| February 16, 2002 |
Anno 1, Numero 1 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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Carissimi Fratelli e Sorelle, 1. Ci accingiamo a ripercorrere il cammino quaresimale, che ci condurrà alle solenni celebrazioni del mistero centrale della fede, il mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo. Ci apprestiamo a vivere il tempo propizio che la Chiesa offre ai credenti per meditare sull'opera della salvezza realizzata dal Signore sulla Croce. Il disegno salvifico del Padre celeste si è compiuto nel libero e totale dono del Figlio unigenito agli uomini. « Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso » (Gv 10, 18), afferma Gesù, ponendo ben in luce che Egli sacrifica la sua stessa vita, volontariamente, per la salvezza del mondo. A conferma di un così grande dono di amore, il Redentore aggiunge: « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15, 13). La Quaresima, occasione provvidenziale di conversione, ci aiuta a contemplare questo stupendo mistero d'amore. Essa costituisce un ritorno alle radici della fede, perché, meditando sul dono di grazia incommensurabile che è la Redenzione, non possiamo non renderci conto che tutto ci è stato dato per amorevole iniziativa divina. Proprio per meditare su questo aspetto del mistero salvifico, ho scelto quale tema del Messaggio quaresimale di quest'anno le parole del Signore: « Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date » (Mt 10, 8). 2. Iddio ci ha liberamente donato il suo Figlio: chi ha potuto o può meritare un simile privilegio? Afferma san Paolo: « Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia » (Rm 3, 23-24). Iddio ci ha amati con infinita misericordia senza lasciarsi fermare dalla condizione di grave rottura in cui il peccato aveva posto la persona umana. Si è benevolmente chinato sulla nostra infermità, prendendone occasione per una nuova e più meravigliosa effusione del suo amore. La Chiesa non cessa di proclamare questo mistero di infinita bontà, esaltando la libera scelta divina e il suo desiderio non di condannare, ma di riammettere l'uomo alla comunione con Sé. « Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date ». Queste parole evangeliche risuonino nel cuore di ogni comunità cristiana nel pellegrinaggio penitenziale verso la Pasqua. La Quaresima, richiamando allo spirito il mistero della morte e risurrezione del Signore, porti ogni cristiano a stupirsi intimamente della grandezza di tale dono. Sì! Gratuitamente abbiamo ricevuto. La nostra esistenza non è forse tutta segnata dalla benevolenza di Dio? È dono lo sbocciare della vita e il suo prodigioso svilupparsi. E proprio perché è dono, l'esistenza non può essere considerata un possesso o una privata proprietà, anche se le potenzialità, di cui oggi disponiamo per migliorarne la qualità, potrebbero far pensare che l'uomo sia di essa « padrone ». In effetti, le conquiste della medicina e della biotecnologia a volte potrebbero indurre l'uomo a pensarsi creatore di se stesso, e a cedere alla tentazione di manipolare « l'albero della vita » (Gn 3, 24). È bene anche qui ribadire che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche moralmente lecito. Se ammirevole è lo sforzo della scienza per assicurare una qualità di vita più conforme alla dignità dell'uomo, non deve però essere mai dimenticato che la vita umana è un dono, e che essa rimane un valore anche quando è segnata dalla sofferenza e dal limite. Un dono da accogliere e amare sempre: gratuitamente ricevuto e gratuitamente da porre al servizio degli altri. | |||
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Luigi, candidato al diaconato permanenete nella sua Diocesi, chiede: Faccio parte di un gruppo di 21 uomini, potenzialmente candidati per il diaconato permanente nella nostra diocesi. Dodici verranno scelti, verso la meta’ di maggio, per iniziare la preparazione. Con che criteri vengono scelti i diaconi?
