February 23, 2002

Anno 1, Numero 2

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PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II »

« Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date »

DUBBI, DOMANDE E... »

Dio, peccato e peccatori.

DUBBI, DOMANDE, E... »

La vocazione può cambiare?

SPECIALE »

P. Anton Luli, Martire dell’Albania – Prima Parte

SPIRITUALITÀ »

Prendi il Largo!

 



PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II «« Ritorna all'inizio
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"« Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date »"
Estratto dal messaggio del Papa in occasione della Quaresima 2002 (segue dal numero precedente).

3. La Quaresima, riproponendoci l'esempio di Cristo immolatosi per noi sul Calvario, ci aiuta in modo singolare a capire che la vita è in Lui redenta. Per mezzo dello Spirito Santo, Egli rinnova la nostra vita e ci rende partecipi di quella stessa vita divina che ci introduce nell'intimità di Dio e ci fa sperimentare il suo amore per noi. Si tratta di un dono sublime, che il cristiano non può non proclamare con gioia. San Giovanni scrive nel suo Vangelo: « Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Gv 17, 3). Questa vita, a noi comunicata mediante il Battesimo, dobbiamo continuamente alimentare con una fedele risposta individuale e comunitaria, mediante la preghiera, la celebrazione dei Sacramenti e la testimonianza evangelica.

Avendo, infatti, gratuitamente ricevuto la vita, dobbiamo, a nostra volta, donarla ai fratelli in modo gratuito. Lo chiede Gesù ai discepoli, inviandoli come suoi testimoni nel mondo: « Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date ». E primo dono da rendere è quello d'una vita santa, testimone dell'amore gratuito di Dio. L'itinerario quaresimale sia per tutti i credenti un costante richiamo ad approfondire questa nostra peculiare vocazione. Dobbiamo aprirci, come credenti, a un'esistenza improntata a « gratuità », dedicando senza riserve noi stessi a Dio e al prossimo.

4. « Che cosa mai possiedi — ammonisce san Paolo — che tu non abbia ricevuto? » (1 Cor 4, 7). Amare i fratelli, dedicarsi a loro è un'esigenza che scaturisce da questa consapevolezza. Più essi hanno bisogno, più urgente diventa per il credente il compito di servirli. Dio non permette forse che ci siano condizioni di bisogno, perché andando incontro agli altri impariamo a liberarci dal nostro egoismo e a vivere dell'autentico amore evangelico? Chiaro è il comando di Gesù: « Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? » (Mt 5, 46). Il mondo valuta i rapporti con gli altri sulla base dell'interesse e del proprio tornaconto, alimentando una visione egocentrica dell'esistenza, nella quale troppo spesso non c'è posto per i poveri e i deboli. Ogni persona, anche la meno dotata, va invece accolta e amata per se stessa, al di là dei suoi pregi e difetti. Anzi, più è in difficoltà, più deve essere oggetto del nostro amore concreto. È quest'amore che la Chiesa, attraverso innumerevoli istituzioni, testimonia facendosi carico di ammalati, emarginati, poveri e sfruttati. I cristiani, in tal modo, diventano apostoli di speranza e costruttori della civiltà dell'amore.

Assai significativo è che Gesù pronunci le parole: « Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date », proprio nell'inviare gli apostoli a diffondere il Vangelo della salvezza, primo e principale dono da Lui recato all'umanità. Egli vuole che il suo Regno ormai vicino (cf Mt 10, 5ss) si propaghi attraverso gesti di amore gratuito da parte dei suoi discepoli. Così fecero gli apostoli agli inizi del cristianesimo, e quanti li incontravano li riconoscevano portatori di un messaggio più grande di loro stessi. Come allora, anche oggi il bene compiuto dai credenti diventa un segno e spesso un invito a credere. Anche quando, come nel caso del buon samaritano, il cristiano va incontro alle necessità del prossimo, il suo non è mai un semplice aiuto materiale. È sempre anche annuncio del Regno, che comunica il senso pieno della vita, della speranza, dell'amore.

5. Fratelli e Sorelle carissimi! Sia questo lo stile con cui ci apprestiamo a vivere la Quaresima: la generosità fattiva verso i fratelli più poveri! Aprendo loro il cuore, diventiamo sempre più consapevoli che il nostro dono agli altri è risposta ai numerosi doni che il Signore continua a farci. Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente diamo!

