| 19 Marzo 2007 |
Anno III, Numero 6 |
Sposorizzato dai Legionari di Cristo e dal Regnum Christi |
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| CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 5 marzo 2007 (ZENIT.org). | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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Benedetto XVI ha ringraziato pubblicamente il Cardinale Giacomo Biffi per aver aiutato lui e i suoi collaboratori della Curia romana con gli Esercizi spirituali a “salire in alto verso l'invisibile, verso la vera realtà”. Il Papa ha rivolto queste parole all’Arcivescovo emerito di Bologna questo sabato mattina dopo la meditazione finale che il porporato ha esposto nella cappella “Redemptoris Mater” del Vaticano. “Nella Santa Messa, prima della preghiera eucaristica, ogni giorno rispondiamo all'invito ‘in alto i nostri cuori’ con le parole: ‘sono rivolti al Signore’”, ha iniziato a ricordare il Papa. “E temo che questa risposta sia spesso più rituale che esistenziale”, ha riconosciuto. “Ma Lei ci ha insegnato in questa settimana, realmente, ad alzare, ad elevare il nostro cuore, a salire in alto verso l'invisibile, verso la vera realtà. E ci ha donato anche la chiave per rispondere ogni giorno alle sfide di questa realtà”, ha affermato. “Le cose di lassù” è stato il tema degli Esercizi spirituali, durati dal 25 febbraio al 3 marzo, giorni in cui il Papa ha sospeso le udienze e gli atti pubblici. Nelle sue parole di ringraziamento, il Pontefice ha lasciato spazio alle confidenze. “Durante la Sua prima conferenza mi sono accorto che negli intarsi del mio inginocchiatoio è raffigurato il Cristo risorto, circondato da angeli che volano”, ha osservato. “Ho pensato che questi angeli possono volare perché non si trovano nella gravitazione delle cose materiali della terra, ma nella gravitazione dell'amore del Risorto; e che noi potremmo volare se uscissimo un po' dalla gravitazione del materiale ed entrassimo nella gravitazione nuova dell'amore del Risorto”. “Lei, realmente, ci ha aiutati ad uscire da questa gravitazione delle cose di ogni giorno e ad entrare in questa altra gravitazione del Risorto e, così, a salire in alto. Per questo Le diciamo grazie”. Il Papa ha ringraziato il Cardinal Biffi anche “per il suo umorismo e per la sua concretezza; fino alla teologia un po' audace di una sua domestica: non oserei sottoporre queste parole ‘il Signore forse ha i suoi difetti’ al giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede”. “Ma in ogni caso abbiamo imparato ed i suoi pensieri, Signor Cardinale, ci accompagneranno non solo nelle prossime settimane”, ha concluso il Papa. | ||||
| ROMA | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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«Se noi cristiani ci rassegniamo ad essere una subcultura, in un mondo che guarda dai tetti in giù, niente potrà salvarci». La mano ossuta accarezza il Crocifisso appeso alla lunga catena argentea, poi lo sguardo del cardinale Camillo Ruini si accende, come il suo sorriso. E si affretta ad aggiungere: «Salvo un intervento della Provvidenza. Certamente». Con questo appello alla mobilitazione dei pensatori cattolici il cardinale vicario di Roma ha appena chiuso la due giorni di studi su: «La ragione, le scienze e il futuro delle civiltà». Ultimo appuntamento di quel forum che dieci anni fa ha lanciato il tema del «progetto culturale», così gradito ora al Pontefice. Un appuntamento da record per numero e qualità degli interventi di giuristi, matematici, filosofi, fisici e teologi che segna anche l'addio del cardinale settantaseienne al ruolo di presidente della Conferenza episcopale. «La prossima volta sarò da quella parte e non da questa», dice alludendo alla sua imminente sostituzione per motivi di età, suscitando gli applausi affettuosi degli studiosi. Ruini tira le fila della riflessione comune e confessa la sua intenzione di «mostrare che per dire quel "grande sì all'uomo" auspicato da Ratzinger e per mostrare la verità, la bellezza e la vivibilità della fede, bisogna andare alle radici della razionalità contemporanea». Non è un invito a respingere la cultura del nostro tempo. Anzi. ... Quella che attende il cattolico, spiega, è una sfida «ineludibile»: «Deve svegliarsi. Deve giocare di proposta e dare un orientamento alla cultura. E per questo occorre che ci sia una crescita del senso di appartenenza alla Chiesa e a Cristo e una più precisa consapevolezza della radicalità della sfida che abbiamo davanti». A convegno chiuso, finite le strette di mano, ascoltate le richieste più disparate (compresa quella di ribadire l'inconsistenza dei vangeli apocrifi), il cardinal vicario si aggiusta l'abito e ci spiega meglio perché nutre molte speranze che i cattolici possano abbracciare la sua sfida a diventare bussola della cultura e vincerla: «Dall'interno del cattolicesimo cresce la consapevolezza che c'è bisogno di farlo. Perché i problemi che riguardano l'uomo in quanto tale e il dialogo tra le religioni spingono ormai in una direzione convergente: fanno sentire a molti il bisogno di riscoprire la propria identità cristiana». Eppure, da fuori, sembra che il periodo sia molto più complesso. E fortemente scosso dai contrasti sui temi etici. Il cardinal vicario allarga le braccia, annuisce e sorride: «È vero che la contestazione contro la Chiesa aumenta. Ma è preferibile essere contestati che essere irrilevanti». E aggiunge: «In altri Paesi come la Francia forse c'è minore contestazione, ma solo perché minore è il peso specifico dei cattolici». Si ferma, si illumina e aggiunge: «Se ci