Caro Luigi, è una tentazione quella di vedere il diaconato permanente come nient’altro che un atto volontario di servizio alla Chiesa. Si tratta piuttosto di una vocazione, una chiamata. (La nostra volontà aderisce alla chiamata, ma non la crea.) Il diaconato è una partecipazione al ministero di servizio che il Vescovo esercita per la parte di Chiesa affidata alle sue cure. Come in tutte le vocazioni, ci sono due aspetti da prendere in considerazione, quello generale, tracce oggettive della vocazione, e quello individuale, circostanze particolari proprie tanto dell’individuo che si offre per questo servizio, quanto della Chiesa che va a servire. E’ possibile che si dia il caso in cui tutti i potenziali candidati abbiano le qualità oggettive richieste per un futuro diacono, e che ciascuno abbia anche le migliori disposizioni a questo ministero, ma che i bisogni della Chiesa locale o qualche circostanza eccezionale esigano che solo la metà di essi debbano essere chiamati questa volta. Il Vescovo è quello cui spetta l’ultima parola (normalmente dopo averci pregato a lungo sopra, ed essersi consultato con i suoi collaboratori – i vescovi sono di norma persone umili), e diventano la voce di Cristo (di cui sono vicari per la loro diocesi) che chiama le persone scelte per questo ministero. Il nostro orgoglio ci porta a dire “Io ho tutte le qualità, lo voglio fare, ho il diritto di farlo, quindi è ingiusto che io venga scartato.” Nell’economia della Salvezza, nella Chiesa, le cose vanno in modo diverso. Noi ci offriamo, ma è Dio che decide quelloche dobbiamo fare (cfr. Luca 8, 26-39, specialmente gli ultimi due versi). C’erano uomini veramente eccezionali ai tempi di S. Pietro, ma solo sette furono scelti per essere diaconi (Atti 6). Che Dio ti benedica. P. Giuseppe. | |||
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Io credo che la diminuzione delle vocazioni sia un risultato diretto della contraccezione. Potrebbe darsi che Dio ci stia punendo per questo peccato (è risaputo che i cattolici ricorrono alla contraccezinoe nella stessa misura dei protestanti). Perché non sentiamo mai queste cose dal pulpito?Sembra che i preti abbiano paura di toccare l’argomento per non vedere il numero dei parrochhiani diminuire. Non sarebbe meglio avere meno cattolici, ma una percentuale maggiore di gente che vive ciò in cui crede, piuttosto che quello che abbiamo ora, cioè un numero ridotto di preti che crescono generazioni di “cattolici” e una grande maggioranza di cattolici che “sopravvivono” alla loro fede? Cara Giovanna, stai toccando un problema decisivo. Ad ogni modo, dobbiamo tenere fermo davanti ai nostri occhi quello che scopriamo di Dio in Cristo: che la sola “punizione” che Dio ci infligge è quella di mandarci suo Figlio a redimerci. Sicché, più che l’immagine di un Dio che ci sta punendo per questo nostro peccato, sarebbe più opportuna l’immagine di Dio Padre amorevole, che ha fatto di tutto per noi, creandoci e mandandoci suo Figlio per redimerci che scuote tristemente il capo mentre noi abbandoniamo la sorgente di acqua viva e cerchiamo di calmare la nostra sete nelle cisterne creoate del nostro deserto esistenziale. Semplicemente, non funziona: non troveremo mai lì quello che stiamo cercando. E gli fa male vedere come ci accaniamo, una volta e un’altra, nonostante le dure consequenze. emplicemente, non funziona. Normalmente, la connessione tra la mentalità “contraccetiva” e il calo delle vocazioni è questo: nascendo meno figli, i genitori sono meno disponibili a lasciarne partire uno, forse l’unico, per seguire Dio. E si sente anche dire che, aumentato il benessere, i genitori non hanno più bisogno di mandare figli in seminario per ovviare agli effetti della povertà, spiegazione decisamente povera. Dobbiamo ricordare che normalmente il piano di Dio per ogni cattolico è che questi riceva la fede, e l’esempio di come la si debba vivere, dai propri genitori. Nella maggior parte dei casi la voazione è una grande grazia e un a ricompensa per le famiglie e un segno dell’approvazione di Dio per il matrimonio cristiano di alcuni genitori (anche se non tutte le coppie che vivono santamente hanno una vocazione nella loro famiglia). Perciò, una coppia che mette in atto comportamenti che sanno essere sbagliati non è nella posizione migliore per trasmettere ai filgi l’essenza della nostra fede, che consiste in un’obbedienza amorosa a Dio e nella fiducia in Lui. Non danno a Dio il suo posto. Trasmettono ai loro figli una visione distorta di Dio e della realtà, una visione egocentrica. Io credo che qui stia il problema. E qui torniamo a vedere che la vocazione non è solo qualcosa che viene dall’alto, indipendemente da ogni nostra azione. Dio ci lascia una parte decisamente attiva da mettere in atto. Questa è tutta nostra responsabilità. La nostra fede è qualcosa di vitale, non solamente una questione di parole, ma di come rendiamo la nostra vita conforme a quelle parole. Qui sta la sfida. La predica dal pulpito è la risposta? In parte sì. Deve essere una predica che nasce non dalla lettera della legge, ma dalla personale esperienza di Dio che il sacerdote fa, la sua fedeltà a Dio, la sua integrità di seguace di Cristo. Questo è ciò che gli darà la forza di predicare il messaggio “duro” di Cristo e che toccherà i cuori di quanti lo ascoltano. Con la mia benedizione, P. Giuseppe. | ||
| MEDITAZIONE | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |
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Scegli il momento giusto per fare questa meditazione, tenendo conto degli altri impegni. L’ideale è stabilire un tempo fisso, durante l’intera settimana, in cui fare la meditazione.
