, che ti permetta di farla bene. Se riesci, prendi dai venti a i trenta minuti. I punti che seguono vogliono solo essere spunti che ti aiutino a conversare cuore a cuore con Cristo e ad approfondire la tua conoscenza personale e il tuo amore per lui.

Dio ci chiama al combattimento spirituale.

Preghiera preparatoria: Signore, mi metto alla tua presenza. Aiutami a sentire la tua voce. Ma non solo a sentirla, bensì ad ascoltarla attentamente, e a farmi penetrare da essa!

Frutto che voglio ottenere in questa meditazione: Signore, aiutami ad accogliere la tua chiamata a servirti. Aiutami a riconoscere le tentazioni e a vincerle, con la tua grazia. Aiutami a ricorrere al tuo aiuto quando sono tentato, e a non diffidare mai della tua protezione.

Sacra Scrittura

Gn 2,7-9; 3,1-7

Sal 50,3-4.5-6a.12-13.14

Rm 5,12-19

Mt 4,1-11

NESSO TRA LE LETTURE

La "tentazione" sembra essere la parola chiave che unifica le letture di questa riflessione tratta dalla Liturgia della Parola della Prima Domenica di Quaresima. Tuttavia, non è l'unica parola. Accanto a essa dovremmo collocare un'altra espressione molto importante: "combattimento spirituale" e sconfitta della tentazione. In questo senso, è il vangelo quello che ci offre il tema centrale: Gesù Cristo è tentato nel deserto e vince la tentazione. Ben diversamente da Adamo, che soccombe davanti al tentatore alle origini dell'umanità (prima lettura): come avvenne che a causa di un uomo il peccato e la morte entrarono nel mondo, così per merito di un solo uomo, Gesù Cristo, Verbo incarnato, vi entrarono poi la grazia e la misericordia di Dio. La tentazione vinta in Cristo, con l'aiuto della grazia, è fonte di crescita spirituale e vera felicità.

MESSAGGIO DOTTRINALE

1 - La condizione umana. Il testo yavhista della Genesi sulla creazione e la prima caduta sottolinea in modo speciale la "centralità" dell'uomo, dell'essere umano nell'opera creativa. Il Signore "plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò in lui lo spirito di vita". Il resto del racconto colloca tutta la creazione in funzione dell'uomo e gli serve da scenario. Questa centralità si esprime in modo suggestivo, quando Dio pose l'uomo nel giardino, affinché desse "nome a tutti gli animali del campo ed agli uccelli del cielo".

Torniamo a riflettere sul Principio e Fondamento, come lo chiamava S. Ignazio. Chi è l’uomo, chi è Dio. Cosa vuol dire che l’uomo è una creatura di Dio? Considera Adamo ed Eva prima della caduta, mentre “discorrevano” con Dio. Infine, guarda il ruolo che Dio hadato all’uomo nell’ambito della ceazione: una supermazia responsabile. Quanto dobbiamo ringraziarlo per questo atto gratuito di amore!

Tuttavia, nonostante questa posizione di privilegio nel giardino dell'Eden, ha luogo un dramma dalle insospettabili conseguenze. L'uomo, tentato dal serpente, vuole decidere da sé ciò che è bene e ciò che è male, prerogativa che appartiene solo a Dio, perché l'uomo, nonostante la sua dignità, continua ad essere una creatura, dipendente da Dio. In questo senso, il primo stato che definisce l'uomo non è la sua libertà, bensì la sua dipendenza di Dio.

Ora volgiamo il nostro sguardo alla tentazione. Cos’è e come opera nella nostra vita. E’ sorprendente la sapienza con cui l’Autore Sacro ha saputo comprendere la natura umana: lo Spirito Santo lavora bene...