Quale periodo più opportuno del periodo della Quaresima per rendere questa testimonianza di gratuità di cui il mondo ha tanto bisogno? Nell'amore stesso che Dio ha per noi c'è la chiamata a donarci, a nostra volta, agli altri gratuitamente. Ringrazio quanti — laici, religiosi, sacerdoti — in ogni angolo del mondo rendono questa testimonianza di carità. Sia così per ogni cristiano, nelle diverse situazioni in cui egli si trova.

Maria, la Vergine e Madre del bell'Amore e della Speranza, sia guida e sostegno in questo itinerario quaresimale. A tutti con affetto assicuro la mia preghiera, mentre volentieri imparto a ciascuno, specialmente a quanti operano quotidianamente sulle molteplici frontiere della carità, una speciale Benedizione Apostolica.





DUBBI, DOMANDE E... «« Ritorna all'inizio
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"Dio, peccato e peccatori."
Le cose che vorresti “chiarire con qualcuno, ma non c’è mai la persona giusta!”

i sacerdoti non parlano più del peccato? Sappiamo che Dio ci ama tantissimo. La gente sembra dimenticare che siamo tutti dei peccatori e che abbiamo bisogno dei sacramenti. Non ci sono lunghe code davanti al confessionale, ma moltissimi vanno a fare la Comunione. E’ perché hanno paura di offendere le persone, o perché non volgiono rischiare di perdere parrocchiani? Perché non ci deve essere un giusto mezzo, dove sentir parlare di peccato e allo stesso tempo dell’amore di Dio? C’è da stupirs che appena i giovani crescono, abbandonano la Chiesa, e molti adulti fanno lo stesso? Io prego ogni giorno per l’unità della Chiesa cattolica, perché in realtà cadiamo a pezzi dal di dentro...

Cara Chiara,

spero che non ti offenda se sposto leggermente il punto focale del rimedio che tu proponi, di parlare più del peccato quasi per bilanciare l’insistenza sull’amore di Dio.

Francamente non credo che dell’amore di Dio si parli abbastanza. Buona parte di ciò che chiamiamo amoer non è che ua mediocre copia dell’originale, e del modo in cui Dio ci ama. Ascoltiamo s. Giovanni: “ Da cosa sappiamo ce Dio ci ama? Perché ha mandato il suo unico figlio a morire per noi e redimerci dai nostri peccati”. Questo è quello che dice, in sostanza, nel capitolo 4 della sua prima lettera, così come in altri posti. Questo messaggio sull’amore di Dio potrà realmente conquistarci se diamo a Dio il suo posto, Lui è il Creatore! E se ci fermiamo a pensare a cosa il peccato ha fatto a Gesù (distruggendolo, uccidendolo) perchè noi riconquistassimo la libertà, e ciò che il peccato fa a noi (distruggendoci e indebolendoci), vediamo con che amore ha sopportato tutto nonostante ciò che passato nel Getsemani. La grandezza del suo amore, che lo ha portato a tanto per liberarci dal peccato, è quello che ci fa capire quanto brutto sia il peccato. E se lo amiamo, eviteremo di peccare.





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"La vocazione può cambiare?"

Mi chiedo se, avendo Dio una vocazioe per ciascuno di noi fina dal momento della nascita, questa rimanga sempre la stessa, a pescindere da quello che ci capiti nella vita. Quello che cerco di dire è: nell’arco della vita, la vocazione resta sempre la stessa, o cambia in conseguenza delle scelte che uno fa; oppure ci sono diverse possiblità e uno può scegliere? Grazie.

Cara Anita,

la tua domaNda è piuttosto filosofica, ma ci sono alcune cose che Dio ci dice nella Sacra Scrittura che possono aiutarci a rispondere.

Un buon punto di partenza è la domanda sul significato del termine “vocazione”. “Prima che fossi concepito nel ventre di tua madre ti avevo scelto.” Questi è Dio che ci dice che ha sempre qualcosa in mente per noi, quando ci chiama alla vita, o piuttosto da prima di questo momento ci ha già fatto questo regalo. Qualcuno che dobbiamo essere, qualcosa che dobbiamo fare. Questo è il piano di Dio.

Vocazione vuol dire “chiamata”. Ciò significa che, quando cresciamo, specialmente quando ci avviciniamo a quell’età in cui dobbiamo prendere le decisioni più importanti, Dio ci offre il suo piano sotto forma di una chiamata. Dio vuole da me che io sia sacerdote, e mi chiama al sacerdozio. Da qualcun’altro che sia missionario, e lo chiama ad essere un missionario. Come avvertiamo la sua chiamata? Nella preghiera, nelle nostre esperienze persoanli, nelle circostanze della nostra vita, mentre queste si svolgono attorno a noi, nei bisogni delle persone che ci circondano..., queste sono le vie attrverso le quali scopriamo la voce di Dio che ci invita, che ci chiama a essere qualcosa di specifico, a fare qualcosa in particolare. Dio non ci appare davanti, ma ci chiama attraverso questi strumenti secondari. Ed immancabilmente, c’è sempre Lui dietro di essi.