Dal momento che la meditazione è un incontro con Dio nella preghiera, riservale un tempo opportuno, che ti permetta di farla bene. Se riesci, prendi dai venti a i trenta minuti. I punti che seguono vogliono solo essere spunti che ti aiutino a conversare cuore a cuore con Cristo e ad approfondire la tua conoscenza personale e il tuo amore per lui. Dio ci viene incontro. Preghiera preparatoria: Signore, mi metto alla tua presenza. Aiutami a sentire la tua voce. Ma non solo a sentirla, bensì ad ascoltarla attentamente, e a farmi penetrare da essa! Frutto che voglio ottenere in questa meditazione: Signore, aiutami ad accogliere la tua chiamata a servirti. Non permettere che fugga, spaventato di fronte a qualsiasi cosa tu mi chieda. Sacra Scrittura Gl 2, 12-18 Sal 50, 3-4.5-6a.12-13.14 e 17 2 Cor 5,20-6,2 Mt 6,1-6. 16-18 NESSO TRA LE LETTURE Il testo del profeta Gioele apre il periodo quaresimale, un tempo forte nella vita della Chiesa, e denso di significati. Il profeta invita il popolo con toni drammatici a convertirsi al Signore di ogni cuore. Non si tratta di una conversione superficiale e transitoria, bensì "di tutto il cuore" che arrivi al fondo degli atteggiamenti e dei comportamenti e supponga un sincero proposito di ravvedimento (Prima Lettura). Queste parole trovano eco anche nella lettera di Paolo ai Corinzi: "lasciatevi riconciliare con Dio" ed esprimono la benevolente disposizione del Signore a concedere perdono e povertà a chi a Lui si avvicina. Perché, in realtà, chi è puro agli occhi di Dio? Se il Signore osservasse i nostri peccati e le nostre iniquità, chi potrebbe resistere al suo sguardo? Ma Egli è ricco in misericordia (seconda lettura). Il vangelo ci offre il cammino di conversione: certamente, comprenderà il digiuno, la preghiera, l'elemosina come carità fraterna, ma tutto questo fatto ed offerto agli occhi di Dio e non degli uomini (vangelo). Gli uomini guardano l'esteriorità, ma Dio guarda il cuore. La conversione che ci propone Gesù è una conversione interiore. Si tratta, pertanto, di riaccostarsi dal distacco e dalla tristezza del peccato che ci aveva allontanato da Dio, all'amicizia di chi tanto ci vuole e diede la sua vita per noi. Ora è il tempo della grazia, oggi è il giorno della salvezza! Chiedendo aiuto allo Spirito Santo, cerca di guardare con sincerità al tuo atteggiamento di fronte a Dio, di fronte alla sua grazia, di fronte alla prospettiva di essere chiamato ad un amore più grande. Se ti rendi conto che la tua risposta non è all’altezza del suo amore, non ti scoraggiare! Vinci la vergogna e volgi lo sguardo fiducioso del figlio che guarda negli occhi suo Padre. La Quaresima ci servirà proprio per riconoscere i nostri errori e per superarli. Ti proponiamo i passi necessari. 1. Per comprendere il peccato è necessario riconoscere il profondo vincolo che esiste tra Dio e l'uomo. Vincolo di dipendenza e di amore. Se non si presta attenzione a questo vincolo non si arriva alla vera profondità del peccato. In questo senso, la quaresima è una strada che rivela l'amicizia di Dio con l'uomo e la disgrazia dell'uomo che si allontana da Dio. È un periodo nel quale l'uomo, come gli Israeliti nel deserto, sperimentano la protezione appassionata di Dio, nonostante le loro ribellioni. Di qui nasce la conversione. "L'appello di Cristo alla conversione - ci dice il Catechismo - continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che "comprende nel suo seno i peccatori" e che, "santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento". Questo sforzo di conversione non è soltanto un'opera umana. È il dinamismo del "cuore contrito" (Sal 51,19), attratto e mosso dalla grazia a rispondere all'amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo" (CCC, n.1428). Il profeta Gioele prende spunto da una disgrazia che si era abbattuta sul popolo - la piaga delle locuste che distrusse tutti i raccolti - per invitare ad una penitenza interiore. Si tratta di "lacerarsi il cuore, non le vesti". Cioè, si tratta di un atteggiamento di conversione interiore a Dio per riconoscere la sua santità, il suo potere, la sua maestà. Gioele avverte i suoi contemporanei che il "giorno di Yahveh" arriverà e che devono essere preparati, perché il suo potere è immenso. Dobbiamo pentirci sinceramente dei nostri peccati, perché essi ci hanno allontanati da Dio e ci hanno fatto cadere in un abisso di miseria. Ci invita ad una conversione "di tutto il cuore", cioè sincera, stabile e con un fermo proposito di emendamento. E questa conversione è possibile perché Dio è ricco di misericordia, è compassionevole e misericordioso. Solo Dio è capace di creare in noi un cuore puro e rinnovarci nell'intimo con spirito fermo e di restituirci l'allegria della salvezza, (cfr. Sal 50). Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Così il profeta invoca un "ambiente penitenziale": bisogna suonare la tromba, convocare l'adunanza, risvegliare le coscienze. Il periodo quaresimale vuole pure creare questo ambito liturgico e penitenziale nei fedeli: un cammino di quaranta giorni dove sperimenteremo in modo efficace l'amore misericordioso di Dio. Facciamo sì che in questa Quaresima nessuno voglia escludersi dell'abbraccio del Padre, (cfr Incarnationis Mysterium, 11). Il tempo di Quaresima è il tempo della grazia e il tempo della salvezza. 2. La conversione del peccato è un processo misterioso e nascosto. Dio bussa alle porte del cuore del peccatore e lo spinge ad una trasformazione interiore. Questa trasformazione non è mai facile e richiede un processo di conversione perché, come dice il Papa Giovanni Paolo II in una delle sue poesie di gioventù, "la verità tarda a sondare l'errore". Non è, dunque, un atteggiamento esteriore e superficiale, affinché lo veda la gente, come facevano i farisei, bensì una conversione che si fa "alla presenza di Dio che guarda il cuore". Ci dice il catechismo al numero 1431: "La penitenza interiore è un radicale riorientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura col peccato, un'avversione per il male, insieme con la riprovazione bei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza della misericordia divina e la fiducia nell'aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato "animi cruciatus" (afflizione dello spirito), "compunctio cordis" (contrizione del cuore)". Com'è bello ed esigente l'invito del Signore! Saper portare la propria croce, le proprie sofferenze, l'oblazione della propria vita nella semplicità del silenzio e dell'amicizia con Dio. Non stiamo ad aspettare di essere consolati, quando il mondo chiede a noi di consolare gli altri e di essere disposti a dare di più. Non cerchiamo di essere apprezzati, riconosciuti, stimati, compatiti, quando come cristiani, dobbiamo darci agli altri. Il distacco che tutto questo implica non è cosa da poco e ha una definizione ben preciso: conversione continua del cuore al Dio della misericordia. 3. La quaresima ricorda i quaranta giorni che Mosè passò digiunando sul monte Sinai prima di ricevere le tavole della legge; ricorda i quaranta anni passati da Israele nel deserto, che furono tempo di tentazione, ma anche tempo di una speciale vicinanza di Dio. I Padri della Chiesa considerano il numero quaranta come simbolico del tempo della storia umana, e i quaranta giorni che Gesù passò nel deserto pregando e digiunando come un'immagine della vita dell'uomo. L'uomo nella sua vita attraversa un deserto in cui la tentazione si fa presente, ma dove pure la presenza di Dio si fa più palpabile, più appassionata, più consolatrice. 1. Dio riserva ad ogni anima il momento per la propria conversione. Non ritardiamo la nostra conversione: "se ascoltiamo oggi la voce di Dio, non induriamo il nostro cuore ". Non rimandiamo a domani l'amore che possiamo dare oggi. Ci accorgiamo che la nostra vita è fugace, fragile, instabile, come un fiore mattutino che appassisce alla sera: perché ritardare questa straordinaria grazia dell'amicizia con Dio? Valutiamo le cose alla luce dell'eternità, dell'eternità felice o sventurata. Diamo ad ogni cosa il suo valore. Ci rendiamo conto che la vita ci propone ad ogni istante un po' della nostra donazione e con esso continuiamo a costruire la storia della salvezza. Perché vivere nel peccato, se ci causa tanto male? Aveva ragione sant'Agostino: "Tardi ti amai, oh Bellezza tanto antica e tanto nuova". Tardi incominciai a sperimentare l'amore di Dio, tardi incominciai a vivere in pienezza. Si impone, perciò, in questi giorni un sereno e profondo esame di coscienza, è necessario scendere in fondo all'anima per strappare ogni bugia, ogni inganno, ogni peccato e ritornare alla vita in Dio, in Cristo. Mettiamo Dio al di sopra di qualunque altro valore umano ed interessato. 