Il testo biblico espone abilmente la natura della tentazione: si tratta di uno "stimolo alla libertà umana ad accondiscendere al peccato, per l'attrazione che l'uomo sente verso se stesso". È uno impulso che si presenta in modo attraente: il frutto dell'albero era appetitoso e "gradevole", ma quell'invito nasconde un inganno, una bugia: "sarete come dei". La tentazione sembra che dica all'uomo: "acconsenti" e sperimenterai felicità; "non resistere e sarai felice"; non ti resta altra strada che abbandonarti all'impulso"; "non hai abbastanza forza per resistere". In ogni caso, la tentazione mette alla prova all'uomo, lo espone al confronto, alla lotta. Le conseguenze della caduta dei nostri progenitori sono drammatiche: portano il peccato e la morte nel mondo. L'uomo si scopre nudo, incapace di dominare le sue tendenze disordinate, e di resistere al male che si annida nel suo intimo e non può avere la propria origine in Dio, il suo creatore. L'uomo è caduto in un abisso, che non sembra conoscere fine. Gesù Cristo, uomo e Dio vero, sperimenta nel deserto la tentazione: l'invito del demonio a non seguire la volontà del Padre, e a cedere alle proposte di un messianismo diverso da quello che il Padre gli indicava. Senza dubbio questa pagina del vangelo è una delle più sublimi, perché dimostra la piena umanità di Cristo che soffre la tentazione. "L'essere tentato è parte del suo essere uomo, del suo discendere in comunione con noi, nell'abisso della nostra miseria". Allo stesso tempo dimostra la sconfitta del nemico. "Il passaggio delle tentazioni riassume in sintesi tutta la lotta di Gesù: qui è messa alla prova l'essenza della sua missione, ma al contempo si mette alla prova il giusto ordine della vita umana, il cammino dell'essere umano e quello della storia. Si tratta, insomma di mettere in rilievo quel che importa nella vita, che è il "primato di Dio". Il cuore di ogni tentazione è di lasciare da parte Dio che, accanto a tutte le cose che ci premono nella nostra vita, ci appare come qualcosa di secondario (Card Joseph Ratzinger, L'Osservatore Romano, 7 marzo 1997, p.6).

Quante volte ci sentiamo soli davanti alla tentazione. Quante volte vorremmo quasi rimproverare a Dio il fatto che ci ha abbandonati davanti a tentazioni fortissime. Eppure qui vediamo che Dio non ci abbandona. Vediamo che Dio non è un Dio inaccessibile, immutabile, insensibile, come tanti vogliono vederlo (per poi respingerlo). Al contrario, è sempre con noi. Ha voluto Lui stesso sperimentare la fatica e la lotta della tentazione. Ma vediamo ora quanto dalla tentazione possiamo ricavare.

1 - L'utilità della tentazione. Per esperienza sappiamo cos'è la tentazione: una prova, un momento di rischio dal quale possiamo uscire vittoriosi, ma dove possiamo pure cadere sconfitti. È messa alla prova la nostra adesione a Dio. Perciò, la tentazione ci si presenta come una sorta di sofferenza, come un momento di lotta e combattimento spirituale. Così, vorremmo essere immuni dalla tentazione e, nell'opinione popolare, è considerata un male. Tuttavia, se guardiamo più a fondo, la tentazione ci offre un'occasione di manifestare l'amore, è un momento di lotta per l'amato. L'uomo ha l'opportunità di dimostrare la sua adesione incondizionata a Dio, al di sopra delle sofferenze, esprime la sua condizione di creatura davanti a Dio creatore e si sottomette umilmente alla sua volontà. Forse, non c'è, nella vita di un uomo, un momento più grande di quello in cui, divenendo sordo alle lusinghe del demonio, aderisce incondizionatamente al suo creatore. Quel che prima si presentava come occasione di rovina spirituale, si trasforma, con l'aiuto della grazia e della ferma determinazione dell'uomo, in motivo di crescita spirituale. L'uomo si abbandona davvero nelle mani di Dio con un atto di fede, amore e speranza senza limiti. Chi vince la tentazione dice a Dio: "Signore, sei Tu il mio unico bene", "Per me, il bene è stare unito a Dio". Sant'Agostino scriveva pure: "Se in lui fummo tentati, in lui vinceremo il diavolo. Ti fissi sul fatto che Cristo fu tentato, e non vedi che ha vinto la tentazione? Riconosci te stesso tentato in lui, e riconosciti vittorioso in lui. Avrebbe potuto ostacolare l'azione tentatrice del diavolo; ma allora tu che sei soggetto alla tentazione, non avresti imparato da lui a vincerla".