Cambia, la vocazione? Se vocazione è il piano originale che Dio ha per ciascuno di noi, ci sarà sempre una sola vocazione , non potrà cambiare. Cosa cambia, allora? La mia comprensione della vocazione può cambiare. Io posso entrare in una congregazione od ordine religioso perché sembra che Dio mi stia chiamando, ma dopo un anno o due, attraverso alcuni segni (certo non solo i miei sentimenti), dimostra che il suo progetto è diverso. Si verifica anche il caso contrario. Molti giovani che entrano in seminario hanno creduto per anni di essere chiamati al matrimonio, e hanno vissuto vite normali, hanno fequentato l’università, e finalmente un giorno hanno capito che Dio li stava indirizzando altrove, e hanno detto di sí.

Ora, che succede se hai una vocazione, diciamo, alla vita religiosa, ne sei abbastanza sicura, ma decidi di prendere un’altra strada? Non una strada cattiva, ma un sano matrimonio secondo la Chiesa con una brava persona. Non è certo quel che Dio aveva progettato inizialmente, e questo non c’è modo di cambiarlo. Ma attributo divino è la misericordia, non la vendetta. Non passerà certo il tempo a progettare un modo per acciuffarti di nuovo. Fintanto che non chiuderai le porte del tuo cuore, Lui ti darà tutte le grazie di cui hai bisogno per vivere il matrimonio cosí come Dio vuole che esso sia vissuto.

E’ un Dio misericordioso, che vuole salvarci, e anche dopo le nostre colpe peggiori, finché torniamo a Lui, è pronto a perdonarci e a risollevarci, e ci rende capaci di fare cose buone con la sua grazia. In questo senso, forse si può parlare di una “seconda vocazione”.

La prima è il piano originale di Dio per la nostra vita. Ma se decidiamo di seguire una strada diversa, non per questo Dio cesserà di chiamarci alla santità, alla nostra vera casa, il cielo. Ricorda che seguire Cristo, per la “prima” vocazione o per un’altra strada, vorrà sempre dire entrare per la porta stretta, per cui non troverai mai una vocazione “più facile”.





SPECIALE «« Ritorna all'inizio
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"P. Anton Luli, Martire dell’Albania – Prima Parte"
Lo avevano già dato per martire

Di Padre Anton Luli, gesuita albanese nato nel 1910, si era persa ogni notizia, strozzata da uno dei più terrificanti regimi comunisti. Il Catalogo della Compagnia di Gesù lo aveva definito dispersus nel 1989, mentre già nel 1983 alcune pubblicazioni ne avevano annunciato la morte "in fondo ad una miniera". L'ultima notizia che si aveva di lui era la condanna a morte nel 1979. Poi più nulla. Lo sgretolarsi del regime comunista fece riemergere dalle terribili prigioni albanesi una schiera di persone che avevano resistito a quella follia. Tra questi c'era anche Padre Luli.

Quest'eroico sacerdote è morto nella notte di lunedì 9 marzo 1998, nella Casa dei gesuiti in via degli Astalli a Roma, all'età di 88 anni. La salma di Padre Anton è stata portata in Albania dopo i funerali nella Chiesa romana del Gesù. Nella concattedrale di Tirana l'arcivescovo di Durrës-Tirana, Mons. Rrok K. Mirdita, ha presieduto la concelebrazione Eucaristica di suffragio. Tantissime persone hanno deposto fiori nel confessionale dove era solito amministrare il sacramento della penitenza. Venivano da tutta l'Albania a confessarsi da lui. Era sempre disponibile ad andare anche nei villaggi e passava ore a confessare la gente. Da Tirana, il corpo di Padre Anton è stato portato a Lóhja, suo paese natale, per essere sepolto accanto ai suoi genitori.

Negli ultimi anni della sua vita Padre Luli aveva offerto pubblicamente, in più di un'occasione, la testimonianza della sua incrollabile fede in Cristo che neppure le persecuzioni e le torture avevano scalfito. In particolare, avevano suscitato profonda commozione le parole pronunciate, alla presenza del Papa, il 7 novembre 1996, nell'Aula Paolo VI, ai vespri che aprirono le giornate del giubileo sacerdotale di Giovanni Paolo II.