2. La quaresima ci offre l'opportunità di praticare la "rinuncia personale". Si tratta forse di qualcosa di cui si è ormai persa la memoria, nella nostra società del "benessere" e del massimo "comfort" possibile. Tuttavia, nell'ascesi cristiana la rinuncia personale occupa un posto, e pure di rilievo, perché le tendenze disordinate che assalgono l'uomo non possono essere dominate senza la grazia e Dio e la lotta spirituale. Impariamo, in questi giorni di Quaresima, ad offrire piccoli o grandi sacrifici: cerchiamo di rinunciare a piaceri leciti, a gusti personali, a comodità e beni superflui, ma tutto questo solo per amor di Dio, per manifestargli che Egli è al primo nel nostro cuore, e per vivere sempre con una maggior libertà di spirito nella scelta del bene. Quanto bene possiamo fare insegnando ai bambini il cammino dei piccoli sacrifici offerti a Gesù per amore! Offerti a Gesù per la salvezza del mondo. Il caso di una bambina di otto anni che offriva le sue sofferenze, dovute alla leucemia, per la perseveranza dei sacerdoti, è un esempio bello e convincente che l'amore desidera donarsi ed offrirsi in sacrificio per l'amato. DOMANDE Per aiutarti ad esaminare la tua vita, alla luce delle ispirazioni che Dio ti ha dato in questi momenti di intimità con Lui. 1. Credo che Dio stà cercando di suscitare in me qualcosa di positivo attraverso questo tempo di grazia? Che cosa cerca di farmi capire con questo invito alla penitenza e alla conversione? 2. Cosa mi trattiene dal mettere in atto ciò che Dio mi sta chiedendo ora? 3. Quali sono le mie paure e le mie diffidenze circa la volontà di Dio? 4. Sto vivendo questo periodo liturgico con la determinazione ad approfittare delle grazie che Dio mi concede per mostrarmi la sua volontà? | ||
| SPIRITUALITÀ | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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Più profondamente conosciamo Dio, più profondamente lo amiamo e più profondamente ci sentiamo attratti da Lui. L’implecabile esperienza della nostra vita porta i nostri cuori ad amarlo come l’unico veramente amabile, mentre le altre cose della vita ci fanno vedere solo una realtà che si gusta per un momento, poi svanisce. E questo insegna alla nostra intelligenza a credere in Lui come nell’unico che non ci tradisce. E permette alla nostra libertà di scegliere Lui come l’unico che può soddisfare i nostri desideri più profondi – direttamente, attraverso il mistero della sua pesenza nell’Eucaristia, nella quale possiamo toccarlo e quasi sentirlo nostro fratello, padre, amico e redentore. In questo modo Dio vuole portare, gradualmente, la felicità della nostra vita. Lui vuol essere la cura delle nostre malattie. Ha deciso di portarci sempre più vicino a sé fino al giorno in cui i nostri vincoli saranno completamente sciolti e saremo veramente liberi, e potremo contemplarlo in cielo, coi nostri cuori pieni di gioia. È facile essere felici. Quanto mi fa soffrire vedere gli uomini inseguire pazzamente la felicità. Pensano di poterla trovare nel denaro, nei viaggi, nel divertimento, addirittura nella droga e nel sesso. E non capiscono che la vera felicità l atroveranno solo dentro loro stessi, e dipende dal fatto che accettiamo o no Cristo. Il fatto che Cristo abbia unito in modo così straordinario l’esperienza della felicità con quella della croce resta un mistero. Né il denaro, né il piacere, né il potere sono le sorgenti della nostra felicità, ma vivere una semplice e autentica fede. Nessun conforto o nessuna aridità nella vita spirituale potranno realmente soddisfare l’uomo, ma solo la coerenza ta la sua identità di essere umano e quella di cristiano che cerca di perseguire l’unico fine della vita dell’uomo, cioè Dio. Ecco perché l’uomo che accetta Dio fatto carne in Cristo Gesù – e lo ama, lo segue e lo imita – sa saziare rofondi aneliti della sua vita, la sua sete di felicità, pace e tranquillità interiore. | |||
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