considerassero a fine corsa ci attaccherebbero meno». «Tra l'altro - fa notare - i rapporti numerici tra credenti e non credenti nella totalità della popolazione sono molto diversi da quelli che appaiono sui media. Io credo che qui in Italia, come negli Stati Uniti, sono maggioritari quelli che hanno Dio come punto di riferimento». Il rischio insito nello scontro però è di ritrovarsi nemici senza volerlo. Ora che l'etica è divenuto terreno di polemica politica ne abbiamo esempi quotidiani. E ieri l'altro il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, intervenendo sui Dico, la legge sui diritti per le coppie di fatto, ha lanciato un monito alla religione a trattare con amore «legami forti anche fuori da quelli convenzionali» e non respingerli come «un peccato da cancellare», «sennò regaliamo a Satana un tempo che non è detto sia il tempo di Satana». Ruini, divenuto nella considerazione di alcuni il paradigma di una visione severa che sembra voler più escludere che includere, allontana da sé questo sospetto con garbo: «Non ho mai pensato di demonizzarli. Certo io suggerisco il matrimonio, ma non sono contro le persone che vivono in una coppia di fatto. Per carità. Quella è una loro libera scelta. Va rispettata. D'altra parte non si vede perché dargli una struttura giuridica che rischia di sovrapporsi a quella esistente e a fare confusione». «E del resto non la vogliono. A dirlo sono loro stessi. Noi ne conosciamo molti, giacché molte sono le coppie che si sposano dopo aver convissuto. Sono una sorta di coppie di fatto in transito verso il matrimonio. Da quanto risulta ai sacerdoti che hanno ogni giorno a che fare con loro, queste coppie non chiedono forme diverse dal matrimonio». Nel convegno era già stata messa in discussione una nuova tendenza, quella della richiesta sempre più diffusa di nuovi diritti (c'è chi ne reclama anche per l'intelligenza artificiale) senza farsi carico dei corrispondenti doveri. Un diritto che voglia essere ragionevole, era stato detto, deve invece riuscire a bilanciarli. Nella conclusione il cardinale evidenzia che «il punto decisivo è l'apertura della razionalità umana alla trascendenza, cioè, in concreto, a Dio e anche all'uomo che non può essere considerato un pezzo di natura». Altrimenti, fa notare condividendo l'intervento di un professore di letteratura russa, «ricadiamo nell'errore descritto dal pensatore sovietico Soloviev». Nel suo romanzo metaforico c'è un uomo, progressista, umanista, pacifista, che riusciva a mettere d'accordo tutto il mondo, persino le religioni diverse. Ma viene smascherato: è l'Anticristo. Fuor di metafora, Ruini e i pensatori del Forum sono convinti: «Occorre tenere conto della novità e della importanza decisiva della fede cristiana rispetto alla razionalità. Non basta adottare i valori senza riconoscere l'importanza decisiva di Cristo. Questa è la sfida culturale ineludibile dei cattolici. E per vincerla non basta organizzarsi. Occorre una consapevolezza dell'appartenenza. Ci sono gruppi religiosi numericamente non molto diffusi ma capaci di esprimere una presenza assai incisiva. Lo abbiamo visto». Malgrado le critiche affilate e gli sbeffeggiamenti subìti dalla satira Ruini non rifugge dai media: «Gli attacchi non mi hanno mai dato fastidio. E credo che, come cattolici, dobbiamo stare dentro alle dinamiche della comunicazione. Senza limitarci al gioco di rimessa. Solo in questo modo la cultura cristiana potrà avere piena cittadinanza nel pensiero attuale. Ma soprattutto dare alla cultura di tutti un nuovo slancio». In uno slogan: «Cattolici svegliatevi». | ||||
| CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 11 marzo 2007 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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* * Cari fratelli e sorelle! La pagina del Vangelo di Luca, che viene proclamata in questa terza Domenica di Quaresima, riporta il commento di Gesù a due fatti di cronaca. Il primo: la rivolta di alcuni Galilei, che era stata repressa da Pilato nel sangue; il secondo: il crollo di una torre a Gerusalemme, che aveva causato diciotto vittime. Due avvenimenti tragici ben diversi: l’uno causato dall’uomo, l’altro accidentale. Secondo la mentalità del tempo, la gente era portata a pensare che la disgrazia si fosse abbattuta sulle vittime a motivo di qualche loro grave colpa. Gesù invece dice: "Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei? … O che quei diciotto fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?" (Lc 13,2.4). E in entrambi i casi conclude: "No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti nello stesso modo" (13,3.5). Ecco, dunque, il punto al quale Gesù vuole portare i suoi ascoltatori: la necessità della conversione. Non la propone in termini moralistici, bensì realistici, come l’unica risposta adeguata ad accadimenti che mettono in crisi le certezze umane. Di fronte a certe disgrazie – Egli avverte – non serve scaricare la colpa sulle vittime. Vera saggezza è piuttosto lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza e assumere un atteggiamento di responsabilità: fare penitenza e migliorare la nostra vita. Questa è sapienza, questa è la risposta più efficace al male, ad ogni livello, interpersonale, sociale e internazionale. Cristo invita a rispondere al male prima di tutto con un serio esame di coscienza e con l’impegno a purificare la propria vita. Altrimenti – dice – periremo, periremo tutti nello stesso modo. In effetti, le persone e le società che vivono senza mai mettersi in discussione hanno come unico destino finale la rovina. La conversione, invece, pur