2 - La tentazione di vedere Dio come nemico. Questa tentazione è più comune di quanto potrebbe apparire a prima vista. È la tentazione di vedere la norma morale come ostacolo alla felicità umana. Come se Dio fosse geloso della felicità umana. Questo stesso pensiero lo suggerì il demonio già nel paradiso. Molti fedeli pensano che le norme della Chiesa sulla vita coniugale, sulla disciplina ecclesiastica, sulle relazioni prematrimoniali e la contraccezione, sul rispetto della vita dal momento del suo concepimento fino a quello del suo termine naturale siano una specie di imposizione che impedisce all'uomo di vivere e realizzarsi nella felicità. Questa è una grande tentazione. Ed è pure una grande sfida per la nostra pastorale, mostrare a tutti la bellezza del Piano di Dio, e far vedere che solo in una vita basata sulla legge di Cristo l'uomo trova la sua pienezza.

E quante volte persino la bellezza della vocazione alla consacrazione può sembrarci un male, qualcosa di cui aver paura per la grande parte di mistero che racchiude. Anche questa è una tentazione, qualcosa che si intromette tra Dio e noi per storpiarne l’immagine. Rivedendo il brano evangelico, cerchiamo di rafforzarci nella coscienza che ogni chamata è un dono di Dio per la nostra felicità e per quella degli altri uomini, perché non è altro che vivere a un più profondo livello il comandamento dell’amore che Gesù ha dato ad ogni suo discepolo. E se Dio mi ha pensato fin dall’eternità per una missione speciale, come potrò sperare di trovarmi al mio posto lontano dalla sua volontà?

DOMANDE

Per aiutarti ad esaminare la tua vita, alla luce delle ispirazioni che Dio ti ha dato in questi momenti di intimità con Lui.

1. Credo che Dio stà cercando di farmi crescere nella coscienza della mia vita cristiana, attraverso questa riflessione sulla tentazione e sul peccato? Cosa ho capito della natura della tentazione? Se avessi una vocazione alla vita consacrata, non sarebbe il primo passo di una tentazione il farmi dubitare, il farmi pensare che ci sono altri modi, magari più facili per rispondere alla grazia di Dio?

2. Cosa mi trattiene dal mettere in atto ciò che Dio mi sta chiedendo ora?

3. Quali sono le mie paure e le mie diffidenze circa la volontà di Dio?

4. Sto vivendo questo periodo liturgico con la determinazione ad approfittare delle grazie che Dio mi concede per mostrarmi la sua volontà? Gli chiedo l agrazia di aiutarmi a discernere con chiarezza la sua volontà e a rispondere con generosità?





SPIRITUALITÀ «« Ritorna all'inizio
Salta all'articolo successivo »»
"Prendi il Largo!"
La mia unica speranza
P. Marcial Maciel, LC

Lei sa che Gesù Cristo mi ha rubato il cuore, che Lui è la mia unica speranza, che per Lui ho donato l’onore, il riposo e tutto quanto corrisponde al mio gusto naturale, e che anche la mia povera, insignificante, miserabile vita è nelle sue mani perché Lui possa disporne quando vuole; la morte, la distruzione del mio essere, la dissoluzione più profonda e definitiva della materia, il suo disintegrarsi e tornare al nulla; accetto tutto questo con gusto pur di assecondare la sua santissima volontà, per dare una piccola soddisfazione al mio amato nell’espiazione delle mie infedeltà e miserie!

(lettera del 13 ottobre 1960)





ShoreLines «« Ritorna all'inizio
 

Il sito ShoreLines ringrazie per le tue domande ed i commenti rivolti all'indirizzo questions@shorelines.org. Se non specifichi altrimenti, la tua domanda verrà immessa nella sezione domande frequenti sulle vocazioni.

Per abbonarsi o mandare un abbonamento regalo, fare clic qui. Per disdire abbonamento, fare clic qui.

Copyright 2005, Legion of Christ.

www.vocazione.org