Lo avevamo incontrato più volte per alcune interviste pubblicate su L'Osservatore Romano. Ogni volta l'interlocutore era colpito dalla serenità, addirittura dalla normalità con la quale Padre Anton raccontava la sua storia. «La persecuzione contro i cattolici fu particolarmente terribile: volevano semplicemente annientarci», ci confidò in un'occasione.

Il primo arresto nel 1947.

Anton Luli era nato a Lóhja, un paese di montagna vicino a Scutari, il 15 giugno 1910 ed era entrato in seminario nel 1924, poi nella Compagnia di Gesù a Gorizia, nel 1929. Dopo aver insegnato a Scutari e a Tirana, era stato ordinato sacerdote il 13 maggio 1942. Nel 1946, quando vennero espulsi dall'Albania i gesuiti italiani, Padre Luli venne nominato Rettore del Collegio Saveriano e del Pontificio Seminario di Scutari. I due Istituti vennero chiusi con uno spettacolare spiegamento di forze militari che si preoccuparono di sequestrare tutti i beni, compresi i 40 mila volumi della biblioteca, la più grande del Paese. Non va mai dimenticato il vuoto anche culturale causato dai regimi comunisti.

Nominato parroco di Shkrèli, paese a trenta chilometri da Scutari, venne arrestato il 19 dicembre 1947. Fino al 1954 subì la prima prigionia stretta e i lavori forzati con l'accusa di agitazione e di propaganda contro il governo. «Mi condussero a Koplìk, - raccontò - comune delle montagne di Scutari, e mi rinchiusero in un gabinetto piccolissimo che nessuno aveva mai pulito da anni». Là, in mezzo agli escrementi, è rimasto per otto mesi e mezzo senza mai uscire se non per l'interrogatorio quotidiano fatto di torture, anche con la corrente elettrica, per strappare chissà quali confessioni. «Ci mettevano due fili elettrici nelle orecchie» ricordava Padre Luli che ha portato sempre nella carne i segni incancellabili delle percosse.

Quella notte di Natale del 1947.

La notte santa del Natale del 1947 venne spogliato dai suoi carcerieri e appeso con una corda che gli passava sotto le ascelle. Ecco i suoi ricordi: «Ero nudo e potevo toccare terra solo con la punta dei piedi. Sentivo il corpo mancarmi, lentamente, inesorabilmente. Il freddo piano piano saliva lungo il corpo e quando arrivò al petto stava per cedermi il cuore. Emisi un grido disperato e i miei aguzzini mi sciolsero, ma solo per riempirmi di botte. Quella notte, in quel luogo e nella solitudine di quel supplizio ho vissuto il senso vero dell'incarnazione e della croce».

Vide morire il giovane parroco di Rèci, don Pietro Cuni, a causa delle torture. «Quando venne arrestato - ricordava Padre Anton - potei salutarlo dalla finestra, ma il giorno dopo lo bastonarono e gli diedero la corrente elettrica nelle orecchie. Lo seppellirono nella fogna, come don Alessandro Sirdani. Ce ne accorgemmo solo perché trovammo la terra smossa che cedeva sotto i nostri piedi». Erano gli ultimi mesi del 1948. Il pasto di ogni giorno consisteva in 600 grammi di pane e un po' d'acqua. «Per fame, molti sono arrivati fino a mangiare i propri escrementi e per sete a bere l'urina» diceva Padre Luli.





SPIRITUALITÀ «« Ritorna all'inizio
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"Prendi il Largo!"
La mia vita per Cristo
P. Marcial Maciel, LC

Quando penso al mondo che si spegne e muore perché gli manca la conoscenza di Cristo; quando penso al caos profondo in cui precipita l’umanità inquieta e cieca per mancanza di Cristo; quando contemplo decadenza e sterilità in tante anime buone per mancanza di Cristo; quando vedo tutta quella massa operaia affiliarsi al comunismo per mancanza di Cristo; quando trovo la gioventù appassita e distrutta nella primavera stessa della vita per mancanza di Cristo; non posso soffocare i lamenti del mio cuore. Vorrei moltiplicarmi, dividermi, per scrivere, predicare, insegnare Cristo. E dalle viscere stesse del mio essere, dallo spirito stesso del mio spirito, sgorga travolgente questo grido unico: “La mia vita per Cristo!”

(lettera del 2 luglio 1946)





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