non preservando dai problemi e dalle sventure, permette di affrontarli in "modo" diverso. Anzitutto aiuta a prevenire il male, disinnescando certe sue minacce. E, in ogni caso, permette di vincere il male con il bene, se non sempre sul piano dei fatti – che a volte sono indipendenti dalla nostra volontà – certamente su quello spirituale. In sintesi: la conversione vince il male nella sua radice che è il peccato, anche se non sempre può evitarne le conseguenze. Preghiamo Maria Santissima, che ci accompagna e ci sostiene nell’itinerario quaresimale, affinché aiuti ogni cristiano a riscoprire la grandezza, direi la bellezza della conversione. Ci aiuti a comprendere che fare penitenza e correggere la propria condotta non è semplice moralismo, ma la via più efficace per cambiare in meglio se stessi e la società. Lo esprime molto bene una felice sentenza: Accendere un fiammifero vale più che maledire l’oscurità. [Dopo l’Angelus, il Papa ha salutato i pellegrini in sei lingue. In italiano ha detto] Saluto infine i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Conegliano, Burano, Padova, Pescara, Fermo e Senigallia; i cresimandi del Vicariato del Mugello Est, diocesi di Firenze, e quelli di Cavenago d’Adda, diocesi di Lodi; i ragazzi di Oggiono che si preparano alla professione di fede; la Scuola delle Suore Carmelitane di Santa Teresa e l’Associazione culturale "San Giuseppe", di Prato; la Schola Cantorum "San Gaetano" di Campo nell’Elba; la Scuola "San Benedetto" di Parma; la Scuola "Nostra Signora della Neve" di Genova; il gruppo ministranti di Pozzuoli. A tutti auguro una buona domenica. | ||||
| TERAMO, venerdì, 9 marzo 2007 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | |||
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La prima monografia in Italia sul filosofo del postmodernismo, Gianni Vattimo (Torino, 1936), è stata scritta da un prete, Giovanni Giorgio, professore alla Pontificia Università Lateranense. “Il pensiero di Gianni Vattimo” (Franco Angeli, Milano, 2006) è una visione di insieme dell’itinerario speculativo di questo professore di Filosofia teoretica all’Università di Torino, che nel 2006 ha compiuto 70 anni. Negli ultimi anni Vattimo, discepolo del filosofo Hans-Georg Gadamer, ha guardato al cristianesimo dalla prospettiva della kenosi – abbassamento di Dio – e a partire dalla categoria della carità, considerata come base per una società tollerante. L’autore del saggio, Giovanni Giorgio è presbitero della diocesi di Teramo-Altri, è docente di filosofia teoretica presso la Pontificia Università Lateranense di Roma ed è Preside del Seminario San Pio X di Chieti. Don Giovanni è socio e segretario della Società italiana per la ricerca teologica. Tra i suoi altri libri, va menzionato il volume dal titolo “Dio padre e creatore. L’inizio della fede” (Dehoniane, Bologna, 2002). In questa intervista concessa a ZENIT, don Giorgio spiega i principali punti della filosofia qualificata come “pensiero debole” di Gianni Vattimo. Vattimo è esponente del pensiero debole, o sarebbe troppo riduttivo qualificarlo così? Giorgio: Non direi che Vattimo è esponente di un pensiero debole. Egli fu uno dei partecipanti ad un volume collettivo apparso nel 1983, il cui titolo era appunto Il pensiero debole. Insieme a Vattimo parteciparono a quel volume Amoroso, Carchia, Comolli, Costa, Crespi, Dal Lago, Eco, Ferraris, Marconi e Rovatti. È vero tuttavia che l'etichetta 'pensiero debole' è quella con cui più comunemente si indica la proposta filosofica di Gianni Vattimo. Come spesso accade il nome non si sceglie, ma viene dato. A tal proposito, tuttavia, vale la pena fare una precisazione. Il 'pensiero debole' di Gianni Vattimo non vuole essere un pensiero fragile, che rinunci al rigore o che sia arbitrario. In una intervista rilasciata a Santiago Cabala, il suo miglior discepolo, Vattimo sostiene di credere in «una teoria forte della debolezza». Voglio dire che è per motivi filosoficamente rigorosi e sostanzialmente legati alla violenza della metafisica che Vattimo si è orientato per la sua proposta filosofica, che sembra essere all'altezza dei tempi che stiamo vivendo, segnati dal moltiplicarsi delle differenze e dalla necessità di una loro pacifica coesistenza, lontano da ogni fondamentalismo. Dunque non è riduttivo qualificare Vattimo come esponente del 'pensiero debole', purché sia chiaro che non si tratta di un pensiero fragile. Quale è stata l'evoluzione nell'itinerario speculativo del filosofo Vattimo circa la pretesa di trovare la verità? Giorgio: Possiamo rispondere grosso modo così: il mondo occidentale è figlio della metafisica, ovvero di quell'atteggiamento di pensiero che si rivolge al mondo contingente (ente) cercandone il senso (essere) in un mondo immutabile ideale. I due mondi sono gerarchicamente ordinati: quello contingente dipende da quello ideale e ad esso deve adeguarsi per trovare la propria 'verità eterna'. Ma questo, riguardo all'uomo, che significa? Che l'uomo è espropriato della sua libertà, in quanto egli deve essere semplicemente quello che da sempre e per sempre è stabilito che sia, in base al mondo delle essenze ideali immutabili. Egli non ha il diritto di volere attivamente ciò che ha da essere in un progetto di sé di volta in volta storicamente diverso. Deve solo applicare passivamente alla sua vita quello che è da sempre stabilito. Ma questo significa che l'uomo occidentale vive in un'alienazione ontologica, in quanto la sua vita non gli appartiene. Come uscire da questa alienazione? Questa è - a mio giudizio - la domanda che guida la riflessione di Vattimo. La risposta