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Chiamata alla gioia

Chiamato alla gioia

Juan Pedro Oriol Muñoz, L. C.

 

P. Juan Pedro Oriol è nato a Madrid, Spagna, l'8 gennaio 1963. È entrato a far parte della Legione di Cristo nel settembre del 1980. Per molti anni ha diretto gruppi giovanili a Roma. Si è laureato in filosofia presso la Ponti­ficia Università Gregoriana di Roma. Attualmente è direttore vocazionale in Messico; inoltre presta servizio co­me orientatore familiare.

 

Avevo diciassette anni. Stavo per finire il liceo. Ricordo che alcuni esperti in orientamento professionale vennero nella mia scuola e ci sottoposero a delle prove. Dopo aver corretto le mie, conclusero che mi sarei sposato, sarei stato padre di una numerosa famiglia e mi sarei dedicato agli affari... Non ne imbroccarono una!

Di fatto, però, io la pensavo così. Avevo tutto quello che un ragazzo può avere: degli ottimi genitori, dei fratelli molto uniti, suf­ficienti amici, una felice cotta giovanile, una moto e una macchina, soldi in tasca e molta voglia di spenderli. Sì, apparentemente avevo tutto, però c'era una voce dentro di me che mi diceva qualcosa che non riuscivo a capire o, piuttosto, non volevo capire.

 

Ero un ragazzo che aveva fretta di vivere, di conoscere, di fare esperienze. Mi trovavo a mio agio nel mondo, ma c'era qualcos'altro. Ero il primo ad aderire alle feste, ai divertimenti, ma non po­tevo sopportare l'ipocrisia dell'ambiente sociale. Godevo moltissi­mo di comodità e benessere, ma mi rattristava vedere tanti cono­scenti abbarbicati a queste cose. Non vivevo in accordo con la mia fede e finii per accantonarla quasi del tutto anche se non potevo i-gnorare l'esempio dei miei genitori e dei miei fratelli.

Avevo già un progetto di vacanza per l'estate del 1980, però decisi di andare per una settimana al corso vocazionale della Legio­ne per convincermi che io, legionario, nemmeno per sogno. Ma mi trovai così bene che decisi di rimanervi ancora una settimana e son passati più di dieci anni... Agosto era già arrivato e io non sapevo ancora che cosa Dio volesse da me. Diversi compagni e amici si erano già decisi a segui­re Cristo nella Legione. Altri invece li avevo visti tornare a casa e mi turbava vedere come alcuni erano tristi nell'andarsene. Dovevo decidermi: o sì o no. Ma avevo paura di dire di sì. Forse commette­vo un grosso sbaglio, ma qualcosa mi bruciava dentro. Avevo paura di rischiare e vedevo che Dio, scegliendo me, poteva perdere la partita. Avevo il chiodo fisso dei sogni che avrei dovuto mettere da parte: i miei progetti, la ragazza, la carriera, gli amici, la mia bella famiglia... ma non riuscivo a capire che, nel chiamarmi, Dio mi rim­borsava del cento per uno, anche in sogni; non volevo capire.

 

Entrai in cappella. Scendeva la sera di venerdì 8 agosto. Qualcosa mi impediva di sospingere la porta e mi gridava con for­za: "Non entrare, non entrare". In ginocchio nella prima fila di ban­chi, mi misi a guardare Cristo sulla croceposto sopra il Tabernaco­lo e proprio dietro la parte centrale dell'altare. E incominciò questa preghiera tra noi due:

- Gesù, ho paura di darti il mio "sì", ma non voglio essere co­dardo. Dimmi Tu fin dove mi porterai se accetto la tua chiamata. Dimmi perché non sono capace di firmarti questa cambiale in bian­co, di incontrare il tuo sguardo, di corrisponderti con la dedizione della mia vita, se Tu così vuoi.

- Figlio Mio, la vocazione è un fatto d'amore. Io scelgo per per amore chi voglio, e solo coloro che intendono amare senza riserve accettano la mia scelta, vincendo la paura con la fiducia e l'insicurezza con la fede.