a questa domanda, circa la verità dell'esistenza umana, in una prima fase (1961-1975 circa) del suo pensiero, Vattimo la cerca nella dialettica hegelo-marxista, alla luce della quale legge autori a lui molto cari, come Heidegger e Nietzsche, il quale ultimo viene qualificato come 'pensatore della liberazione' (più dialettico di così!!). In buona sostanza l'esistenza alienata, scissa dal proprio senso, riconquista rivoluzionariamente il suo senso nell'emancipazione che riconcilia definitivamente esistenza e senso. L'esistenza cioè vuole e conquista se stessa nell'utopia del progetto rivoluzionario. Quale è la seconda fase di Vattimo? Giorgio: La seconda fase (1975-1994) del pensiero di Vattimo corrisponde al momento in cui si rende conto che la proposta filosofica della dialettica rappresenta un'ennesima riproposta della metafisica, perché la dialettica prospetta di nuovo un ennesimo mondo ideale, quello utopico, al quale l'esistenza dovrà passivamente adeguarsi, una volta raggiunta la pacificazione postrivoluzionaria. Ma in questo modo non si fa altro che instaurare un ennesimo regime ideale che, abolendo definitivamente la storia, pretende, ancora una volta, di imporsi violentemente come la verità definitiva e non ulteriormente mutabile per l'uomo. Questi non deve fare altro che adeguarsi ad essa. Ma in questo modo perde di nuovo la sua capacità di progettazione di sé. Si ricade in ciò da cui si voleva uscire. A Vattimo non resta che cambiare strada: la verità per l'uomo, ciò che dà senso alla sua vita, non è da cercare in un mondo ideale, ma nella storia di cui siamo figli. Il senso non è trascendente la storia, ma immanente alla storia, cioè fatto dagli uomini. Non dobbiamo 'escogitare' mondi ideali astratti, ma comprendere la nostra provenienza. Per questo l'ermeneutica è la strada alla verità: se ricostruiremo la nostra memoria sapremo in quale movimento siamo inseriti, e potremo trovare un senso alla nostra vita non 'escogitato' più o meno arbitrariamente. Ora questo senso Vattimo lo legge in ciò che Heidegger chiama 'il compimento della metafisica' e Nietzsche chiama 'la morte di Dio'. Con queste espressioni si vuole indicare che la storia che l'occidente ha vissuto e vive è la storia di un indebolimento, ovvero il tramonto di ogni pretesa del pensiero 'forte' che si ritiene capace di attingere il mondo ideale e il suo fondamento ultimo. Noi siamo i figli di questa storia recente di secolarizzazione. Tramontata ogni pretesa 'forte' del pensiero e dell'essere resta la possibilità di un 'pensiero debole' che viva consapevolmente questa debolezza non come una condanna, ma come una chance positiva. L'indebolimento dell'essere può essere infatti la strada per una modalità non violenta di vita, in cui la pacifica coesistenza delle differenze - impossibile rispetto ad uno ed un solo mondo ideale vero - diviene possibile. Nell’ultimo periodo Vattimo rilegge il cristianesimo… Giorgio: La terza fase del suo pensiero, a partire dagli anni Novanta e fino ad oggi, è caratterizzata dalla rilettura 'debole' del cristianesimo. Detto altrimenti: se il 'pensiero debole' rappresenta l'evoluzione autentica della secolarizzazione moderna, questa è secolarizzazione del cristianesimo, il quale, a sua volta, è secolarizzazione del mondo sacro pagano. Questa ultima fase, permette a Vattimo di leggere unitariamente l'intera storia del pensiero occidentale come destino di secolarizzazione, cioè di indebolimento delle strutture forti e violente dell'essere e del pensiero. Attualmente le sue ultime pubblicazioni vanno verso la declinazione delle conseguenze delle sue prese di posizioni filosofiche specie a livello etico. Si avverte un certo fascino in Vattimo riguardo alcuni aspetti del cristianesimo, come il concetto di carità. Cosa lo attrae e invece cosa non lo convince della fede? Giorgio: Ciò che attrae Vattimo è la kenosis divina di Gesù di Nazareth, cioè il mistero dell'incarnazione, il fatto che Dio abbia dismesso i panni della potenza e si sia mostrato debole e crocifisso. Attorno a questo nucleo egli ha riletto in una prospettiva 'debole' il cristianesimo. Mi permetto di utilizzare ancora Santiago Zabala per essere più chiaro. Cosa propone essenzialmente la fede: verità da ritenere o carità da operare. A giudizio di Vattimo il cuore del cristianesimo è la carità, l'apertura ospitale all'alterità. Se questo è vero, allora, a giudizio di Vattimo, la società occidentale odierna democratica e pluralista è l'erede legittima di un cristianesimo secolarizzato e 'indebolito' nelle sue pretese forti di verità. Se questo è quanto lo attrae e lo convince del cristianesimo, ciò verso cui Vattimo ha estrema repulsione è il volto dogmatico e disciplinare di una Chiesa ridotta ad istituzione. È come se in Vattimo si facessero presenti due volti della Chiesa: quello istituzionale e perentorio, a suo giudizio più preoccupata di salvare la verità e il suo potere che le persone, e quello invece pastorale - più di base, se si vuole - più preoccupata di incontrare le persone nella carità. La fatica vera è quella di coniugare in uno questi due aspetti: verità e carità. Un aiuto in tal senso mi pare ci possa venire da una considerazione che ha sviluppato Carmelo Dotolo nel suo volume La rivelazione cristiana. Parola evento mistero (Paoline, Milano, 2002). Il fatto che la verità cristiana non sia una tesi, ma una persona, cioè Gesù di Nazareth, implica che la verità non è qualcosa che si possiede, ma Qualcuno che ci possiede per aprirci alla comprensione del senso della vita che in lui si dona nella carità. In tal senso ognuno è chiamato a percorrere personalmente l'itinerario che conduce alla verità, perché soltanto nel cammino del dono di sé al dono di Dio essa si schiude. Secondo lei, quando Benedetto XVI parla del relativismo odierno ha in mente linee di pensiero come quelle sostenute da Vattimo? Giorgio: Ritengo che Benedetto XVI pensi anche al pensiero di Vattimo. Qui, tuttavia, vale la pena di fare una precisazione, perché il termine 'relativismo' sta diventando un calderone dove confluisce tutto e il contrario di tutto. Se con 'relativismo' intendiamo la modulazione di una libertà autoreferenziale che può pensare, dire e fare quello che gli pare, allora Vattimo non è relativista. Egli infatti fornisce argomenti, sia pure discutibili, che giustificano la sua posizione in modo razionale. Se con 'relativismo' intendiamo invece la situazione di pluralismo in cui le diverse concezioni della vita, dell'uomo, della storia, della politica, della religione, e così via, dialogano razionalmente, cioè scelgono di argomentare e di non imporre violentemente la propria visione delle cose, alla ricerca di una possibile convivenza pacifica delle differenze, allora Vattimo è un relativista. Rispetto a questo credo che Vattimo ci insegni una cosa. Siamo usciti fuori dal tempo in cui era possibile un pensiero unico, un'unica verità. È finito il tempo del nazifascismo, è finito il tempo del comunismo e comincia a incrinarsi anche il regime tardocapitalista globalizzato. Siamo in una società trasparente, per citare un titolo di Gianni Vattimo, una società della comunicazione in cui la molteplicità dei punti di vista ci convince sempre più che ogni nostra verità è storica, cioè è mutabile, non definitiva e vale fino a prova contraria. Questa situazione non è una condanna per il cristianesimo, ma una chance, come cerca di mostrare Carmelo Dotolo nel suo ultimo volume uscito da qualche giorno Un cristianesimo possibile. Tra postmoderno e ricerca religiosa (Queriniana, Brescia, 2007). Con questo non voglio dire che verità dogmatiche debbano essere messe in discussione, ma certo che la forza del dogma non si misura dalla sua monotona capacità di ripetersi identico a se stesso, quanto nella capacità di sprigionare forme nuove di pensiero e di vita che siano forza rinnovatrice della storia. | ||||
| ROMA, sabato, 10 marzo 2006 (ZENIT.org).- | «« Ritorna all'inizio Salta all'articolo successivo »» | ||
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Pubblichiamo il discorso pronunciato il 4 gennaio scorso da monsignor Luciano Monari, Vescovo della Diocesi Piacenza-Bobbio e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione del Convegno organizzato dal Centro Nazionale Vocazioni (3-5 gennaio 2007) presso la Domus Mariae a Roma sul tema “Quale presbitero per una comunità cristiana a servizio di tutte le vocazioni?”. * * * “IL PRESBITERO PER UNA CHIESA RICCA DI VOCAZIONI” La prima e fondamentale vocazione comune a tutti gli uomini è quella di “diventare uomini”. L’affermazione può sembrare lapalissiana, ma in realtà suppone un modo preciso di interpretare la condizione umana. Abbiamo ricevuto ontologicamente la natura umana dal primo momento del nostro concepimento; ma, se vogliamo comprendere correttamente quello che siamo, non ci possiamo fermare qui: sia il santo che l’egoista possiedono la natura umana, ma in modo diverso; siamo uomini quando dormiamo e quando siamo svegli, ma in modo diverso: il sonno ci è comune con gli altri animali, ma l’esistenza responsabile di quando siamo svegli appartiene propriamente a noi. Caratteristica della natura umana è quella di essere un progetto aperto, incompleto, che si costruisce progressivamente, attraverso molteplici scelte e comportamenti; come una scultura che l’artista, col suo lavoro, fa uscire poco alla volta dal marmo; come un romanzo che si sviluppa capitolo dopo capitolo e che solo alla fine svela il suo pieno significato. Nasciamo “uomini”, ma proprio per questo lo dobbiamo diventare, dobbiamo cioè dare alla nostra vita una forma quanto più possibile “umana”, tale da esprimere in modo personale e creativo i valori più degni dell’uomo (come la giustizia, la sincerità, la fedeltà – in una parola: l’amore). Poiché siamo uomini, dobbiamo imparare a entrare in rapporto con la realtà così come essa è, col massimo di intelligenza e di ragionevolezza ‑ «abbiate sale in voi stessi» ci esorta il Vangelo – Mc 9, 50; e san Paolo esortava Corinzi: «Non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi» 1 Cor 14, 20); poiché siamo uomini, dobbiamo imparare a decidere e ad agire in base alla bontà delle cose e non all’interesse privato («fuggite il male con orrore – scriveva san Paolo – attaccatevi al bene» Rm 12, 9); poiché siamo uomini, dobbiamo giungere ad amare e cioè andare oltre l’istinto di autodifesa per prenderci cura gli uni degli altri («Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» Mt 7, 12, questa è la “regola d’oro” che deve plasmare i nostri comportamenti). Questa, come dicevo, è la vocazione fondamentale alla quale nessuna persona umana può sfuggire; è una vocazione iscritta nella struttura stessa della nostra appartenenza alla famiglia umana. L’unica questione che si potrebbe realmente porre è se questo dinamismo insito in ogni persona umana possa essere chiamato “vocazione” o debba essere indicato con altri termini, come, ad esempio: destino, condizione, progetto. Ma per un credente, non ci sono dubbi. Dio stesso ha creato l’uomo così e quindi questo dinamismo aperto alla realtà appartiene al disegno di Dio sull’uomo; vivere consapevolmente questo dinamismo è la “risposta” dell’uomo