- E se sono troppo precipitoso, se questo non è forse il mo­mento, ma più tardi, quando magari nemmeno lo supponga perché questa faccenda della vocazione è proprio ficcarsi in un guaio dal quale non c'è verso di uscire, e che guaio!

- L'amore non richiede precipitazione ma prontezza sì; non ti mette nei guai ma ti compromette; e non si tratta nemmeno di sup­posizioni, ma di libera convinzione.

- Ma Tu sai, Signore, quanto desideri formarmi una famiglia, avere non uno solo ma diversi figli, preoccuparmi della mia carrie­ra...

- La vocazione non è il rifugio per coloro che non sono inclini al matrimonio e a formarsi una famiglia, ma la consacrazione vitto­riosa di coloro che rinunciano ai piaceri per un ideale più alto; e non è nemmeno una carriera per chi non ci sa fare nel campo degli affari, è la giusta via di chi rinuncia al mondo per dedicarsi al più importante degli affari: la salvezza delle anime.

- Per favore, Signore, dimmi, Tu vuoi che Ti segua?

- Io voglio che tutti gli uomini mi seguano.

- D'accordo, ma non diventeremo mica tutti preti o monache,

non ti pare?

-  Per seguirmi, basta prendere la croce e venirmi dietro.

Ciascuno la sua croce.

- Dimmi, Signore, qual'è la mia croce?

- Quella che il tuo amore sceglierà. Maggiore è il tuo amore, maggiore è la tua croce.

- Gesù, Tu sai che la mia croce più grande, quella che più mi costa, la più esigente, quella che ho meno voglia di caricarmi addosso, quella che mi richiede più amore, è la croce della vocazione legionaria.

- Sì, lo so, perché è la croce che io voglio per te. : Quante volte ho cercato di spiegare e di spiegare anche a me stesso ciò che successe durante quella visita a Cristo. Ho scelto di narrarla in un dialogo perché mi sembrava che meglio esprimesse ciò che è ineffabile: la chiamata di Dio. Alla fine, gli dissi di "sì", che accettavo, che volevo abbracciare la mia croce. Sapevo che Lui non si sarebbe mai allontanato da me e mi avrebbe dato quella for­za che io non avevo. Con il cuore in mano gli dissi che poteva con­tare su di me.

 

Scoppiai a piangere come mai mi era successo, perché non avevo altro modo per esprimere la bella esperienza di essere stato chiamato da Cristo a lasciare tutto per seguire Lui. Di essere stato CHIAMATO ALLA GIOIA.

 

Andai. Sì, ora provo la più grande soddisfazione quando ri­cordo che andai con Cristo ancora all'alba della mia vita, quando dinnanzi a me si apriva l'orizzonte, quando il mio giardino era anco­ra tutto in fiore. A nessuno piace vedersi regalare una rosa appas­sita. Nemmeno a Cristo. E adesso.alla vigilia della mia ordinazione sacerdotale, lo comprendo meglio: voglio dare a Cristo il meglio di me, il meglio della mia vita; per tutto quanto gli porgo i miei ringra­ziamenti più grandi e più sinceri, per avermi chiamato a diciassette anni, nel pieno di una gioventù ricca dì sogni, illusioni, forza. Grazie, molte grazie, Signore! Avvenne un pomeriggio di agosto: dissi di sì a Cristo. Dal momento in cui mi ha chiamato, non mi ha mai lasciato; mi ha accompagnato in ogni istante dovunque io an­dassi.

 

Riconosco, pieno di gratitudine, che la mia vocazione non si sarebbe mai realizzata senza l'aiuto del nostro Padre Fondatore, senza l'amicizia dei miei superiori, dei miei fratelli e dei miei com­pagni, senza l'incontro con grandi personaggi, e, naturalmente, senza il sostegno e la dedizione dei miei genitori, dei miei tre fratel­li legionari, delle mie sorelle consacrate, una al Movimento Regnum Christi, laltra al Carmelo e di tutti gli altri miei fratelli.

 

            Sono sacerdote. Nella Legione di Cristo. Per gli uomini. Per sempre. Grazie, molte grazie Signore! Maria, Madre amatissima, ti raccomando il tuo nuovo sacerdote.

                                                                                                                                                                                                       
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