come creatura alla volontà/desiderio di Dio come creatore. «Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza… Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò... Dio disse: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…». Così il libro della Genesi. All’origine sta una parola di Dio che dà vita e consegna un compito; tutto lo sforzo che l’uomo compie per diventare uomo maturo e responsabile è risposta a questa chiamata, è vita vissuta come “vocazione”. M’interessa porre questo fondamento – che potrebbe sembrare astratto o generico – per due motivi: anzitutto perché mi aiuta a considerare come risposta alla vocazione di Dio tutto l’immenso sforzo che l’uomo ha fatto nel suo cammino sulla terra: tutte le creazioni culturali, il linguaggio, l’arte, la scienza, le istituzioni umane… tutto questo patrimonio bello e terribile che sorge dalla storia umana. A volte si è trattato di risposte corrette (nella virtù fino alla pienezza della santità), a volte di risposte disarmoniche che non rispondono davvero a Dio e rendono più difficile e sofferto il cammino dell’uomo (il peccato). In ogni modo tutta la storia umana può essere letta come espressione di quell’impulso al confronto con la realtà che l’uomo porta inevitabilmente in sé per volere di Dio, una chiamata iscritta nella sua carne e nel suo sangue, nella sua anima con tutti i desideri che la abitano. In secondo luogo sono convinto che anche la vocazione al presbiterato ha un futuro se appare come una stupenda realizzazione della vocazione umana e se il suo esercizio viene compreso e vissuto come modo ricchissimo di ‘umanizzare’ la propria vita. È la qualità “umana” dei preti che può diventare testimonianza e forza di attrazione. Se i giovani hanno l’impressione di diventare “meno uomini” facendo il prete, riusciremo ad attirare solo persone psicologicamente deboli, che cercano nel sacerdozio un rifugio o una forma di realizzazione sociale. Non possiamo fermarci a considerare tutti gli elementi che fanno parte di questa vocazione generale dell’uomo; ma possiamo sintetizzare tutto quanto ci sarebbe da dire in un’unica affermazione: che la vocazione dell’uomo è quella di tendere verso l’amore per Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze”. In questo primo e fondamentale comandamento della legge sono compresi tutti gli altri; non nel senso che, fatto questo, gli altri comandamenti siano superati e diventino irrilevanti; ma nel senso che se qualcuno ama Dio in questo modo, compie anche tutte le altre esigenze della vocazione umana. Amare Dio in questo modo, infatti, richiede di amare anche tutte le persone, anzi, di amare la creazione stessa in quanto creazione di Dio, “buona” ai suoi occhi. Non si può amare Dio e rifiutarsi di amare i fratelli; non si può amare Dio e disprezzare la sua creazione. Qui è nascosto il fascino di una persona come san Francesco che ci appare proprio come l’uomo che, trasfigurato dall’incontro con Cristo, diventa capace di amare tutti e tutto: anche il lebbroso che pure istintivamente gli faceva ribrezzo; anche il lupo che pure rappresenta una minaccia per l’uomo; anche l’acqua, il fuoco, i fiori, l’erba, che pure sono solo “cose”; addirittura, se l’intendiamo nel modo corretto, ad amare anche la morte del corpo come una “sorella” che, con tutto il suo corredo di paura, entra tuttavia nel compimento dei giusti disegni di Dio. Amare in questo modo significa vedere l’impronta di Dio ovunque e quindi vivere da “riconciliati” sempre. Certo, dell’esperienza dell’uomo fanno parte anche la stupidità e la cattiveria; e stupidità e cattiveria non possono, non debbono essere amate. Tuttavia anche stupidità e cattiveria non sono tali da deformare irrimediabilmente l’immagine del mondo; siamo convinti che Dio sa trarre il bene anche dal male; che sa trasformare anche il peccato dell’uomo in occasione di perdono e quindi di amore. Così è avvenuto in modo eminente nella morte di Gesù. E se Dio è stato capace di trasformare il peccato oggettivamente più grave che si possa pensare in redenzione, riconciliazione e salvezza, sarà capace di fare lo stesso anche per ogni altro comportamento stolto o cattivo dell’uomo. Dunque l’amore “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze”, questo amore che Dio solo è degno di ricevere, porta a pieno compimento la vocazione di ogni uomo, sempre. Possiamo sviluppare il discorso così: amare Dio richiede di amare anche le creature e in particolare quella creatura che porta impressa in sé la somiglianza con Dio: l’uomo. Amare l’uomo significa operare in modo responsabile non in vista del proprio vantaggio privato, ma cercando quello che è realmente bene. Ma scegliere responsabilmente il bene richiede di conoscerlo oggettivamente in modo da non confondere mai il bene con il proprio interesse (se, infatti, valutiamo il mondo col metro del nostro vantaggio, secondo i nostri desideri o le nostre paure, i giudizi e i comportamenti saranno necessariamente egoistici). Infine, se voglio giudicare oggettivamente debbo accostare i dati della realtà con lealtà e apertura: se mi nascondo alcuni dati perché mi danno fastidio il giudizio non può che uscire alterato. Insomma, l’amore per Dio come Dio suppone e porta a compimento tutto il cammino di crescita dell’uomo, il suo dinamismo di superamento di sé e di accostamento leale alla realtà e agli altri: percezione, comprensione, giudizio, decisione, azione, amore. Su questa premessa desidero collocare il problema del “presbitero in una chiesa ricca di vocazioni”, come recita il titolo della relazione che mi è stata affidata. Mi sono posto due domande: come dev’essere il prete perché il suo ministero possa aiutare le persone a vivere un autentico cammino vocazionale? E cosa può fare un prete per svolgere nel modo migliore questo servizio? Articolerò dunque la riflessione in due momenti: il prete come discepolo di Gesù che realizza la sua vocazione all’amore attraverso il servizio pastorale alla comunità cristiana secondo la missione ricevuta dal Signore; e: il prete come educatore che deve svegliare e dirigere le persone verso il discernimento e il compimento della loro vocazione. Come vedrete, le risposte che darò sono parziali; non dirò tutto. Spero solo di dire qualcosa che serva a suscitare ulteriori riflessioni. ‑ I ‑ Il compimento della vita umana – come abbiamo detto – è lo stesso per tutti: l’amore che si apre fino a quel Dio che è degno di essere amato non solo secondo giusta misura (come è vero per ogni creatura) ma in modo assoluto e totale (come è vero per Lui solo). Ciascuno realizza questa vocazione comune in un modo originale, proprio, creativo: quello che corrisponde alla sua identità personale. Attraverso il matrimonio, la professione, i legami di amicizia, la partecipazione alla vita economica, civile, politica, la cultura, l’arte… insomma, attraverso tutte quelle espressioni che costruiscono la cultura umana. Un medico, per esempio, realizza il suo amore per gli altri operando per la loro salute fisica e psichica; un insegnante lo fa trasmettendo il patrimonio della cultura, convinto che questo patrimonio sia indispensabile per vivere in modo umano; un architetto cerca le soluzioni migliori per offrire all’uomo un ambiente di abitazione nel quale egli possa sentirsi a suo agio e così via. Ogni attività umana, se non è un’attività disonesta, contribuisce alla vita della comunità degli uomini e quindi può essere un atto di amore. Naturalmente, perché il lavoro sia configurabile come amore si richiedono due condizioni: la prima è che oggettivamente il lavoro dia un contributo positivo alla vita di tutti; di qui l’importanza della competenza, dell’aggiornamento continuo, anche dell’efficienza (che è cosa diversa dall’ideologia dell’efficientismo). In secondo luogo si richiede che il lavoro sia personalmente motivato da un sincero amore per le persone; la presenza di questo amore si riconosce nello stile costante della persona, nel suo modo di accostare gli altri, di parlare, di scegliere; e si riconosce nella disponibilità ad andare “oltre” le prestazioni richieste dal protocollo lavorativo per immettere nel lavoro valori umani ‘gratuiti’, come la pazienza, l’affabilità, l’umiltà. Ebbene, il prete compie questa medesima maturazione attraverso il dono di sé nel servizio pastorale e cioè in quella forma di amore che lo porta a spendersi per la vita e per il bene della Chiesa, nel servizio appassionato delle persone e delle comunità cristiane. Questo suppone, naturalmente, che il prete creda nell’importanza di quello che fa per il bene delle persone; solo così l’impegno della sua vita può configurarsi come un atto di amore. Pensate a Paolo che scrive ai cristiani di Corinto: “Sempre, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale; di modo che in noi opera la morte ma in voi la vita.” (2 Cor 4, 11s). Il prezzo che Paolo paga per esercitare il suo ministero di apostolo è altissimo; egli, infatti, si espone consapevolmente alla morte, accetta di essere considerato come “la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti” (1 Cor 4, 13). Può agire così perché è convinto di procurare in questo modo la ‘vita’ ai Corinzi; per un obiettivo così alto vale la pena mettere in gioco tutto. La vita dei Corinzi è così preziosa da giustificare l’accettazione di un processo di necrosi (“in noi opera la morte”) che condurrà l’apostolo fino alla morte (attraverso la dedizione del ministero ma, forse, anche attraverso la dedizione del martirio) ma che produrrà nei cristiani di Corinto la pienezza della vita. Una vocazione presbiterale può sorgere solo dove si ritiene che il ministero del prete sia indispensabile per la Chiesa e, conseguentemente, prezioso per il mondo stesso, per la società. Chi pensasse, infatti, che l’uomo può vivere in pienezza senza Cristo e quindi senza il vangelo e i sacramenti, o addirittura pensasse che vangelo e sacramenti sono vincoli posti allo sviluppo della libertà della persona, non potrebbe pensare alla vita spesa per il vangelo come a una scelta di amore, fatta in vista del bene degli altri. Potrebbe forse diventare ugualmente prete, ma per motivi “mondani” come quello della sicurezza economica o di un certo riconoscimento sociale. Questo è uno dei punti delicati su cui la nostra pastorale vocazionale è in affanno. Viviamo in un contesto pluralistico nel quale diverse strade possibili vengono proposte alla libera scelta delle persone come equivalenti; tocca alla libertà delle persone scegliere tra l’una o l’altra offerta, secondo criteri soggettivi di valore; scelgo la strada che corrisponde meglio ai miei desideri e ai miei bisogni soprattutto psicologici. Ma una visione del genere non riesce a giustificare una vocazione come quella del prete. Per fondare una simile vocazione è necessario che il ministero del prete sia percepito come un servizio indispensabile alla Chiesa (cioè ai battezzati) e utile al mondo (cioè a tutti gli uomini). Mi fermo, perciò, un attimo a richiamare alcuni punti che mi sembrano preziosi per collocare la nostra identità di preti. Come preti ci viene chiesto di annunciare con autorevolezza l’amore di Dio per noi, convinti che senza questo amore l’uomo non può vivere in pienezza la sua esistenza umana. Se all’origine del mondo in cui viviamo non sta l’amore di un Dio che ci ha pensato e voluto, la nostra esistenza del mondo rimane inevitabilmente afferrata tra la paura e la seduzione. La paura: perché il mondo è immensamente più grande di me e mi può schiacciare in ogni momento; perché la storia è ambigua e mi posso scontrare in ogni momento con la forza oppressiva del male; perché la mia vita è segnata dalla debolezza e non posso liberarmi dalla paura della morte, della malattia, della vecchiaia, della debolezza in genere. La seduzione: perché il mondo può offrirmi tutta una serie di gratificazioni – fisiche, psicologiche, sociali… a condizione che io mi conformi alla logica mondana come logica di possesso, di potere, di successo. Impauriti e sedotti, ricattati a partire dalla paura: questa è la nostra condizione nel mondo. Annunciare l’amore di Dio significa offrire all’uomo un fondamento sul quale radicare la propria esistenza e a partire dal quale rapportarsi al mondo con libertà, senza avere troppa paura (poiché il Signore del mondo e della storia è l’Emmanuele, il “Dio con noi”) e senza lasciarsi sedurre (poiché la promessa di Dio è più grande di tutto ciò che il mondo può offrirmi). Annunciare l’amore di Dio (cioè Cristo, il vangelo) è oggettivamente un gesto di amore perché dona all’uomo ciò di cui l’uomo ha assoluto bisogno per vivere con libertà la sua esistenza nel mondo. E siccome la libertà è una qualità indispensabile per una esistenza autenticamente “umana”, l’annuncio dell’amore di Dio è attività attraverso la quale permetto all’uomo di vivere “da uomo”; esattamente quello che intendiamo con atto di amore. Ma su quale base posso fare all’uomo questo annuncio? Sulla base della mia riflessione personale? Così sarebbe se io fossi un filosofo; se, dopo aver studiato e riflettuto sul senso del mondo e della storia, avessi raggiunto questa stupenda conclusione: all’origine del mondo sta un principio di amore che sostiene ogni cosa. Ma, se le cose stessero in questo modo, potrei solo offrire la mia risposta come ipotesi in mezzo ad altre diverse visioni del mondo. Potrei invitare tutti a fidarsi dell’amore, ma dovrei lealmente aggiungere: questa è la mia opinione, fondata su una seria ricerca e una riflessione approfondita; ma non posso dare una garanzia ultima perché non mi è dato di raccogliere ed esaminare tutti i “dati” che sarebbero necessari per fondare una conclusione definitiva. Per questo è fondamentale intendere il ministero del prete come una “missione” cioè come un incarico che gli è stato affidato e che egli compie con l’autorità di colui che lo manda, nel nostro caso, di Cristo. All’origine del nostro ministero sta l’esperienza di Gesù: egli ‘sa’ che Dio è amore, ha vissuto la fiducia radicale in questo amore, è stato risuscitato dall’amore del Padre e ha mandato i suoi discepoli a trasmettere agli uomini non solo la notizia che Dio è amore, ma l’esperienza di essere amati da Dio come suoi figli. Le parole di missione («Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi») si legano strettamente con la comunicazione dell’amore: “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi; rimanete nel mio amore.” Per questo il ministero del prete è legato a un’ordinazione e si presenta chiaramente come “vocazione e missione”, incarico ricevuto attraverso una chiamata e un’istituzione. Questo dice chiaramente che il ministero del prete suppone l’esperienza dell’amore di Dio; non solo la conoscenza intellettuale della dottrina sull’amore di Dio, ma un’esistenza che è stata toccata e trasformata da questo amore. Non pretendo, naturalmente, un’esperienza come quella di santa Caterina da Siena o di santa Teresa d’Avila. Ma è necessario che ci siano nella vita del prete delle scelte o delle esperienze che sono state prodotte dall’incontro con Dio e con il suo amore; che, a motivo di questo incontro, qualcosa sia cambiato; e che il cambiamento sia stato sorgente di gioia, percezione di un arricchimento della propria vita. Altrimenti le parole rimangono solo veicolo di idee, non di vita. Il prete deve poter dire – in modo veritiero – quello che dice Giovanni: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… lo annunciamo anche a voi perché anche voi siate in comunione con noi. Ma la nostra comunione è col Padre e con Figlio suo Gesù Cristo» (1 Gv 1, 1.3). Una seconda riflessione per comprendere il valore del servizio presbiterale la prendo dalla lettera agli Efesini che, dopo aver proclamato Cristo risorto e glorificato come sorgente viva di un processo di trasformazione del mondo (la lettera parla di “riempire tutte le cose” e cioè portare a compimento il progetto di Dio su tutto quanto esiste), dice che Egli «ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo» (Ef 4, 11) L’autore sembra dunque distinguere un duplice livello di ministero. C’è una vocazione che appartiene a “tutti i fratelli” e questa consiste nell’edificare il corpo di Cristo; c’è invece un ministero specifico (qui sono ricordati alcuni ministeri legati soprattutto all’annuncio della Parola, ma si tratta evidentemente solo di esempi) che serve a “rendere idonei i fratelli” per realizzare la loro vocazione. C’è un compito che coinvolge tutti, come dicevo: edificare il corpo di Cristo. Se col termine “corpo” s’intende la presenza concreta di un soggetto nel mondo e l’azione con la quale egli opera nella storia ed entra il relazione con gli altri, si capisce di cosa stiamo parlando. Tutti i credenti, insieme, edificano il corpo di Cristo e cioè immettono nella realtà del mondo e del | |||